martedì 17 settembre 2013

RACCOLTA POST IL LIBRO DEL MESE

25/02/2014

IL GRANDE SONNO - Raymond Chandler

Un mondo alla malora. Un mondo ormai disilluso dove tutti i concetti morali come l'amore, il rispetto verso il prossimo, sono ormai morti. E Chandler, sentendosi lentamente escluso da questo mondo, non può che cominciare a scrivere per poterlo recuperare, per farlo nuovamente suo. E per farlo, sceglie il genere che può sembrare il meno adatto. L'hard boiled. L'hard boiled che recupera il giallo trascinandolo per la strada, l'hard boiled crudo e violento, l'hard boiled che riporta inevitabilmente Chandler verso quel mondo immorale da cui si sente tradito. E lascia intendere, tra le righe, che non esiste modo migliore per esorcizzare le proprie paure che infilarcisi dentro, fino al collo, senza un dubbio. E lo fa egregiamente con il ciclo di Marlowe, dove per mettere le cose in ordine, per ricostruire il puzzle morale della sua mente, crea un personaggio dalla personalità decisa e con principi saldi, impossibili da cambiare. E infatti ne esce fuori un personaggio che non può vivere senza il suo autore (anche se Chandler in alcune interviste ha rivelato che stava cominciando a vivere di vita propria) perché lo rispecchia in pieno. Un po' come Henry Chinaski per Bukowski, Marlowe rappresenta lo sguardo dell'autore sul mondo, la sua concezione romantica ma nello stesso tempo cinica e lievemente nichilista del tutto. Così diviene obbligatorio parlare un po' di Raymond Chandler. Nato nel 1888 nell'Illinois, figlio di uno statunitense e un'irlandese, assiste alla prima delusione della sua vita quando i genitori divorziano, e si trasferisce con la madre in Gran Bretagna. Tornato negli Stati Uniti si arruola nell'esercito canadese combattendo la Prima Guerra Mondiale. Dopo alcuni lavori inutili, finalmente nel 1933 l'esordio letterario con Il Grande Sonno. Un debutto che l'autore fa a 45 anni, il tempo di osservare con fare critico il mondo e di diventare un alcolizzato. Il suo talento verrà notato qualche anno dopo, tanto che comincerà a lavorare per Hollywood (che farà anche un film sul romanzo di esordio con uno splendido Humphrey Bogart). Il Grande Sonno comincia con la convocazione di Marlowe a casa di un cliente, l'ex generale Sternwood, ormai stroncato dalla vecchiaia (ma pur sempre ricchissimo, grazie ad alcuni campi petroliferi). Il vecchio viene ricattato da un certo Geiger, proprietario di una libreria antiquaria (che si scoprirà essere il centro di un enorme traffico di materiale pornografico). Inoltre il generale è preoccupato per le figlie, Carmen, coinvolta nel ricatto, e Vivian.  Saranno le colonne portanti del romanzo, le tanto famose quanto immancabili femmes fatales. Da qui nascerà un intreccio torbido costruito da omicidi, sesso e corruzione che terminerà con una considerazione stupenda del nostro antieroe, Philip Marlowe. "Cosa importa dove si giace quando si è morti? In fondo a uno stagno melmoso o in un mausoleo di marmo alla sommità di una collina? Si è morti, si dorme il grande sonno e ci se ne fotte di certe miserie. L'acqua putrida e il petrolio sono come il vento e l'aria per noi. Si dorme il grande sonno senza preoccuparsi di essere morti male, di essere caduti nel letame. Quanto a me, ne condividevo una parte pure io, di quel letame, ora". Probabilmente lo stesso pensiero che ha fatto Chandler nel 1955, quando tentò il suicidio dopo la morte della moglie. Un tentativo non riuscito che ha il suono della sconfitta, come se Chandler, una volta persa la moglie, si sentisse nuovamente smarrito in quel mondo immorale che aveva conosciuto prima del matrimonio, quando cominciò a scrivere questo grande romanzo noir. Ma a riscattarlo rimarrà sempre Philip Marlowe, grande prototipo dell'antieroe, fonte infinita di ispirazione per tutto il genere (e non solo). Un personaggio immortale perché tenta a tutti i costi di infondere il bene in un mondo maledetto. E lo fa con mezzi tutt'altro che consoni per la concezione di un protagonista positivo. Cinico, alcolizzato, violento, barcolla sempre sul filo del rasoio della correttezza, tra luci e ombre. Questo è il bene secondo Chandler (o secondo Marlowe, fate voi). Un bene diverso, continuamente a stretto contatto con il male, costretto a farsi strada a suon di cazzotti e pallottole. E' un bene ormai stufo di farsi chiamare tale, e sta qui la grande forza dell'opera di Chandler, nella sua "bipolarità", nella sua ambiguità. Un opera eterna, come un grande sonno infinito.

Mi.Di


29/01/2014


LA FATTORIA DEGLI ANIMALI - George Orwell

“Il signor Jones, della Fattoria Padronale, aveva chiuso a chiave i pollai per la notte, ma era troppo ubriaco per ricordarsi di fissare anche gli sportellini. Col cerchio di luce della sua lanterna che ballonzolava da una parte all'altra, attraversò con passo malfermo il cortile, si sbarazzò a calci degli stivali sulla porta del retro, si spillò un ultimo bicchiere di birra dal barilotto nel retrocucina e poi salì fino in camera da letto, dove la signora Jones già russava”.

Così inizia in modo quasi favolistico il romanzo di turbolenta pubblicazione La fattoria degli animali.
Errore ormai diffuso è quello di far leggere questa brillante satira orwelliana a studenti in tenera età che, non avendo gli strumenti per poter decifrare tutto quel sottosuolo narrativo che impervia per tutta l'opera, possono solamente apprezzarne la superficie, lo specchio della vera storia che Eric Athur Blair alias George Orwell vuole invece raccontare.
Sin dalle prime battute la magia orwelliana prende corpo, un vecchio maiale che tutti chiamano il Vecchio Maggiore, rispettato dagli altri animali per via della sua lunga età che gli ha conferito una grande saggezza, con scaltrezza arringa i suoi compagni di stalla con un bel discorso, introducendo i fondamenti della teoria marxista: il lavoro di un animale produce più valore di quello necessario al suo mantenimento e il surplus viene prosciugato dall'uomo parassita.
Potremmo identificare il Vecchio Maggiore anche con Lenin poiché riesce a ridurre una complessa filosofia in massime facilmente comprensibili al resto degli animali; ma tre giorni dopo aver gettato le basi e gli ideali su cui la rivoluzione si dovrà basare, ovvero l'Animalismo, il Vecchio Maggiore morirà, mentre Lenin riuscì a guidare la Rivoluzione d'ottobre.
Le chiavi del futuro sono state svelate, ora tocca agli altri animali applicarle nel migliore dei modi.
Ogni animale rappresentato da Orwell è studiato con cura, niente è lasciato al caso, il maiale Palladineve dalla parlantina vivace può essere identificato con Lev Trotsky, un rivoluzionario sincero che si batterà con valore nella battaglia della stalla (Rivoluzione d'ottobre del 1917) che  porterà al rovesciamento della dittatura di Jones (zar), del padrone, del nemico da sconfiggere, lo sfruttatore di un popolo.
Napoleone (Stalin) è un maiale corpulento, dall'aria feroce, non si districa altrettanto bene come il compagno Palladineve nei discorsi ai suoi compagni, ma riesce a distinguersi per via del suo opportunismo, la mancanza di freni morali; è disposto a tutto per arrivare al potere, usa una demagogia spicciola lasciando che il maiale Piffero vero e proprio propagandista, indottrini le pecore (le masse facilmente manipolabili) affinché belino slogan da usare a proprio vantaggio che si possano insidiare nella testa degli altri animali come una litania che non va più via.
Altre figure interessanti sono quelle del corvo Mosè (chiesa ortodossa) che cerca di fare più adepti possibili inculcando agli altri animali strane idee riguardanti un luogo bellissimo chiamato la Montagna di Zucchero Candito dove tutti potranno andare dopo la morte e quella di Boxer, cavallo instancabile atto a rappresentare il lavoratore sovietico incarnato nella realtà dal minatore Aleksej Stachanov.
Palladineve diventerà ossessionato dal mulino a vento non rendendosi conto che gli altri animali non riescono a stare al passo delle sue idee per il rinnovamento della fattoria e per questo Napoleone lo bandirà trattandolo come un traditore, accusandolo di sabotaggio, scaricandogli addosso le colpe di ogni evento negativo.
Ma i tempi peggiorano, i maiali e i cani inizieranno ad essere privilegiati, sfrutteranno i loro compagni per oziare e mangiare a sbafo a più non posso.
Per mantenere la sua autorità Napoleone si circonderà di cani rabbiosi (la polizia politica e lo squadrismo) pronti a sbranare chiunque si opponga al volere del nuovo despota.
La situazione inizia a precipitare, tutti lavorano come schiavi, le parole che Orwell ci consegna attraverso la cavalla Trifoglio, figura materna della stalla, scivolano dritte al cuore, sono tempi difficili, il malcontento è all'ordine del giorno. “L'idea che Trifoglio si era fatta del futuro, se mai se n'era fatta una, era quella di una società di animali affrancati dalla fame e dalla frusta, una società di uguali in cui ciascuno avrebbe lavorato secondo le proprie capacità e i più forti avrebbero protetto i più deboli, come aveva fatto lei proteggendo con la zampa quella sperduta nidiata d'anatroccoli, la notte in cui il Maggiore aveva tenuto il suo discorso. Invece – e non capiva perché – erano arrivati tempi in cui nessuno osava dire ciò che pensava, in cui si aggiravano ovunque cani ringhiosi e crudeli, in cui si dovevano vedere i propri compagni fatti a pezzi dopo aver confessato delitti sconvolgenti. Non c'erano pensieri di rivolta o insubordinazione nella sua mente. Sapeva che, persino in quelle circostanze, adesso si stava molto meglio che ai tempi di Jones e che la necessità prioritaria era quella d'impedire il ritorno degli esseri umani. Qualsiasi cosa potesse accadere, lei sarebbe rimasta leale, avrebbe lavorato sodo, eseguendo gli ordini che le avrebbero impartito e accettando la guida di Napoleone. Eppure non era in questo che lei e gli altri animali avevano sperato, non era per questo che si erano tanto affannati. Non era per questo che avevano costruito il mulino a vento e sfidato le pallottole di Jones. Ecco quali erano i pensieri di Trifoglio, anche se le mancavano le parole per esprimerli”.
Sono pagine forti queste, la favola che molti ragazzi hanno letto si trasforma in un bagno di sangue, il terrore all'ordine del giorno, maiali che commerciano con gli uomini, birra che scorre a fiumi, fino ad arrivare alla tragica conclusione, la realizzazione del totalitarismo riassunta nel settimo comandamento dell'Animalismo appena modificato: Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali degli altri.
E' lo spettro della fine, maiali che si confondono fra gli uomini, per non scordare che spesso l'uomo è il più animale degli animali.

Elle Bi


31/12/2013


L'URLO E IL FURORE - William Faulkner

Life.. is a tale told by an idiot, full of sound and fury, signifying nothing” William Shakespeare, Machbet.

L’urlo e il furore (1929) è la storia dei Compson, una famiglia del profondo Sud degli Stati Uniti nell’anno della Grande Depressione. È il tragico affresco della decadenza della “grande” famiglia americana, ritratta in tutto il suo misero squallore.

La suddivisione del romanzo in quattro parti permette a Faulkner di narrare gli eventi facendo ricorso alla tecnica dello stream of consciousness (marchio dei migliori romanzi faulkneriani), dedicando le prime tre alle voci di Benjy, Quentin e Jason (tre dei quattro fratelli Compson; la quarta, Caddy, pur protagonista della scena, non avrà propria voce in capitolo, risultando così delineata solamente attraverso le voci dei fratelli). La quarta ed ultima parte invece sarà descritta in terza persona e vi avrà un ruolo preponderante Dilsey, la cuoca nera al servizio della famiglia Compson (che oltre ai quattro figli consta anche del padre Jason Compson III, della madre Caroline e della figlia di Caddy anche lei di nome Quentin).

Come se non bastasse l’utilizzazione di più voci narranti, l’autore inserisce ulteriori elementi di complessità nel romanzo quali la continua alternanza del discorso diretto con quello indiretto e i continui salti temporali. A proposito di alinearità temporale i quattro capitoli descrivono quattro diverse giornate: Sette aprile 1928, Due giugno 1910, Sei aprile 1928, Otto aprile 1928.

La prima voce è quella di Benjy, il figlio trentatreenne scemo che come tale vede le cose con occhi distorti, leggendo il mondo attraverso esperienze sensoriali. “Caddy mi teneva tra le braccia e io sentivo il rumore di tutti noi, e del buio, e di una cosa che aveva il suo odore. E poi vidi le finestre, dove gli alberi bisbigliavano. Poi il buio prese a muoversi in forme lucenti e silenziose, come fa sempre, anche quando Caddy dice che ho dormito.”

La seconda parte si svolge diciotto anni prima e ci è narrata dalla voce di Quentin, il fratello partito di casa per andare a studiare al college. È qui che Faulkner condensa gran parte del senso della sua intera poetica regalandoci forse i momenti più alti della sua intera produzione letteraria. L’insensatezza della vita, la caducità del tempo, la torbidità dei rapporti familiari (distorti e malati), l’impossibilità di riscattarsi da un destino drammatico. “Se di là ci fosse almeno un inferno: la pura fiamma noi due più che morti. Allora tu avrai soltanto me allora solo me allora noi due tra l’esecrazione e l’orrore oltre la pura fiamma”. Questo il disperato appello di Quentin, perversamente innamorato della sorella.

La terza (dedicata al figlio Jason) e la quarta (come detto in terza persona) contribuiranno a fare maggiore luce sull’intera vicenda e sui suoi effettivi contorni. Forse alla fine del viaggio si potrà anche scorgere un bagliore di luce. Ma al di là dei singoli eventi narrati ciò che risalta maggiormente è il quadro, globale e disperato, di un’intera umanità che ha irrimediabilmente smarrito il senso ultimo della vita. E alla maniera di Schopenhauer oscilla incessantemente tra il dolore e la noia. O se preferite tra l’urlo e il furore.

Quando l’ombra del telaio si disegnò sulle tendine era tra le sette e le otto del mattino, e fui di nuovo dentro il tempo, sentendo il ticchettio dell’orologio. Era quello del nonno e quando me lo diede il babbo disse: Quentin, eccoti il mausoleo di ogni speranza e desiderio; è molto probabile, purtroppo, che te ne serva anche tu per ottenere il reducto absurdum di ogni umana esperienza, che non farà per i tuoi bisogni individuali più di quanto fece per i suoi o per quelli di suo padre. Non te lo do perché tu possa ricordarti del tempo, ma perché ogni tanto tu possa dimenticarlo per un attimo e non sprecare tutto il tuo fiato nel tentativo di vincerlo. Perché, disse, le battaglie non si vincono mai. Non si combattono nemmeno. L’uomo scopre, sul campo, solo la sua follia e disperazione, e la vittoria è un’illusione dei filosofi e degli stolti”.

Diccì



29/10/2013

           IL GRANDE GATSBY -  Francis Scott Fitzgerald



Una luce verde. Una luce verde in lontananza, affascinante, sensuale come le labbra di una donna. Una luce verde così bella quanto irraggiungibile, che assorbe nel suo raggio colorato infondendo desiderio. Ed è il desiderio uno dei temi ricorrenti de "Il Grande Gatsby", capolavoro di Francis Scott Fitzgerald, probabilmente la summa della sua bibliografia insieme a "Tenera è la notte". Desiderio che equivale a sogno, il sogno del misterioso protagonista del romanzo, Jay Gatsby (o James Gatz, fate voi). Un Jay Gatsby quasi come un Edmond Dantes moderno, che risuscita da un passato nebbioso ricorrendo all'inganno pur di arrivare a raggiungere il suo obiettivo (sogno), riconquistare la donna che gli è stata rubata, che ha perso. La responsabilità di raccontare tutto questo se la prende il giovane Nick Carraway, ragazzo proveniente da una famiglia agiata appena trasferitosi a West Egg, che si ritrova ad essere il vicino del ricco proprietario di una villa splendida, che organizza feste su feste. Incontra la cugina Daisy, sposata al ricco giocatore di polo Tom Buchanan, e la giocatrice di golf Jordan Baker (con il quale avrà una relazione). Da qui comincerà a sentir parlare più approfonditamente del suo vicino, che un giorno lo inviterà all'ennesima sua festa. E finirà anche per conoscerlo, arrivando a scoprire lentamente il suo piano e la sua persona. Jay Gatsby non è altro che un truffatore (Gatsby non è neanche il suo veo nome, che è James Gatz), un ragazzo di origini povere che si è fatto strada grazie al contrabbando e al crimine, aiutato da un certo Dan Cody da lui salvato tempo prima. Tutto questo per arrivare alla luce verde, il suo vecchio amore conosciuto durante l'addestramento militare, Daisy (la luce infatti non è altro che un faro situato nella sponda opposta del villaggio, East Egg, dove abita l'amata). Proprio la cugina di Nick. Così chiederà il suo aiuto, dando il via ad una sequenza di eventi che terminerà tragicamente. "Il Grande Gatsby" per prima cosa è un autobiografia. L'autobiografia dello scrittore, che si volta indietro osservando il suo passato fatto di party alcolici e di donne, rimanendo solo con un mucchio di polvere tra le mani. Come sono polvere le feste di Gatsby, che si circonda di perfetti sconosciuti che lo frequentano trascinati dall'ondata mondana delle sue feste, senza interessarsi del padrone di casa. La società descritta da Fitgerald è una società fatta di ipocrisia, marcia e corrotta dalla ricchezza, una società che vive solo di apparenze, costruita attorno al mito del dio denaro. La società dell'incomunicabilità, che sfocia inevitabilmente nella solitudine. Difatti Gatsby è un uomo terribilmente solo, conosce esclusivamente pedine da lui manovrate per arrivare a raggiungere il suo sogno. La villa diviene quasi terrificante una volta abbandonata dagli ospiti, uno scenario che porta al suo interno il fantasma di figure ingrassate e ben vestite anch'esse terribilmente spaventose. E la solitudine raggiungerà il culmine alla fine del romanzo, quando nessuno vorrà assistere neanche al funerale del protagonista. Il "Grande Gatsby" è anche il ritratto di un'epoca, l'epoca dei "Roaring Twenties", i ruggenti anni 20, e il ritratto della generazione che li ha vissuti. Una generazione ormai sorpassata, e quindi emarginata dai più, priva di interesse proprio come Gatsby da morto. Infine "Il Grande Gatsby" è il ritratto di un sogno, quel sogno americano che ha risucchiato così tante persone. Quella lucina verde dall'altra parte del fiume che attira con il suo sorriso ammiccante, promettendo fortuna e ricchezza, gioia e amore. Un sogno che non è soltanto americano, ma globale. Un sogno adesso incoraggiato dalle TV con le loro pubblicità, che non smetteranno mai di mietere vittime. Un sogno che Fitgerald aveva già riconosciuto come fasullo. E infatti Gatsby, da uomo dal passato incerto e dalla dubbia moralità, finisce per essere la vittima, il sognatore sconfitto da chi non ha mai sognato, perchè non ne ha bisogno. Un mondo in recessione continua, come sarà l'America qualche anno dopo l'uscita del romanzo. Un mondo costruito da un'umanità ormai priva di principi, indifferente a tutto. E chi non lo è, sarà destinato proprio a capitolare come ha fatto il grande Jay Gatsby. Anzi, il grande James Gatz.

1929. L'America vive uno dei suoi periodi peggiori. E' la Grande Depressione, dovuta al crollo di Wall Street. Un periodo di crisi che ingloberà il mondo intero e che spezzerà molte vite, un periodo che decreterà definitivamente la fine di un sogno, quell'American Dream morto alla nascita.

Mi.Di


29/10/2013


                                PASTORALE AMERICANA - Philip Roth

Di solito non scrivo recensioni su autori di cui ho letto soltanto un'opera, ma, prendendo in mano Pastorale Americana ho capito che mi trovavo davanti ad un romanzo che parla da solo, a pagine scritte con estrema chiarezza, a un autore che parla ad un'intera nazione e al mondo intero.


Philip Roth inizia la sua epopea in modo autentico e calibrato, ci introduce nella vita dello Svedese tramite gli occhi del suo alter ego Nathan Zuckerman, con uno sguardo che inizialmente è di spassionata ammirazione.
Lo Svedese brillava come estremo nel football, pivot nel basket e prima base nel baseball. Soltanto la squadra di basket combinò qualcosa di buono (vincendo per due volte il campionato cittadino con lui come marcatore principale), ma per tutto il tempo in cui eccelse lo Svedese il destino delle nostre squadre sportive non ebbe troppa importanza per una massa studentesca i cui progenitori – in gran parte poco istruiti, molto carichi di preoccupazioni – veneravano il primato accademico più di ogni altra cosa...Ciononostante, grazie allo Svedese, il quartiere cominciò a fantasticare su se stesso e sul resto del mondo, così come fantastica il tifoso di ogni paese...L'assunzione di Levov lo Svedese a domestico Apollo degli ebrei di Weequahic si può spiegare meglio, credo, con la guerra contro i tedeschi e i giapponesi e le paure che essa generò. Con lo Svedese che furoreggiava sul campo da gioco, l'insensata superficie della vita forniva una specie di bizzarro, illusorio sostentamento, il felice abbandono a una svedesiana innocenza, per coloro che vivevano nella paura di non rivedere mai più i figli, i fratelli o i mariti”.
Così Roth ci introduce nel mondo dello Svedese nelle prime pagine del romanzo, ci mostra un uomo indistruttibile, osannato da tutti, il giusto dei giusti, alto, biondo e dalla mascella sicura.
Questa prima parte intitolata Paradiso ricordato ci descrive in maniera maniacale i successi dello Svedese ai tempi del liceo, sempre presente sui campi da gioco, portato in voce dalle “ragazze pon pon che avevano un urrà apposta per” lui; e i successi ancora più grossi negli anni della maturità, l'aver sposato Miss New Jersey, la ragazza più bella del paese, l'aver preso in mano la gloriosa fabbrica del padre e l'essere riuscito a renderla ancora più grande, tutto questo sembrava assicurare allo Svedese un futuro roseo e senza intoppi, un destino segnato dalla nascita.
Ma il meccanismo perfetto di Roth, non dissimile ad un'operazione chirurgica incrina la vita ampollosa di Seymour Levov, perfettamente in tempo con il finale di questa prima parte arriva la bomba, improvvisamente tutto fa crack, la vita dello Svedese e di una nazione intera, un popolo che credeva nel sogno americano incarnato da questo biondo e slanciato ebreo.
Merry, figlia forse anche troppo amata, sempre tenuta sotto la grossa ala dorata del padre perfetto, piazza la bomba; un uomo a caso muore, è la terrorista di Old Rimrock, è lo scandalo di un villaggio, è la fine di un uomo.
La seconda parte La caduta (non poteva che intitolarsi così) dà quasi un po' di speranza allo Svedese, che in uno dei pezzi più belli e significativi del romanzo conosce una ragazza pallida e minuta, una presunta studentessa della Wharton School della Pennsylvania, che gli chiede tutto sul suo lavoro, sulla fabbricazione dei guanti, proprio all'interno della sua amata fabbrica.
Ovviamente non può sapere che quella Rita Coehn che sta ospitando in uno dei luoghi a lui più cari è l'origine di tutto, la “carnefice” di sua figlia, fautrice di tutto quello che Merry ha imparato sulla lotta alle oppressioni, sul ribellismo, e inevitabilmente sul sangue che dev'essere versato.
Ma poi, alla fine della visita alla fabbrica, tutto gli verrà svelato: “Vuole il suo album di Audrey Hepburn”. Sette semplici parole.
E da lì, quell'ammirazione spassionata che Roth ha avuto per il suo personaggio si trasformerà in spietatezza verso lo Svedese dalla vita perfetta, verso quell'uomo vissuto sotto una campana di borghesismo cieco, una spietatezza manifestata negli svariati incontri con Rita Cohen, che non gli chiederà più informazioni sulla fabbricazione dei guanti ma lo attaccherà verbalmente sbattendogli in faccia tutto quello che di guasto c'è nella sua vita, tutto quello che ha sbagliato nei confronti della giovane Merry, gli stereotipi di una vita intera.
Le aggressioni di Rita sono quanto di più crudele c'è nella vita, e lo Svedese incassa, crolla, ma cerca di resistere, tutto pur di rivedere quella figlia che ormai non gli appartiene.
E poi, l'incontro tanto atteso: dopo la sofferenza finalmente una speranza di riconciliazione. Ma Merry è troppo cambiata, Seymour Levov capisce che è una battaglia persa, ormai il lavaggio del cervello è già stato fatto, li separa una distanza incolmabile, la distanza dei tempi che sono passati, gli anni Cinquanta sono un sogno perduto, i Settanta impazzano in tutto il loro ardore e Merry è figlia di quegli anni, non appartiene alla generazione del padre, quando ancora il sogno americano conquistava i cuori e le speranze della gente.
Nella terza ed ultima parte Paradiso perduto, il crollo continua, alternato dai ricordi dell'innocenza perduta, a quando Merry apriva il cancello di casa con la punta di un bastone; ma la caduta non riguarda solo lo Svedese, si frantuma tutto quello che gli sta intorno.
La moglie Dawn, allevatrice e mungitrice di vacche che non disdegna un lifting a Ginevra di tanto in tanto, non ama più quella vita all'apparenza perfetta, e allora come se non bastasse si fa trovare china sul lavello col vicino Orcutt, lo Svedese osserva e non si rende conto di come stia crollando tutto a pezzi, di come non ci sia più nulla di integro intorno a lui.
Philip Roth trasforma la spietatezza in tenerezza guardando al suo personaggio con occhio vigile e disincantato, quell'occhio che osserva con compassione lo Svedese e lo specchio che fa del suo popolo e della sua nazione.

Elle Bi

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