14/03/2014
ADDIO CAPE TOWN, A CACCIA DI GANJA IN SWAZILAND
Un mese è passato rapido come uno schiocco di dita, come sempre. Ripenso nostalgicamente al mio atterraggio a Cape Town: io che distolgo lo sguardo dal romanzo che sto leggendo per guardare fuori dall’aereo, il sole che mi abbaglia e per un attimo mi fa credere di essere in paradiso. Poi l’aereo plana e curva a sinistra allo stesso tempo, e d’improvviso Table Mountain, nei suoi improvvisi 1100 metri di imponente bellezza, mi si materializza davanti. Mi lascia senza fiato, e la luce dorata del tramonto che ne pennella le pendici la rende quasi sacra. L’uscita dall’aeroporto è invece un’esperienza pressoché opposta: la sacra visione dell’imponente monumento fatto da madre natura è sostituita da un drammatico profano. La prima cosa che si incontra uscendo dall’aeroporto è una delle più grosse baraccopoli della città, una decina di chilometri di instabili capanne, persone e qualche capra che vivono ai bordi dell’autostrada e – almeno a prima vista – ai margini della società. Trovo che l’arrivo a Cape Town sia una perfetta metafora che descrive i contrasti che caratterizzano questa città – e che forse caratterizzano l’intero Sudafrica. Infatti, se da un lato si trovano la bellezza naturalistica, il dinamismo sociale, una città artisticamente viva e invitante per i turisti, dall’altro povertà, contrasti sociali e criminalità (vedi Numbers Gang) sono all’angolo di ogni strada.
Rileggo il mio diario e mi rendo conto di come Cape Town, proprio per via dei suoi contrasti, crei un certo bipolarismo emotivo per cui la malinconia sale alla svelta ma svanisce altrettanto velocemente.
In un giorno più malinconico scrivevo: “E’ come se vi fosse una duplice realtà, due veri e propri mondi distinti, divisi dalle recinzioni elettriche che delimitano le abitazioni, dal filo spinato che riveste ogni muretto e dai numerosi cancelli che ti devi chiudere dietro prima di entrare in casa. Ogni mattina andando al bar passo, necessariamente, attraverso la messa in scena della disuguaglianza. Macchine costose che partono dal mio quartiere per andare al lavoro sfrecciano accanto a poveri senzatetto coperti di stracci, che setacciano i secchi della spazzatura in caccia di ogni avanzo ancora utilizzabile. Accanto a questi, già dalle prime ore del giorno, si trovano i poveri di una categoria leggermente superiore, i car-guards (parcheggiatori abusivi e prima classe sociale che non si da per vinta e prova a far qualcosa per sbarcare il lunario). Mentre le donne di servizio varcano portoni di case che puliranno durante il giorno, scambiandosi sull’uscio con signore ben vestite.”
Un altro giorno ho invece scritto: “Il bus navetta gratuito (con tanto di Wi-Fi) che mi porta fino all’università, mi fa sempre tornare il sorriso. Anche la passeggiata per il campus è sempre un toccasana per il morale: mai visto un campus così colorato, cartolina perfetta della ‘Nazione Arcobaleno’, lasciata in eredità da Mandela. Ancora, le persone sono estremamente sorridenti e gentili. Molti si danno da fare per cogliere le opportunità offerte da un paese in sviluppo e migliorarlo, spesso riuscendo anche a trarne un sostanzioso profitto. Tra l’altro sono tante le attività volte ad integrare i poveri e i gruppi sociali deboli (il paradosso qua è che è una minoranza – i bianchi – a integrare una maggioranza – i neri), dalle attività di pulizia all’integrazione tramite progetti artistici. E poi i manifesti, le attività, i mercati e lo sport colorano le strade di questa strana città. E’ indubbiamente un posto dove la qualità della vita è alta e si può vivere bene.”
Probabilmente la nota più significativa è questa, scritta in un giorno di umore neutro. “Le divisioni sono marcate ma c’è un grande margine di cambiamento, e quest’ultimo è un processo in atto. Ripenso a quando sono andato a pranzo nella baraccopoli. Viste dall’interno, le cose sembrano un po’ meno radicali di quanto sembrano da fuori. E’ uno spettacolo triste da vedere, ma guidandovi all’interno si nota che c’è chi inizia ad avere un tenore di vita migliore, chi possiede macchine, bei vestiti e un bel giardino. Insomma la classe media si sta formando – ovviamente – a partire dal basso. Sono sicuro che se tornassi tra due anni sarebbe già tutto cambiato: questo paese è l’emblema del dinamismo.”
Scorro il mio diario mentre pianifico il resto del viaggio – durante il quale potrò finalmente vedere cosa ha da offrire il resto del paese. Mi emoziono a pensare ai safari, alle spiagge deserte, ai tramonti e ai pernottamenti con comunità locali che farò nei prossimi giorni. Tuttavia ho un chiodo fisso in testa da circa un mese, da quando vidi un documentario di Vice sullo Swaziland. Lo Swaziland è il San Marino del Sudafrica, se non fosse che il primo è l’ultima monarchia assoluta dell’Africa e che la povertà e il tasso di morti per HIV sono altissimi. Credo che sia anche per questo che nessuno sa dirmi niente di preciso su questo piccolo paese di 1.4 milioni di (quasi tutti) contadini: nessuno c’è stato. Mi è rimasto in testa il video perché documenta la massiccia produzione – illegale – di marijuana in Swaziland. Dunque vi lascio rendendovi partecipi del mio obiettivo: vado in Swaziland con l’obiettivo di farmi un nuovo timbro sul passaporto e di poter scrivere un articolo sulla produzione illegale di ganja in Swaziland!
Ovviamente, per professionalità, avrò cura di documentare il prodotto in prima persona.
Ps. C’è un’altra storia incredibile sempre a proposito dello Swaziland. Il re, ogni anno, sceglie una nuova moglie durante una sorta di Miss Swaziland, dove migliaia di donne sfidano la sorte ballando a seno scoperto e sostenendo prove per lui. Ci sono vari articoli, io ho letto questo.
Video consigliato, “Swaziland, the Gold Mine of Marijuana” – Vice
IT
07/03/2014
FIDELIO
“Prego, la parola d’ordine”.
“Fidelio”.
“Quella è la parola per entrare, ma non per giocare”.
Questa la scena clou dell’ultima pellicola firmata Stanley Kubrick, criticata e non sempre apprezzata, considerata quasi minore rispetto a capolavori del calibro di “2001 Odissea nello spazio” o di “Full metal Jacket”. “Eyes wide shut” è un dipinto onirico di un universo fatto di eccessi, di anarchica adulazione del proibito, celato agli occhi dei più, ma a soli pochi chilometri di distanza dal resto dell’umanità. Sappiate però che per rivivere le atmosfere a luci rosse del film non serve riuscire ad entrare in una setta segreta simile a quella disegnata dal regista americano; una mail ben scritta ed essere di bell’aspetto possono essere strumenti più che sufficienti per lo scopo. Esiste infatti un club elegante ed esclusivo alle porte di Roma dove i desideri più peccaminosi possono diventare realtà e numerose coppie da tutta Italia si incontrano, si conoscono ed in piena libertà si “scambiano” i propri partner. Stiamo parlando del Flirt Club, ubicato in una località segreta sul lago di Bracciano, a pochi chilometri dalla capitale.
Qui “non è un do ut des, c’è una condivisione delle emozioni allargata ad altre coppie. Un luogo dove le coppie possono incontrarsi tra loro e lo possono fare liberamente, senza pressioni, forzature” sono le parole di Genni a Repubblica, 46 anni, proprietario dell’esclusivo club e da 20 anni nel mondo del libertinaggio. In questo luogo infatti, perfetti sconosciuti si incontrano, parlano, bevono e ridono assieme per poi nascondersi da occhi indiscreti appartandosi in uno dei luoghi predisposti nella struttura per un vero e proprio scambio di coppia (c’è una regola però: non fare sesso nella piscina del locale per motivi di igiene).
Volete sapere come entrare a far parte del mondo libertino del Flirt club? Come già accennato, è necessario contattare il locale telefonicamente oppure mandare una mail all’indirizzo disponibile alla pagina web del Flirt. Verrà poi giudicato l’approccio verbale utilizzato dagli interessati oltreché delle foto personali di lui e di lei da allegare al messaggio di posta. I limiti di età sono 47 per lei e 48 per lui e la tessera d’iscrizione annuale costa 70 euro con possibilità di sconti ed agevolazioni per i soggetti più giovani.
“All’inizio è come una festa. Niente fa presagire cosa succederà successivamente” prosegue Genni di fronte alle telecamere. Dei braccialetti colorati indossati prima di sedersi a tavola sono poi “la caratteristica del locale”: verde nel caso si sia alla ricerca di una donna per la propria partner, lilla quando la coppia è invece desiderosa di incontrare amanti un po’ più soft e grigio nel caso si voglia trasgredire assieme ad un duo più “open mind”. E quando scocca la mezzanotte (e Genni sorride) “arriva il fatidico momento: viene suonata una campanella e le donne devono cominciare a svestirsi e rimanere in lingerie”. Si continua a parlare, magari di fronte ad un drink e poi avviene lo “scambio” nel caso in cui si sia soddisfatti della compagnia durante la serata. Un’altra regola: ognuno deve provvedere autonomamente a portarsi i propri profilattici. E in caso di dimenticanza? E’ possibile chiedere al bar e la vostra serata non sarà rovinata (ci sono anche profilattici latex free per gli allergici).
Desiderosi di rivivere le atmosfere del film di Kubrick? Allora siete nel posto giusto.
Maste
01/03/2014
CAPE TOWN - NUMBERS GANG
Finalmente è sabato. Niente lavoro, niente impegni, niente di niente. C’è un compleanno che ci aspetta e una fantastica giornata di relax al mare si prospetta. Prendiamo il treno (non è comune prendere i trasporti pubblici qua in Sudafrica, specie se sei bianco) e ci dirigiamo verso Kalk Bay, piccolo villaggio di pescatori in direzione di Cape Point (per intendersi, dove c’è Capo di Buona Speranza, difficile ostacolo sulla antica rotta verso le Indie, superato per la prima volta da Vasco da Gama). Il ristorante è enorme e la location spettacolare: sul mare, popolato da qualche coraggioso surfista, e accanto al porto, popolato invece da pescatori, foche e pinguini. La giornata passa superlativamente tra un bloody mary e uno shot di tequila, fino a quando, verso le 18, decidiamo di tornare indietro con lo stesso trenino colorato che ci aveva portato all'andata. In realtà la vera storia inizia qua, e non riguarda me ma N. N, tipico ragazzone sudafricano simpatico e alla mano, era alla festa con noi. La sua ragazza decide di tornare in treno col gruppo, scordandosi di rendergli le chiavi della sua macchina. N, un po’ perché era ubriaco un po’ perché il paesaggio è bellissimo, decide di tornare a piedi fino a Cape Town (una decina di km circa che attraversano la periferia della città). Dopo circa dieci minuti che camminava, quattro ragazzi lo avvicinano. “Hey, dove vai?”. N li osserva velocemente e fiuta subito il pericolo. E’ solo dopo qualche altro passo che i ragazzi si presentano. “Siamo dei twentysixers” dice quello alto. A sentire quelle parole, una goccia di sudore ghiacciato scende per la schiena di N. Sono dei membri della Numbers Gang, la gang più pericolosa di Cape Town.
Purtroppo la criminalità è uno degli aspetti negativi del Sudafrica: non te ne senti oppresso, ma devi sempre stare in guardia. Banalmente, l’alto tasso di criminalità che affligge questo paese origina dall’alto tasso di povertà e dall’estrema disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza. In particolare, sebbene le cose stiano cambiando, uno degli aspetti che fa si che la criminalità si mantenga pressoché costante, è che chi nasce povero in una baraccopoli non ha nessuna opportunità di fronte a sé (cosa principalmente legata a fattori culturali e al basso tasso di istruzione). La criminalità si divide in due macro gruppi: da un lato ci sono i poveri che rubano per sopravvivere, dall’altro la criminalità organizzata. La storia di N ha a che fare con il secondo gruppo. La Numbers Gang è una banda che opera principalmente all’interno delle prigioni sudafricane, sebbene i suoi tentacoli si estendano anche al di fuori di queste. I numeri rappresentano diverse divisioni della gang e i compiti assegnati ad ognuna di queste. Ogni numero ha una sua struttura interna costituita da tanto di tribunali e pseudo primi ministri della gang (datevi un’occhiata alla pagina di Wikipedia). La gang persegue una sorta di strategia del terrore e tramite questa si fa rispettare. Il terrore è nelle file della gang stessa: omicidi gratuiti come prova di coraggio, stupri e disponibilità a farsi stuprare dal capo diventando la sua lady-boy in carcere, furti e sequestri. Queste tra le attività preferite dai Numbers boys.
I 26 si occupano di accumulare ricchezza per la gang: chi meglio di N come pollo da spennare? N è tuttavia tutt’altro che desideroso di farsi fottere. Così decide di giocare la “carta dell’amicone”: inizia a fare conversazione e a scherzare con i quattro, che iniziano a camminare con lui. “Che fai nella vita? Guidi una macchina?” dice quello con la cicatrice sull’occhio, N mente spudoratamente e vola basso: lavoro malpagato e utilitaria. Appena si crea un po’ di silenzio N inizia a parlare del più e del meno, a dare pacche sulle spalle e abbracci. Solo quando ha finito tutti i numeri in repertorio chiede “Voi che fate?”. E’ qua che la seconda goccia di sudore, ghiacciata come la punta di una lama d’acciaio, attraversa la schiena di N. E’ il capo dei quattro a prendere la parola, racconta di come ha stuprato una donna che non voleva dargli i soldi e di come ha ammazzato un uomo su commissione della gang. N è ormai certo che da un momento all’altro arriverà il fatidico momento in cui dicono: “Ok bello caccia tutti i soldi!”. Un benzinaio spunta all’orizzonte: un’oasi nel deserto. I ragazzi gli fanno capire che gli è andata bene, lo lasciano là e gli dicono di non muoversi fino a quando la sua ragazza verrà a prenderlo. Gli dicono anche di non guardare nessuno negli occhi, perché potrebbe essere meno fortunato di quanto è stato con loro.
Quando i quattro se ne vanno il benzinaio esce e gli urla “Cosa hai in quella testa?! Giusto un mese fa ho dovuto soccorrere un ragazzo brutalmente accoltellato a quell’angolo della strada”. Quando N ci ha raccontato la storia era ancora evidentemente scosso, non so quando si rifarà una passeggiata fuori dal centro della città…
Video consigliato: Ross Kemp on Gangs – South Africa
IT
21/02/2014
NON TI CURAR DI LOR, MA GUARDA E PASSA
L’incontro-scontro tra i due nuovi rampolli della politica italiana, Grillo “commedian-turned-politician” (pragmatico epiteto coniato dalla BBC) e Renzi l’ “Italian Obama” (come soprannominato dal Time e secondo il mio modestissimo parere un po’ azzardato. Catherine Mayer ma che ti sei presa prima di scrivere il tuo articolo quella sera?) ha catalizzato l’attenzione di tutti i media nazionali. E non poteva essere altrimenti dato che da ora in avanti oltre al “mezzogiorno di fuoco” di Zinnemann si parlerà anche delle “una e quarantacinque piuttosto arroventate” del giorno delle consultazioni tra i due leader politici.
Circa 10 minuti di attacchi unidirezionali “Grillo-2-Renzi” sono il risultato della volontà della rete la quale, dopo un sondaggio, aveva deciso che il vertice M5S e PD “s’aveva da fare”. Ma il genovese, fin da subito contrario al contatto, è stato di altra opinione e il risultato, al limite del ridicolo, lo conosciamo bene.
Eviterò però di dilungarmi sui particolari del tete-à-tete tra i due politici (argomento inflazionato) poiché vorrei condividere assieme a voi un particolarissimo articolo del Corriere della Sera riportante i vari aggettivi con i quali il comico genovese dal 2009 è stato solito indicare il sindaco di Firenze “part-time”. E vi assicuro che la cosa è piuttosto esilarante. Seguono poi alcuni passaggi direttamente tratti dal vertice di mercoledì e concludono i risultati di un sondaggio di Ixé Trieste per conto di Agorà-Rai 3 che ha tentato di rispondere alla fatidica domanda: “Ma per gli italiani chi è stato il vincitore?”.
E per voi, “chi è stato il vincitore (o il meno ridicolo)?”:
Nel 2009, in occasione delle comunali di Firenze, Grillo conia l’epiteto forse più conosciuto per indicare Renzi: “EBETINO DI FIRENZE”.
“FANTASMA” - Nel novembre del 2012 Grillo attacca sul suo blog il sindaco del capoluogo toscano con tanto di fotomontaggio da “Chi l’ha visto?”. «Da quando Renzi è in campagna elettorale per le primarie non si è mai presentato in Consiglio Comunale”
“INVIDIA PENIS” - Il 17 ottobre 2012 Grillo sul suo blog scrive: «Renzi soffre di invidia penis. Sente profondamente la mancanza di un programma elettorale del Pdmenoelle di egual valore a quello del MoVimento 5 Stelle. Per questo si considera intimamente inferiore”.
- “ARLECCHINO E CARTONE ANIMATO” - Il 18 febbraio scorso, Grillo attacca da Sanremo. «È il vuoto assoluto, un cartone animato”, dopo averlo definito anche “un Arlecchino con due padroni, De Benedetti e Berlusconi”.
Ed ora qualche chicca direttamente dal loro animato “appuntamento” così da non farci mancare niente:
NON SEI CREDIBILE - Grillo parte: “Qualsiasi cosa dici non sei credibile”.
NON è IL TRAILER DEL TUO SHOW – “Non è il trailer del tuo show, non so se sei in difficoltà sulla prevendita e se mai ti do una mano. Questo non è Sanremo” replica Renzi.
FAI IL GIOVANE MA NON LO SEI – “Tu sei una persona buona che rappresenta un potere marcio. Un minuto? Non te lo do. Non abbiamo nessuna fiducia in te” prosegue il genovese.
HAI UN PROGRAMMA COPIA E INCOLLA – “Hai un programma che è un `copia e incolla´ meraviglioso, ne hai preso una metà da noi”, accusa ancora Grillo rivolgendosi al premier incaricato.
SEI UN INCROCIO TRA GASPARRI E BIANCOFIORE – “Sei un incrocio tra Gasparri e la Biancofiore”, attacca Renzi.
Gran finale: risultati del sondaggio di Ixé. E voi site d’accordo?
Maste
14/02/2014
UN LUNGO VIAGGIO VERSO L'AFRICA
In questo giorno di ennesimo cambiamento del sistema politico italiano (che tra l’altro non sono sicuro di aver capito. Perché Renzi se ne va a Montecitorio senza la democratica giustificazione popolare? Se me lo potete ri-spiegare mi fate un favore), ho deciso di scrivere un breve post per raccontare il viaggio che mi ha portato dall’altra parte del mondo, in Sudafrica.
Imbarcatomi a Fiumicino, ho fatto il primo scalo a Jeddah, in Arabia Saudita. L’Arabia Saudita è grande, è il più grande stato del Medio Oriente per superficie. E’ una distesa di sabbia che si estende per chilometri e chilometri sotto la quale si trovano litri e litri di petrolio (95% delle esportazioni del paese). E’ pressoché una distesa di oro nero. E’ il paese più sacro del Medio Oriente - per i musulmani quantomeno -, essendo casa delle due più sacre moschee del mondo islamico: La Mecca, dove la scatola nera, simbolo dell’Islam, è conservata, e ‘Medina’, altro importante centro religioso. Per questa ragione moltissimi pellegrini musulmani visitano il ‘Regno’ per far fede a uno dei precetti imposti dalla religione: il pellegrinaggio alla Mecca. Lo Stato, monarchia assoluta capitanata dal re Abdul Aziz Saud, non è molto popolato (30 milioni di persone, di cui un terzo sono stranieri) per via delle sue caratteristiche geografiche. Lo sviluppo tecnologico sta tuttavia portando alla creazione, sempre più, di infrastrutture e centri abitativi. Dormivo quando il capitano ha acceso l’altoparlante per fare presente ai passeggeri che stavamo per sorvolare La Mecca, nel caso i musulmani a bordo volessero omaggiare Allah. Così ho iniziato a guardare fuori dal finestrino cercando di vedere qualcosa. E’ strano perché non vedi le città fino all’ultimo e queste spuntano fuori all’improvviso, manifestandosi in una distesa di luci di cui non si intravede la fine. Solo quando l’aereo ha iniziato l’atterraggio le luci hanno cominciato a prendere forma. Case, grattacieli, strade, ponti, fontane e macchine. Una marea di macchine, prova inconfutabile dell’abbondanza di petrolio, popolano le strade. Devo ammettere che la voglia di restare qualche giorno in più a visitare questo Stato era tanta…
Una volta sceso a terra ho dovuto aspettare circa otto ore per la mia coincidenza. Il personale è molto gentile anche se la lounge (a meno che tu non abbia un biglietto di business class) non è delle più accoglienti. Il free Wi-Fi purtroppo non funzionava e dunque ho dovuto ricorrere a quelle problem-solving skills di cui pressoché ogni italiano è dotato. Con la scusa di fumare una sigaretta, ho convinto lo steward della sala d’attesa per passeggeri ‘business’ a farmi entrare, e così mi sono procurato la password per una rete, mossa che mi ha permesso di passare parte della lunga attesa comunicando con famiglia e amici. Come ho accennato nel precedente paragrafo l’Arabia Saudita ha un gran numero di visitatori musulmani che fanno visita alla sede del ‘Profeta’.
Una cosa che mi ha fatto sorridere durante il tempo trascorso in aeroporto - dove ovviamente non potevo nemmeno scegliere la via del ‘mi faccio qualche drink’ - è stato che nei gruppi di pellegrini le donne, al fine di non perdersi, portavano un velo dello stesso colore con su scritto l’operatore turistico che aveva organizzato il loro viaggio sacro. Dunque la lounge era caratterizzata da queste chiazze di colore, arancione, rosa, viola, giallo, che rendevano l’ambiente più caldo (un’altra cosa simpatica è che il check-in e i safety controls per gli uomini e per le donne sono separati).
Quando finalmente sono salito sul mio volo l’emozione è iniziata a crescere (sebbene notevolmente smorzata dalla stanchezza). Ho deciso di guardarmi uno dei film - Rush, storia dei due eterni rivali della F1 - che la SaudiAirlines aveva da offrirmi, prima di lasciarmi andare tra le braccia di Morfeo. All’inizio del film un messaggio mi avvertiva che i contenuti erano stati ritoccati ma, non avendo visto il film, non sapevo cosa fosse stato censurato. Solo quando ho visto un cerchio opaco oscurare la pancia di una donna ho capito…In effetti, mi sembrava che ci fossero un po’ troppe poche scene di sesso in un film che vuole disegnare il personaggio di James Hunt…Il vero film è in realtà iniziato quando mi stavo per appisolare. Il mio occhio è pigramente cascato fuori dal finestrino e Lei era lì, in tutta la sua immensità. L’Africa. Penso che da ieri la parola ‘enorme’ abbia assunto tutto un altro significato! Non credo che ci si possa rendere conto dell’estensione dell’Africa finché non ci si vola sopra per più di 10 ore coprendone solo una piccola parte. Ero emozionato come un bimbo che scopre Babbo Natale a sistemare i pacchetti sotto l’albero. Non ho dormito per un’altra ora perché incapace di smettere di guardare fuori mentre sorvolavo Etiopia, Tanzania, Kenya, Mozambico e finalmente Sudafrica. Qua inizia una nuova storia, ma per parlare di questa servirà almeno un altro post - dico almeno perché solo l’atterraggio a Città del Capo ne richiede uno - e poi, scusatemi ma fuori ci sono 30 gradi, è ora di andare in spiaggia.
Lettura consigliata “Le Città Invisibili” di Calvino
IT
07/02/2014
...MA NON FIDARSI E' MEGLIO (soprattutto degli economisti)
Ricordo ancora con grande chiarezza il mio professore di Politica Economica raccontare alla classe questa barzelletta sugli economisti.
Ci sono un fisico, un chimico ed un economista sperduti su di un’isola deserta senza viveri ne acqua. I tre contemplano affamati una scatoletta di carne in scatola, unica fonte di cibo a loro disposizione. Purtroppo però nessuno ha con se un apriscatole. Il fisico ‘apre le danze’ afferrando la confezione e vibrandola in aria con tutta la sua forza: “sfruttando l’attrazione gravitazionale in direzione del suolo forse riusciremo a forzarla”…ma niente da fare. Tenta poi il chimico che comincia a mescolare tra loro alcuni liquidi. “Unendo questo assieme a quest’altro otterremo una reazione particolarmente potente la quale dovrebbe essere in grado di…” ma anche questo tentativo di intaccare la latta si rivela inefficace. I due si volgono allora fiduciosi verso l’economista che risponde ai loro sguardi colmi di speranza dicendo: “se noi avessimo un apriscatole potremmo…”.
Numerosissimi risultati della teoria economica sono, ahimè, spesso ottenuti partendo da congetture ed ipotesi del tutto inverosimili. Utilità intertemporali estese all’infinito, massimizzazioni più o meno vincolate, equilibri dinamici e statici, aspettative con livelli di informazione variabili, etc., etc. Ogni “homo economicus” è pensato pertanto come il più grande dei matematici ed ha poco a che spartire col panettiere del forno sotto casa che al MIT a studiare sicuramente non è mai andato.E a questa lunga fiera delle assurdità possiamo aggiungere un indicatore economico per la cui gestazione i due ‘creatori’ non si sono neanche presi la briga di ricercare un improbabile fondamento scientifico, ma la cui centralità è, oggi più che mai, sotto gli occhi di tutti. Stiamo parlando del fatidico tetto del deficit al 3% del PIL alla quale ogni economia dell’Eurozona deve sottostare. Vediamo in breve la sua storia che ha quasi dell’incredibile.
Siamo in Francia, 1981. I socialisti guidati da François Mitterand conquistano l’Eliseo e in un anno il deficit pubblico cresce a dismisura, passando da 50 a 95 miliardi di franchi. Mitterand sa bene che deve frenare questa corsa e affida l’incarico di riportare sottocontrollo le spese statali ad un uomo che considera affidabile: Pierre Bilger, vice direttore del dipartimento del bilancio del Ministero delle Finanze. Il Presidente Mitterand abbisogna “di una sorta di regola, qualcosa di facile, che assomigli al risultato di una profonda competenza economica”, afferma Bilger. E serve subito, non c’è tempo da perdere. Il vice direttore quindi incarica in fretta e furia un certo Guy Abeille assieme a Roland de Villepen, entrambi funzionari del ministero formatisi all’ENSAE di Parigi, prestigiosa facoltà della capitale.
Ed ecco la ricostruzione del fatidico momento della scelta del 3% del PIL come numero “magico”. I due tecnici evitano di fare calcoli matematici in puro stile economico e nel giro di una notte concordano di usare il PIL come grandezza di riferimento poiché ben compresa nel significato da chiunque. Anche il valore “3” poi è trovato altrettanto rapidamente: “prendemmo in considerazione i 100 miliardi del deficit pubblico di allora. Corrispondevano al 2.6 % del PIL. Ci siamo detti: un 1% di deficit sarebbe troppo difficile e irraggiungibile. Il 2% metterebbe il governo sotto troppa pressione. Siamo così arrivati al 3%”. Senza alcun fondamento di tipo teorico-scientifico.10 anni dopo, alla conferenza di Maastricht del 1991, la regola del 3% viene estesa a tutti i paesi dell’area Euro e le conseguenze di questa scelta decisamente a cuor leggero sono a noi oggi ben note. Ne avremmo fatto volentieri a meno.
Ma non è che uno dei due economisti francesi era proprio il protagonista della nostra barzelletta?
Maste
31/01/2014
ITALICUM
Mi sembra doveroso cominciare con una premessa. Ho cambiato due volte classe nel corso delle superiori, ho cambiato svariati corsi durante l’università triennale e ho cambiato ateneo una volta ottenuta quest’ultima. Ho chiesto di cambiare ancora per il master. Ho cambiato città più di una volta e ho fatto tre esperienze di studio all'estero in un anno. Ho cambiato ‘diosaquanti’ lavori. Ho inoltre cambiato idee, look, stile, ho modificato il mio modo di fare e ho cambiato ragazza. Ho cambiato casa, gatto, ecc. Insomma, diciamo che sono uno che guarda al cambiamento con un certo favore e che quindi la mia visione possa essere distorta.
Premesso tutto ciò cercherò di esprimere quanto ho in mente in modo apolitico. Quel che mi preme dire è: non pensate che ci sia realmente bisogno di un cambiamento? Io penso che lo pensiate, sia se siete ancora studenti, sia se siete già nel mondo del lavoro. Lo penso perché alle ultime elezioni il Movimento 5 Stelle ha ottenuto circa il 25% dei voti promettendo una sorta di rivoluzione politica e culturale. Ezio Mauro al minuto 3:40 di un editoriale di settimana scorsa diceva: “[…] Noi siamo di fronte a un ultimo tentativo. C’è nel paese un’esigenza di cambiamento fortissima… È un allarme per tutti, è un allarme per quelli che hanno a cuore la democrazia del nostro paese, perché dietro la sfiducia alla politica si affaccia la sfiducia alla democrazia, perché la politica è quella che da forma quotidiana alla democrazia… Ci sono due strade. La prima è quella del caos, la seconda è invece quella di cercare di incanalare questa voglia di cambiamento dentro la democrazia rappresentativa e del sistema (con tutti i suoi limiti)…”
Diciamolo in modo chiaro, il nostro paese, la cara e bella penisola italica, non è messa bene. Tutt’altro, l’Italia è messa male. Lo ‘Stivale’ è completamente congelato e paralizzato dalla sua eccessiva burocratizzazione. Il sistema pubblico, cuore pulsante e anima di un paese, è fermo. Non si assume (qualche eccezione c’è, ad esempio, c’è un concorso al Ministero dell’Economia e delle Finanze che offre 179 posti), i costi della macchina burocratica sono elevati, eccessivi, il sistema giudiziario fa pena e la fiducia stessa nelle istituzioni è bassa. Come ho detto prima, questo post non vuole avere niente a che vedere con la politica. Non mi interessa e non la capisco. Sono uno che se deve andare da A a B cerca di andarci senza fare nessuna inutile sosta intermedia a C o a D o al bar. E’ un fatto però, che l’attuale legge elettorale non permette al partito di maggioranza di ottenere una legittimazione numerica tale da governare questo paese. E allora perché non si riesce a cambiare?
Il sistema di votazione perfetto non esiste. Toglietevelo dalla testa. Si può spaziare tra un sistema elettorale più o meno desiderabile, secondo le preferenze dello spettatore. Si può andare da un sistema che tenda a far valere più voci possibili (un po’ come il Porcellum insomma) ad un sistema che miri alla governabilità (un po’ tipo l’Italicum). Non voglio perdermi in nessuna arringa sul giusto e sullo sbagliato, voglio solo dire a voce alta che il momento storico che l’Italia sta attraversando richiede governabilità. Non importa da parte di chi, a patto che non sfoci in dittatura. Ho guardato con favore – alla luce della mia propensione al cambiamento e al fare – a come “l’Uomo del fare” abbia portato avanti le consultazioni politiche per raggiungere la stesura definitiva dell’Italicum. Ho guardato con favore all’incontro con Berlusconi, che questo venga condiviso o meno, è un grande segno di pragmatismo: un ponte tra sinistra e destra in favore di un paese governabile. Ho iniziato ad avere una certa aspettativa nei confronti della legge e ho lasciato perdere le news per circa una settimana, in attesa del testo finale.
Stamani, quando ho iniziato a buttare giù l’articolo, ho riletto bene il testo e mi sono confrontato con M., un caro amico. Alla fine della mattinata, una consistente parte del mio favore se ne era andata. Continuo a ritenere una priorità la governabilità, sperando che chiunque governi riesca almeno a far fare all’Italia un atterraggio di emergenza. Tuttavia, ho iniziato a credere che questa legge elettorale non vada bene. Non si adatta all’Italia, è un ibrido arrangiamento di una serie di sistemi elettorali di altri paesi, si presenta con la maschera del cambiamento radicale ma poi lascia spazio a sotterfugi per lasciar che i soliti noti siano ancora in parlamento. E’ poco democratica e obbliga partiti con idee differenti dai grandi partiti a fondersi in un’accozzaglia di idee. E’ infine pericolosa, c’è chi ha detto che la legge è stata disegnata per buttar fuori Grillo. Beh non è così, al massimo potrebbe marginalizzarlo. Tra l’altro se le pecore smarrite di Silvio tornassero all’ovile le odds che quest’ultimo, a prescindere dall’avatar che userà per mostrarsi in pubblico, vinca sono alte.
Dunque concludendo, definirei la proposta elettorale come una scommessa rischiosa, con effetti collaterali imprevedibili. Condivido sotto molti punti di vista l’approccio di Renzi alla politica, penso però che avrebbe potuto essere più cauto. Specialmente quando ero più giovane, i cambiamenti che ho fatto per ‘amor del cambiare’ o per ‘inquietudine adolescenziale’ non si sono rivelati sempre le scelte migliori. Mi auguro che Renzi non sia un adolescente inquieto perché il suo fallimento avrebbe conseguenze gravissime. Ora, non resta che aspettare la risposta di Montecitorio, sperando che venga rimanda al mittente con la richiesta di qualche accorgimento migliorativo. Il cambiamento è necessario, ma cambiare tanto per fare non è produttivo.
Lettura consigliata: Kenneth Arrow “Social Choice and Individual Value”.
IT
24/01/2014
IL "LUPO" E' IN BUONA COMPAGNIA A WALL STREET
Forse alcuni di voi avranno letto la breve biografia di Jordan Belfort spinti dalla curiosità suscitata da una delle pellicole del momento: “The wolf of Wall Street”. Per quanti non lo avessero ancora fatto non svelerò alcun particolare in questa sede.
Ma vi assicuro che il tanto affamato ‘lupo’ di Wall Street può essere considerato un ragazzino se confrontato con qualche altro ‘animale’ un po’ più affamato di lui. E questi in prigione ancora non ci sono andati.
Guadagni) Giusto per cominciare con i numeri di alcuni grossi broker della Grande Mela, abbiamo un certo Luis Bacon, trader e fondatore della Moore Capital Management che prima della crisi finanziaria si portava a “casa” 400 milioni di dollari l’anno. Tanto? Come premesso, ho appena iniziato. Vi è infatti un ex-taxista, sempre di NY, che è riuscito ad essere più in gamba: Bruce Kovner, fondatore di Caxton Associates ‘gioca’ e raddoppia riuscendo ad intascare 800 milioni di bigliettoni. Non male. Ma si può fare di più. Steven Cohen, padre dell’hedge fund SAC Capital Advisor, durante gli anni precedenti la crisi poteva staccare un assegno da un miliardo di dollari. Ma il podio è saldamente nelle mani di Edward Lampert, fondatore, chairman and CEO di ESL Investments che trionfa sui suoi rivali con una cifra anche difficile da pensare: UN MILIARDO E MEZZO di dollari.
“Shelter”) Ovviamente se lavori a Wall Street le dimore non possono essere da meno del tuo stipendio. Ed ecco che Stephen Schwarzman come ‘rifugio’ possiede 3 piani di un grattacielo di Manhattan composto da 35 stanze per un totale di 20000 piedi quadrati. Valore? 30 milioni di dollari. Ma c’è anche spazio per la nostalgia in questo articolo; e quale storia poteva essere più toccante di quella di un ex-professore di matematica del liceo che acquista nel centro di NY un intero dormitorio scolastico per 20 milioni di bigliettoni? Nessuna. Grazie Jeffrey Epstein per questo racconto commovente. Ed inoltre, con una superficie totale di oltre 51000 piedi quadrati fa apparire qualcosa di insignificante il Taj Mahal ed i suoi circa 31000 piedi quadrati.
Bonus) Ma il momento di strofinarsi le mani per questi gentiluomini arriva soprattutto a fine anno: il capo arriva a strappare l’assegno firmato e con una pacca sulla spalla dice: “Bravo James Cayne, ti sei guadagnato 34 milioni di dollari”. Ben fatto. E sapevate che nel 2006 i cinque primi fondi di investimento a Wall Street hanno letteralmente ricoperto i propri dipendenti di una valanga di denaro? 36 miliardi di dollari in premi aziendali. Non possiamo dire non siano stati generosi. E quindi non deve stupire se Lloyd Blankflein di Goldman si è portato a casa 53.4 milioni di dollari come regalo di Natale.
Trasporti) E certamente la cosiddetta ‘prima classe’ non è neanche contemplata da questi gentlemen. Fare il viaggio in compagnia di ‘sconosciuti’ e vicini di posto fin troppo socievoli? No way. Ad esempio il caro Alex Schneider, co-fondatore di Midland Group, col suo aereo da 45 milioni di dollari “Global express” ha oramai dimenticato cosa vuol dire fare la fila al check-in. E quando la voglia di volare scarseggia ed il mare lo permette, uno yacht da 170 piedi può fare comodo, soprattutto se dotato di una sala cinema. John Devaney poi, oltre al suo jet privato, possiede una vera e propria flotta di 10 navi dai nomi più bizzarri. Alcuni esempi: “A time for us” (118 piedi) e “The big easy” (129 piedi), regalo per la propria madre. What a good son!. E vi ricordate poi del nostro Jeffrey ex-insegnante ora multi miliardario? Il ‘nostalgico’ possiede un vero e proprio parco aereo tra cui spicca un Boeing 727! E che diavolo se ne fa di un Boeing? Ci porta a spasso persone del calibro di Bill Clinton per i loro safari in Africa ad esempio.
Spese pazze) Alex Schneider nel 2005 decide di comprarsi un intero team di formula 1 per 50 milioni di dollari rivendendola poi un anno dopo per oltre 106 milioni. Passione redditizia. Ma poi lo sapete chi è stato il prima turista spaziale della storia? E chi se non un broker cresciuto con la passione dello spazio. Dennis Tito bachelor in aeronautica e fondatore della Wilshire Associates ha pagato nel 2001 un biglietto con destinazione ‘spazio’ per 20 milioni di dollari. Stellare anche il prezzo direi.
Lovelife) Di cose curiose ce ne sarebbero da dire ma concludiamo questa breve carrellata di esagerazioni con un’ultima chicca. L’esistenza di un'agenzia di incontri per super bankers. Il pacchetto base per la ricerca della tua anima gemella ha il modico costo di 15000 dollari, ed arrivare alle sei cifre è davvero un attimo. La promessa in cambio di un tale costo? Percentuale di trovare la propria anima gemella al primo incontro del 35% ed un catalogo di sole top model e donne super hot tra cui scegliere. Coi soldi ed infelici? Non mi pare affatto.
17/01/2014
L'UNIVERSITA' ITALIANA IN BILICO
Avevo in serbo delle belle storie da narrare per questo venerdì. Con tanto di morale conclusiva: commenti su cosa è giusto e cosa è sbagliato, che fanno salire i feedback dell’articolo facilmente. Avevo una storia su una prostituta in Tailandia; volevo parlare di Elon Musk - miliardario/filantropo/genio che, dopo una vita di successi, ora ha l’obiettivo d'impiantare una colonia su Marte entro il 2025. Avevo in mente di parlare del Ruanda per sviluppare poi il concetto di dittatura. Altri argomenti erano il ruolo della donna nello sviluppo economico di un paese e la legalizzazione della marijuana a scopi ricreativi in Colorado e nello stato di Washington (tra l’altro volevo menzionare i rilevanti progressi fatti in Italia, dove si è avuto un crescente favore nei confronti dell’utilizzo della ‘ganja’ a scopi terapeutici – sì, avete capito bene voi che postate su Facebook articoli di cui avete letto solo il titolo, in Italia non ci si può fare le canne ai giardini ma ti può essere prescritta in alcune regioni se hai, ad esempio, un tumore). Ma poi mi son ricreduto.
Mi sono ricreduto quando ho ricevuto il diploma universitario tradotto in inglese. In questo, oltre ad un riassunto della carriera, si spiega il funzionamento del sistema universitario di riferimento e si offrono statistiche riguardanti i laureati dell’ateneo in questione. Il 23.8% dei laureati triennali della facoltà di Economia di Firenze esce con una votazione pari a 110 e lode. Invece è addirittura il 50% dei dottori magistrali che conquista l’ambita votazione massima. Ancora, ben il 58% dei dottori magistrali della facoltà di Economia di Siena prendono 110 e lode. Ho riguardato il dato svariate volte, allibito. Provo a dirlo come lo direi a un bimbo di quattro anni: uno studente su quattro, o su due, è il meglio del meglio che quella università può offrire in quel campo. Un’enormità! Un’enormità che manda a farsi benedire tutto quello che riguarda la ‘segnalazione’ della qualità accademico-intellettuale di uno studente. Oltretutto, una così consistente produzione di dottori eccellenti, va a minare ulteriormente un già precario mercato del lavoro, dove la disoccupazione giovanile è altissima e dove la deprimente domanda: “ma se sono il meglio del meglio, perché non lavoro?” è sempre più diffusa tra le anime che popolano questo limbo. Con un brivido che mi percorreva la schiena mi sono messo a fare un po’ di ricerche.
Schivando abilmente le inutili informazioni sull’Italia e i suoi bassi posizionamenti nei ranking universitari, spesso e volentieri indicazione di massima sulla effettiva qualità di un ateneo, e non altro che meri strumenti di marketing per l’attrazione di iscrizioni e visualizzazioni delle home page delle varie facoltà, ho cercato fonti autorevoli per la stesura di un articolo informato e apoliticizzato. Una delle voci più qualificate in campo economico è quella dell’OECD (organizzazione per la cooperazione e sviluppo). Questi signori, producono diverse ricerche, perché vengano poi sfruttate dai policymakers di ogni stato. Nel 2013, hanno pubblicato “Education at a glance 2013”, versione aggiornata di un’analisi dei sistemi educativi dei paesi membri dell’organizzazione. Le conclusioni che si traggono dal rapporto (qui potete trovare una versione sintetizzata e commentata in italiano) sono agghiaccianti. I tratti salienti del rapporto sono i seguenti:
Per spesa universitaria (% del PIL), l’Italia è davanti solo a Repubblica Slovacca, Brasile (non-OECD) e Ungheria, posizionandosi così 30^ su 33. Mentre, per spesa per istruzione come percentuale della spesa pubblica l’Italia è ultima.
Per tagli all’istruzione (% del PIL), l’Italia è migliore solo dell’Ungheria (29^ su 30).
Dai dati risulta un marcato eccesso di professori, una mediocre spesa per studente e un sistema di tassazione alquanto insostenibile (i poveri pagano per i ricchi per amor di un principio di livellamento della tassazione ingiustificato e la spesa è quasi interamente privata – per via di una sostanziale assenza di borse di studio e di programmi di tutela per i meno abbienti).
Infine, la percentuale della popolazione che appartiene alla fascia 25-34 anni che è in possesso di un diploma di laurea è equivalente al 21% (media OECD, 39%).
Lascio ai curiosi il compito di guardare nel dettaglio la ricerca, dato che il messaggio mi sembra chiaro e altre parole mi sembrano sprecate: è uno sfascio culturale, anticamera di uno sfascio sociale. Come è possibile rilanciare un paese in crisi se non partendo da un solido sistema di educazione? Come non giustificare i pluricitati cervelli in fuga se l’Italia non è in grado di offrire opportunità? Purtroppo l’impatto negativo di tale fenomeno è ampliato dal fatto che non si ha nemmeno la capacità di attrarne di nuovi, questo fatto, unito al problema di invecchiamento della popolazione, regala prospettive piuttosto allarmanti.
Nonostante i toni disfattisti, non tutto è perduto. Siamo in un gran casino, questo è sotto gli occhi di tutti! Ma di persone che hanno a cuore questo paese ce ne sono, eccome! L’eccellenza non è perduta ovunque, e (ho imparato che) l’Italia è una realtà così particolare che la valutazione di dati aggregati fa spesso perdere molti punti di vista. Si deve guardare ai dipartimenti specifici di una università italiana, si deve guardare ai corsi specifici di una università italiana, si deve guardare ai singoli professori di una università italiana e agli interessi di questi… Ovviamente il tutto dovrebbe essere unito a chiare politiche di sostegno da parte del governo che si dovrebbe rendere pienamente conto che l’università è il futuro di un paese e che è una risorsa strategica fondamentale di questo.
Vi lascio con una perla finale di un ‘italiano vero’: “Why Should We Pay Scientis When We Make The Most Beautiful Shoes In The World?” – Silvio Berlusconi, 29 luglio 2010, European Voice.
IT
10/01/2014
UNA CITTA' DI PAZZI NOSTALGICI
Con una percentuale di giovani senza lavoro oramai al di sopra del 40%, lo spettro della disoccupazione pare qualcosa di più di una semplice entità ‘fantasmatica’ in Italia. Anzi, questo acquista sempre maggiore consistenza quanto più la notizia rimbalza da un telegiornale all’altro, da ricerca statistica a ricerca statistica, da quotidiano a quotidiano.
Eppure esiste un luogo in questa zoppa e scalcinata Europa in cui il sogno utopico di una comunità dove nessuno è privato della possibilità di lavorare è divenuto realtà. Un luogo in cui il tasso di disoccupazione è allo 0%, e questo proprio alla faccia di quella “curva di Phillips” che non solo teorizza una relazione inversa tra inflazione e livello di occupazione (ad un decremento del saggio dei prezzi è associato un aumento della disoccupazione) ma in aggiunta postula un cosiddetto livello “naturale” di disoccupazione, al di sotto del quale il sistema non è in grado di dirigersi (cioè, qualcuno a braccia conserte ci deve stare per forza). A questo punto molti lettori penseranno che questa sorta di Eden può trovarsi solo in chissà quale ricca nazione scandinava o essere ubicato magari in un deserto mediorientale stracolmo di petrolio fino all’inverosimile.
In realtà non è proprio così. Anzi, la cittadina di cui stiamo parlando si trova nel cuore di una delle regioni del vecchio continente più colpite dalla crisi, precisamente in Andalusia, Spagna, a 100 chilometri da Siviglia. Il suo nome è Marinaleda, comunità rurale di circa 2700 abitanti dove il concetto di “piena occupazione” non è più soltanto un sogno nel cassetto di qualche convinto sindacalista o di un nostalgico politicante di sinistra.
In questo piccolo comune, sulla cui bandiera tricolore svetta l’eloquente scritta “Marinaleda: una utopia verso la pace”, un sindaco visionario di nome Juan Manuel Sanchez Gordillo è riuscito nel giro di 30 anni a costruire un sistema economico-sociale capace di garantire la sussistenza dell’intera cittadina e di fronteggiare la profonda crisi di questi ultimi anni. Qui si producono e conservano una grande varietà di ortaggi quali legumi, carciofi, peperoni. Tale produzione agricola poi, non solo raggiunge le tavole di tutta la penisola Iberica ma riesce persino a varcare l’oceano Atlantico, fino a toccare il lontano Venezuela.
Volendo scendere un po’ più nel dettaglio per comprendere quali sono i “numeri” di tale progetto, basti pensare che la disoccupazione è allo 0% contro una media nazionale del 30%. Non vi è inoltre alcuna differenza tra i redditi percepiti a Marinaleda qualunque sia la mansione svolta: 47 euro al giorno escludendo la domenica. E se un’annata è particolarmente magra per le imprese agricole della comunità, si lavora meno ma si lavora tutti. I politici non percepiscono alcun rimborso e la loro attività è ripagata solamente dalla soddisfazione di agire per il bene della propria comunità (uguale ai nostri no?!). Ancora, andare in piscina tutta l’estate a Marinaleda è possibile con soli 3 euro e la mensa scolastica ha un costo più che simbolico: 12 euro al mese. Ed ora arriva il “piatto forte”. A Marinaleda è possibile costruirsi una casa di circa 90 metri quadri anticipando solamente 15 euro. L’abitazione un miraggio nel deserto per tanti, troppi oggigiorno? Non in questa comunità andalusa. Basta mettere a disposizione la propria forza lavoro e non si è costretti a pagare mutui con interessi salatissimi: il denaro è dato in prestito dal governo andaluso a tasso zero.
Può dunque Marinaleda essere considerata una concreta alternativa al sistema di matrice neoliberista oggi predominante che in questi anni ha mostrato tutta la sua fragilità e iniquità nella distribuzione di ricchezze e sofferenze tra la popolazione mondiale? Basta davvero affermare che è giunto il momento di “porre l’uomo al centro delle idee e dei progetti, invece del profitto dei pochi a danno dei molti” per cambiare concretamente le cose?
Se qualche lettore è interessato all’opinione del sottoscritto si faccia pure avanti e commenti l’articolo.
Se vi dicessi però che il concetto di bene e male, di ciò che è giusto fare e giusto non fare, è molto più labile ed effimero di quello che al senso comune può spesso sembrare?
Maste
03/01/2014
UN 2013 TUTT'ALTRO CHE TIEPIDO
Sedevo alla scrivania della mia mansarda e, per la prima volta percepivo l'inizio dell’inverno. La finestra appannata, il ticchettio della pioggia, il golf di lana grossa. Il grigiore invernale mi abbracciava. Cercavo l’ispirazione per scrivere il pezzo per la mia rubrica nonostante pranzi, cene e drink di troppo avessero appesantito il mio cervello e prosciugato il pozzo delle idee. Durante la cena di capodanno, connotata da un menù con un climax ascendente di temperature, mi ero preso il goliardico impegno di scrivere utilizzando due parole spesso ripetute durante l’intero pasto: erano i due vocaboli ‘tiepido’ e ‘scottato’. Non sapevo se ero vittima di qualche sortilegio, ma l’unica cosa che avevo in testa, aldilà di pensieri vaghi o idee troppo complesse per essere esplorate in una rubrica da meno di mille parole, erano i succitati aggettivi. Mi ero fregato con le mie mani! Decisi di provare lo stesso...
“Il 2013 è stato un anno per niente tiepido. Una serie di eventi scottanti hanno contribuito a rendere la temperatura dell’anno appena salutato indubbiamente alta. Ne voglio citare alcuni, in ordine sparso, giusto per riportare alla mente l’effettiva intensità dell’anno passato. Diversi grandi ci hanno lasciato: Lou Reed, Nelson Mandela, Hugo Chavez, Margherita Hack, Giulio Andreotti, Margaret Tatcher e Silvio Berlusconi. Ah no! Sull’ultimo mi sono sbagliato. E’ morto solo politicamente e poi insomma, non era un grande. Se ne sono andati anche Enzo Jannacci e Franco Il Califfo Califano. La casa reale inglese ha messo al mondo un ‘Erede al trono’. Il vecchio Papa, Benedetto XVI – sì, quello che aveva avuto relazioni con le SS tedesche, ricordate? – ha dato le dimissioni e dopo un conclave più corto del solito, l’intraprendente e dinamico Francesco ha preso il suo posto aprendo una nuova era della chiesa. Ci son state diverse ammissioni, liberalizzazioni e innovazioni. L’Uruguay, ha legalizzato la marijuana a livello statale con lo scopo di combattere la guerra al narcotraffico, divenendo così il primo stato ad attuare una politica di questo tipo (accendendo i riflettori sul suo progressismo e guadagnandosi il titolo di ‘Stato dell’anno’ da parte del ‘The Economist’). La Francia ha legalizzato i matrimoni gay, dimostrando tutto il suo progressismo. Nonostante le violente (calde o scottanti?) manifestazioni tenutesi durante la fase di approvazione della legge, il disegno ha ricevuto il benestare delle camere francesi che l’hanno ratificato. Il presidente Obama è stato rieletto per il secondo mandato alla Casa Bianca e Giorgio Napolitano nuovamente designato come presidente della Repubblica italiana nonostante i suoi quasi 90 anni…”
Mi fermai per dare qualche boccata ad una sigaretta. Rilessi quanto avevo scritto. Non c’ero proprio. Il flow mancava, e quel tentativo di, per così dire, attenermi all’impegno (piuttosto una costrizione) stilistico preso goliardicamente non stava funzionando: quanto battuto sullo schermo non emanava nessuna sfumatura di calore, era solo un freddo e piatto susseguirsi di lettere. "Forse per intiepidire maggiormente l’animo dei lettori avrei dovuto menzionare i frammenti di meteorite cascati in Russia o l’attacco terroristico durante la maratona di Boston? O forse, avrei dovuto citare le tensioni avvenute tra USA e Korea del Nord? Snowden e il datagate? Beh sono tutti argomenti scottanti ma probabilmente avrei anche dovuto parlare di Assad e dell’utilizzo delle armi chimiche in Syria o muovere una critica al fatto che il premio Nobel per l’economia è stato piuttosto un ‘premio Nobel per la finanza’. Il dramma nelle Filippine? La rivolta contro il regime in Turchia? E quella in Egitto? Cazzo la Concordia! Mi sono scordato la Concordia…”
Niente, ero ancora vuoto. Rilessi tutto, fumai un’altra sigaretta, accartocciai il foglio e lo gettai dietro le mie spalle. Poi tutto d’un tratto mi sembrò d’avere afferrato l’argomento giusto! Tutto questo pensare a temperature e scale di calore aveva rievocato delle immagini viste di recente di grandi iceberg che si staccano minacciosamente dall’Antartide. Sì! L’argomento poteva andare. Iniziai nuovamente a battere sui tasti. “Lo scorso novembre un comitato di esperti ha rilasciato la quinta valutazione sullo stato del clima. Il resoconto riporta notizie tutt’altro che positive. Il cosiddetto ‘climate change’ è un processo irreversibile in atto che può essere contenuto ma non annullato. E’ probabilmente la più grande sfida che l’uomo ha di fronte, se si considera che un innalzamento consistente delle temperature metterebbe (in una cinquantina di anni) a serio repentaglio la specie umana. Infatti, l’innalzamento dei mari, il diffondersi di malattie legate al calore e l’aumento di siccità, unite con la prevista crescita della popolazione, determineranno uno scenario alquanto catastrofico (scottante?!) che può essere cambiato solo tramite politiche lungimiranti di sviluppo e drastici cambiamenti di mentalità. Un tentativo di coordinare il problema a livello globale fu fatto con il Protocollo di Kyoto, sebbene il risultato sia stato alquanto tiepido…’
Che noia! Fumo ancora una sigaretta, mentre fisso lo schermo. Riprendo a scrivere.
“……………………………………”.
Niente. Getto la spugna e chiamo L., l’editore, per dirgli che non avrei fatto la mia rubrica o che, quantomeno, non avrei onorato la scommessa fatta. Prima che io dica qualsiasi cosa mi dice “Oh, T. ho delle news scottanti,…”. Smetto di ascoltarlo. Mi guardo allo specchio con un sorriso asettico, né caldo né freddo, tiepido insomma, e penso, “mai più farsi prendere in trappola da scommesse goliardiche”.
Buon anno a tutti i lettori!
IT
27/12/2013
IL VERO UOMO DELL'ANNO

Edward Snowden. Presentare il personaggio credo sia pleonastico. E non è difatti mia intenzione. Voglio però approfittare dello spazio concessomi su questo blog per riportare il testo integrale, ed in lingua originale, del discorso fatto nel giorno di Natale dalla ‘talpa’ statunitense, ex agente della ‘National Security Agency’, ora in Russia come rifugiato politico. Ed egli con parole semplici quanto cristalline ci mette in guardia sulla reale portata di un distopico futuro privo di qualsiasi privacy, dove il pensiero di ogni cittadino ‘libero’ è in realtà osservato, messo a nudo, studiato. Difatti, è proprio l’esistenza di tali momenti di libertà individuale, verosimilmente negati nel futuro dipinto da Snowden (in realtà non poi così irrealistico ne tanto meno lontano nel tempo. Forse molto più ‘presente’ di quanto si possa credere), a permettere ad ogni individuo di dar vita a quel processo di autodeterminazione necessario alla costituzione di una coscienza propria, ben delineata, riconoscibile, confine del singolo in una sempre più vasta e anonima moltitudine.
Immaginate per un momento di venire osservati come sotto ad una lente d’ingrandimento; ogni singolo movimento è registrato, ogni vostra decisione è controllata. Nel preciso istante in cui siete chiamati a fare una scelta, qualunque essa sia, vi è la consapevolezza di non essere davvero “soli”, al riparo da occhi indiscreti. E allora forse verrete spinti quasi inconsciamente ad agire come ai più può sembrare opportuno e voluto, lasciatemi dire “giusto”. Il vostro io decisore sarà posto in secondo piano per paura, o magari per vergogna, e poi infine dimenticato o comunque represso, inascoltato perché inadatto, non ritenuto consono. E tutto questo senza alcun bisogno di violenza o costrizione esterna. Siete davvero meravigliati di tale ragionamento? Riflettete un attimo su come usualmente agite quando vi trovate all’interno di un gruppo di persone e quando invece siete completamente isolati? Tenete davvero lo stesso comportamento in ambo le occasioni o in realtà tentate di amicarvi il resto degli astanti o comunque di non sfigurare, di essere “ben accetti”, di seguire quelle che sono le “regole” comunemente accettate?
Permettetemi di eleggere Snowden vero uomo dell’anno a scapito di papa Francesco. “Snowden sei te il mio uomo sulla copertina del Time”.
“Hi and merry Christmas, I am honoured to have the chance to speak with you and your family this year”.
Recently we learned that our governments, working in concert, have created a system of world wide mass surveillance, watching everything we do. Great Britain’s George Orwell warned us of the danger of this kind of information. The types of collection in the book - microphones, video cameras and TVs that watch us - are nothing compared to what we have available today. We have sensors in our pockets that track us everywhere we go. Think about what this means for the privacy of the average person. A child born today will grow up with no conception of privacy at all. They will never know what it means to have a private moment to themselves, an unrecorded unanalyzed thought. And that is a problem because privacy matters, privacy is what allows us to determine who we are and who we want to be. The conversation occurring today will determine the amount of trust we can place both in the technology that surrounds us and the government that regulates it. Together we can find a better balance, end mass surveillance and remind the government that if it really wants to know how we feel, asking is always cheaper than spying.
For everyone out there listening, thank you and merry Christmas”
(Edward Snowden)
Maste
20/12/2013
NELSON MANDELA PER UN (NUOVO) SUDAFRICANO
Una tempesta di articoli ha seguito la sua morte. Tra tutti i titoli, uno mi ha colpito particolarmente. “A giant among men has passed away”, campeggiava sulle colonne del The Guardian, sintetizzando in sette parole la grandezza di Nelson Mandela. Molto su di lui è stato detto in questi anni, con (come precedentemente notato) un’ovvia condensazione dopo il 5 dicembre, giorno della sua scomparsa. La sua lotta contro l’Apartheid. La sua lunga detenzione a Robben Island (dove “sebbene dietro le sbarre, sembrava un uomo libero e gli unici incarcerati sembravano i suoi aguzzini”). Le sue innumerevoli qualità, in particolare la tenacia e la determinazione, che gli hanno permesso di superare la prigionia. L’uomo duro e forte che era. Il carattere giocoso e festaiolo che aveva. La sua passione per lo sport e per il ballo. La sua visione pacifista e la sua propensione a perdonare. Il suo desiderio di creare un Nuovo Sud Africa. Sono questi alcuni dei tratti salienti di Mandela, ma non voglio parlare di questo. Sono tutti aspetti plurimenzionati e noti ai più. Nell’ultimo anno ho avuto a che fare con diversi sudafricani, cosa che mi ha permesso di scoprire questa figura sotto un altro punto di vista: ho conosciuto Mandela come Tata (padre) piuttosto che come l’uomo politico che è stato. Scrivo dunque su Mandela perché voglio provare a spiegare chi era e cosa la sua storia significasse per un sudafricano.
I sudafricani che conosco rappresentano la prima generazione post-Apartheid: sono cittadini del Nuovo Sud Africa. Tra le tante conversazioni che abbiamo avuto riguardo alla loro nazione, alcune riguardavano Mandela (o Madiba, secondo il suo nome di clan). Ho sempre amato parlare della storia del Sud Africa e del loro Tata. Tuttavia, vi è un aspetto riguardo a quest’ultimo che ha richiesto molto tempo perché lo cogliessi appieno. Ho sempre ritenuto Mandela un personaggio degno di stima e massimo rispetto, ma non capivo che cosa rendesse i miei amici così sinceramente grati a Madiba. Non avevo mai percepito una cosa del genere, mostravano un affetto che di solito si da (appunto) ad un padre. Spinto dal desiderio di capire meglio, lo scorso aprile andai ad una mostra dedicata a Mandela che mi aiutò a ripercorrerne la storia da vicino. L’interattività della mostra mi aveva in qualche modo proiettato con la mente in quell’Africa coloniale dove la società era divisa in razze per via dell’Apartheid. Mi aveva in qualche modo fatto sedere su quelle panchine “solo per bianchi” e fatto giocare a calcio con coetanei bianchi, mentre dall’altro lato della strada ragazzini neri vestiti di stracci giocavano con i sassi. La mostra mi aveva guidato attraverso le proteste e coinvolto in riunioni dell’ANC (African National Congress). Mi aveva portato nel carcere dove Mandela (insieme ad prigionieri politici) è stato costretto a spaccare pietre per quasi un quarto di secolo. Mi ha permesso di provare solo un’infinitesima parte del suo dolore e di quello dei suoi compagni mostrandomi le immagini truci e violente di proteste represse col sangue. Mi ha infine riempito il cuore di gioia quando ha fatto luce sulla liberazione di Mandela e sulla proclamazione di quest'ultimo come capo del governo nel 1994.
Le emozioni lasciatemi dalla mostra furono avvisaglia del fatto che mi stavo avvicinando al senso di ciò che non capivo. Con una maggiore comprensione dei fatti mi confrontai ancora su Mandela con i miei amici e finalmente colsi il senso di quella pura gratitudine che si destinerebbe ad un buon padre quando mi venne detto “senza Mandela non saremmo nemmeno stati qui!”. La lotta di Mandela ha insegnato ad una intera nazione a perdonare e a guardare avanti. E’ ciò che ha infuso i cuori di questi ragazzi di positivismo e ottimismo. E’ ciò che ha avviato la costruzione di una società multietnica egualitaria. Ha posto le basi per una società dinamica e proattiva che ha l’obiettivo di risolvere le contraddizioni sociali ereditate dal colonialismo e che in un tempo brevissimo (circa un ventennio) ha compiuto passi da gigante. La lotta di Mandela ha acceso i riflettori sul Sud Africa, rendendolo un attrattore di investimenti esteri e turismo. Infine, è stata la sua battaglia a dar vita al suo sogno (e di molti altri), creando la Rainbow Nation (termine coniato da un arcivescovo e riutilizzato da Mandela nel suo primo discorso da primo ministro nel 1994).
Il 5 dicembre ho visto pianti, feste, commozioni, celebrazioni, manifestazioni, danze, statue issate, veglie, concerti, tutti i leader del mondo riuniti in uno stadio, funerali maestosi e molto altro ancora. Stavolta, però, non mi son posto nessuna domanda. Ho solo pensato “Rest in Peace Tata”, sapendo che una piccola parte di questo gigante avrebbe riposato per sempre dentro ogni sudafricano.
IT
13/12/2013
VENERE DAI GUANTI DI VELLUTO
Stimolato dal tema di una recente pellicola, Venere in pelliccia, oltreché da un film oramai prossimo ad uscire nelle sale cinematografiche (spero), Nymphomaniac, voglio cimentarmi in un breve racconto domandandomi quanto realmente alcune forme di parafilia (nel caso di questo passaggio, il masochismo) siano un qualcosa di discordante da quella che può essere definita una ‘normale’ (parafrasando la definizione data alla parola da alcuni vocabolari) attività sessuale (sottolineando inoltre come la parola ‘normale’ in questo caso sottintenda l’esistenza di una sorta di standard comunemente accettato, riconosciuto quindi come un qualcosa di più ‘consono’). Cosa può davvero definirsi ‘normale’ in tale ambito?
(Nota: ovviamente non mi riferisco ai problemi di natura psicologica, da considerarsi in tutto e per tutto dei ‘disturbi’ sessuali, ma a quelle pratiche inserite in un contesto di reciproco consenso, comunemente indicate con la sigla BDSM, Bondage & Disciplina, Dominazione & Sottomissione, Sadismo & Masochismo)
La giornata in studio mi aveva completamente estenuato. Pareva davvero non finire mai quest’oggi. Mi ritrovo a camminare completamente assorto nei pensieri non badando affatto a chi mi passeggia accanto, a chi mi urta chiedendo subito scusa, a chi scruta il mio volto cercando di intuire il motivo di un tale stato d’animo. “Non saprete mai il mio piccolo segreto” sussurro, continuando a passeggiare con falcate ora più lunghe, come se le gambe venissero attirate da una sorta di forza magnetica verso la loro destinazione.
Senza rendermene conto la porta di casa mi appare dinanzi, prendendomi quasi alla sprovvista. “Ecco, sono arrivato”. La mano si insinua veloce nella tasca del giubbotto ed afferra sicura le chiavi che scorrono altrettanto rapidamente nella serratura. “Ora devo solamente tirare la maniglia…” ma sussulto, e per un brevissimo lasso di tempo scordo come poter effettuare l’elementare gesto. “Mi devo calmare”; mi calmo, e chiudo la porta alle mie spalle.
Una volta raggiunta la camera lascio cadere le membra pesanti sul letto così da poter recuperare un po’ di energie. Bevo un sorso d’acqua, in questo momento dissetante come di rado in precedenza, e premo il ‘pulsante’ (questo è un piccolo aiuto per comprendere il finale).
Lei appare dinanzi a me, appoggiata alla porta della stanza con un'aria quasi strafottente ma ugualmente seducente ed imperiosa. “Ciao Ci…”, cerco di accennare un saluto ma la sua voce seda subito il mio tentativo maldestro “non dire niente V. , non tentare neppure di dire qualcosa. Perché vuoi parlarmi? Da quando hai il permesso di rivolgermi la parola?”. Rimango muto e a quelle parole così severe il sangue comincia a bollirmi nelle vene. Ancora attonito ammiro la sua figura, il corpo slanciato; scruto ogni particolare visibile e più celato sentendomi quasi trasalire alla vista del suo corpetto nero, leggermente satinato, il quale elegantemente avvolge i suoi fianchi e costringe un poco il seno. Incontro poi il suo occhio sinistro che fa capolino tra i capelli rossi e mossi che cadono disordinatamente sulle spalle; lascivo e leggermente socchiuso penetra completamente la mia anima e mi costringe al letto, paralizzandomi. “Sono alla tua mercé…” balbetto. Si avvicina con passo sicuro, sorridendo malignamente. “Cosa c’è V., non ti senti molto bene? Ah, ah, ah…” una risata calda e tracotante mi spiazza completamente. La donna oramai sa di avermi in pugno e raggiunge il bordo del letto portandosi appresso una lunga corda nera che poggia accanto al mio corpo inerme. Afferra due guanti neri, vellutati, di buona fattezza, e con signorilità tremendamente seducente gli indossa entrambi velando così le sue dita affusolate e parte del suo avambraccio. “Ora voglio che ti spogli V., su forza spogliati...” . Al suo ordine sfilo via le scarpe e i calzini, e poi i pantaloni. Tremo leggermente ma tento di fingere una certa sicumera. Sono brividi di piacere. “Ah, ah, ah…” lei continua a ridere con fragore, chiaramente compiaciuta dell’evidente effetto che ha sulla mia persona; afferra la corda che aveva poggiato per un solo attimo e lega prima la caviglia destra e poi la sinistra. Continua ad avvolgermi le gambe arrivando sino al busto. Le sue mani, ora vellutate, sfiorano di continuo la mia pelle ed il desiderio per lei si è fatto oramai evidente. Mi accingo a togliere la camicia e in un attimo sono completamente nudo, inerme, annichilito. Lei continua meticolosamente ad avvolgere il mio corpo con la sua corda ed io osservo la sua figura, in questo momento così vicina. Avidamente le scruto le cosce, le braccia, le odoro la pelle bianca. La bramo.
Baciandomi sulla bocca avvolge il mio collo con la sua ‘arma’, assicurandosi poi che sia ben stretta e non curandosi del fatto che a me venga meno il respiro. Portando con se il cappio della corda si adagia lentamente sul letto trascinandomi appresso, senza violenza ma con decisione, ed io non posso far altro che sottostare al suo volere e soddisfarne i capricci. Mi imbatto nei suoi occhi, i quali mi atterriscono. E lei impietosamente continua a stringere la corda attorno al collo con sempre maggiore energia man mano che cresce la sua eccitazione lasciandomi completamente senza fiato, soffocare.
“Simulazione terminata. Risveglio programmato tra 3, 2, 1…”. Tento di recuperare un attimo i sensi ancora molto scossi dall’esperienza appena conclusasi. Mi sciacquo rapidamente il viso guardando subito dopo la mia immagine riflessa allo specchio del bagno. Noto un piccolo segno sul collo, una specie di livido come lasciato da “… una corda. Ma non era un’animazione completamente virtuale?”.
(E’ pur sempre la rubrica “notizie dal futuro” no?!).
Libro della settimana: “La madre di Dio” di Leopold Von Sacher-Masoch.
Maste
06/12/2013
STRATEGIE DI MARKETING CELESTIALI
F. nuotava tra le nuvole della troposfera all’interno del suo jet bianco. Odiava i lunghi spostamenti perché il più delle volte viaggiava solo in compagnia degli assistenti di bordo. F. era uno di quelli che contano davvero, un pezzo grosso. Il suo unico superiore era il Grande Capo. Per questo si spostava con voli privati. Lesse un po’, ma non era dell’umore adatto. Decise allora di appisolarsi sperando che il sonno lo cullasse fino all’atterraggio. Tuttavia, questo non avvenne: il suo riposo fu ben più travagliato del solito. Si era abituato ai frequenti sogni portatori di messaggi e rivelazioni. Ci aveva messo un po’ ad adattarcisi ma sapeva che era previsto dal suo contratto. Ciò che lo sorprese (e che rese il suo riposo travagliato) fu che questa volta fu proprio il Grande Capo ad approcciarlo. Sebbene l’ufficio fosse inondato di una densa luce bianca, capì subito che era Lui. La sua voce impetuosa era inconfondibilmente quella di colui che è il passato, il presente e il futuro.
F. si inchinò e disse “Ti saluto, o Altissimo. Rimetto a te i miei peccati, per essere degno di stare al tuo cospetto”. Ci fu una pausa. E poi lentamente Dio disse, “Ti libero dal male F., e poi insomma sei un cristiano devoto, non c'è bisogno di chissà quale sforzo per renderti degno di me”. Le guance di F. si inumidirono, rigate da lacrimoni dovuti all'emozione e alla gioia. Dio continuò dicendo “Suppongo che ti starai chiedendo le ragioni di questo incontro. Ebbene, ho approfittato che tu fossi a metà strada dal mio ufficio, per venire a parlarti della situazione critica in cui la nostra assemblea di fedeli, la Chiesa, versa”.
L’Altissimo continuò dicendo: “Mi è stato facile estendere il mio potere negli anni che furono. Dopo che mandai il mio unico figlio sulla croce, il mio potere crebbe esponenzialmente. La prova del nove furono le Crociate. E’ stato un bagno di sangue è vero, ma lo sai che sono presuntuoso e al contempo insicuro, avevo bisogno di quella prova di fiducia. Dovevo constatare che gli anni delle grandi persecuzioni dei miei fedeli, che hanno patito delle morti tremende, non fossero stati vani. È stata una campagna di marketing estrema, ma ti assicuro che i risultati furono concreti. Ti basti pensare che successivamente la situazione si invertì: era chi non credeva nella mia luce ad essere perseguitato”. Si fermò. “Ma ora”, riprese l'Onnipotente, “veniamo a noi e al problema che dobbiamo affrontare”. Si fermò ancora e poi disse: “Premetto che non mi è ancora andato giù quello che voi ragazzi faceste quando, per finanziare le vostre spese pazze, iniziaste a truffare quei poveri pagani vendendogli il perdono dei loro peccati. Ci fu lo zampino del Diavolo perché non avevo autorizzato che ciò avvenisse, come avrei potuto? Per via dell’ingenuità del collegio papale del tempo quei poveracci hanno dato tutto quello che avevano senza avere indietro una coscienza pulita. Comunque, so che tu non c'entri, e dopo tutti questi anni voglio ridarvi fiducia”.
F. continuava ad ascoltare incredulo. Non avrebbe mai immaginato che il primo meeting con il Capo sarebbe stato così. Dio riprese dicendo: “Lassù, le altre divinità hanno intrapreso campagne pubblicitarie vincenti. Purtroppo, nel regno dei cieli, non è consentito lo spionaggio industriale: sappiamo tutto di tutti, e i progetti che attuiamo devono essere autentici. Devo ammettere che Buddha, sta rubando una grossa fetta di fedeli e si sta espandendo velocemente. Con il suo slogan ‘sei tu stesso la chiave della tua liberazione’ sta spopolando tra giovani radical chic e alternativi. Anche Allah va forte, ha capito quanto siano più avanti le donne e ha risolto il problema alla radice, tagliandole fuori”.
“Io sono a corto di idee. O meglio, ho solo idee generali da proporti che vorrei che tu sviluppassi. I nostri centri di ricerca mi hanno affidato un report che attesta che la principale determinante della perdita di consensi è la diffusione della scienza e della cultura. Tuttavia, i nostri analisti hanno individuato grandi sacche di ignoranza in Africa, Sud America e anche negli Stati Uniti che potrebbero portarci un vasto numero di adesioni. L'economia globalizzata e capitalista sembra fare il tifo per noi. Ovviamente va condannata, in questo modo i poveri verranno a noi. Ancora, ci sono molti sodomiti di questi tempi. E, viste le nostre scarse adesioni, andrebbero tirati dentro anche loro. Infine, ti assicuro che la storia di Onan e del seme sprecato ha smesso di funzionare da tempo, dunque sappi che puoi sempre giocare la carta del preservativo”. Rimase silenzioso qualche momento e poi disse, “Hai domande?”. F., da uomo timorato che era, non se la sentì di chiedere tutto quel che avrebbe voluto. Sentiva la sua fede svenduta, sminuita, il progetto al quale aveva dedicato la sua intera vita, ridotto ad una semplice campagna di marketing volta al futuro. Lui che aveva sempre creduto che la vita terrena andasse vissuta appieno nella luce del Signore. Capì che non avrebbe potuto fare nulla e accettò silenzioso. Dicendo, “Dio che sei tutto, farò la tua volontà”.
Quelli a lui vicini dissero che ritornò dal viaggio diverso. Era silenzioso e cupo. Fu a fine novembre che il piano di marketing celestiale fu messo in atto. F. pubblicò l'esortazione apostolica 'Evangelii Gaudium' con cui tracciava il percorso del proprio pontificato nei prossimi anni.
Amen.
Lettura consigliata ‘Il Vangelo Secondo Gesù Cristo’ di Saramago. Un capolavoro della letteratura, meritatissimo premio Nobel.
IT
29/11/2013
LO SAPEVATE CHE...
Non è più molto semplice al giorno d’oggi rimanere sorpresi per qualche cosa, essere scioccati da …“Chi c’è?!” Ah, nessuno, solo la mia immaginazione, uno scherzetto della mia mente che ogni tanto perde davvero colpi.
Ma si tratta di una giornata come tante; le attività si susseguono placidamente ed il mio corpo è impegnato in una routinaria attività di deambulazione da un luogo fisico ad un altro, a volte dimentico di aver la testa da qualche altra parte. “Eccoti qui, ma dove ti eri cacciata?”. Si fa sera e come di consueto mi lascio andare ad una selvaggia attività di ‘surfing’ in quel mare magnum che è il web, scivolando con la mia tavola da un sito ad un altro a caccia di una bella onda da ‘cavalcare’. E vengo appagato. “What?!”. Stupore.
Ora dovete provare a fare un piccolo sforzo di immaginazione. Cercate di visualizzare un giovane dinanzi al suo PC solo soletto nella sua stanza che ad un tratto si desta dal suo letto passando da una posizione quasi fetale (il ragazzo si trova su di un letto, non una sedia. Finite di pensare a cose troppo stravaganti! E no, non ci sono sgabelli. Come può un uomo trovarsi su uno sgabello in una posizione come quella?) ad una ad angolo retto, come intirizzito per il freddo, sgomento, sguardo dritto sullo schermo, attento. Eccomi.
Da una recente indagine condotta dall’ ISFOL (Istituto per lo Sviluppo della Formazione Professionale dei Lavoratori) per conto dell’OCSE emerge un dato agghiacciante sul livello di preparazione medio della popolazione italiana di età compresa tra 16 e 65 anni. Secondo tale ricerca l’Italia si trova all’ultimo posto dei paesi OCSE per livello di alfabetizzazione, con un punteggio medio pari a 250 punti contro una media di 273. Paese di ex-poeti. E per ciò che concerne le conoscenze matematiche le cose non vanno davvero meglio. I numeri (quasi beffardamente direi, visto il tema) sono davvero impietosi: con una media di 247 il Belpaese si classifica penultimo della lista (davanti solo alla Spagna), a fronte di un valore medio eguale a 269. Provo a rendere un po’ più chiara la cosa. Secondo questi dati, uno studente liceale giapponese possiede un livello di preparazione non molto dissimile da quello di uno studente universitario italiano.
Come notato dal quotidiano Repubblica, tutto questo permette di spiegare parzialmente alcuni dei mali sociali ed economici di cui il paese soffre. Difatti, sempre secondo lo studio, solamente il 29,8% del campione raggiunge (o supera) quello che è considerato il livello minimo di preparazione “indispensabile per vivere e lavorare nel ventunesimo secolo” relativamente alle conoscenze alfabetiche, e solamente il 28,9% eguaglia le performance in ordine alle competenze matematiche. Tutto questo ovviamente si riflette sull’intera capacità del sistema Italia di essere competitivo a livello globale e conseguentemente di produrre lavoro e ricchezza.
La collocazione geografica del soggetto gioca però un ruolo fondamentale su ciò che risulta la distribuzione delle varie competenze in oggetto. Con una certa regolarità infatti si evince come nelle regioni settentrionali e del centro i punteggi medi di ‘literacy’ siano più elevati e maggiormente allineati con quelli del resto d’Europa (anche se rimangono al di sotto della media OCSE). Nord-est e centro, con un punteggio di 261, si collocano ad un livello pari alla media francese (di 262) ma ahimè lontano da quello di paesi quali Germania (273) e Svezia (279.2).
Basta. Mi fermo qui. L’onda che cercavo durante il mio ‘surfare’ l’ho trovata. E ora spero che questi numeri aiutino i lettori a capire ed a trovare risposte ad alcuni quesiti quali “ma perché a Bruxelles al parlamento europeo uno dei rappresentanti del nostro paese è Iva Zanicchi??????????”.
Mediometraggio altamente consigliato: “La ricotta” diretto da Pier Paolo Pasolini. Illuminanti le parole di Orson Welles, e siamo nel 1963.
Maste
22/11/2013
DAI DIAMANTI NON NASCE NIENTE/DAL LETAME NASCONO I FIOR
Guardai ancora una volta quell’alba bianca e sprofondai beatamente tra le braccia di Morfeo. Iniziai subito a sognare. Lei era là, bella, imprendibile, mi sfiorava i capelli rassicurandomi. Anche altre facce note erano là, perlopiù amici. Erano belli pure loro, mi facevano sentire a casa. Il sogno si evolveva con la sua tipica non linearità quando… ‘Stoc!’, la guida sportiva del conducente fece sobbalzare il veicolo e la mia testa sbatté contro il finestrino. Mi destai di soprassalto, mi guardai intorno e pensai: “Cazzo! Sono ancora nel fottuto Laos!”. Mi stavo dirigendo verso la capitale, Vientiane, e continuavo a non capire come fosse possibile che per coprire 350 km servissero 12 ore di viaggio. Leggere era impossibile per via del poco spazio nel veicolo e per la già menzionata guida del conducente. Decisi che l’unico modo per far passare il tempo era mettermi a fare conversazione. Mi guardai attorno. Un uomo sulla sessantina, dai capelli biondo-rame, mi sedeva accanto e interloquiva con il suo vicino di posto. Appena si fermarono per prendere fiato, domandai se parlavano inglese (aspettandomi una risposta negativa). ‘Non sono abituato a sentire parlare inglese da queste parti. Ciao il mio nome è X.’ disse l’uomo dai capelli biondo-rame sorridendo per la sorpresa. ‘Sono in Laos per visitare la mia famiglia’ continuò, ‘Erano venti anni che non tornavo, vivo a San Diego, in California’.
Risposi presentandomi e cominciammo a conversare. Il bus si stava arrampicando su strade di montagna. Rocce carsiche si alternavano a risaie. Entrambe apparivano improvvisamente per poi sparire altrettanto velocemente. Parlammo a lungo del Laos, fino a quando X. disse ‘E’ strano tornare dopo così tanto tempo e vedere che poco è cambiato. Lasciai questa terra nel 1970, poco prima che iniziasse la campagna statunitense di bombardamento per tagliare i rifornimenti al Vietnam via-Laos. Ero giovane quando partii, avevo solo 24 anni. Nacqui nella capitale sotto quel che rimaneva dell’eredità francese, anche se di questa cultura conosco solamente l’arte pasticciera. Come ti dicevo partii giovane e mi adattai alla vita californiana. Sebbene la California sia molto liberale, le differenze culturali si fanno sentire e integrarsi non è stato facile’. Il van si fermò nella piazza di un paesino. Alcuni dei passeggeri dovevano scendere e altri salire. Le valigie dei primi vennero scaricate dal tetto del mezzo e rimpiazzate con altre borse. Cogliemmo l’occasione per fare una sosta.
C’era un mercatino locale, feci un giro mentre X. riprendeva a parlare con il suo primo interlocutore. Oltre alle rane arrostite su stecchi di bambù e i topi morti legati per la coda e venduti sul banco, fu il rosso vivo del sanguinaccio di porco che mi rimase impresso in quel mercatino di montagna. Sembrava che la vita dell’animale fosse stata aspirata e concentrata in quel cubo gelatinoso. Raggiunsi X. e il suo interlocutore, feci in tempo a fumare una sigaretta e a comprare delle banane fritte e ripartimmo. Quando risalimmo sul mezzo dissi a X.: ‘Perché te ne sei andato?’. Si schiarì la voce e disse: ‘Me ne sono andato perché, aldilà del rischio legato alla guerra imminente, non potevo tollerare la corruzione di questo paese’. Fece una pausa e continuò: ‘I poteri forti continuano a sfruttare una popolazione poco istruita per fare i loro comodi. Il partito comunista (burattino di quello vietnamita) impone una rigida dittatura e indice elezioni fasulle dove si può votare solo per questo. I soldi sono mal distribuiti, l’industria nera dell’eroina è forte e lo sviluppo non incentivato. Per queste ragioni me ne andai e sono contento di averlo fatto. Guarda questa strada. Lo sai perché ci vogliono 12 ore per fare 350km? La strada è costruita con soldi pubblici. Più lunga è la strada, maggiore è il guadagno per le aziende. Essendo le aziende di proprietà governativa, questo non è altro che un meccanismo per riciclare denaro: il governo paga le sue aziende e, visto che il costo della manodopera è irrisorio, i soldi tornano nelle sue mani. Sai, un giorno scriverò un libro su questo…’. Ci lasciammo poco dopo, i suoi parenti stavano in un paesino a due ore circa dalla capitale.
Immagino che il lettore si chieda quale sia la morale di questa storiella. Circa una settimana fa, dopo un numero imprecisato di notizie susseguitesi negli scorsi mesi sui nostri quotidiani riguardanti festini con soldi pubblici, macchine comprate a sbafo e fondi regionali considerati come l’albero della cuccagna, una notizia mi ha fatto ripensare a quell’esperienza. Mentre il vaso della mia sopportazione traboccava. Ho sempre evitato di prendere posizioni nette, preferendo proporre temi che inducessero alla riflessione. Ma quanto avvenuto mi ha deluso a tal punto che ho deciso di farlo: il ministro della GIUSTIZIA (cioè il custode della legge) ha telefonato a giudici e magistrati per evitare questioni giudiziarie ad una ‘famiglia alla quale è molto legata’. In un paese normale la carriera di tale ministro sarebbe finita. Non in Italia, dove ‘mantenere quel ministro seduto sulla poltrona è segno di unità e forza del governo’. A volte ho la sensazione di vivere su una nave che imbarca acqua e il cui equipaggio, in preda al panico per l’imminente affondamento, arraffa tutto ciò che è di valore prima che l’imbarcazione venga risucchiata dagli abissi. La corruzione italiana è disarmante e ti viene sbattuta in faccia ogni giorno. Ci tengo a riportare questi dati. Per il Fondo Monetario Internazionale l’Italia e il Laos sono rispettivamente la 9^ e la 137^ economie mondiali; per Transparency International invece, l’Italia è al 64° posto per corruzione e il Laos al 160°. Non serve un genio per capire che c’è qualcosa che non torna. Credo invece che serva un genio per capire quella nostranissima attitudine nei confronti di quanto succede: l’indignazione borghese di facciata è onnipresente ma i fatti sono un’oasi nel deserto. De André scriveva: ‘Dai diamanti non nasce niente/ dal letame nascono i fior’, mi chiedo, dunque, se ci sia modo di invertire rotta o se il letame è talmente tanto che la via migliore è quella seguita da X.
Film/documentario (nonché titolo di una canzone capolavoro dei ‘The Smiths’) ‘Girlfriend in a Coma’.
IT
15/11/2013
LONDONIA XX/XX/XXXX
Londonia
XX/XX/XXXX
Non è una lettera, non è un racconto, non vi sarà niente di romanzato, esagerato, poetizzato. Parole semplici, sincere, familiari. Solo questo potrà essere trovato; solo questo potrà essere letto. E nient’altro. Provate la sensazione di vuoto.
PS: ho cambiato dei nomi qua e là, tanto per divertirmi.
L’editore del Financial World, Lionel Barberry interviene ad una lezione aperta al pubblico presso la Londonia School of Economics dal titolo Can and should the Europaniazone survive?. La stanza ove questa è tenuta è gremita di gente, le aspettative nei confronti di un ospite di tale calibro sono decisamente alte. In effetti, sin dalle prime parole, le attese non vengono minimamente tradite. Acuto, brillante, dotato di quell’ironia londonica sottile, sottesa, e mai volgare, ispira il suo pubblico a guisa di un brillante oratore e mantiene la qualità dell’intervento sempre a livelli non facilmente imitabili da persone poco abili di lingua. L’ora e mezzo di durata dell’incontro scorre rapida, e gli argomenti toccati sono molteplici nonostante il filo conduttore sia uno, l’Europania e il suo futuro. Ma non c’è Etallia. Di rado fa capolino tra le labbra del giornalista, e ancor più di rado tra quelle di coloro che tengono ancor più viva la lezione con domande e approfondimenti.
Ma è principalmente nel modo in cui si conclude l’incontro che non c’è Etallia. Almeno per il sottoscritto.
“Ci racconti la storia del suo incontro ad Aroma col presidente T. (ho volutamente modificato l’iniziale del vero nome ma voi metteteci chi vi pare. Fa davvero così differenza? Si veda a tal proposito il precedente articolo del sottoscritto dal titolo “Intervista col professor C.” e la lista degli ‘onorevoli’ condannati o sotto processo dell’attuale legislatura Etalliana)”.
Questa la domanda finale di un ragazzo alemano. Ed è proprio tale ridicola storiella a terminare l’intervento del famoso editore. E quest’accenno fatto alla ridicola storiella è ciò che termina anche il mio articolo (dai forza, provate ad immaginare un attimo, lavorate un po’ di fantasia. Non è difficile capire di cosa si sia trattato. Vi do un piccolo aiuto riportandone l’inizio. “Durante una calda serata aromana, mi trovavo in una splendida villa del centro storico…”).
Etallia
61.473.166
|
Popolazione
|
€ 2.078.329.334.351
|
Debito pubblico etalliano
|
€ 1.910.347.000.000 PIL
9° Economia mondiale per PIL nominale
3° Economia dell’Europa continentale
€ 261.423.740.707
|
Soldi evasi al fisco quest'anno
|
€ 207.205.811
|
Costo del Quirinale quest'anno
|
€ 928.578.828
|
Costo della Camera dei deputati quest'anno
|
€ 74.747.985
|
Spese per l'uso di aerei di stato per i politici quest'anno
|
Maste
08/11/2013
LA HAINE
Come ogni mattina faccio colazione mentre scorro annoiato i titoli del quotidiano online. Quando sto per chiudere la pagina e servirmi il caffè ormai pronto sul fuoco, una notizia cattura la mia attenzione. ‘Una squadra di terza categoria è scesa in campo con la faccia pitturata di nero. Il gesto è stato fatto per esprimere solidarietà ad un compagno di squadra di origini togolesi che, in seguito ad insulti discriminatori, aveva reagito guadagnandosi un cartellino rosso.’ Tra le tante voci che urlano al razzismo italiano, una notizia in controtendenza. Un ghigno si disegna sul mio volto e, senza nemmeno realizzare, volo con la mente da tutta un’altra parte.
Sono a Parigi. Il tempo incerto e le tinte scure dipingono la città con toni più boéhmien del solito. Siamo in un cafe, dietro al Pompidou. Qualche birra e molte sigarette. Fiumi di parole e discussioni intense, intervallate dal classico ‘Hey, guarda quella tipa!’. Alla chiusura del cafe non è ancora ora di andare a letto. Compriamo un whisky ad una ‘alimentation general’ e continuiamo a ingannare il tempo con i nostri discorsi, bagnati ora dal malto d’oro dell’alcolico. Finisce anche il whisky e arriva il momento delle grandi decisioni. Continuare la serata o rincasare? La procedura è standard. Da copione. Apri il portafogli, fai il check delle finanze e applichi la regola: ’sopra trenta euro si sta fuori, al di sotto è ora di rientrare’. E’ così che io e i ragazzi ci dividiamo, loro hanno più cash (o applicano la regola con una soglia più bassa), è giusto che facciano mattina inseguendo qualche fanciulla o, più poeticamente, i loro sogni. Osservo così le loro sagome sciogliersi nella nebbia mentre mi riparo sotto la pensilina dei bus notturni. Sono a Chatelet, snodo importante al cuore della città, in attesa del bus che mi porti dritto sotto le coperte.
Come spesso succede attacco a fare conversazione. Parlo con K., un ragazzo dell’Angola. Proprio in quei giorni sto scrivendo un saggio sul Botswana per l’università, dunque sono particolarmente interessato a storie e questioni riguardanti l’Africa sub-sahariana. Ci mettiamo a conversare. Mi spiega che parla portoghese per via del passato coloniale della sua nazione. Mi racconta in breve come la sua storia sia intrecciata con quella dell’Angola. E che vive a Parigi da tanto, dopo esservi immigrato una ventina d’anni prima. La guerra civile che seguì all’indipendenza ottenuta nel 1975 ha, a suo dire, reso invivibile un paese già complesso. Le risorse naturali e minerarie del paese sono molte ma mancano le infrastrutture per lasciare che esse siano gestite dagli angolani invece che da potenti multinazionali. La povertà e il tasso di mortalità sono alti e la ricchezza è nelle mani di pochi. Queste, e qualche conoscenza in Francia, le ragioni che lo hanno portato all’estero. Non gli chiedo come sia stato il viaggio che lo ha portato in Francia, non mi sembra il caso. Mi dice che è sposato e che ha dei figli. Quando la confidenza aumenta mi spingo un po’ più in là e chiedo cosa ne pensa del livello di integrazione a Parigi.
La domanda mi viene naturale. Non pensando che si possa definire la società italiana come multietnica, mi chiedo cosa un extracomunitario pensi di una città che, a mio dire, lo è. La situazione sfugge di mano. Non so bene cosa sono andato a risvegliare in K. I suoi occhi trasmettono rabbia, mi fissa. Pensa. Prende fiato e con un filo di voce mi dice ‘Non c’è integrazione. Ero un Negro quando sono partito e sono ancora un Negro venti anni dopo. Sei soddisfatto della mia risposta Bianco fottuto?’. La situazione si fa tesa, un ragazzo marocchino capisce, calma K. e lo tiene a distanza. Una fermata prima di scendere l’angolano si scusa e, per farsi perdonare, mi invita a conoscere la sua famiglia. Rispondo che non c’è problema ma che sarà per un'altra volta. ‘Adieu K. C’était un plaisir de te connaitre’. Mentre pronuncio quelle parole mi rendo conto che sono strano.
Scendo dall’autobus e rifletto, mentre cammino verso casa. Accendo una sigaretta e la prima boccata mi risveglia in gola il sapore del whisky che mi ha reso così loquace. Capisco solo dopo un po’. Sono ferito. In passato sono stato chiamato ‘italiano’ o ‘forestiero’ con un’accezione offensiva, ma non aveva fatto così male. Era la prima volta che venivo discriminato per un motivo per cui non vi possono certo essere colpe, il colore della mia pelle. E’ questo che mi ha tremendamente ferito. Guardo il cielo, vi sono un sacco di colori lassù, specie ora che un’alba arancione si è tuffata nella notte, scacciandola. A volte il cielo di Parigi mi fa credere che Dio esista. Guardo ancora tutti quei colori e un sorriso triste mi appare sul viso. Mi continuo a ripetere che il razzismo non esiste e che i confini di questo sono delineati dall’ignoranza e dalla paura. Che esista o meno, ora so che fa veramente male.
‘Aaah! Cazzo!’, è un dolore acuto anche quello che mi risveglia dal mio sogno ad occhi aperti riportandomi in cucina: mi son versato il caffè sulla mano… Che anche questa giornata abbia inizio.
Film consigliato ‘La haine’ (L’Odio) o canzone a tema ‘La Rage’ di Keny Arkana, a voi la scelta.
IT
01/11/2013
"J. LO SAI QUALI SONO LE REGOLE "
Tentare di alzare quel telefono non era mai stato così difficile prima d’ora. In realtà si tratta di poche centinaia di grammi; l’ultimo modello, ultra leggero, ultra piatto, ultra veloce, ultra pieghevole, ultra….“sono stanco”. Ma lo sforzo fisico richiesto è davvero pari a zero: “Dai, ce la posso fare questa sera”. Il mio ‘nemico’ è lì, riposto sul tavolo al centro della stanza, baldanzoso, fiero, con tutti quei led colorati, luccicanti, ipnotizzanti, bagliori continui che sembrano dire “io sono qui, afferrami e fai ciò che devi, dai”. “Viscido, dissimulatore, tentatore, credi sia facile? Credi sia una cosa da poco, eh? Ma che ne sai, ma che vuoi…” Brr, brr, brr … brr, brr, brr…“Oh cazzo sta vibrando! Chi può essere ora? Chi a quest’ora della notte?” Con una torsione dell’intero corpo degna di uno sportivo mi lancio come in un assalto alla baionetta e lo afferro. “Pronto…“, suspense, “no guardi, ha sbagliato numero, mi spiace…buona serata anche a lei”. Non ero davvero pronto, ma credo si sia notato.
Non posso però continuare a procrastinare la cosa. “No, non più…ma uscire almeno per una boccata d’aria fresca prima di…?”. Non termino neanche la frase. L’album di Rino riposto in bella vista sul comodino vicino allo stereo sembra tuonare “resta vile maschio dove vai?”; è la mia fantasia si, solo la mia fantasia, ma stasera forse non è proprio il caso di uscire. Compongo il numero a memoria, rapidamente, come se in tal modo potesse essere indolore; ahia.
Tuu, tuu, tuu, click…“La sua chiamata sarà monitorata dall’ufficio n.8030 della eaNSA, saluti”, una voce robotica la prima. “Ehi J., come stai?”, “…ragazzi, ragazzi c’è J. in linea! Ciao J. come te la passi eh?”, voci familiari le altre. “Ehm…si, ecco, ciao a tutti…”, questa proprio non ci voleva, la eaNSA proprio non ci voleva in un momento come questo. “Stai chiamando F. a quest’ora? Che cosa vuoi combinare eh? Eh, eh…vecchio J., la tua ragazza dopo una dura giornata di lavoro sarà sicuramente felice di potersi ‘divertire’ un pochino … e tu lo sai cosa intendo vero?”. “No.. veramente io...scusate, vorrei rimanere un po’ in privato, stavolta. Dovrei parlare di una questione un po’ delicata e con tutti voi ad ascoltarmi...ecco, proprio non ci riesco e…“. Vengo subito interrotto: “ J., J., lo sai quali sono le regole. Niente sconti, noi dobbiamo ascoltare tutto. Noi dobbiamo sapere tutto. E’ la regola. Ed ora dai, fai come se non ci fossimo, rilassati prendendo un bel respiro a pieni polmoni e schiarisciti la voce che F. sta per rispondere”. Il sangue mi si è gelato nelle vene, e forse anche i pensieri mi si sono ‘gelati’ nella mente. No, quelli proprio no; anzi, la testa ora mi sta per esplodere per il sovraccarico di ragionamenti, congetture, sensazioni. Fermati, fermatevi, fermi!
“Pronto? Qui è F. che parla, chi è?”
Forse se faccio abbastanza veloce quelli della eaNSA... forse non coglieranno le mie parole…
“Amore sono J., amore sono gay.” Tuu, tuu.
“Ehi ragazzi, ah, ah, ah, incredibile, J. ha fatto outing...”, “davvero? Incredibile! E pensare che quella F. è una gran bella donna …”, “ma chi lo avrebbe mai immaginato … così ho perso un’altra scommessa …”.
Singolo della settimana: “Fight the power”, Public enemy.
25/10/2013
SE(G)NI DI PROTESTA
Quei seni nudi e perfetti catturarono di colpo la mia attenzione. Qualche istante dopo questa si spostò sulle ragazze stesse. Erano belle, bellissime e feroci. Solo in un secondo momento le urla, il caos intorno alle giovani ribelli e la telecamera a spalla che trasmetteva riprese molto mosse mi fecero capire che era un blitz di protesta. Il mio interesse si spostò allora sui messaggi che le giovani donne avevano scritto sui toraci nudi. Feci in tempo a leggere ‘Religion is slavery’ e ‘Free women’, prima che la polizia coprisse le attiviste da subito, e le facesse salire in macchina successivamente. Anche il cameraman venne ‘portato via’. Sorrisi. Erano riuscite ad ottenere il loro obiettivo, pensai. I loro corpi nudi avevano attratto la mia attenzione (e, suppongo, quella degli altri spettatori) e, infine, mi ero soffermato a leggere i loro messaggi.
Trovai la forma di quella protesta geniale e decisi di informarmi. Le ragazze appartengono al gruppo di attiviste ‘Femen’. Femen nasce dalla mente di Anna Hutsol nel 2008 in Ucraina come ‘movimento femminista del terzo millennio’. Le ragazze si dicono portavoce della filosofia del sextremism. In breve, nella società moderna, considerata da esse fallocentrica, il potere e i soldi sono concentrati nelle mani degli uomini mentre le donne sono poste in una posizione d’inferiorità. Parlano di società patriarcale e questa vogliono combattere. Da qui nasce lo strumento della nudità. La nudità rievoca il sesso e questo è il modo migliore per accendere i riflettori su di sé e far si che il proprio grido di malcontento (contro l’oppressione della donna e, più in generale, contro tutte le forme di oppressione, dalla religione ai regimi politici dittatoriali) venga ascoltato da una platea più ampia. Non solo, una protesta aggressiva e d’impatto come quella messa in atto dalle ragazze, che include anche arresti e problemi con la legge, ha la capacità di attrarre l’interesse del pubblico. Creando supporters, nuove attiviste e donatori.
Da quando conobbi il movimento seguii con piacere queste guerriere amazzoni moderne tramite le notizie che la stampa nazionale ed estera riportava frequentemente. Degne di nota sono le proteste contro Putin, contro Berlusconi durante le elezioni e tra le nevi di Davon, in Svizzera.
Recentemente una notizia diversa dalle altre ha riportato le Femen sulla scena. Non si parlava di blitz, proteste o arresti. Questa volta le ribelli stavano percorrendo il tappeto rosso del Festival di Venezia da invitate e non da manifestanti. Kitty Green, 28enne di madre ucraina e padre australiano, ha presentato al Festival (fuori concorso) un film-documentario dal titolo ‘L’Ucraina Non E’ Un Bordello’. Leggere le recensioni del lungometraggio è stato uno shock. La pellicola della Green (che ha convissuto con le ragazze per più di un anno) scava lentamente nell’organizzazione. Il colpo di scena si ha quando ne giunge alle viscere: la Hutsol non è la fondatrice, il gruppo non ha una madre fondatrice, ma bensì un padre. Viktor Svyatskiy è il cervello delle Femen. Nel film Viktor dichiara di aver creato il gruppo per avere delle donne intorno e affinché queste imparino, dal suo comportamento patriarcale, cosa è ciò contro cui combattono.
La visione mi lasciò confuso e perplesso. Avevo anche perso parte del mio rispetto per le ragazze. Solo in un secondo momento capii. Lessi altri articoli sulle ragazze. Nuove iniziative di Femen si sono diffuse a giro per l’Europa e il quartier generale dell’organizzazione è ora stato spostato dalla repressiva Kiev alla (più) libertina Parigi. Infine, il movimento è arrivato anche in Italia. Conclusi dunque che, sebbene la presenza di Svyarskiy dietro al movimento fosse paradossale, il movimento si è evoluto, ha cambiato forma ed è, ogni giorno di più, uno strumento per far sentire la voce delle donne.
Ma perché parlare di Femen? Lo spunto nasce dalla diffusione in rete di foto riguardanti attiviste italiane. Devo ammetterlo, non mi ero mai reso conto di quanto il problema della violenza sulle donne fosse di rilievo in Italia. Il mio cervello registrava le notizie di violenza sotto la voce ‘cronaca’ o ‘cronaca nera’ senza realizzare che spesso, troppo spesso, il nome della vittima era al femminile. Fu L. a farmelo notare. Lei è straniera, e mentre parlavamo mi disse che era allibita dal numero di notizie di cronaca e cronaca nera che riguardavano le donne. Iniziai a farci caso. In Italia ogni 2,5 giorni viene ammazzata una donna. Anche l’ONU ha scritto un rapporto che dipinge uno scenario drammatico e che richiede all’Italia di fare qualcosa per fermare questo fenomeno inaccettabile. Lo stato (nella Grande Società) si muove molto lento. E ancora non è riuscito a creare un disegno di legge che protegga efficacemente la donna. Per questo ho deciso di parlarvi di Femen. Femen permette di parlare del problema senza scadere nella retorica. Femen sensibilizza e, colpendo con i suoi seni ribelli, smuove l’opinione pubblica riportando a galla le grida delle vittime di violenza. Go Femen!
‘Ukraine is not a brothel’ è il film da guardare.
18/10/2013
INTERVISTA COL PROFESSOR C.
(Premetto che non si tratta di una diretta critica ai politici nominati in fondo all’articolo ma questa è bensì rivolta ad altri soggetti. Provate ad indovinare)
-Sono oramai passati 500 anni dalla pubblicazione del libello originale ma a guardarlo più da vicino non sembra poi così vecchio questo Principe, vero Professor C. ?
“In effetti l’estrema attualità dell’opera lascia a volte quasi attoniti. Siamo distanti anni luce da numerosi altri scrittori di scienza politica arrovellatisi anni ed anni a cercare risposte assolute, immobili, immutabili, generalmente valide. L’approccio machiavellico invece fa del fattuale un elemento centrale, e l’evoluzione continua di ordini una necessaria conseguenza di questo. Un relativismo quasi post-moderno direi.”
-Vi è però qualcosa di centrale, di ricorrente nell’opera del fiorentino.
“Il punto di inizio, direi la consapevolezza prima su cui si basa l’ars politica, la téchne politica (non scienza, attenzione) descritta dal Machiavelli è che degli uomini si può dire questo: che siano ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori, fuggitori dei pericoli, cupidi di guadagno. Si viene quindi a creare uno stato di inquietudine proprio della natura umana. L’uomo difatti ricerca securitas ma è cupido allo stesso tempo, egli anela al guadagno; non solo materiale, si badi bene, ma alla propria soddisfazione, che sia questa economica o di altro genere. Da questo duplice bisogno scaturiscono tumulti e disordini.”
-Ed è qui che il ruolo del politico diviene fondamentale, o mi sbaglio?
“Esattamente. L’uomo politico è colui che ha un fine, un’idea, uno scopo da perseguire, un progetto, però realistico. Egli quindi, consapevole della vera natura umana, crea un ordine che permetta agli uomini di portare a termine i propri affari e soddisfare il proprio bisogno di securitas, ma che al contempo convogli le loro forze per il raggiungimento dello scopo. Egli volge a proprio favore quelle debolezze, quei conflitti.”
-Ma con quali mezzi lo stesso può raggiungere l’obbiettivo prefissatosi?
“Con ogni mezzo. Il politico potrà avere anche commerci col demonio, e dovrà essere volpe e leone, usare astuzia e perché no, forza, forza nel far prevalere le proprie posizioni, il proprio disegno, non mera superiorità fisica o militare. Ha quindi anche qualità proprie della bestia.”
-Come potremmo allora descrivere sinteticamente il politico di Machiavelli?
“Come colui che, disincantato, conosce l’umana natura e sa che per seguire il suo fine dovrà entrare in commercio con Babilonia. E’ colui che sa far convivere in se questi sentimenti divergenti, è il grande politico, il virtuoso, è il grande centauro, poiché dovrà usare logos umano e la bestia.”
Maste
11/10/2013
LA PRINCIPESSA
“Ti allacci la cintura. L’aereo sta atterrando. Volare è il contrario del viaggio: attraversi una discontinuità dello spazio, sparisci nel vuoto, accetti di non essere in nessun luogo per una durata che è anch’essa una specie di vuoto nel tempo; poi riappari, in un luogo e in un momento senza rapporto col dove e col quando in cui eri sparito. Intanto cosa fai? Come occupi quest’assenza tua dal mondo e del mondo da te?”.
Avevo in testa queste parole di Calvino (da ‘Se Una Notte D'Inverno Un Viaggiatore’) quando sorvolavo le terre e gli spazi che mi dividevano dalla mia meta: il ritorno a Roma e poi a casa. Un tempo, sull’abbonamento della metropolitana di Londra, c’era scritto che “il viaggio è una lunga strada verso casa”. Ripenso anche a questo. La distanza valorizza ciò che hai. La certezza delle tue radici. Parti povero e torni ricco. Non si parla di denaro. Si parla di spirito. Lo spirito soffrendo, emozionandosi, godendo, sfidandosi torna più ricco. E così su quell’aereo ripensavo alle memorabili esperienze vissute. Ripensavo in particolare ad una su tutte, che mi ha reso spiritualmente miliardario.
Ero in Birmania, la terra delle mille pagode, terra di buddhismo, terra di antiche tradizioni e di colori ma anche terra di corruzione e dittatura, terra di produzione massiccia di droga; terra dai molti volti insomma. Nel solito perdersi per la città nel tentativo di coglierne l’essenza, io e il mio temporaneo compagno di viaggio ci imbattemmo nella sede della National League for Democracy (NLD). Spinti dalla curiosità verso tutto e da un più specifico interesse legato agli studi del mio amico, ci decidemmo a bussare alla porta. La NLD è il partito birmano di opposizione. Sebbene sia nato nel 1988, la dittatura militare che ha spadroneggiato in Birmania nell’ultimo ventennio lo ha reso un fantasma. Il principale nome che si accosta a tale partito è quello di Aung San Suu Kyi, tra i leader carismatici di questo e premio Nobel per la pace nel 1991. San Suu Kyi è il volto della lotta (birmana e non solo) per la democrazia. E, dopo circa 15 anni di arresto (che oltre al rispetto mondiale le sono valsi altri premi che ha destinato alla sua nazione), è riuscita ad ottenere quello per cui si è sempre battuta: l’avviamento di un processo di democratizzazione del suo stato. Ascoltavo il mio amico mentre mi forniva queste ed altre informazioni sulla Birmania quando lo scricchiolare della porta mal oliata interruppe la nostra conversazione. Era il segnale che una nuova avventura stava per iniziare.
In camicia bianca e jeans un uomo sulla quarantina (che poi scoprimmo essere un dentista) ci accolse con diffidenza. “Chi siete? Giornalisti? In ogni caso il direttore non c’è, è a giocare a golf (paese che vai stesse ‘usanze’ che trovi, pensai..)”. Al nostro rispondergli che eravamo viaggiatori e studenti curiosi, i suoi occhi si fecero meno circospetti. Temporeggiando qualche altro secondo per produrre una risposta efficace, ci chiese cosa volevamo. Fu sorprendente come il suo viso cambiò ancora, sciogliendosi in una espressione amichevole, quasi fraterna, quando gli dicemmo cosa cercavamo. Non ci interessava dell’assenza del capo, volevamo passare del tempo con loro, se ne avevano, per fare delle domande sulla Birmania, sulla loro storia, su San Suu Kyi. Fu in particolare l’ultimo dei nostri interessi a convincere definitivamente il dentista. In quattro e quattrotto, chiamò altri due colleghi e in un tempo ancor più breve eravamo seduti sotto il tetto di un ristorantino nei pressi della sede. Delle zuppe di verdure e riso insieme alle immancabili birre velocemente arrivarono sulla tavola. Non tutti parlavano inglese. A dir la verità solo il dentista lo parlava. Ma tutti avevano una lingua franca: il nome di Aung San Suu Kyi. Così, dopo un paio d’ore, ce ne andammo portando con noi un libro sul buddhismo e un’idea completamente nuova su che cosa è un leader.
Quelle persone amano il loro leader. Credono nel suo progetto e sono convinti che la Birmania riuscirà a risolvere le sue contraddizioni e diventare grande (tra l’altro, se si avesse spazio per perdersi tra noiosi numeri e statistiche, si potrebbe vedere come questo sia, in un termine non breve, uno scenario realizzabile). L’umiltà, la fiducia nel prossimo, il rispetto di una filosofia, lo scommettere sul futuro (e quindi sulle nuove generazioni) sono i primi valori che mi tornano alla mente quando rievoco quell’esperienza. La storia di questa donna, le sue dimostrazioni di coraggio e la sua meticolosa dedizione alla causa, sono state recepite dal suo popolo come un messaggio di ottimismo e qualcosa si sta effettivamente muovendo. Pensai, che nei miei anni di vita non avevo mai avuto la fortuna di provare quei sentimenti nei confronti di un leader politico. Pensai romanticamente quanto l’Italia avrebbe avuto bisogno di una figura di questo tipo. Poco prima di sganciarmi la cintura e dopo il ridicolo applauso di rito che viene indirizzato al pilota quando porta l’aeromotore a terra, pensai a “ Il Principe” di Machiavelli. Se avesse vissuto il mio pranzo avrebbe probabilmente scritto ‘La Principessa’.
Pensavo di consigliare un film questa settimana. Il ‘Caimano’ mi sembrava in tema ma una conversazione con un caro amico mi ha fatto poi decidere per un consiglio più sofisticato. ‘Il Divo’, di Paolo Sorrentino. Buona visione.
IT
04/10/2013