martedì 17 settembre 2013

RACCOLTA POST CULT

19/05/2014

TOM A' LA FERME - Xavier Dolan

L’anno scorso alla settantesima Mostra del Cinema di Venezia, tra i tanti bei film in concorso, c’era anche questo Tom à la ferme del giovanissimo regista canadese, film che non ha ancora avuto una distribuzione nazionale ma che ho potuto apprezzare al FlorenceQueerFestival dello scorso novembre. Xavier Dolan ha appena venticinque anni ma conta già al suo attivo quattro lungometraggi (il quinto è in arrivo) dei quali è regista, sceneggiatore ed attore protagonista.  A soli diciannove anni esordisce alla regia con J’ai tué ma mère, presentato a Cannes 2009, film che faceva già presagire un grande talento (per poterlo vedere ho dovuto mettere a dura prova il mio scolastico francese). Se quello era un buon film, questo è senza dubbio un grandissimo film.

Tom à la ferme parla innanzitutto di omosessualità, come tutti i film di Dolan, del resto. In realtà è quanto di più distante possa esserci da un film a tema o da un film politico. L’omosessualità è solamente uno dei tanti elementi di un racconto che sfugge ad ogni catalogazione di genere, ma che anzi, questi generi, li fonde per dar corpo ad una sorta di ibrido. Spiazzante per come passa dal thriller al noir senza apparente soluzione di continuità, regalandoci scene di grande intensità e commozione. Troppo ambiguo? Troppo torbido? Signori, è la realtà.

Il giovane Tom sta recandosi dalla città alla campagna per assistere al funerale di Guillaume, il suo grande amore scomparso. Arrivato alla fattoria della famiglia di Guillaume (che lui non ha mai conosciuto) si rende presto conto che lì nessuno lo stava aspettando, ignari come sono dell’identità omosessuale del figlio. Anzi, la madre attendeva speranzosa l’arrivo della ragazza di cui suo figlio le aveva parlato. Combattuto tra il desiderio di rivelare la vera natura di Guillaume e del loro rapporto e la necessità di non sconvolgere ulteriormente la madre già distrutta dalla morte del figlio, Tom si scontrerà, indirettamente, con l’omertà e l’ipocrisia di un’intera comunità e, direttamente, con il fratello maggiore di Guillaume che, avendo intuito la vera identità dell’ospite, cercherà in ogni modo di impedirgli di svelare il segreto, di pronunciare quelle parole che sono poi l’unica cosa che ancora lega Tom al suo grande amore perduto. Un legame che, forse inconsciamente forse no, andrà a ricercare nel fratello.

Dolan mette in scena l’incomprensibile ed imprevedibile tumulto delle emozioni, la forza irrazionale della passione, l’amore che va al di la di ogni cosa; e lo fa con tale onestà e tale sentimento che non può che coinvolgerci tutti.

Diccì


07/04/2014


ARANCIA MECCANICA - Stanley Kubrick


Il film si apre con lo sguardo di Alex, l'antieroe kubrickiano, il protagonista del romanzo Clockwork Orange di Burgess, che ci guarda, con ghigno malefico, da cane rabbioso, quasi a dirci che assisteremo a qualcosa di tremendo, quasi ad avvertirci che il peggio deve arrivare.
Siamo in Inghilterra, in un futuro non troppo lontano; Alex e i suoi drughi se ne stanno al Korova Milk Bar, con facce interdette e stomaci pieni di Lattepiù - un mix di latte e mescalina - così da poter irrobustire corpo e anima per il tanto amato esercizio dell'ultraviolenza.
Alex e i suoi compagni si dilettano in pestaggi continui, stupri, torture fisiche e psicologiche; il mondo che li circonda strabocca di violenza da tutti i pori e loro ne fanno parte, sono figli del dolore della società che li circonda.
Il film di Kubrick è perfetto dal primo all'ultimo minuto, lo spettatore non ha un attimo di pausa, tutto si muove a ritmo di musica, la spirale di ingiustizia e violenza parte da Alex che commette i crimini più efferati a cuor leggero, felice e pienamente consapevole di ciò che sta facendo. E' un personaggio cattivo e spietato, ma onesto, non nasconde mai il piacere che prova nel far star male il prossimo, pensare e agire sono quindi strettamente legati da un nodo di purezza e autenticità seppur intinto nella malvagità.
La musica, oltre che da accompagnamento, funge pienamente da linea conduttrice del film, sarà addirittura un input scatenante reazioni e azioni da parte di Alex, come nella fantastica scena lungo i bordi del Tamigi, in cui il nostro antieroe, sentendosi tagliato fuori dalla leadership del gruppo, ci confessa in un monologo interiore che la musica udita da una finestra, la Gazza ladra di Rossini gli ha aperto gli occhi: ora sì che sa cosa fare e allora ciak, azione...ed ecco partire un ralenty mozzafiato in cui Alex ristabilirà le posizioni, picchierà i suoi drughi, li ferirà con bastone e coltello, quasi a marchiare col sangue un segno indelebile firmato Alex DeLarge.
A circa metà film la spirale si interrompe, arriva ad un punto critico, tutta l'energia negativa assimilata fino a quel momento verrà coagulata sul povero Alex, che, finito in prigione e condannato a quattordici anni di reclusione, si offrirà volontario per la cura Ludovico, un nuovo metodo studiato dallo stato, dai medici delle alte sfere, che sembrerebbe “guarire” i delinquenti dagli impulsi di violenza. La personalità di Alex verrà annientata, verrà privato del libero arbitrio, che, come ci dice il prete, è l'unica cosa che fa di un uomo un uomo. Alex non potrà più produrre violenza, ma neanche ribellarsi alla violenza stessa, non avrà più capacità di autodifesa in un mondo che si dimostra più violento di Alex stesso, una spietatezza mascherata, a differenza di quella onesta e pienamente consapevole del protagonista.
E allora eccoci arrivare al momento catartico, al ritorno della forza sprigionata da inizio film, che come un fulmine piomberà sul nostro “affezionatissimo” trascinandolo in un vortice di soprusi a cui non potrà ribellarsi. Tutto torna, la spirale ha compiuto il suo giro, la violenza è come un serpente che si morde la coda, un circolo vizioso di cui la società fa parte integrante e Alex e compagni ne sono dei degni prodotti.
Kubrick nel 1971- quasi dieci anni dopo il magnifico romanzo di Burgess - si prende sulle spalle il peso di trasferire sullo schermo un testo complesso, dal linguaggio immaginifico e sperimentale, consegnandoci un film dalla potenza disarmante, una sinfonia in immagini con protagonista una perfetta arancia meccanica, un frutto morbido all'esterno - perché costretto ad esserlo - ma duro all'interno, meccanizzato e composto da ingranaggi che nessuno vorrebbe avere, che nessuno vorrebbe masticare, perché difficili da digerire.

Elle Bi


17/02/2014


CASTAWAY ON THE MOON - Lee Hae-jun

Castaway on the Moon è una gemma rara; uscito nel 2009 in Corea del Sud arriva in Italia di soppiatto sbancando la dodicesima edizione del Far East Film Festival di Udine.
Nel 2011 durante la nona edizione del Koreafilmfest di Firenze, a cui partecipai come giurato, mi imbattei in questo originalissimo film.
Kim, giovane impiegato della middle class coreana, decide di farla finita; si getta quindi nel fiume Han di Seoul. Un volo ad angelo, un botto secco...dissolvenza in nero.
Sprazzi di sole risvegliano il povero Kim, che si rende conto di non essere riuscito nella sua impresa, ma, cosa ancor peggiore, è rimasto intrappolato in un isolotto separato dal resto del mondo o meglio, del suo mondo.
Disperato, proverà a giocare tutte le carte a sua disposizione per poter tornare fra i “vivi”: si tufferà cercando di raggiungere a nuoto la terra ferma, ma l'acqua si dimostrerà non essere il suo elemento ideale.
Tenterà di chiamare la sua ex fidanzata con la poca batteria rimasta sul cellulare, ma lei, cinica e spietata, lo liquiderà senza ascoltare la sua richiesta di aiuto.
Dall'altra parte della storia e della costa, troviamo una ragazza omonima di nome Kim che vive autoreclusa in casa; ha paura degli altri, non regge gli sguardi della gente, è un hikikomori, l'agorafobia orientale che sta attanagliando sempre di più Cina, Giappone e Corea, i nuovi colossi industriali, città sviluppate sempre più in altezza, brulicanti di persone come in un formicaio.
La ragazza vive in simbiosi con la sua macchina fotografica, guarda la luna con sguardo romantico: vorrebbe tanto poter essere l'unico abitante di un satellite lontano.
Un giorno, il suo occhio osservatore si scontra con il buffo Kim, alle prese con la sua nuova vita all'inizio tanto odiata ma poi via via, sempre più amata.
La ragazza è attratta da quello stravagante “alieno”- così lo chiamerà - che si danna come un pazzo per un piatto di tagliolini.
Lui è un uomo affogato nei debiti, uno che non ce l'ha fatta a stare al passo coi tempi, tempi accelerati che intrappolano in una spirale di stress fisico e mentale; è il compromesso della metropoli, di quella Seoul, fantastica, incandescente, quella Seoul al neon, che offre tanto, ma allo stesso tempo prosciuga piano piano, mettendoti alla prova costantemente; tutti corrono verso il domani con lauree, master, mille lavori, cercando di migliorarsi sempre di più, diventando nella maggior parte dei casi più simili a robot che a perfetti esseri umani.
Di lei si sa poco o niente. Naviga in continuazione su un social network con tanto di identità fasulla, si vergogna di se stessa, di quella bruciatura che le sfigura il viso, anche lei come molti ha paura di essere imperfetta, in una società dove l'apparenza è più importante della sostanza.
Lei prende coraggio, sfida il mondo con un casco da motociclista in testa, lancia una bottiglia verso quel novello Robinson Crusoe, cercando un contatto con l'unica persona che forse potrebbe accettarla, l'unica persona che potrebbe completare la sua imperfezione.
Da lì, inizierà uno scambio di messaggi fra i due, inizieranno a conoscersi, rideranno l'uno dell'altro, si arrabbieranno, affronteranno le difficoltà della vita sostenendosi a vicenda, scambiandosi brevi messaggi cifrati, come un: “Fine, thank you” scritto con un legno sulla sabbia, che nel mondo d'oggi ha perso d'importanza, ma che - se sentito - rimarrà sempre una risposta autentica a una domanda fatta da una persona cara.
Il regista Lee Hae-jun orchestra bene il registro comico (durante la prima parte) - creando situazioni paradossali che ci faranno ridere a crepapelle - alternato a quello drammatico (seconda parte) in cui reggeremo a stento dei lacrimoni carichi di speranza. La speranza di un incontro inaspettato fra due realtà così diverse ma così uguali, due anime sole, affogate nel magma incandescente della vita, che possono tirarsi su tramite piccoli contatti, bisbigliando messaggi segreti, riscoprendo se stessi, che nella maggior parte dei casi rimane cosa rara, un po' come i Panda in via d'estinzione, questi animi fragili vanno tutelati, perché un giorno noi tutti potremmo crollare, e non ci rimarrà che sperare che dall'altra parte ci sia un Mr o Mrs Kim pronto ad aiutare.

Elle Bi


20/01/2014


AMARCORD - Federico Fellini

A m’arcord è la traduzione in dialetto romagnolo della frase “Io mi ricordo” e già dal titolo il “romagnolo” Fellini dichiara i suoi intenti: ricordare gli anni dell’adolescenza trascorsi a Rimini. Quindi, un film della memoria nel quale il regista ricompone il suo universo adolescenziale attingendo soprattutto alla fantasia che l’aiuta a ricostruire il “magico” borgo in cui trascorse i primi vent’anni della sua vita come fosse un teatrino o la pista di un circo dove far muovere le sue marionette e i suoi clown.
Siamo negli anni Trenta, quelli del fascismo trionfante e della proclamazione dell’impero sabaudo-mussoliniano, e il contrasto fra le ambizioni di grandezza dell’Italia e la misera realtà della sua provincia genera situazioni paradossali.
Fellini utilizza proprio il paradosso per riesumare dal baule della sua memoria i luoghi, i personaggi e i fatti del suo vissuto. I primi resi fantastici dal passare degli anni, i secondi rivisti con il distacco del tempo e ridisegnati con tratti caricaturali, gli ultimi ricordati con immutato candido stupore di ragazzo.
Fondendo tutti questi ingredienti fra loro, Fellini cucina un tipico menù romagnolo condito con le musiche del grande Nino Rota. In Amarcord ritroviamo i sapori e gli umori di una terra sanguigna che l’autore racconta con amore e nostalgia. I personaggi sembrano arrivare sullo schermo direttamente dal carosello finale di Otto e mezzo.Sono caricature, macchiette, alcuni solo semplici fantasmi che sembrano usciti dalla matita del primo Fellini che lasciò la sua città natale proprio per fare il disegnatore satirico prima a Firenze e poi a Roma.
La barista Gradisca, la Volpina, l’avvocato, lo zio matto, don Balosa, il preside e i professori, il proprietario del cinema Fulgor, muovendosi come in una vignetta, conferiscono coralità al film che ha in Titta non un protagonista ma un filo conduttore a cui è affidato il compito di legare fra loro personaggi e situazioni.
Seppur visti con la tenerezza del ricordo, gli eventi che scandiscono la vita del Borgo sono rappresentati umoristicamente in netta contrapposizione al modo retorico e altisonante in cui venivano vissuti negli anni Trenta.
Il passaggio del transatlantico Rex, quello delle Mille Miglia, la festa per il Natale di Roma, la liturgia delle feste religiose vengono riproposte in maniera burlesca.
Fellini riesce a “suonare” in questo film tutte le corde a lui più congeniali passando con disinvoltura dalla poesia all’umorismo, dal fantastico al grottesco, dal magico al burlesco tanto da creare un universo irreale che si distacca dalle originarie storie della provincia romagnola per assumere i contorni di metafore dell’esistenza dal valore universale. Per questo il film fu fino alla sua uscita apprezzato in tutto il mondo ottenendo il premio Oscar come miglior film straniero nel 1974.

Elle Bi


16/12/2013


                         TEKKONKINKREET - Michael Arias 

E' la storia di Bianco e Nero, due fratelli, due bambini che scorrazzano per Città Tesoro.
Li chiamano i Gatti, sono i padroni della città, tutti li temono, e fanno bene perché con i Gatti non si scherza, saltano per la città, o meglio sopra, in equilibrio su altissimi pali della luce, osservano che tutto vada per il verso giusto, scrutano le stranezze di Città Tesoro, una metaforica città giapponese dipinta da colori pop, schizzata di sangue e sudore.
Bianco è puro, ma non indifeso, vive nel suo mondo da fiaba, con elefanti che passeggiano per la casa, fiori che nascono e si attorcigliano, e accanto a lui c'è Nero, rabbioso, cupo, inquieto, si prende cura del fratellino, lo veste, lo lava, fa tutto quello che dovrebbe fare un buon fratello maggiore.
Ma Nero e Bianco sono inseparabili, proprio come lo yin e lo yang del TAO, appoggiati l'uno sull'altro si completano, ma se divisi scricchiolano, precipitano in caduta libera facendo un grosso botto.
A far da contorno ai due ragazzini tantissimi personaggi forse un po' stereotiparti, ma è il ruolo che rivestono che lo richiede.
Arriva il signor Serpente, un moderno lucifero dalle orecchie a punta, sconvolge l'equilibrio della città, tutto sta cambiando troppo velocemente. Topo ex capo degli yakuza viene messo da parte, tutto si muove secondo i fili che sta tessendo Serpente, che si insinua fra le crepe delle persone, usa il ricatto, tenta il prossimo proprio come il serpente tentò Adamo ed Eva.
Ma Serpente, affiancato da scagnozzi dalle fattezze robotiche, aliene, dalla forza disumana, non fa i conti insieme all'oste o meglio agli osti, pensa di far fuori i Gatti, di dividerli per affondare il colpo, la ferita mortale, per impadronirsi di Città Tesoro, ma i Gatti non ci stanno, sono furiosi, sprizzano rabbia come il Giappone degli anni '60.
Il regista Michael Arias, statunitense d'importazione, insieme allo sceneggiatore Antonhy Weintraub crea un mondo allucinato, una fiaba moderna, pervasa da violenza e sentimento, due costanti sempre presenti nella vita, proprio come il nero e il bianco.
Il disegno è alternativo, accattivante nella sua imperfezione, volti spigolosi, braccia e gambe che sembrano quelle di bambole di pezza.
La regia è qualcosa di completamente nuovo, mai visto in un film d'animazione, la macchina da presa vola, come i corvi all'inizio del film, scruta i personaggi, si insinua nei vicoli, salta da un palazzo all'altro, l'azione a volte frenetica dei combattimenti, degli inseguimenti è qualcosa di stupefacente, sangue e pallottole degne di un gangster movie; il tutto accompagnato dalle musiche dei Plaid.
Film che ai più piccoli potrebbe far storcere il naso, una storia che intrattiene e commuove, un rapporto fra due bambini che difficilmente dimenticheremo; definito da molti un buon film, noi gridiamo al capolavoro.
E' la storia di Nero e Bianco, è la storia di tutti noi.

Elle Bi


18/11/2013

                                     A SERIOUS MAN - Joel & Ethan Coen

Joel ed Ethan Coen, sin dai loro primi film degli anni ottanta (Blood Simple, Arizona Junior, Crocevia della morte), hanno rappresentato, nel vasto panorama della cinematografia statunitense fortemente mainstream, uno straordinario esempio di cinema indipendente ed autoriale che non ha comunque impedito ai due registi (soprattutto negli ultimi anni) di ricevere consensi unanimi da parte di critica e pubblico. I fratelli del Minnesota non mancano di connotare i loro film con la personale e tragica visione del mondo che essi hanno, ai confini con un nichilismo che richiama alla mente Bresson (penso soprattutto a opere come Il diavolo probabilmente o L’argent).
Quello coeniano è un universo popolato da uomini insignificanti, senza qualità, mediocri o addirittura idioti. Sono mossi nel loro agire da fini egoistici (il denaro, il successo, il potere), fini che non potranno comunque raggiungere se non pagando un prezzo altissimo. Questo è vero sia quando sono essi stessi causa degli eventi tragici che gli accadono (Fargo, Non è un paese per vecchi, Burn After Reading) sia quando assistono impotenti al disgregarsi del microcosmo che li circonda. Ed è qui che entra in gioco Larry Gopnik, protagonista di A Serious Man. Larry, personaggio coeniano per eccellenza, professore di fisica all’università (dove è in corsa per un posto di ruolo), sposato con due figli, vede tutte le certezze su cui fondava la sua tranquilla e modesta esistenza crollare una dopo l’altra. La moglie vuole il divorzio per potersi risposare con un amico di famiglia e gli chiede di andarsene di casa, la figlia gli ruba del denaro per pagarsi un intervento di chirurgia estetica, il figlio fuma spinelli. E, come se non bastasse, attende l’esito degli esami prescrittigli dal medico che potrebbero diagnosticargli un male. Incapace di districarsi tra tutti questi problemi decide di chiedere aiuto a tre diversi rabbini (è ebreo, fatto per la verità non secondario visto che siamo in un film dei Coen). Ma coloro che dovrebbero avere tutte le risposte in realtà non gli offrono alcun aiuto. Qui i Coen inseriscono un altro elemento imprescindibile della loro filmografia: l’umorismo caustico, tipicamente ebraico, un po’ alleniano. Si sorride spesso durante la visione del film ma a denti ben stretti. Del resto, c’è ben poco da ridere; assistiamo alle continue sventure che accadono al protagonista senza averle in alcun modo meritate, provando una sorta di compassione per un uomo sopraffatto dalla vita (ho trovato molte similitudini tra questo film e quello, bellissimo, di Todd Solondz Life During Wartime). Nel finale (vagamente biblico) l’arrivo del tornado ci ricorda l’unica verità indiscutibile: Larry Gopnik siamo tutti noi. Poveri cristi, che combattono in terra una guerra già persa.

Diccì


11/11/2013

                                  GIOVENTù BRUCIATA - Nicholas Ray

Jimmy Dean, Jimmy Dean” così si intitola una pellicola uscita ventisette anni dopo la prematura morte del divo statunitense firmata da Robert Altman. E se un regista del calibro di Altman ha deciso di dedicare un suo film al culto quasi divinatorio che ha preso corpo dopo la scomparsa dell'attore... forse un valido motivo ci sarà.
James Dean compare sul grande schermo agli inizi degli anni Cinquanta, in piccoli ruoli di poca importanza prima del suo clamoroso debutto da protagonista ne “La valle dell'Eden” per il quale riceverà una nomination all'Oscar postuma quale miglior attore nel 1955.
La cosa singolare è che i tre film da lui interpretati da protagonista (La valle dell'Eden, Gioventù bruciata, Il gigante) sono stati prodotti tutti in poco più di un anno solare; questo, a dimostrare quanto lo star system puntasse sull'ancora sconosciuto Dean, la cui bravura, a parere di alcuni, è stata ingigantita dalla sua precoce morte.
Nonostante questi giudizi, nessuno può mettere in dubbio che James Dean sia stato un ottimo attore; la sua recitazione non è mai scontata in nessuno dei suoi film, ogni smorfia di dolore, ogni sorriso, ogni risata non è mai superflua.
Dopo l'esordio col maestro Elia Kazan, Dean dimostra di avere imparato molto sul set del suo primo film guadagnandosi di diritto il ruolo di protagonista in “Gioventù bruciata (Rebel without a cause)” di Nicholas Ray, altro grande del cinema.
Come recita il titolo originale, i ragazzi presenti nel film sono ribelli senza causa, combattono per affermare loro stessi, come individui, come uomini a cavallo tra l'adolescenza e la maturità, quella maturità che spaventa, a differenza dei giorni passati a scorrazzare per le strade o a schiacciare il piede sull'acceleratore per far schizzare una macchina giù da un dirupo.
Nelle prime scene le tre stelle del film si incontrano in una caserma. Jim Stark (James Dean) portato dentro per ubriachezza inscena una farsa tragicomica degna del suo grande talento, Judy (Natalie Wood), è fuggita di casa perché suo padre l'ha trattata male; infine il giovanissimo John (Sal Mineo) che vive con una governante di colore abbandonato dai genitori.
Jim li osserva, si muove inquieto ed offre la giacca a John con fare quasi paterno.
Quando i genitori di Jim arrivano al commissariato, lui, nonostante la grossa sbronza, cerca un dialogo con loro, ma si accorge che, come sempre, la distanza è incolmabile. Proprio per questo, l'unico che sembra capirlo è l'agente di polizia con il quale si confida in privato.
Il soprannome di John (Platone) indica un sentimento bloccato in partenza, un amore platonico per quel Jim che potrebbe incarnare la figura del padre che lo ha abbandonato, quel Jim che guarda con occhi di profonda ammirazione.
Natalie sembra apparire la classica sciocchina che corre dietro al capogruppo di turno, il violento Buzz che le ricorda il padre, anch'egli violento, verso il quale prova un sentimento morboso, ma poi capirà che Jim è quello giusto, quel ragazzo dolce e arrabbiato di cui ha bisogno.
Gioventù bruciata è lo spaccato di una generazione che sente la distanza dai propri padri (qui resi caricaturali all'inverosimile proprio per far capire l'incomunicabilità generazionale), il loro fiato sul collo, una generazione che arde di rabbia, distruggendo spesso quello che tocca; per questo il film ha un tono da tragedia greca, sembra sempre che stia per succedere l'inevitabile, la quiete prima della tempesta, quella tempesta che porterà ad un tragico epilogo.
Dean morì a ventiquattro anni in un incidente stradale, Sal Mineo fu assassinato a trentaquattro e Natalie Wood morì annegata a quarantatre; tutti morti prematuramente quasi come se aver girato Gioventù bruciata, aver segnato gli adolescenti di una generazione, essere riusciti a rimanere impressi nell'immaginario collettivo fosse stata una colpa, una condanna anzitempo. Quindi il consiglio è di guardare la versione originale di questo cult, seguendo le vicende di questi ragazzi che bruciano, bruciano proprio come noi.

Elle Bi


14/10/2013

                                                                  I VITELLONI

Con Lo sceicco bianco (1952), Fellini inizia una collaborazione con gli sceneggiatori Tullio Pinelli e Ennio Flaiano che durerà fino a Giulietta degli spiriti (1965), ma il suo riconoscimento come regista di rilievo avviene solo quando, nel 1953, vince il Leone d'argento al festival del cinema di Venezia con I vitelloni.
La storia è ambientata in una cittadina di provincia che ricorda vagamente la Rimini tanto cara al regista e mette in scena le vicende di cinque perdigiorno figli della piccola borghesia.
Gli scenari evocano luoghi cruciali della giovinezza del cineasta e la vicenda si conclude con la fuga di uno di loro proprio in quella Roma dove approdò Fellini a diciannove anni.
Non a caso la storia è narrata dalla voce fuori campo di un anonimo “vitellone” che guida lo spettatore in un mondo popolato da spettri che albergano nella memoria del regista riconducendo il film al genere dell'autobiografia.
Questo spazio del ricordo non è stato ricostruito a Rimini ma ad Ostia, quasi a sottolineare che le immagini a noi proposte non sono la realtà ma la sua reinvenzione.
Il regionalismo “vitelloni”, di origine marchigiana, rende l'idea di personaggi che non sanno che fare della propria vita e rimangono in uno stato di attesa continua.
I cinque protagonisti sono in moto perpetuo per tutta la durata del film, camminano per le strade della loro cittadina senza mai fermarsi fino alle ore più tarde della notte, ma, paradossalmente, rimangono intrappolati in un'immobilità statuaria proprio come degli equilibristi che camminano su una fune che non li porta da nessuna parte, con il rischio continuo di poter cascare da un momento all'altro nel baratro della vita, prigionieri nel loro microcosmo e incapaci di uscire da quel piccolo mondo che tanto canzonano.
Ognuno di loro incarna diversi aspetti della mediocrità provinciale.
Fausto (Franco Fabrizi) che possiamo considerare il personaggio principale, collante della storia e delle situazioni che la attraversano, è un seduttore da quattro soldi, un ipocrita che ricorre continuamente alla menzogna per occultare le sue avventure. Si rende ridicolo, quando la moglie lo lascia dopo esser venuta a conoscenza della sua tresca con una ballerina, cadendo in un panico patetico a lui solitamente estraneo. Alberto (Alberto Sordi), nullafacente che vive in famiglia, sorveglia in maniera ossessiva la sorella Olga. Leopoldo (Leopoldo Trieste) insegue i suoi sogni artistici facendosi mantenere dalle zie. Riccardo (Riccardo Fellini), pur essendo parte del gruppo, rimane più in ombra rispetto agli altri, forse proprio perché fratello del regista.
Moraldo (Franco Interlenghi) è la coscienza del gruppo, una sorta di spettatore esterno che osserva e critica la condotta degli amici. Tramite un insolito espediente tecnico, Fellini riesce a dare un tono da falsa biografia calandosi nel gruppo con un curioso sdoppiamento tra Moraldo e la voce fuori campo che appare come un sesto “vitellone”.
Film permeato da una grande malinconia che si può riassumere nello sguardo di Sordi - dopo il veglione di Carnevale - che vaga per le strade inveendo contro i suoi amici, per restare da solo abbracciato a quella maschera di cartapesta, l'unica che forse può capirlo e con cui per una volta può smettere di mentire a sé stesso e al mondo intero.

Elle Bi


07/10/2013


                                                              L'EAU FROIDE


Non servono parole per raccontare un’epoca, una generazione, un sogno. E questo, Olivier Assayas dimostra di saperlo bene.  Il significato profondo del suo film, infatti, è racchiuso in scene in cui i dialoghi sono relegati in secondo piano per lasciare spazio alle immagini che compongono uno straordinario affresco il cui colore è fornito dalla colonna sonora che, come sempre in Assayas, è ricercata e raffinata e unisce Dylan, Creedence, Alice Cooper e tantissimi altri.


Siamo in Francia, dintorni di Parigi, fine anni Sessanta. I due giovani protagonisti del film vivono con difficoltà il rapporto con i loro genitori (entrambi appartengono a famiglie che potremmo definire disfunzionali all’interno delle quali è evidente lo scarto generazionale, causa di una difficoltà di comunicare ed empatizzare che pare insuperabile), non sono ben visti dal proprio insegnante, hanno problemi con la legge (dovuti a certi furtarelli che commettono) ma soprattutto, si amano. Di quegli amori belli perché impossibili dove ci si perde, ci si ritrova e di nuovo ci si perde. Memorabili alcune sequenze (su tutte quella del rave nei pressi dell’edificio abbandonato abitato da alcuni studenti che occupa la parte centrale del film, struggente e poetica) che riescono a restituirci il senso di una passione con un gesto, uno sguardo, un sorriso.
Assayas, meglio di chiunque altro, è stato capace di cogliere il valore della rivoluzione giovanile sessantottina: l’anticonformismo, la cultura di massa, il conflitto con le istituzioni sociali (famiglia, scuola, forze dell’ordine, Stato), con la morale e l’ipocrisia borghesi, ma soprattutto il desiderio di trovare la propria identità, di uscire dal rigido schematismo imposto dalla società, individuando un percorso alternativo, seguendolo fino in fondo. Come la protagonista del film che senza portare niente con sé, armandosi soltanto di una buona dose di coraggio e spirito libertario, scappa da tutto ciò che conosce per inseguire il proprio destino, lasciando alla persona che più ama l’ultimo addio custodito tra le pieghe di una pagina bianca.

Diccì

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