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martedì 15 luglio 2014

NEWS: "IL “ROSEO” MONDO DELL’ IMMIGRAZIONE BENGALESE – Parte 1"


Una cosa che non ho potuto fare a meno di notare, tra l’infinità di cose che non si può fare a meno di notare nella Città Eterna, è la massiccia presenza di immigrati del Bangladesh. Questo fenomeno, se da una parte ha contribuito a far salire le mie skills di “rifiuto delle rose” da base ad avanzato, dall’altra ha alimentato una certa curiosità nei confronti di questo universo invisibile che è il Bangladesh romano.

Facendo alcune ricerche ho scoperto che Roma è, dopo la capitale del Bangladesh Dhaka, Calcutta e Londra, la quarta capitale al mondo per numero di bengalesi. Una forte presenza di questo gruppo etnico si trova tra Torpignattara e il Pigneto, tant’è che questa zona è riuscita a guadagnarsi l’appellativo di  Banglatown. L’immigrazione è soprattutto maschile: si viene in Italia con l’intento di mantenere le famiglie lasciate a casa. E per farlo si accetta di fare qualunque lavoro, supportati dalla comunità, e con la speranza di riuscire a ritagliarsi un futuro migliore. Tuttavia, se da un lato una consistente parte di questi migranti si riversa all’interno delle cucine dei ristoranti – italiani e non – o dietro a banchi o negozietti che vendono generi alimentari tipici e non solo, dall’altro una altrettanto consistente parte svolge lavori, per così dire, di fortuna.


Oltre alla visibile presenza di “rosari”, venditori di rose presenti in tutte le principali città d’Italia, a Roma vi sono altri due ruoli ricoperti da ragazzi bangladeshi: il lavavetri e l’aiuto clienti alle pompe di benzina – mi riferisco ai ragazzi che lavorano durante l’orario self-service. Probabilmente per l’immenso dolore derivante dalla non rielezione di Iva Zanicchi come parlamentare Europea, dal controllo sulla mente esercitato dalle scie chimiche nonché dalla dieta a base di pasta che il mio stipendio da tirocinante mi permette di concedermi, ho iniziato a pormi delle domande sulla possibile esistenza di una sorta di cupola dietro ai bengalesi che svolgono una delle tre professioni menzionate.  

Dopo essermi fatto un giro nella colorata e multietnica Torpignattara – che anche se non è Brick Lane, ha una presenza di abitanti dell’etnia in questione di tutto rispetto – ho deciso di fare alcune domande ad Asimasim, un ragazzo 22enne che lava i vetri al semaforo sotto casa mia. Nonostante le mie (forse eccessive) aspettative, l’intervista si è rivelata utile quanto un culo senza buco dato che il gap linguistico tra me ed il mio amico Asim, non colmabile neanche con l’inglese, non ha permesso di portare le mie indagini dove volevo. In realtà qualche notizia utile sono riuscito ad estrapolarla, ma andiamo per gradi.

La mia prima conoscenza con i sempresorridenti amici del Bangladesh risale a un po’ di anni fa, quando lavoravo nella ristorazione a Firenze. I miei padroni nazifascisti mi intimavano di scacciare gli invadenti rosari che disturbano i nostri avventori. Tuttavia, il generale senso di rifiuto di un certo tipo di potere mi portò a diventare amico di quelli più gentili, che lasciavo entrare di sgamo nel locale, facendo finta di non vederli. La mia amicizia con il mondo Bangla si è poi consolidata in un successivo episodio, svoltosi a 8mila metri di altezza su un volo della compagnia Airbangladesh, mentre tornavo da un viaggio esotico. Il mio vicino di posto era originario di Dhaka e, dopo avermi sorpreso rispondendo al mio: “Hi, what’s your name?” con un calorosissimo: “A bello, me chiamo Nazim, faccio er fornaro”, ha tradotto per me il messaggio che il capitano aveva diffuso dagli altoparlanti nella sua lingua. Dandomi così la lieta notizia che stavamo facendo una sosta ad Abu Dhabi perché il carburante stava finendo. La buona fede e la simpatia di quell’uomo, che mi hanno fatto valutare se riunirmi al gregge di Gesù Cristo una volta baciato il suolo a Fiumicino, mi sono sempre rimaste nel cuore.

via Flickr 
Alla luce dell’affetto che nutro per questa etnia, mi son sentito in dovere di indagare per sbarazzarmi della teoria complottista che si è annidata nella mia mente, che ogni tanto si impossessa di me portandomi a domandarmi: esiste un Don Rosario a capo della Banglamafia? Vi è una sede segreta dove avviene la distribuzione tra i vari bengalesi dei semafori, benzinai e piazze romane? Una volta avvenuta la distribuzione, si deve pagare un pizzo per mantenere la propria zona? I bengalesi vogliono pijarse Roma?

Qui rientra in gioco Asimasim. Nonostante la nostra conversazione abbia rasentato l’assurdo più di  una novella di Samuel Beckett, sono riuscito ad ottenere delle informazioni di base che mi hanno permesso di allontanare per un po’ le mie angosce sulla Banglamafia. All’opposto, la conversazione con Asim mi ha portato a supporre che la comunità bengalese romana sia il popolo  segretamente eletto da Carlo Marx per mettere in pratica la sua teoria comunista, tanto evidenti erano i concetti di fratellanza, di condivisione e di uguaglianza. Asim ha tracciato i rincuoranti contorni di una collettività pacifica che si aiuta nel difficile task dell’integrazione in terra straniera.

Tuttavia la cosa non è bastata a farmi smettere di pensare alla possibile esistenza della Banglacupola e così ho smosso i miei contatti per effettuare altre interviste sul campo, per dare una risposta finale alle mie opprimenti domande. Su tutte: esiste (e come funziona) una sorta di Banglamafia o, piuttosto, gli immigrati Bangladeshi sono un modello di aiuto fraterno da cui imparare?

To be continued..


di IT per la rubrica “NEWS DAL FUTURO”.

venerdì 11 luglio 2014

NEWS: "FLESSIBILITA' O NON FLESSIBILITA', IL MONDIALE CONTINUA"




All’indomani di un trionfo della Germania a Rio de Janeiro, un’altra partita ben più ardua si sta giocando ormai da mesi tra Roma e Berlino. In campo le squadre non sono certo formate da sportivi di grande caratura ma al contrario, una certa senescenza dei giocatori accomuna entrambe le formazioni. E la posta in palio non è la soddisfazione di sollevare in aria una grande coppa laccata d’oro, ma bensì quella di portare a casa una messa in discussione, o meno, del nuovo nemico numero uno: il fatidico tetto del 3 per cento al rapporto tra deficit e PIL, tanto caro a Weidmann, presidente della banca centrale tedesca, e compagni (formazione tedesca), e mai così stretto per Renzi e i suoi (formazione italiana).

A volte mostrare un po’ i muscoli per cercare di soverchiare uno status quo poco vantaggioso fa sicuramente parte di quella téchne politica di cui Machiavelli fu un sopraffino speculatore. Anche la ricerca di un capro espiatorio da dare in pasto ad una folla inferocita (l’elettorato) fa sempre parte di un gioco proprio del centauro-politico (per usare ancora una riuscita similitudine del pensatore fiorentino), che oltre al logos proprio dell’uomo, non deve peritarsi di usare anche l’astuzia, propria di un animale quale la volpe (da qui l’immagine del policy maker metà uomo e metà animale). Attenzione quindi a scegliere per quale squadra tifare in questo grande “classico” quale è Italia-Germania, partita dal significato squisitamente politico (oltreché economico, certo) dove forse non è così scontato portare in alto i colori della bandiera di casa propria.

Come scrissi già in un articolo precedente, la scelta di un tale limite fu piuttosto approssimativa ma sottintendeva una ratio dalla semplicità quasi disarmante: il tasso di crescita medio nell’eurozona agli inizi degli anni 90’ (quando, dopo Maastricht, la soglia del 3 per cento di deficit fu estesa a tutti i paesi euro) ancora galoppava ed in una logica di lungo periodo, questo avrebbe significato un sostanziale equilibrio del rapporto tra stock del debito di un paese ed il suo prodotto interno. Alla luce di questa prima osservazione quindi, ricordando che le stime OCSE del tasso di crescita italiano di quest’anno sono pari allo 0.6 per cento, ed ipotizzando raggiunta la soglia decretata da Bruxelles, vi è una forbice pari a 2.4 punti che si traduce in un perpetrarsi della corsa del debito sovrano che da qualche anno pare davvero inarrestabile (pari al 132 per cento lo scorso anno; durante la crisi dello spread che portò alla nascita del governo Monti, tale valore si aggirava attorno a 120 punti percentuali). Prendere a prestito danaro, ricordiamoci, non è privo di conseguenze: nel 2013 gli interessi pagati dall’Italia sono stati pari a circa 82 miliardi di euro ed ISTAT rivela che ammontano a 318 i miliardi sborsati negli ultimi 4 anni per la stessa voce d’uscita. Per un paese che non cresce (e che realisticamente non lo farà in maniera davvero sostenuta ancora per molto; l’Italia è poi un’economia matura ed è perciò irrealistico immaginarsi nuovamente tassi di crescita da “boom economico”), questo significa continuare a condannare le generazioni presenti e future ad avere una enorme spada di Damocle sempre appesa sopra la testa e ad essere vittime potenziali del “sentiment” degli amorali mercati finanziari. Alla prima nuova avvisaglia di inceppamento del motore italiano, lo spread col Bund tedesco schizzerebbe ancora alle stelle e con questo, il costo di chiedere nuovo debito: insostenibile sarebbe poter ripagare i nuovi e i precedenti interessi e le conseguenze di un tale avvenimento sono facili da immaginarsi.

In un celebre paper di Blanchard e Quah del 1989 inoltre, viene mostrato come uno shock dal lato della domanda (come quello portato ad esempio da un aumento di spesa pubblica non per investimenti) abbia sul PIL degli effetti aumentativi in realtà temporanei, a maggior ragione in una situazione come quella attuale dove il capitale è con tutta probabilità sottoutilizzato. ISTAT ha recentemente dichiarato che il livello dei consumi nella penisola è tornato a quello di 12 anni fa. E’ normale quindi che si pretendano ancora delle riforme strutturali al nostro sistema paese, il quale mostra ancora dei forti attriti interni alla crescita che andrebbero assolutamente eliminati, prima di continuare ad ingigantire un ormai mostruoso stock di debito con la scusante di pompare carburante in un sistema dai molti problemi “tecnici”. E di margini di manovra a guardar meglio sembrano essercene di numerosi. Durante il periodo tra il 2007 ed il 2013 ad esempio, dei 49.5 miliardi di euro di fondi strutturali europei, solo il 40 per cento di questi è stato speso (fonte Il Sole24 Ore), mettendo in luce tutta l’incapacità della macchina burocratica nostrana di gestire un tale tesoro, in periodi di vacche magre come questi assai prezioso. Un più razionale uso di tali risorse sarebbe sicuramente auspicabile. 

Recentemente la Corte dei Conti ha poi lanciato un j’accuse contro quella foresta di aziendine ed aziendette a partecipazione regionale e comunale delle quali un terzo è in perdita e la cui gestione costa alle tasche del contribuente ben 25 miliardi l’anno. Sicuramente un serio e tanto millantato new deal dovrebbe tentare di colpire e limitare un tale insensato sperpero. Visto poi il poco senso di responsabilità mostrato dall’attuale classe politica che, nonostante la crisi profonda sembra formata da “stupide galline che si azzuffano per niente” (cit. Battiato), creare un precedente permettendo di superare l’attuale vincolo di bilancio imposto dall’Europa potrebbe verosimilmente rallentare quel processo riformatorio ora in atto e mai così necessario, la cui gestazione è ancora tumultuosa e che maggiore tempo (perché la  questione del 3 per cento è soprattutto questo) potrebbe rallentare ed annacquare.

Siete ancora convinti di voler tifare gli “azzurri”? O forse cercare un posto nella curva dei tifosi tutti wurstel, crauti e birra alla spina non è poi così insensato?



di Maste per la rubrica "NEWS DAL FUTURO".

venerdì 4 luglio 2014

NEWS: "BRASILE2014, JALLAH ALGERIA"


Buona parte dei pronostici sugli esiti del mondiale, fatti tramite elaborate modellistiche statistiche da parte di varie “voci” importanti, si sono rivelate essere un fiasco (qui potete trovare quella di Goldman Sachs e quella de La Voce.info. Nessuna partita degli ottavi è stata prevista correttamente dal modello della banca d’investimento e solo due match su otto per La Voce.info). O meglio, si sono piuttosto rivelate un esercizio teorico per il mero sfoggio di skills da parte degli operatori che le hanno fatte. 


I motivi che hanno portato al fallimento delle previsioni sono legati a fattori esterni non incorporati nei modelli. Due su tutti. Uno legato al clima, che ha determinato scenari disidratativi da maratona nel deserto che hanno avuto un grosso impatto sui campioni in campo. L’altro di natura comportamentale: il mondiale è un’occasione unica per i giocatori che ci vanno e, molti di questi, sono portati a dare più del 100% delle proprie capacità. Ce ne sarebbe anche un terzo legato agli errori arbitrali, ma questa è una valle di lacrime e rimpianti all’interno della quale non ho nessunissima intenzione di avventurarmi. La presenza dell’Algeria all’ottavo di finale in cui ha fronteggiato a testa alta la temibile Germania – che deve ringraziare il proprio portiere se ha passato il turno: “71% of the earth is covered by water. The rest is covered by Manuel Neuer" –, è in buona parte correlata con il fattore due: l’enorme cuore dei giocatori algerini che non hanno voluto sprecare la loro quarta opportunità mondiale, guadagnata con dedizione e impegno – e pure qualche difficoltà come l’inizio del Ramadan.

…Che mondiale pazzesco ha fatto l’Algeria! Ho seguito i 120 estenuanti minuti del terzultimo ottavo giocato come se stessi guardando una finale, messaggiando con amici in diretta e scambiando con questi frasi del tipo “viva il fumo, a basso le lager”, in pieno stile stereotipimondiali. Per poi vedere il sogno andare in fumo quando, all’inizio del primo tempo supplementare, Schürrle ha trasformato in gol un velenoso filtrante indirizzato al centro dell’area da Muller e poi, al 120’, Özil ha insaccato un missile che ha portato la Germania diretta al Maracana di Rio de Janeiro. Solo all’orgoglio e a qualche speculativo “se”, è servito il gol di Djabou segnato il minuto dopo. Un risultato tuttavia importante, un’impresa. Così come lo è stato il superamento del girone. Combattuto a denti stretti dai nordafricani che, non abbattutisi dopo aver incassato un 2 a 1 dal Belgio dopo aver mantenuto il vantaggio fino al 70’, hanno umiliato per 4 a 2 la Corea del Sud (3 gol nel primo tempo) e contenuto la squadra di Capello, strappando un 1-1 che gli è valsa la qualificazione e trasformando anche il mondiale Russo in un notevole flop, specie alla luce dell’onorario del Sig. Capello – che varia di fonte in fonte e che per ilFattoQuotidiano ammonterebbe a “più di 8 milioni annui”.



Il controognipronostico lungo mondiale dell’Algeria, ha continuato a far parlare di sé. Riporta il Daily Mail che la nazionale algerina donerà alla popolazione di Gaza il compenso ricevuto durante il campionato del mondo. Tra le varie storie offerte dal web, la versione ufficiale sembra essere che Islam Slimani, bomber dello Sporting Lisbona e punta della nazionale dei Verdi (nickname dei calciatori algerini), abbia affermato che la nazionale algerina devolverà il bonus ottenuto dalla Fifa per la partecipazione agli ottavi ai minori di Gaza, avendone questi “più bisogno di loro”. Di che cifra stiamo parlando? Nonostante le cifre di quest’anno siano più alte del 33% rispetto a Sudafrica 2010, con un succulento premio di 35 milioni di dollari per chi alzerà la coppa, il bottino accumulato dall’Algeria è pari a 9 milioni di dollari – meno del salario del Sig. Capello. Dunque niente in grado di mutare radicalmente la drammatica situazione palestinese ma, diciamolo pure chiaro e tondo, “CHE BELLO!”. Un gesto eloquente. Un gesto di fratellanza. Un gesto di vicinanza alla popolazione vittima di un regime di apartheid tollerato da troppi stati. Un gesto in pieno spirito World Cup!

di IT per la rubrica "NEWS DAL FUTURO".

venerdì 27 giugno 2014

NEWS: "IT'S ONLY ROCK 'N' ROLL BUT I LIKE IT - Speciale Rolling Stones, Parte 2"


Qui il link alla Parte 1 scritta da Mi.Di.

Quando presi in mano la chitarra per la prima volta ero oramai cresciutello e di musica non sapevo quasi niente. “Il 90 per cento dei chitarristi comincia a suonare una sei corde per una ragazza”; queste le parole del mio maestro, un tipo eccentrico dal carattere non facile, ma che la sapeva sicuramente molto lunga. Credo di potermi considerare facente parte di quel 90 per cento.

Ricordo un pomeriggio d’estate piuttosto torrido, in cui il maestro mi disse con tono deciso: “Ok Maste, credo tu sia pronto per una piccola improvvisazione blues; ti accompagno con un 12/8 in Mi minore, fammi vedere un po’ cosa sai fare”. Imbracciai l’artiglieria elettrica e feci scivolare le dita sulle corde di metallo. Quello che il mio maestro non sapeva è che avevo trascorso gli ultimi mesi a divorare tutorial di blues su Youtube (versione moderna del “budello” di locali dove Hendrix perfezionò in gioventù la sua tecnica) e mi feci forza. Cominciai con qualche fraseggio piuttosto impacciato e il risultato che ne venne fuori fu, sulle prime, molto deludente. “Non voglio guardare cosa è in grado di fare la tua mano, ma voglio sentire cosa hai dentro Maste”; mi interruppe così e lo guardai con un sorrisetto timido. Sospirai e decisi di chiudere gli occhi: mi dimenticai per un attimo di regole e note e drizzai l’orecchio verso ciò che mi scuoteva dentro. Il risultato fu un lungo, ostinato, dolorante “Mi” che riecheggiò per tutta la stanza: “Bene”, mi disse, “cominci a capire”.

Il blues è un fiore che affonda le sue radici nel periodo della schiavitù delle comunità nere del Sud degli Stati Uniti, e che germinò dalla confluenza di due tradizioni: da una parte i canti di lavoro degli antichi popoli di agricoltori dell'Africa occidentale, dall'altra, i salmi degli immigrati provenienti dal vecchio mondo. Chiave di volta fu l'epilogo della guerra di secessione e la fine formale della schiavitù. L'uomo di colore ora è libero, ma la sua condizione materiale non cambia; ecco che allora il blues diviene un canto individuale, con lo scopo non di esprimere il bisogno di liberazione di una collettività, ma la disperazione, la solitudine e lo smarrimento del singolo, la condizione dolorosa dell'uomo di colore, formalmente integrato, ma di fatto represso in una società egemonizzata dai bianchi.

Un nome, forse più di altri, si fece portavoce di questo strazio, pochi anni prima dell’inizio del secondo conflitto mondiale: Robert Johnson, archetipo dell'artista maledetto, l'uomo a cui il diavolo ha donato la chitarra e rubato l'anima, compositore di litanie malate, polvere, corvi, prigioni e ferrovie, spose violate e ira, avventure, sentimenti, disperazione. Da principio non particolarmente capace di suonare, Johnson scomparve (a seguito della morte della moglie), per riapparire un anno dopo nelle vesti di fenomeno della sei corde.  Le credenze dell'epoca raccontano di un incontro tra il bluesman e un misterioso uomo in nero, che allo scoccare della mezzanotte gli propose lo scambio anima\talento chitarristico.


E se il nostro collaboratore Mi.Di., nella parte 1 dello speciale sull’imperiale concerto dei Rolling Stones, parla di porte dell’inferno che si spalancano e di una “presenza scenica […] quasi faustiana”, chissà se, come Jonhson, anche le quattro pietre rotolanti abbiano incontrato sul loro lungo cammino un demone vestito di nero. Sympathy for the devil sembra non troppo velatamente descrivere un fatidico, quanto leggendario, incontro: “Please allow me to introduce myself, I am a man of wealth and taste” suonano dalla bocca di Jagger così realisticamente diaboliche che si fatica ad immaginarle frutto solo della fantasia del frontman. Provate ad immaginare: durante una notte molto lisergica di quei lontanissimi anni 60’ forse proprio il diavolo apparve dinanzi ai quattro proponendogli un accordo: “voi suonerete riff di chitarra che rimarranno impressi per sempre nella storia della musica e attraverserete i tempi d’oro del Rock sempre “giovani” come foste divinità immortali. Io, in cambio di tutto questo vi chiederò una sola cosa: la vostra anima”.

Quella sorta di benedizione al contrario, quel lascito testamentario, quell’investitura dannata, vale ancora. E, 52 anni dopo quel primo riff, suonato da uno sconclusionato inglesotto del Kent (che aveva imparato a suonare la sei corde che la madre gli aveva regalato per provare ad incanalare nell’arte i suoi bollenti spiriti), uno studentello borghese della London School of Economics (anch’esso del Kent) e ammorbiditi dai beats del più anziano Charlie (unitosi dopo un paio di anni), quei riff vengono suonati ancora. E io, Maste e la ragazza di quest'ultimo (più tardi raggiungeremo Mi.Di e gli altri ragazzi), che non abbiamo neanche la metà degli anni di questi diavoli, siamo qua seduti ad un ristorante di Testaccio a scaldarci per il concerto. Fresco vino nei bicchieri e, come sottofondo musicale, proprio gli Stones, dati intelligentemente in pasto allo stereo da parte del proprietario del locale …

Ma non è questo a colpirmi o a confermare l’esistenza di quel patto satanico di sangue. È l’ammasso di carne che mi scorre accanto che è impressionante. Avere il biglietto per il “concerto dell’anno” significava essere parte di un fiume umano colorato da irridenti maglie con la linguaccia che, scorrendo lento come il Tevere, si muove verso il Circo Massimo come incantato da un invisibile pifferaio magico. Alla fine gli organizzatori hanno stimato più di 70000 presenze, ancora, un vero e proprio ammasso di carne. Un meltingpot generazionale unito da una religione: il Rock‘n’Roll.  Continuavo a notare, mentre lenti il vino, i cocktails e gli amari scendevano giù, il placido scorrere di migliaia di faccioni che facevano la linguaccia e che sembravano aver voglia di ridere della vita, di prenderne il bello e gettare il brutto – o soffocarlo con qualche sostanza come per molto tempo hanno fatto i guru musicali che ci apprestavamo ad ascoltare.



Una volta pagato il conto, ci siamo uniti alla massa informe e ne siamo divenuti un tutt’uno. Abbiamo lasciato in ufficio o sui libri o in negozio le nostre personalità per fonderci in quella collettiva del grande spirito del Blues. Scannerizzati i biglietti ai security check e preso postazione sotto al palco. Fiumi di rhum e emozioni liquide. Ma questo ve lo ha già raccontato ieri Mi.Di. C’è poco altro da dire. C’è chi ha criticato questo museo-musicale-vivente-sforna-soldi sotto vari punti di vista. Stronzate. I Rolling Stones erano e sono ancora la voce della ribellione, dello scommettere su te stesso e sui tuoi sogni (pure quando tutti ti danno per spacciato o morto), sono i bluesmen disposti a tutto pur di lanciare il loro grido irriverente... disposti pure a fare un patto con il diavolo.

È stato puro Rock’n’Roll. Può andare a farsi fottere chi sostiene il contrario.



di Maste e IT per la rubrica "NEWS DAL FUTURO".

venerdì 20 giugno 2014

NEWS: "QUANDO LASCEREMO ATLANTIC CITY?"



Sesso, droga e contrabbando. No, non è la presentazione della prossima stagione di Boardwalk Empire, ma quanto accadrà da settembre al Prodotto Interno Lordo (PIL), il più conosciuto (e dibattuto) indicatore economico del nostro tempo. Al ritorno dalle vacanze estive infatti, le modalità di computo del PIL subiranno una modifica “stupefacente” in quanto contrabbando, prostituzione e droga entreranno a farvi parte.

In macroeconomia il PIL è definito come il valore totale dei beni e servizi prodotti in un paese da parte di operatori economici residenti e non, e destinati al consumo finale, alle esportazioni nette (esportazioni al netto delle importazioni) e agli investimenti pubblici e privati. Fu introdotto dal premio Nobel Simon Kuznets verso la metà degli anni ’30 con lo scopo di contabilizzare l’economia di uno Stato. Col passare del tempo il sistema di conti di Kuznets si è evoluto e raffinato, fino a diventare l’attuale indicatore economico. Molti sono gli aspetti positivi legati a questo indice, su tutti: fotografa l’economia di uno Stato e la rende confrontabile con altre. Tuttavia, molte sono anche le critiche che negli anni ha ricevuto.

Ciò che viene più frequentemente contestato è che il PIL sia spesso associato con la qualità della vita dei paesi, e strumentalizzato per fini politici. Della serie, “il PIL è grande, la vita è bella e tutto va bene”. E questa è una grossolana approssimazione, o una furbizia di politici e combriccola. Cioè, in generale il paradigma funziona – se si considerano Lussemburgo e Liberia, sono convinto che la qualità della vita sarà, come il PIL, ben più alto nel primo paese che nel secondo –, ma non va affidato al PIL un compito che va oltre le sue mansioni. Vi è un famoso discorso tenuto da Bobby Kennedy alla Kansas University qualche mese prima di essere assassinato che contesta, romanticamente, questo indice sulla base del fatto che “misura tutto, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta”. Sulla scia di questo discorso e di altre critiche, sono state proposte varie misure alternative al PIL. Misure che fanno – o quantomeno ci provano – confluire nel calcolo di questo aggregato il benessere delle persone dello stato in considerazione. Vari economisti hanno realizzato indici come l’Indice del Progresso Reale, quello della Felicità Lorda Nazionale o l’Index of Sustainable Economic Welfare.

Polemiche a parte, la realtà è che un indice migliore o più informativo non è ancora stato creato –o come direbbe qualche cospirazionista: “I signori del mondo non hanno interesse a che questo venga abbandonato”. In ogni caso, questo articolo non vuole essere né un attacco al PIL né una disamina delle possibili alternative a questo. Ma solo una riflessione critica sulle nuove modalità di rilevazione. Concludo dunque la divagazione e riprendo da dove avevo iniziato. Da settembre in poi l’economia illegale verrà contabilizzata e verrà considerata come parte della ricchezza nazionale tramite metodi di stima che permetteranno di quantificarla. Il motivo principale che ha spinto le istituzioni europee in questa direzione è quello di eliminare la disomogeneità tra i paesi membri. Infatti, alcune attività sono legali solo in alcuni paesi, e questo altera la confrontabilità dei dati. Per questo Eurostat, l’ente di statistica comunitario, ha introdotto delle nuove regole – si passa dal sistema europeo dei conti nazionali e regionali Sec 95 al Sec 2010 – che richiedono che le stime comprendano, a prescindere dallo status giuridico, tutte quelle attività che producono reddito. In realtà le novità sono anche altre tra cui, a mio avviso, la più importante è la capitalizzazione delle spese in ricerca e sviluppo – che tuttavia in Italia ha un peso minore rispetto a quello delle attività illegali, ma sto ancora divagando …

Gli effetti di questo provvedimento, dipenderanno molto dai metodi di stima scelti. La voce.info ha calcolato l’impatto di questo intervento su due misure importanti che si ricavano dal PIL e su cui si basano alcune politiche europee e non, come ad esempio il fiscal compact – su cui scrivemmo qualcosa qualche tempo fa. A detta del giornale economico: il rapporto debito/Pil subirebbe una riduzione di 1,32 – 2,6: nell’ipotesi massima si raggiungerebbe senza alcuno sforzo economico e politico metà dell’obiettivo richiesto dal fiscal compact.  Il rapporto deficit/Pil, invece, diminuirebbe di 0,03 – 0,05 punti, con una maggiore disponibilità di risorse da spendere tra i 15 ed i 31 miliardi secondo i dati del 2013”. Stiamo dunque parlando di una riforma (contabile) con effetti reali massicci, che ci mette di fronte ad una serie di riflessioni.

È amaro constatare come in Italia, l’abbassamento dei rapporti sopra indicati dipenderebbe in maniera maggiore dalla contabilizzazione dell’economia illegale che dalla capitalizzazione di ricerca e sviluppo nel PIL (e le altre modifiche che non ho menzionato). Nel lungo termine, questo ci porterà a essere dei fattoni ignoranti?

Gli “effetti reali” individuati sopra potrebbero essere ben più grandi se, con un piccolo sforzo mentale, accettassimo l’esistenza di ciò che si continua a negare e alcune attività illegali, come la vendita di droghe leggere o la prostituzione, venissero legalizzate e regolate. Questo genererebbe un gettito fiscale e ridurrebbe le spese legate al contrasto di queste attività. Dunque mi domando, perché continuare con questo proibizionismo, che va tutto a favore dei vari Nucky Thompson e bootleggers vari, quando una sana regolamentazione avrebbe una lunga serie di effetti positivi?
In linea con quanto appena detto, un mio amico ha sinteticamente commentato dicendo: “Non torna però, perché il debito lo puoi ripagare – aldilà delle re-emissioni – solo con entrate legali, non a nero cioè (e.g. le tasse!). Non è allora il caso di iniziare a seguire, ad esempio, il percorso di legalizzazione-regolamentazione timidamente intrapreso da alcuni Stati degli States?”.

In poche parole, quando inizieremo a preferire il progresso al regresso?

di IT per la rubrica "NEWS DAL FUTURO".

domenica 15 giugno 2014

NEWS: "DIARIO DEL (IM)PERFETTO TIFOSO"


“Eh figlio mio, noi siamo in un sogno dentro a un sogno”
(Totò in “Che cosa sono le nuvole” di Pier Paolo Pasolini)

Ebbene si, il rendez-vous mondiali è infine giunto ed il grande classico Inghilterra-Italia fa già parte della storia del calcio.
E cos’è impossibile da non notare quando ha inizio la World Cup? La altrettanto “classica” fiumana di gente che si riversa nelle piazze per vedere la partita della propria nazionale quasi fosse richiamata dalla musica di un pifferaio magico (potevo forse usare una metafora meno patetica di questo riferimento alla fiaba dei fratelli Grimm, mea culpa, ma dopo aver passato un’intera serata 
a fare tequile non mi è venuto altro alla mente #hangover).

Diario del (im)perfetto tifoso
(ammetto che io e il calcio siamo come due universi paralleli. Una cosa però la so anche io: l’arbitro è quell’uomo vestito di nero che corre come un matto per tutto il campo e fischia a più riprese quando due giocatori avversarsi decidono di sfondarsi le tibie)
Ovviamente, quando arrivi dov’è piazzato il maxischermo, di una seggiola libera neanche l’ombra. E guai a te se tenti soltanto di allungare una mano sperando di afferrare quello sgabello (all’apparenza) abbandonato: “Ma che ca##########o fai!” sarà la risposta più educata che riceverai per il gesto maldestro.
E della fila chilometrica davanti al baracchino delle birre vogliamo parlarne? “Poveri illusi” ti dici sogghignando; ed afferri la bottiglia di Peroni (o Moretti se preferisci) portata da casa guardando negli occhi proprio l’ultimo della serpentina infinita che in quel momento vorrebbe solo annichilirti.
Arriva il calcio di inizio, “piiiiiiiiiii”, e, seduto su di un sasso dalle forme decisamente troppo aguzze, te ne stai immobile e sofferente mentre sullo schermo il pallone comincia a roteare e a muoversi vorticosamente tra i piedi degli atleti.
Proprio quando credi che oramai tutte le prove più ardue siano state superate, accade proprio quello che ogni volta preghi la Madonna non possa succedere proprio a te ma allo sfigato di turno alla tua destra (o sinistra, tanto per essere politically correct). Due energumeni giganti prendono il posto dei bambini di fronte dei quali avevi calcolato attentamente l’altezza per evitare che il tuo campo visivo ne fosse intralciato: “ciao papà”. Ma come “ciao papà!? Non potete farmi questo, NOOO!”. Ahimè, non c’è niente da fare. Provare in qualche modo a stendere i due colossi è un’ipotesi che escludi a priori vista la loro mole. Questi, senza il minimo sforzo, sarebbero in grado di “arrocchettarti” e farti sperare di non essere mai nato. Spostarsi poi dal piccolo cantuccio conquistato con tanta fatica è impossibile quasi quanto la prima delle idee: la densità di persone attorno a te è infatti talmente alta che sperare di percorrere un solo metro è pura fantascienza. E’ già un miracolo tu riesca a respirare in quella calca, figurarsi provare ad uscirne: “e sta fermo! Ma te voi sta’ fermo?! Cogl##ne”. Alzi le braccia, sospiri. Oramai sei condannato a dover deambulare per 90 interminabili minuti (più recupero) seguendo al millimetro gli spostamenti dei due tizi e sperando di vederci qualcosa.

[Dopo patimenti indicibili la partita volge al termine]

La “battaglia” in campo si conclude e in un istante, ciò che “voi umani non potete neanche immaginare” ti si palesa tutt’attorno. Proprio come nel finale della pellicola “In nome del popolo italiano” di Dino Risi (dove il regista dipinge i festeggiamenti di alcuni tifosi dopo una partita fittizia disputata proprio tra Italia e Inghilterra; ed anche nel film è la prima  a spuntarla J ), caroselli di veicoli di ogni tipo (importante è che emettano un suono il più sgradevole e squillante possibile) prendono possesso delle strade della città, e un’orda barbarica si riversa per strada urlando come la bimba de l’ “Esorcista” ed inveendo contro qualsiasi tipo di divinità venga alla mente. E a prender parte ai festeggiamenti ci sono tutti, ma proprio tutti: preti che ballano in cerchio e cantano cori da stadio, vecchi nostalgici di regimi autoritari che furono, militari, mignotte-trans e borgatari. E guai se fortuitamente questa tribù unna dovesse incontrare un’auto con la targa della nazionale umiliata. Sarebbe data alle fiamme!


W  Verdi (quest’espressione dei tempi del risorgimento è per i più retrò)! W l’Italia (con la stessa intonazione della canzone di De Gregori)! Forza azzurri ( un po’ d’amor di patria non credo guasti visto il momento storico particolarmente difficile che lo stivale sta passando)!

di Maste per la rubrica "NEWS".