Una cosa che non ho potuto fare a meno di notare, tra l’infinità di cose che non si può fare a meno di notare nella Città Eterna, è la massiccia presenza di immigrati del Bangladesh. Questo fenomeno, se da una parte ha contribuito a far salire le mie skills di “rifiuto delle rose” da base ad avanzato, dall’altra ha alimentato una certa curiosità nei confronti di questo universo invisibile che è il Bangladesh romano.
Facendo alcune ricerche ho scoperto che Roma
è, dopo la capitale del Bangladesh Dhaka, Calcutta e Londra, la quarta capitale al mondo per numero di bengalesi. Una forte presenza di questo
gruppo etnico si trova tra Torpignattara e il Pigneto, tant’è che questa zona è
riuscita a guadagnarsi l’appellativo di Banglatown. L’immigrazione è soprattutto
maschile: si viene in Italia con l’intento di mantenere le famiglie lasciate a
casa. E per farlo si accetta di fare qualunque lavoro, supportati dalla
comunità, e con la speranza di riuscire a ritagliarsi un futuro migliore.
Tuttavia, se da un lato una consistente parte di questi migranti si riversa
all’interno delle cucine dei ristoranti – italiani e non – o dietro a banchi o
negozietti che vendono generi alimentari tipici e non solo, dall’altro una altrettanto
consistente parte svolge lavori, per così dire, di fortuna.
Oltre alla visibile presenza di “rosari”, venditori
di rose presenti in tutte le principali città d’Italia, a Roma vi sono altri
due ruoli ricoperti da ragazzi bangladeshi: il lavavetri e l’aiuto clienti alle
pompe di benzina – mi riferisco ai ragazzi che lavorano durante l’orario self-service. Probabilmente per
l’immenso dolore derivante dalla non rielezione di Iva Zanicchi come
parlamentare Europea, dal controllo sulla mente esercitato dalle scie chimiche
nonché dalla dieta a base di pasta che il mio stipendio da tirocinante mi
permette di concedermi, ho iniziato a pormi delle domande sulla possibile
esistenza di una sorta di cupola dietro ai bengalesi che svolgono una delle tre
professioni menzionate.
Dopo essermi fatto un giro nella colorata e
multietnica Torpignattara – che anche se non è Brick Lane, ha una presenza di
abitanti dell’etnia in questione di tutto rispetto – ho deciso di fare alcune
domande ad Asimasim, un ragazzo 22enne che lava i vetri al semaforo sotto casa
mia. Nonostante le mie (forse eccessive) aspettative, l’intervista si è
rivelata utile quanto un culo senza buco dato che il gap linguistico tra me ed il mio amico Asim, non colmabile neanche
con l’inglese, non ha permesso di portare le mie indagini dove volevo. In
realtà qualche notizia utile sono riuscito ad estrapolarla, ma andiamo per
gradi.
La mia prima conoscenza con i sempresorridenti amici del Bangladesh
risale a un po’ di anni fa, quando lavoravo nella ristorazione a Firenze. I
miei padroni nazifascisti mi intimavano di scacciare gli invadenti rosari che
disturbano i nostri avventori. Tuttavia, il generale senso di rifiuto di un
certo tipo di potere mi portò a diventare amico di quelli più gentili, che
lasciavo entrare di sgamo nel locale, facendo finta di non vederli. La mia
amicizia con il mondo Bangla si è poi consolidata in un successivo episodio,
svoltosi a 8mila metri di altezza su un volo della compagnia Airbangladesh, mentre
tornavo da un viaggio esotico. Il mio vicino di posto era originario di Dhaka e,
dopo avermi sorpreso rispondendo al mio: “Hi,
what’s your name?” con un calorosissimo: “A bello, me chiamo Nazim, faccio
er fornaro”, ha tradotto per me il messaggio che il capitano aveva diffuso
dagli altoparlanti nella sua lingua. Dandomi così la lieta notizia che stavamo
facendo una sosta ad Abu Dhabi perché il carburante stava finendo. La buona
fede e la simpatia di quell’uomo, che mi hanno fatto valutare se riunirmi al
gregge di Gesù Cristo una volta baciato il suolo a Fiumicino, mi sono sempre
rimaste nel cuore.
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| via Flickr |
Alla luce dell’affetto che nutro per questa
etnia, mi son sentito in dovere di indagare per sbarazzarmi della teoria
complottista che si è annidata nella mia mente, che ogni tanto si impossessa di
me portandomi a domandarmi: esiste un Don Rosario a capo della Banglamafia? Vi
è una sede segreta dove avviene la distribuzione tra i vari bengalesi dei semafori,
benzinai e piazze romane? Una volta avvenuta la distribuzione, si deve pagare
un pizzo per mantenere la propria zona? I bengalesi vogliono pijarse Roma?
Qui rientra
in gioco Asimasim. Nonostante la nostra conversazione abbia rasentato l’assurdo
più di una novella di Samuel Beckett,
sono riuscito ad ottenere delle informazioni di base che mi hanno permesso di
allontanare per un po’ le mie angosce sulla Banglamafia. All’opposto, la
conversazione con Asim mi ha portato a supporre che la comunità bengalese
romana sia il popolo segretamente eletto
da Carlo Marx per mettere in pratica la sua teoria comunista, tanto evidenti
erano i concetti di fratellanza, di condivisione e di uguaglianza. Asim ha
tracciato i rincuoranti contorni di una collettività pacifica che si aiuta nel
difficile task dell’integrazione in
terra straniera.
Tuttavia la
cosa non è bastata a farmi smettere di pensare alla possibile esistenza della
Banglacupola e così ho smosso i miei contatti per effettuare altre interviste
sul campo, per dare una risposta finale alle mie opprimenti domande. Su tutte: esiste
(e come funziona) una sorta di Banglamafia o, piuttosto, gli immigrati
Bangladeshi sono un modello di aiuto fraterno da cui imparare?
To be continued..
di IT per la
rubrica “NEWS DAL FUTURO”.















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