martedì 17 settembre 2013

RACCOLTA POST IL SINGOLO DELLA SETTIMANA

30/01/2014

                               IT FIT WHEN I WAS KID   -   Liars 
                       



La prima volta che ho sentito questa canzone mi sono chiesto perplesso: cosa è? Cosa si nasconde all'interno delle note? Dove piazzarla nel vasto panorama di generi musicali esistenti? è una sorta di post new wave? O addirittura no wave? Oppure un derivato del post rock influenzato dall'elettronica tanto caro ai Radiohead? O un indie schizofrenica? Beh, sicuramente i Liars sono bravi (anzi bravissimi) a confondere l'ascoltatore, immergendolo in una folle atmosfera da sabba oscuro ritmato da tamburi maniaci e una voce quasi da filastrocca, semplice ma incisiva. Fuoriuscendo improvvisamente dai propri binari per portarci al termine in un immagine da fiaba nera e sanguinosa, scritta da dei Fratelli Grimm psicopatici e sotto l'effetto di una quiete quasi da morfina agghiacciante nella propria pazzia. Poi tutto finisce e inevitabilmente premiamo repeat, perché c'è qualcosa che sfugge. E, dopo ripetuti ascolti della canzone, scopriamo che ormai si è divulgata una grande bugia. E cioè che la musica debba per forza ispirarsi a qualcosa ed etichettarsi per poter sopravvivere (come qualsiasi arte), senza tentare di innovarsi ed andare avanti. Mai bugia è stata così grande. Grazie Liars.


Mi.Di


23/01/2014

                          LION WITH A LAZER GUN  -  Hatcham Social

                               



Alla parola "indie" associo immediatamente i primi anni 2000: se New York accese la miccia, è stata sicuramente Londra ad aver amplificato l'esplosione di un decennio quanto meno eccitante che ha riportato il rock indipendente in classifica. Si può sopravvivere ad un momento discograficamente prolifico e, nel bene o nel male, propositivo? Alcune band del periodo sfondano nel mainstream, altre scompaiono come meteore: gli HATCHAM SOCIAL fanno eccezione e mantengono nel passare degli anni un profilo indipendente, rispettato, con una proposta ben delineata. Infatuazioni newwave, songwiriting romantico e un sound ruvido li continuano a rendere riconoscibili. Tornano alle stampe con il terzo album "Cutting Up The Present Leaks Out The Future", anticipato dai due ottimi singoli "More Power To Live", energico con echi dei Velvet Underground più arrabbiati e "A Lion With A Lazer Gun". Nel secondo il quartetto inglese alterna linee vocali figlie di Ray Davies ad un incedere ritmato, dove la new wave incontra il songwriting, le chitarre i violini e le atmosfere si fanno rarefatte, grazie a reverberi ed echi mai invadenti. Dietro al banco siede Tim Burgess, leader dei The Charlatans, che licenzia l’album sulla sua O' Genesis Records.
Il 30 gennaio sbarcano a Firenze sul palco del COMBO. Imperdibili.

Radio


16/01/2014

                                        FREEDOM AT 21  - Jack White 



Mr. White dimostra di essere una delle grandi rockstar dell'era contemporanea, riuscendo a sfornare dalle macerie dei White Stripes un grande disco, forse uno dei migliori del 2012. Il suo è un rock blues fortemente ancorato alla tradizione del grande r'n'b e dell'heavy metal dei lontani 70's, ma allo stesso tempo incredibilmente attuale e moderno. I testi incazzati, i riff indimenticabili e accordi da altri tempi lo innalzano ad essere il vero grande rocker degli anni 2000.
Aspettando un  nuovo lavoro, applausi.

Mi.Di



09/01/2014

                                  WAH-WAH  - George Harrison



Per molti l'unico ex Beatles a fare dei capolavori dopo lo scioglimento del gruppo è stato John Lennon. Ma non tutti hanno ascoltato "All Things Must Pass" di George Harrison (1971), vera perla del rock psichedelico. Un album continuamente attraversato dalle rivelazioni religiose fatte da Harrison durante la sua vita( e già introdotte, anche se timidamente, con i Fab Four) e, specialmente, un album fatto di scarti. Quegli scarti che non erano mai stati inseriti negli album dei Beatles, rifiutati da John e Paul, che comandavano l'intera società degli "scarafaggi". E che scarti. Un vero è proprio contenitore di piccoli capolavori, a partire da "Isn't it a Pity" per passare da "My sweet Lord" (ormai un classico) e dalla traccia che da il titolo all'album. Il tutto, perfettamente confezionato dal genio di Phil Spector (forse il più grande produttore della storia del rock) e dal suo "Wall Of Sound". La nostra scelta va su "Wah Wah", forse perchè rappresenta più delle altre la vera anima da chitarrista del compianto George. Come dice il titolo dell'album, con il tempo tutte le cose devono passare, tranne fortunatamente, i veri capolavori, la vera arte che riesce ad emozionare, questa arte. Film consigliato: George Harrison: Living in the material World.

Mi.Di


02/01/2014

    THIS IS HOW WE WALK ON THE MOON  - Arthur Russel



Arthur Russell ci trasporta negli anni ottanta con la sua semplicità estremamente complicata, tra violoncelli e synth cosmici. La sua è un avanguardia minimale, intima ed ermetica, malinconica quanto è il suo ricordo, piccolo genio passato ingiustamente inosservato. E "This Is How We Walk On The Moon" è il suo capolavoro, una ballata commovente e straniante, superba nei suoi cori fantasmagorici. Bella e onirica come una passeggiata sulla luna.

Testo

Each step is moving, it's moving me up
moving, it's moving me up
Every step is moving me up
moving me up, moving, moving me up
Every step is
moving me up
One tiny, tiny,
tiny move
It's all I need
And I jump over
Every step is moving me up

This is how we walk on the moon
This is how we walk on the moon

Every step is moving me up
I'm so far away
One moment there
Moving me up
Every step is moving me up
One moment there
One tiny, tiny move
It's all I need and I jump over



Mi.Di



26/12/2013 

COLD WHITE CHRISTMAS -  Casiotone for the Painfully                                                                                    Alone 



Owen Ashworth unica figura di riferimento dei Casiotone e il cARTEllo vi augurano buone feste a ritmo lo-fi, con note su cui ondeggiare in queste vacanze di natale.

Elle Bi




18/12/2013
                                                                                             
                                  LIGHTNING BOLT - Pearl Jam



“It didn’t feel like a TV show at all, actually”. Così Eddie Vedder, frontman dei Pearl Jam, chiudeva la loro esibizione agli MTV Unplugged. Era il 1992, e il gruppo di Seattle aveva il mondo ai propri piedi. Giovani e belli, erano tremendamente talentuosi, tecnicamente perfetti, anticonformisti. Stilisticamente diversi dal resto del panorama grunge (Nirvana, Soundgarden, Alice in Chains), le influenze di artisti come Neil Young e The Who si sentivano eccome, "addolcendo" quel suono livido, graffiante di rancore che in quel periodo usciva dagli Walkman di tutta Seattle.
Era vero, i TV show sono un’altra cosa: le loro canzoni erano tormentate, parlavano di omicidi, padri ignoti, suicidi, violenza, solitudine, disagio esistenziale. Davano voce autentica e una via d’evasione all’America più giovane e arrabbiata. Ma se Kurt Cobain era il lamento viscerale di chi è sull’orlo dell’abisso, Eddie Vedder era il canto genuino di una contropastorale che sapeva parlare al cuore delle persone, fatta d’impegno e partecipazione. Negli Stati Uniti di Bush padre e Bill Clinton, le loro iniziative anticommerciali provocavano spesso clamore (dal rifiuto di girare videoclip alla guerra contro il colosso Ticketmaster sui prezzi dei loro concerti), tant’è che Rolling Stones arrivò a scrivere che la band “spese la maggior parte degli anni Novanta ad allontanare la propria fama”. Lo stesso Vedder (che fino a qualche mese prima faceva il benzinaio) chiamò tutti i maggiori Studios d’America per assicurarsi di persona che nessuno si azzardasse a trasmettere Black, una ballata di struggente bellezza (scritta da Stone Gossard) che andava, in qualche modo, protetta. Troppo delicata, diceva Eddie, per darla in pasto al mainstream musicale.
Il 15 ottobre scorso, ventidue anni dopo la pubblicazione di quel gioiello (ineguagliato) che fu Ten, è uscito Lightning Bolt, e non ha mancato di suscitare diverse perplessità, soprattutto tra i puristi del grunge. Eppure il suono dei Pearl Jam non è più quello d’inizio anni Novanta da qualche tempo, e paragonare Lightning Bolt (che rimane un bel disco) con gli esordi rischia di essere un esercizio di accademia piuttosto inutile. Certo Vedder e compagni vanno per i cinquanta e la verve creativa non può essere quella di cinque ventenni affamati; ascoltandolo non sentirete il "graffio" dei primi album, probabilmente non griderete al capolavoro, ma dischi così in giro oggi se ne vedono pochi.
Lightning Bolt inizia con due pezzi alla Pearl Jam: Getaway e Mind Your Manners. Le valvole di Gossard e McReady sono belle aperte, i riff incendiari e acidi ricordano molto classici come Spin the Black Circle e Do The Evolution. Ascoltare Eddie che urla ancora contro l’ipocrisia del potere fa bene al cuore, e se siete dei fan della band vi si spalancherà il sorriso di chi dopo tanto tempo riabbraccia un vecchio amico. Passando per My Father’s Son (pezzo forse più oscuro e sperimentale, con un testo complesso e il basso di Ament in prima linea) si arriva a Sirens, scritta dal guitar hero Mike McReady e secondo singolo estratto (dopo Mind Your Manners). Una ballata elegante e delicata, probabilmente uno dei brani migliori del disco, soprattutto grazie alla superba interpretazione di Eddie. Certo, le sonorità sono più piene e rotonde di quelle di Yellow Ledbetter, ma la melodia è affatto banale e le parole mettono i brividi.
La title-track Lightning Bolt è una composizione di rock puro, ben fatto, con McReady e Gossard che picchiano come fabbri, e riporta alla mente la visionaria World Wide Suicide. In questo filone s’inserisce anche Swallowed Whole, forse un po’ più cauta ma comunque coriacea. In mezzo due pezzi così diversi come Infallible e Pendolum. Se la prima saprà farsi ricordare sarà soprattutto per merito della voce di Eddie, che impreziosisce un brano altrimenti piuttosto anonimo. L’altra è invece una vera e propria perla: le atmosfere malinconiche e fumose ipnotizzano ed entrano direttamente nelle vene; unite a un testo splendido quanto inquieto, stanno lì a ricordarci che Ament e Gossard non hanno mica scritto canzoni come Jeremy e Alive per puro caso. L’ultimo pezzo con gli amplificatori sparati al massimo è la blueseggiante Let The Records Play, con Mike McReady che gioca a fare Stevie Ray Vaughan come ai bei tempi di Even Flow: divertimento allo stato puro.
Da qui fino alla fine il volume si abbassa, gli overdrive si spengono e il disco si chiude in maniera soffice. In Sleeping By Myself (brano ripreso da Ukulele Songs, riarrangiata senza essere però stravolta) torniamo a gustarci un po’ di quel Vedder che impressionò come solista in Into The Wild, uno dei migliori e più intimi lavori di cantautorato del nuovo millennio. Certo le venature folk hanno fatto storcere il naso a molti, e qualcuno li ha persino paragonati ai Mumford and Sons. Non scherziamo, su. Anche Yellow Moon è stata etichettata come riempimento, e probabilmente lo è, ma rimane comunque un esercizio, seppur statico, di talento compositivo. L’ultima canzone è Future Days, ed è probabilmente qua che si sublimano i vent’anni trascorsi dall’uscita di Ten a oggi. Pianoforte e violino creano un’atmosfera dolce e intima, per una canzone d’amore un tempo impensabile. Se l’arrangiamento è estremamente pulito, il pezzo non è stucchevole, ma trasuda una maturità e una delicatezza impareggiabili. Nonostante gli uragani, i venti e le maree che si avvicinano “I believe and I believe ‘cause I can see / Our future days, days of you and me”.
Lightning Bolt è in definitiva un bel disco, probabilmente uno dei migliori fra i più recenti della band. Il furore anticapitalista di un tempo non c’è più, ma accusare i Pearl Jam di essere commerciali per qualche venatura pop sfiora il ridicolo. C’è tanto mestiere e qualche pezzo di livello eccelso: se fosse il disco di debutto di una nuova rock band ci staremmo probabilmente strappando i capelli. Insomma, alla soglia dei cinquant’anni questi cinque ex-ragazzi sono ancora tra le voci libere d’America, portatori sani di un’autenticità sempre più rara. Riescono ancora a raccontare grandi storie, farti emozionare, dirti qualcosa che è anche tuo. A farti venire la voglia di alzare le chiappe e lottare per quello in cui credi.
E’ bello sapervi ancora in giro. Grazie.

(Prossime tappe italiane, 20 giugno a Milano e il 22 a Trieste. Per un 2014 di fuoco).

Coro



12/12/2013

                                WHY ARE WE SLEEPING - Soft Machine




1968. Il mondo è in piena fermentazione. La guerra in Vietnam, le proteste della controcultura, il flower power, gli acidi, il sesso libero. Ed è in questo mondo che i Soft Machine (capitanati dal geniale Robert Wyatt) cominciano la loro carriera, fortemente legati ai fatti della loro epoca. E si capisce subito ascoltando Why Are We Sleeping?, un inno della propria generazione, una canzone cult della durata di sei minuti che avvolge nella sua psichedelia. La riproponiamo anche perché il periodo in cui stiamo vivendo oggi avrebbe nuovamente bisogno di proteste e della libertà (mentale e non) di quegli anni, una mentalità necessaria da recuperare. Quindi perché state dormendo? Buon ascolto.

Mi.Di



05/12/2013

                                        RADIO CURE - Wilco





Gli Wilco si sono imposti come uno dei migliori gruppi alternative rock degli anni 2000, e ascoltando questa canzone (contenuta nel loro album migliore, Yankee Hotel Foxtrot, 2002) si capisce il motivo. Le note, dure e spietate, si fondono con la voce malinconica di Jeff Tweedy creando un insieme misterioso, da scoprire ascolto dopo ascolto (geniale il synth in sottofondo). Insomma, una canzone che inizialmente può sembrare semplice, ma che con il tempo vi ammalierà con i suoi rumori nascosti. Una cura dalla monotonia delle star mainstream del momento.

Testo

Cheer up, honey, I hope you can
There is something wrong with me
My mind is filled with silvery stuff
Honey kisses, clouds of fluff
Shoulders shrugging off

Cheer up
Honey, I hope you can

There is something wrong with me
My mind is filled with radio cures
Electronic surgical words

Picking apples for kings and queens of things I've never seen
Oh, distance has no way of making love
Understandable

Cheer up
Honey, I hope you can

There is something wrong with me
My mind is filled with silvery stars
Honey kisses, clouds of love

Picking apples for the kings and queens of things I've never seen

Oh, distance has no way of making love
Understandable

Oh, distance has no way of making love
Understandable

Oh, distance has no way of making love
Understandable

Oh, distance has no way of making love
Understandable

Oh, distance has no way of making love
Understandable

Cheer up

Honey, I hope you can...

Mi.Di


14/11/2013

                                            COLD WIND - Arcade Fire
                                                 
                                                       


Beh, cosa dire degli Arcade Fire? Credo che ormai tutti voi conosciate perfettamente il gruppo che, con i primi due album (Funeral del 2004 e Neon Bible del 2007), è arrivato ad essere probabilmente il massimo esponente della nuova ondata di indie rock proveniente dalla new wave degli anni 80. Ma i sette canadesi hanno qualcosa di nascosto da far scoprire, al di fuori degli album, e Cold Wind fa parte di quel qualcosa. Cold Wind è un piccolo fuori programma,  un fuori programma straordinario, direi essenziale nell'ascolto della loro discografia. E' una di quelle tracce che, una volta concluse, fa venire la voglia di mettere repeat, assorbendoci nel suo vento freddo. Inoltre, da sottolineare lo scopo della canzone: fare da colonna sonora per il telefilm capolavoro Six Feet Under. Quindi due consigli in uno: guardatevi Six Feet Under, cullati dalle note di questa straordinaria canzone.

Mi.Di


07/11/2013

                                      ¡NO PASARáN! - The Heartbreaks 
                               


Dal loro esordio discografico passa solo un anno, ed agli albori del 2014 tornano The Heartbreaks con un nuovo, bellissimo singolo.
No Pasaran!” ; non si può passare oltre la spessa cortina dell’arrangiamento prodotto da Dave Heringa (Manic Street Preachers): si respira aria calda e polvere  da sparo in una canzone presumibilmente d’amore, ma che attinge agli slogan della guerra civile spagnola (e degli antifascisti britannici) per dichiararsi.
Archi trionfali su un ritmo da epica cavalcata western, mentre le chitarre di Ryan Wallace brillano e si mischiano con i cori e le esultanze del quartetto di Morecambe.
I fiati scintillanti, l’organo, le chitarre tirate, il cantato - prima caldo e poi disperato di Matthew Whitehouse - creano la giusta atmosfera.
C’è Morricone, c’è una guitar band, ci sono gli Smiths, Echo and the Bunnymen e i Beatles.  Ci sono The Heartbreaks.

Se questo singolo racchiude il valore dell’album che ne seguirà (anch’esso prodotto da Heringa),avremo sicuramente una perla da ascoltare per tutto l’inverno….

Radio



17/10/2013

                                COPY OF A - Nine Inch Nails



Il pezzo di questa settimana non è solo una canzone bensì un piccolo spaccato di come riuscire a rinnovarsi dopo anni di carriera e spingere le barriere oltre il già visto/sentito. Nine inch nails, escono a settembre con il nuovo disco, Hesitation Marks, dopo 5 anni di pausa. In realtà Trent nel frattempo ha vinto un oscar con le musiche per il film The social network, composto la colonna sonora per The girl with the dragon tattoo e fatto uscire un album con il suo progetto parallelo con la moglie "How to destroy angels" (date un ascolto se non conoscete). La traccia di oggi è Copy of A, un pezzo con molta programmazione elettronica, livello di produzione curato nei minimi dettagli e melodie della voce tendenti al pop, abbastanza lontano dalle chitarre lacerate e dalle voci piene d'odio di Pretty hate machine...ma è in questo che sta il genio nel non riproporsi come una copia di se stesso ogni volta.
Enjoy...

F.B


10/10/2013


                   FEELERS - Crushed Beaks





Il Music-biz cambia e con esso la natura delle band: sempre più formazioni a due, meno strumenti e una costante ricerca del “more with less”. In questa scia che inizia idealmente con The White Stripes, prosegue con The Black Keys e arriva ai Crocodiles, s’inseriscono i CRUSHED BEAKS. Il duo noisey-pop del Sud di Londra licenzia “TROPES”, un Ep che guidato dal singolo “FEELERS” riscuote i tributi dell’ NME, di DAZED e del più istituzionale The TIMES. Il sound parte dal Garage, si bagna nello Shoegaze e nel Noise ma il cantato sempre melodico un po’ di scuola Morrisey un po’ da band Lo-Fi anni ’60 sposta l’ago verso territori Pop. Ascoltarli è gettarsi nel futuro con un filo che ti lega al passato. Per chi vuole, il 26 ottobre sono a Firenze, al Combo.

Russel Lottarox

03/10/2013


                                                   GOOD - Morphine



Una regola della musica dice che solitamente la prima canzone dell'album d'esordio dei grandi gruppi è un capolavoro (tanto per fare alcuni esempi “Break on trough” dei Doors, ”Sunday morning” dei Velvet Undergrounds, ”Disorder” dei Joy Division ecc). E in tanti avranno pensato questa cosa al primo ascolto di Good (1992), facendosi accogliere dalle prime note della title track. I Morphine ci trascinano nel loro post-jazz fatto di bassi a due corde e sax, percussioni ipnotiche, una voce (quella del compianto Sandman) profonda e desolata, eccitata ma al tempo stesso monotona. E fanno volare la mente verso locali invasi dal fumo di sigarette, frequentati da ubriaconi, puttane e sbandati vari. Ascoltare “Good” è come ascoltare un gruppo punk al Blue Note,è come ascoltare B.B King suonare una canzone new wave, è come ascoltare tutto quello che conosciamo e non conosciamo, partendo dal primo blues del Missisipi per arrivare ai Gun Club e a Nick Cave. In sole due parole, ascoltare tutto questo è veramente So Good.

Testo


You're good, good, good, good


You're good, good, good, you're good


Somethin' tells me, somethin' tells me


Somethin' tells me, you can read my mind

Somethin' tells me, somethin' tells me

Somethin' tells me, you can read my mind


Somethin' tells me, you can read my mind


Your brain is callin' to me one more time


Your brain, your brain, your brain


Is callin' to me one more time

Your brain, your brain, your brain

Is callin' to me one more time, you're good


You push, push, push so good


You push, push, push, you're good


Somethin' tells me, somethin' tells me


Somethin' tells me, you can read my mind

Somethin' tells me, somethin' tells me

Somethin' tells me, you can read my mind


Somethin' tells me, you can read my mind


Your brain is callin' to me one more time

Somethin' tells me, you can read my mind

Your brain is callin' to me one more time


Your brain, your brain, your brain


Is callin' to me one more time

Your brain, your brain, your brain

Is callin' to me one more time
You're good, good, good, so good

Mi.Di


26/109/2013               

               RANDY DESCRIBED ETERNITY - Built to Spill




Per comprendere a pieno tutte le tappe della musica alternative-indie una fermata obbligatoria è quella che porta all'universo dei Built to Spill. Il loro album migliore, “Perfect from now on” è uno dei capolavori degli anni Novanta. Capolavoro che diviene subito tangibile con la prima traccia dell'album, “Randy described eternity”. L'inizio lento viene subito spezzato da una stratificazione di chitarre che ci porta verso paesaggi cosmici, a gravità zero. La canzone sembra salire sempre di più, in un crescendo di synth e chitarre che danno un'atmosfera lunare. E, verso la conclusione, sembra quasi di fluttuare nell'universo. Sei minuti, una suite cosmica. Un'esperienza più che un ascolto. Da fare assolutamente.


Testo

every thousand years
this metal sphere
ten times the size of Jupiter
floats just a few yards past the earth
you climb on your roof
and take a swipe at it
with a single feather
hit it once every thousand years
`til you've worn it down
to the size of a pea
yeah I'd say that's a long time
but it's only half a blink
in the place you're gonna be

where you gonna be
where will you spend eternity
I'm gonna be perfect from now on
I'm gonna be perfect starting now
stop making that sound
stop making that sound
I will say I forgot
but it was only yesterday
and it's all you had to say


Mi.DI

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