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sabato 19 luglio 2014
venerdì 18 luglio 2014
LETTERATURA: "URLO MA NESSUNO MI SENTE - Elle Bi"
Camminiamo fra milioni
di facce impaurite,
fra nevrosi assassine,
assassini in maschera,
maschere da tutti i
giorni,
obbligatorie per
sopravvivere,
siamo scimmie un po'
più avanti,
gli unici in grado di
sopportare i palazzi in fiamme,
i mitra bambini,
che urlano sparando
vite,
urlano consumandosi al
cherosene,
tutto questo è
realtà,
realtà letale,
mortale,
fetale,
realtà di tutti i
giorni,
realtà apparente,
urlo ma nessuno mi
sente,
il vecchio mi guarda
biascicando parole,
imprecando parole,
maledicendo la mia
generazione,
maledicendo il neon
della gente,
gente che possiede
oggetti come fossero persone,
scarpe come libri,
cellulari come figli,
figli della nostra
generazione,
figli della
generazione che fu,
ma ora rimane poco o
niente,
urlo ma nessuno mi
sente,
talenti bruciati come
alberi,
corrosi come acido,
corrosi dall'acido,
neon negli occhi della
gente,
tic come fossero
zanzare,
tutti pronti a
danzare,
danzare urlando frasi
al cielo,
urlare danzando sopra
al cielo,
la pistola abbaia
nella notte,
trapassando milioni di
vite,
vite come noccioline,
marroni come il fango
in faccia,
rosse come il tetto in
fiamme,
rosse come il taglio
letale,
la gioia mortale,
urlo ma nessuno mi
sente,
urlando dimentico chi
sono,
ma guardandomi intorno
capisco cosa sono,
essere umano,
essere strano,
il bambino che fui
ride nel passato,
corre nel presente,
si muove
nell'agglomerato urbano,
farfuglia parole con
il naso tappato,
la bocca sempre pronta
a parlare,
a sbraitare,
imperscrutabile nel
suo candore,
l'uomo che non batte
ciglio per il fetore,
è l'uomo moderno,
il cinico guerriero,
mi guardo allo
specchio e urlo,
ma nessuno mi sente.
di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA"
giovedì 17 luglio 2014
MUSICA: "P.S. YOU ROCK MY WORLD - Eels"
Che
dire, mancano poche ore all'inizio del concerto degli Eels a Firenze,
all'Anfiteatro Romano di Fiesole. Me ne sto seduto in poltrona
ripensando a tutte le emozioni che mi hanno fatto vivere gli Eels col
passare degli anni. Fra poco sentirò The Cautionary Tales of Mark
Oliver Everett (2014) dal vivo,
mi sento scosso, ma allo stesso tempo vorrei essere già lì,
schiacciato sul mio posto numerato – di solito non compro biglietti
numerati – ad osservare Mr. E muoversi sul palco, sputare fuori
sbagli, lamenti, vita e tanto altro. Ho scelto P.S. You
Rock My World non perché penso
che sia la più bella canzone di quel capolavoro che è Electro-Shock
Blues, ma perché rappresenta la
speranza. Un bagliore di speranza in un album dalle tinte tetre, dai
colori slavati, un album che trasuda malinconia. Un album che
rappresenta il dolore di un uomo davanti alla morte della propria
sorella; quella Elizabeth che ci ha emozionati fin dalla prima
canzone, fin dalle prime note dolenti che non possono che struggerci
anima e cuore. Quando ripenso a quest'album partorito nel lontano
1998 non posso che commuovermi, perché inevitabilmente ripenso a
quante volte lo abbia ascoltato in un loop infinito, ripenso ai
dolori della mia vita, ripenso al mio primo amore, a quell'amore
improvviso che ti coglie alla sprovvista e ti spacca il cuore, ma la
prima cosa a cui ripenso sono le parole di Mr. E, quelle parole di
fine disco che in mezzo a tanta morte e disperazione lasciano aperta
una porta da cui trapela uno spiraglio di luce: “I was at a funeral
the day I realized I wanted to spend my life with you”. Proprio
così ci confida quasi segretamente Mark Oliver Everett, fondatore
degli Eels, con il suo lo-fi rock che non porta niente di nuovo, ma
ha il pregio di distanziarsi dalla massa, di portare lutti e tragedie
sul palco scaldando l'anima di tutti noi.
di Elle Bi per la rubrica "MUSICA"
giovedì 10 luglio 2014
MUSICA: "MASSIVE ATTACK @ HYDROGEN FESTIVAL"
La
borsa che crolla, la borsa che sale. Ansia di inizio millennio,
attentati terroristici, attentati finanziari, attentati familiari,
caos e disordini, pubblicità e supermarket. TV, indici di ascolto,
messaggi subliminali, la guerra in Iraq, la guerra in Afghanistan.
Guerre sociali, guerre religiose, il nuovo vestito della star,
disinformazione, tg fasulli. Adidas, Nike, Mcdonald, Visa,
Mastercard, Sony, Samsung, Mercedes. Vivi per comprare. Compra per
sprecare. I nuovi media. La lobotomia di Facebook. Bush, Obama.
Sconti e furti, omicidi in diretta, crisi fin(ansia)rie, lo spread
umano. I Massive Attack sono questo e molto altro. Un attacco
mastodontico a tutto quello (di sbagliato) che si muove attorno alla
nostra società, gravitando all'interno delle TV e dei nostri
pensieri collettivi. Una sorta di presa di coscienza musicale, che
spazia tra i generi e gli argomenti senza lasciare scampo a niente. I
Massive Attack sono anche uno dei migliori gruppi dei gloriosi anni
90 (insieme a Nirvana, Radiohead, MBV e pochi altri eletti), tra gli
inventori di quel genere musicale, trip hop, che è stata l'ultima
vera e propria rivoluzione nell'ambito musicale, l'ultima ventata di
fresco. Un'unione di dub, hip hop, ambient, chillout, rock, r'n'b e
molto molto altro. Sono anche una delle band più importanti della
mia vita, perché li seguo assiduamente dal 94, e insomma sento che
siamo un po' cresciuti insieme, fianco a fianco, tutto qui. Ed è con
emozione che vado incontro alla (fottuta) pioggia di Piazzola sul
Brenta, per ascoltare i miei eroi. Una pioggia che ha rischiato di
spazzare via il concerto, addirittura. Ma che, fortunatamente, ad un
certo punto si è fermata limitandosi solo a far slittare di un'ora
l'evento. Un'ora veramente brutta per me, che, accanto a Elle Bi (sì,
sono il catalizzatore di tutti gli eventi del cARTEllo, l'unica
presenza fissa in ogni concerto) me ne stavo sotto la pioggia
mangiucchiandomi nervoso le unghie, proiettandomi pessimisticamente
verso un futuro che prevedeva il live annullato e la mia conseguente
incazzatura (per non dire peggio, giuro avrei veramente perso la
testa se un semplice agente atmosferico mi avesse fatto perdere i
Massive), mentre il mio compagno cartelliano parlava senza ricevere
troppe attenzioni. Ma naturalmente è andato tutto bene (come
potevate immaginarvi visto che state leggendo questo articolo...nel
caso contrario forse avreste letto mie notizie negli articoli di
cronaca delle varie testate nazionali) e posso descrivervi un live
che difficilmente dimenticherò. Ok, lasciamo da parte le iniziali
Battlebox e United Snakes (fin troppo elettroniche e techno oriented
per i miei gusti, in più eravamo sempre in fila per prendere qualche
birra quando sono partite le prime due canzoni quindi) e passiamo
direttamente a Risingson. La mia temperatura corporea sale
immediatamente, ecco uno dei capolavori di Mezzanine. Neanche il
tempo di rendermi conto di cosa sta succedendo, e mi ritrovo in mezzo
alla folla a cantare a squarciagola. “Toy Like People Make Me Boy
Like”. Poi la canzone finisce, alzo lo sguardo ed eccoli li. Robert
“3D” Del Naja ed il fottuto “Daddy G” Grant Marshall. Neanche
il tempo di realizzare la cosa, che fanno salire sul palco Martina (e
quando arrivo a questo punto del nome mi viene sempre la voglia di
aggiungergli come seguito “ti amo”, non chiedetemi perché, mi
viene spontaneo) Topley Bird, la più grande musa del trip hop, la
leggendaria cantante di Tricky (altro mostro sacro del genere per chi
non lo sapesse. Ho sentito anche lui molti anni fa, in un memorabile
concerto a Firenze). Martina “ti amo” Topley Bird interpreta “
Paradise Circus” e ricordo immediatamente il motivo per cui
aggiungo il seguito al nome. La voce, è quella voce paradisiaca che
ha cantato tanti capolavori passati del genere, e sono quasi
commosso. Subito dopo subisco un nuovo colpo al cuore. Arriva
l'immenso Horace Andy, e per me vederlo è quasi come far parte di
una riunione tra familiari che non abbraccio da molto tempo, come per
tutti gli altri componenti del gruppo, ed è bellissimo. “ Girl I
Love You” suona quasi come la versione studio da quanto è
interpretata alla perfezione, e improvvisamente sullo schermo
scorrono notizie ironiche di cronaca italiana. Schermi che hanno un
ruolo da protagonista nello show della band di Bristol. Notizie dal
mondo, frasi guerrafondaie di Bush e co., codici binari, luci
psichedeliche vengono trasmessi ad una velocità enorme verso i
nostri occhi, creando un effetto quasi alienante.
Onore anche per
“Psyche”, bellissima dal vivo, e dopo “Future Proof”,
“Teardrop” ed “Angel”. Sì, più o meno sono stato 15 minuti
con gli occhi lucidi. Non potevo resistere a così tanto. Queste tre
canzoni, anzi questi tre capolavori, uno dietro l'altro. No,
fidatevi, per me è stato troppo, e non c'è nient'altro da dire.
Solo che ho pianto, come un bambino. Ed ero talmente emozionato,
talmente perso nei miei pensieri commoventi, che solo oggi (leggendo
la scaletta) ho scoperto che dopo queste tre canzoni è stata suonata
“Butterfly Caught” (cantata da Martina “ti amo” Topley Bird).
Mi sono ripreso dal vortice di emozioni con “Safe From Harm”,
cantata da una splendida, immensa Deborah Miller, seguita da “Inertia
Creep”. Beh, qui sono passato dalla commozione, alla foga totale.
Che capolavoro. Un altro classico da “Mezzanine”.
Ed è quasi al
culmine di “Inertia” che, cullato dalle luci dei maxi schermi,
sono entrato in un viaggio a ritroso nel tempo. Un viaggio che aveva
come tema il passato, il mio passato con i Massive Attack. E sono
tornato nel 94, quando, piccolo bambino incollato 24 ore su 24 allo
schermo della TV (canale MTV (quando MTV era MTV) fisso) vidi per la
prima volta il video di “Protection” (girato da un altro dei miei
idoli, quel maledetto geniaccio di Gondry) innamorandomene
all'istante, tanto da trasformare la canzone e il video in una delle
più importanti della mia vita. E ho ricordato quando, sempre nello
stesso anno, nella penombra del salotto di mia nonna, seduto su una
comoda poltrona, vidi (e sentii) “Karmacoma”, convincendomi
definitivamente che i Massive Attack erano uno dei miei gruppi
preferiti. E, vi giuro, mi tornano anche adesso le lacrime agli occhi
se ripenso a quel lontano 1998, quando improvvisamente apparve sugli
schermi delle TV l'immagine di un feto, ritmato dal battito di cuore
di “Teardrop”, uno degli inni di un'intera generazione. E non
finisce qui. Ricordo tutto il passato per intero, perché i Massive
hanno fatto parte della colonna sonora della mia vita, e non finirò
mai di ringraziarli per questo. Mi risveglio da questo viaggio lungo
25 anni che non è passato neanche un minuto, e come titoli di coda
del concerto (un concerto in cui stranamente il tempo è trascorso
velocissimo, quasi come se non esistesse) i Massive Attack suonano
“Incantations”, “Splitting The Atom” e la bellissima
“Unfinished Sympathy”, mettendo fine a questo cerchio ideale che
ha fatto parte della mia vita. Della mia e di molte altre. Perché
come detto prima i Massive Attack sono stati portavoce di una
generazione matura e mai stanca di conoscere e di dire la propria
opinione (non a caso al termine del concerto sugli schermi appare una
scritta simbolica, “Fai sentire la tua voce”). Una generazione
che sarà sempre pronta a rivolgere il proprio attacco massiccio e
deciso verso la borsa che crolla, o che sale, verso le pubblicità e
i supermarket, verso le guerre religiose,verso la disinformazione e i
tg fasulli, verso Nike Adidas e McDonald, verso lo spread umano.
di Mi.Di per la rubrica "MUSICA"
da sinistra a destra in ordine di apparizione Elle Bi e Mi.Di
martedì 8 luglio 2014
LETTERATURA: "CINA: DIARIO DI UN VIAGGIATORE SENTIMENTALE - parte 5"
(link alla parte 4)
Giorno
8
Apro
un occhio prima che la sveglia suoni, drizzo le orecchie e sento un
rumore di pioggia incessante. Guardo l'orologio, sono le otto, è
l'ora di andare.
“Non
ho sentito il suono della sveglia” dice F mezzo tramortito.
“Non
è suonata, mancano pochi minuti, ma dobbiamo andare. Fuori c'è un
nubifragio”.
“Cazzo”
esclama F alzandosi di scatto.
Decidiamo
di saltare colazione, o meglio di farla quando saremo alla stazione
dei bus.
Scendendo
incontriamo la ragazza più gentile della reception, ma
sopratutto quella che parla il miglior inglese. La salutiamo
dicendole che ci siamo trovati davvero bene.
Per
strada scrosci d'acqua si schiantano sull'asfalto creando pozze
enormi, macchine impazzite cercano di superarsi l'un l'altra, un
concerto di clacson violenta le nostre orecchie stanche, e noi cerchiamo disperatamente un taxi muniti del nostro
K-way.
I
pochi taxi che passano non si fermano, sfrecciano verso chissà dove
trasportando vite, ma noi non demordiamo e continuiamo la nostra
ricerca alzando le mani, sbracciandoci a più non posso, e urlando
frasi al cielo. Niente di niente.
Dopo
mezzora iniziamo a disperare. Non abbiamo tutto il tempo del mondo,
il bus che dobbiamo prendere impiegherà circa sette ore per arrivare
a Kangding, quindi dobbiamo muoverci o arriveremo a tarda sera.
Lasciamo
i bagagli sotto una tettoia e iniziamo a darci da fare sul serio. I
taxi sono pochissimi, sembrano sfuggire al nostro richiamo. Decine e
decine di ciclisti muniti di K-way colorati ci passano a un palmo dal naso formando un arcobaleno umano.
Iniziamo
a sentire le scarpe pesanti, siamo fradici, ma non possiamo
arrenderci. Mi avvicino a tutti i passanti che incontro sulla mia
strada pronunciando la parola stazione dei bus in cinese. Alcuni
cercano di spiegarmelo, ma non capisco, provo un tentativo di
ribattuta in inglese, ma è tutto inutile. F capisce che l'unica cosa
da fare è piazzarsi davanti alla fermata dei bus e chiedere agli
autisti se il loro veicolo è diretto alla stazione.
Passa
il primo bus. Niente da fare.
Passa
il secondo bus, che ci schizza un po' d'acqua da una pozza. Niente da
fare.
Al
terzo bus, l'autista ci guarda e ci dice di sì, ci dice di saltare
su. Almeno è quello che pensiamo abbia detto.
Siamo
in piedi, eretti come colonne, bagnati come dopo un tuffo in piscina.
Sono così bagnato che lentamente inizia a formarsi una piccola pozza
sotto i miei piedi, la gente mi guarda, io faccio finta di niente e
guardo avanti, in direzione del nostro futuro prossimo.
Al
segnale dell'autista scendiamo e non capiamo ciò che ci dice.
“Non
vedo nessuna stazione” dico ad F.
“Cazzo,
cazzo, cazzo. Non ci voleva”.
Dopo
essersi tranquillizzato F chiede in inglese a svariate persone
indicazione per la stazione dei bus. Dopo molte incomprensioni, una
ragazza si avvicina, apre la bocca...Dio sia lodato, parla inglese e
si propone di accompagnarci a piedi. Ci guarda, sorride, dobbiamo
farle proprio pena.
Dopo
pochi minuti siamo dentro la stazione, compriamo il primo biglietto
per Kangding che partirà a mezzogiorno.
Mangiamo
qualche plumcake cinese e un po' di latte per creare un tappo ai
nostri stomaci, che probabilmente dovranno arrivare fino all'ora di
cena. Partiamo.
Le
sette ore di viaggio non sono un problema perché ho con me della
buona musica, un romanzo e il taccuino su cui annoto tutto quello
che provo, che vedo e che sento durante quest'esperienza. E' la
testimonianza scritta del mio passaggio in terra cinese. F è munito
delle mie stesse armi anti noia, si infila le cuffie nelle orecchie e
chiude gli occhi cercando di recuperare un po' del sonno che abbiamo
perso strada facendo in questi sette giorni frenetici.
Poco
dopo prendo esempio da lui e schiaccio il tasto play. Vengo
trasportato in un mondo speciale, come mi succede sempre quando
ascolto della musica ad alto volume. Guardo fuori dal finestrino e
osservo Chengdu scomparire piano piano dietro al tubo di
scappamento.
Quando
il paesaggio inizia a cambiare sento il bisogno di tirare fuori il
taccuino. La musica inizia a fondersi con la natura al di la del
finestrino. E' una foresta verde quella che si impone davanti al mio
sguardo osservatore. Inizio a scrivere una parte di questo diario, la
mano si muove come impossessata dal ritmo della musica, scrivo
qualche pagina quando ad un tratto il bus si ferma.
“Proprio
adesso...” dico ad F.
“Ispirato?”.
“Già”.
Scendiamo. Sono le due e scopriamo che è la pausa pranzo. Non abbiamo troppa
fame, quindi decidiamo di mangiare un piatto in due. E' un pasto
tipico, con riso, verdure, patate e carne tagliata a fettine spesse
come foglie.
Uscendo
ci fumiamo una sigaretta e notiamo che tutti ci guardano, ma proprio
tutti. La gente ha una carnagione più scura qui, siamo in una landa
desolata, sappiamo solo che è due ore più vicina al nostro arrivo.
Ci
rimettiamo in moto dopo neanche mezzora.
All'interno
del bus fa caldo, capisco che è il modo migliore perché mi si
asciughino un po' i vestiti, rimetto le cuffie nelle orecchie e mi
estraneo da tutto ciò che mi circonda.
Sono
le cinque quando ad un certo punto il bus si ferma di nuovo.
“No
dai, adesso basta però” dice F.
Mi
affaccio e noto che c'è una coda interminabile davanti a noi.
L'autista
apre le portiere e fa scendere un po' di gente.
“Forse
siamo arrivati” dico ad F.
“Macché,
magari”.
Proviamo
a chiedere all'autista, ma non capiamo, l'unica cosa che riusciamo a
dedurre è che c'è stato un incidente. Le sue mani che si scontrano
sono un gesto che ci è familiare.
“Vabbè roba da poco. Staremo fermi un'ora al massimo” dico.
“Non
lo dire, non lo dire. In Nepal per un incidente ci schiacci delle
ore” risponde F.
Passa
un'ora. Tutto è immobile.
Passano
due ore. Tutto è immobile.
“Sto
impazzendo, dentro il bus fa caldo, qui fuori inizia a fare fresco.
Cerchiamo di capire, almeno” dico alzando la voce.
Prendo
la guida, la sfoglio e cerco di unire le nozioni base del cinese di
sopravvivenza al mio intuito.
Creo
delle frasi un po' sgangherate per far capire a qualcuno quanto tempo
ancora dobbiamo aspettare. Nessuno sembra capirmi. Scendendo vado da
un altro autista di un bus che, sembra un po' più sveglio del
nostro. Gli chiedo la stessa cosa indicandogli l'orologio per fargli
capire il passaggio del tempo e con l'altra mano mimo una camminata.
Sì, ho perso la testa, l'attesa mi distrugge, ho deciso di andare a
piedi.
Dopo
qualche incomprensione ci dice che ci vorranno più o meno due ore.
“Ce
la possiamo fare” dico ad F.
“Abbiamo
anche le valigie”.
“Già”.
Il
tempo sembra non passare mai, inizio a scattare qualche foto per
cercare di ammazzare l'attesa.
Ci
incamminiamo verso il luogo dell'incidente notando che un ragazzo in
moto ci è rimasto secco. In Cina il casco non viene usato da
nessuno, solo le forze dell'ordine lo indossano, quasi a dare il
buono esempio, ma nessuno li segue.
Suoni
di ambulanze, vento, stanchezza, gente che sbadiglia, gente che si
incammina con le valigie verso il villaggio più vicino, sembra di
essere in trincea, il tempo è dilatato in un modo strano, quasi
sadico.
A un certo punto le macchine iniziano a muoversi, ci guardiamo e corriamo
verso il bus. Partiamo. Sono le nove, siamo rimasti intrappolati cinque ore in una valle dimenticata da Dio.
Arriviamo
alle undici e come d'incanto è ricominciato a piovere fortissimo.
“E
tu che volevi andare a piedi...” dice F.
“E
che ne sapevo? Quel pazzo dell'autista mi ha detto due ore...che ne
potevo sapere che era il tempo necessario per arrivare a Kangding in
bus” rispondo ridendo. Anche F ride, sono risate di disperazione,
cerchiamo di sdrammatizzare una situazione davvero pesante. Dobbiamo
trovare l'ostello, ma non sappiamo dove cercare.
Ci
facciamo strada nella notte piovigginosa di Kangding chiedendo
indicazioni a chiunque: brutti ceffi che cercano di sistemarci in
alberghi di ogni genere, vecchi che ci depistano, ristoratori che ci
invitano ad entrare ed altri ancora; sembra un circo dell'assurdo,
nessuno sa niente, o meglio nessuno sa di preciso dove sia il nostro
ostello.
Troviamo
una volante della polizia e mai mi sarei aspettato che sarebbe stato
proprio uno sbirro l'artefice della nostra salvezza. Ci guarda,
sorride, chiama l'ostello e parte. Arriviamo alle undici passate
davanti ad una specie di locanda, salutiamo l'agente ed entriamo.
La
vecchia alla reception ci dice che pensava che non saremmo arrivati
vista la tarda ora, ma noi, disperati come dopo una traversata oceanica,
stanchi e bagnati insistiamo che non ce ne andremo senza un letto
sotto la schiena.
La
donna manda un suo galoppino da noi che ci dice di seguirlo. Ci
porterà in minivan in un'altra struttura affiliata.
Arrivati
vogliamo solo una doccia calda e un pasto. Subito dopo crolliamo
distrutti. E' stata una giornata piuttosto massacrante.
di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA"
lunedì 7 luglio 2014
CINEMA: "FERRO 3 - Kim Ki-duk"
Kim Ki-duk è un regista atipico
nel panorama cinematografico mondiale, è una meteora che si scaglia
sul grande schermo nel non troppo lontano 1996 con Crocodile,
suo primo film realizzato all'età di trentasei anni. Kim arriva al
cinema attraverso la pittura, attraverso l'Europa che lo accoglie in
quella Parigi di inizio anni Novanta che lo forma come artista, ma
anche come uomo.
E' proprio dalla pittura che
nascono i suoi film, perché ogni inquadratura sembra scelta con
cura, ci appare disegnata come dal pennello di un pittore che cerca
di spiegare la vita, o meglio ciò che della vita spesso non capiamo.
Ferro 3 si apre con
l'immagine di una statua offuscata da una rete verde. La statua
ovviamente è il simulacro di un simulacro dell'uomo, e la rete è
quello schermo che continuamente nella vita di tutti i giorni si pone
fra le cose, facendoci interrogare su tutto, facendoci dubitare di
tutto. E' una perplessità che ci attanaglia per tutto il film e che
viene esplicata soltanto alla fine: “Difficile dire se il mondo in
cui viviamo sia sogno o realtà”. Sono sempre stato restio nel fare
una recensione di questo film proprio perché quello che ci chiede il
regista è di lasciarci abbandonare alle immagini più che alla
parola. Immagini di una forza e di una delicatezza sconcertante.
Tae-Suk è un ragazzo che ha la
bizzarra abitudine di entrare nelle case vuote. Si accerta che i
proprietari non siano in casa lasciando dei volantini di un
ristorante sulla maniglia della porta, per poi entrarvi e “abitarle”
avendo cura di tutto: cucina, rigoverna, lava i vestiti e addirittura
ripara le cose già rotte prima del suo arrivo.
Entrando in una delle case
incontra Sun-Hwa, una donna triste che viene maltrattata dal marito e
che continua a vivere un matrimonio che ormai è soltanto la
messinscena dell'amore.
I due si osservano, si sfiorano e
non si parlano per tutto il film. Sun-Hwa decide di seguire Tae-Suk
nella sua vita anarchica, che sfugge dalla routine e da tutti gli
schematismi in uso nelle società convenzionali.
Le loro anime si incontrano, si
toccano e si fanno forza l'un l'altra lungo un cammino tortuoso che
improvvisamente sembra diventare un po' meno accidentato.
Kim Ki-duk si interroga su tanti
dei temi a lui cari: amore, tempo, spazio e incomunicabilità vanno a
fondersi in un magma vivido che riesce a farci dimenticare che siamo
davanti ad uno schermo.
L'amore è il pretesto che Kim usa
in tutti i suoi film, è il motore che fa girare l'ingranaggio del
suo mondo. I due protagonisti sono rimasti feriti così tanto da ciò che li circonda che non riescono più a rapportarcisi, hanno
la forza solo di stare insieme, uniti da un legame che va al di là
dei concetti di spazio e tempo, un legame che gli permette di andare
avanti senza guardarsi indietro.
L'assenza di parole da parte dei
due è compensata dai protagonisti secondari che gravitano intorno al
loro microcosmo. É un contorno piuttosto rumoroso, fatto di urli,
pianti, bugie e tanta violenza, un mondo che non li accetta, ma li
respinge.
Il ferro numero 3 nel golf è la
mazza meno usata, e all'interno del film assume di volta in volta
significati diversi. All'inizio si instaura un rapporto uditivo con
questo oggetto poiché fa da cornice alla scena iniziale, quasi a
rappresentare il rumore del mondo, ma col passare del tempo
acquisisce la simbologia di strumento di liberazione e sopraffazione.
La vita in tutta la sua
imprevedibilità cerca di dividere i due amanti, che continueranno a
strisciare in piccoli angoli bui, a ondeggiare nelle case, a danzare
fianco a fianco nella buona e nella cattiva sorte.
Dostoevskij disse che la bellezza
salverà il mondo, e guardando Ferro 3 posso capire a cosa si
riferisse.
di Elle Bi per la rubrica "CINEMA"
martedì 1 luglio 2014
LETTERATURA: "CINA: DIARIO DI UN VIAGGIATORE SENTIMENTALE - parte 4"
(link alla parte 3)
Non ci demoralizziamo e tiriamo dritto, anche se un senso di amarezza inizia a pervadermi come una pianta rampicante, e ho paura che non mi andrà via fino alla fine dell'escursione.
Giorno
7:
Ci
svegliamo alle sei, ci guardiamo dritto negli occhi, non ce la
possiamo fare. E' come se una forza misteriosa mi schiacciasse contro
il letto, vorrei sconfiggerla, ma ha la meglio.
Alle
sette e mezzo ci alziamo pensando che quell'ora e mezzo in più ci
possa salvare la vita, ma la realtà è ben diversa, i nostri corpi'
dopo quasi una settimana da nottambuli' ne risentono, sono al limite,
tirati come corde. Mi alzo dal letto facendo forza con le mani,
guardo F e rido; ho a malapena le energie necessarie per andare a
fare colazione.
“Quanto
avremo dormito in questi sei giorni?” chiede F.
“Fra
le venticinque e le ventisette ore, ho fatto un conto veloce prima di
alzarmi” rispondo.
“Pensa
a come siamo messi. La prima cosa che ti è passata per la testa
appena sveglio è stata contare le ore di sonno”.
Sorrido
e indico ad F la porta.
Andiamo
nella hall per fare colazione e nel sederci notiamo Claudio. Ci
avviciniamo in silenzio, quasi per non rompere la purezza del
mattino.
“Alla
buonora eh?” ci dice ridendo.
“Ci
abbiamo provato, giuro che ci abbiamo provato” rispondo.
“E'
che non abbiamo le forze...è come se ce le avessero prosciugate
lentamente” dice F.
“Preparatevi
al peggio” dice Claudio.
“Ma
sono le otto” rispondo.
“Tardissimo”.
“Ma
come...noi pensavamo che...” dice F prima di essere interrotto.
“Non
dovete pensare, dovete agire. Sarete in grado di affrontare la furia
cinese?” chiede Claudio stropicciandosi gli occhi.
Ha
la faccia di un morto vivente, ma continua a macinare chilometri
senza tregua, ha la grinta di uno sportivo prima di una grande prova.
“Sì,
siamo pronti” rispondiamo come dei bravi soldati.
Ci
vestiamo dopo aver finito le nostre colazioni a base di uova ed
usciamo in cerca di un taxi con qualche proteina in più in corpo.
Dopo
una ricerca non troppo facile, troviamo un tassista disposto a
portarci.
Leggiamo
qualche informazione sulla riserva dei panda giganti di Chengdu. La
guida Lonely Planet ci dice la stessa cosa che ci ha detto Claudio,
quindi ci prepariamo al peggio.
Vado
sul sito Tripadvisor e noto che quasi tutti i commenti parlano
benissimo della riserva.
“Vedi,
almeno c'è scritto che i panda hanno estrema libertà” dico ad F.
“Almeno
quello”.
Dopo
18 km arriviamo in uno spiazzato con pullman e altri taxi. Giro la
testa a sinistra e...SHOCK. Turisti
ovunque.
“Ma
come è possibile? Sono solo le dieci. Ma non hanno niente da fare? A
lavorare non ci vanno a Chengdu?” dico ad F trasudando rabbia.
“E'
domenica”.
Dopo
essermi reso conto di aver bisogno di qualche ora di sonno in più mi
dirigo verso l'entrata facendomi largo tra macchine fotografiche,
ombrellini per il sole – anche se più che il sole quello che si
vede è soltanto una debole imitazione – e bambini.
Dopo
aver pagato l'ingresso – più della corsa in taxi di ben 18 km –
ci facciamo forza, ingoiamo il boccone amaro ed entriamo muniti di
tanto coraggio.
Camminiamo
per circa dieci minuti e dei panda non se ne vede nemmeno l'ombra.
Dopo
un po' una freccia ci porta fino al primo resort dove dovremmo
riuscire a vedere questa rarità del mondo animale. Circumnavighiamo
la recinzione, impostiamo gli occhi come fossero cannocchiali...ma
dei panda nemmeno l'ombra.
“Forse
hanno paura di tutti questi cinesi” dico ad F.
“Ci
sta”.
Continuiamo
a camminare e improvvisamente vengo come catturato da dei suoni, è
come il richiamo di una sirena, solo molto più fastidioso, ma sono
sicuro che ci porterà nella giusta direzione.
Arriviamo
davanti ad una teca di vetro. E' assalita da un branco di turisti
famelici. Si accatastano l'uno sull'altro a discapito dei poveri
malcapitati che se ne stanno spiaccicati contro il vetro cercando di
sorridere e salutare il povero panda.
L'animale
sta mangiando, mentre una massa di turisti scatta foto, lo saluta –
in cinese – e i più maleducati danno addirittura dei colpi al
vetro per richiamare l'attenzione della bestia.
Mi
faccio strada fino al vetro per poter vedere le condizioni di vita di
un animale che a detta di tutti i commentatori di Tripadvisor ha una
grande libertà. Vive in una gabbia, in una prigione poco più grande
della mia camera da letto. Scosto qualche cinese e riesco finalmente
a fare una foto. Foto che ovviamente ho dovuto ritagliare perché ai
lati era tempestata da riflessi cinesi.


Non ci demoralizziamo e tiriamo dritto, anche se un senso di amarezza inizia a pervadermi come una pianta rampicante, e ho paura che non mi andrà via fino alla fine dell'escursione.
Ad
un certo punto vediamo un muro umano alto poco più di un metro
e sessanta coprire la recinzione di uno spazio naturale abbastanza
vasto.
“Finalmente
qualche panda in...libertà” esclama F.
Non
dobbiamo nemmeno fare a gomitate con la gente davanti perché siamo
senza dubbio i più alti, oltre a noi vediamo altri due occidentali,
ma per il resto vediamo solo Turismo cinese (da ora in poi chiamerò
così questa massa di cannibali da cartolina).
Aguzzo
gli occhi e vedo delle strane volpi un po' più in carne.
“Cosa
sono?” chiedo a F.
“Panda
rossi” risponde.
“E
che ne sai?”.
“L'ho
letto lì” risponde indicando un cartello enorme.
Rido
e scatto qualche foto. Faccio un video che sicuramente utilizzerò
per il documentario stringendo l'inquadratura su due panda rossi e su
un pavone.
“Guarda
ora cosa succede” dico ad F.
Allargo
l'inquadratura lentamente fino a scavalcare le teste dei turisti,
inquadro le loro schiene e con una carrellata laterale mostro ad F
che effetto allucinante viene fuori da questo filmato.
“Aspettami
lì. Vado dall'altra parte a scattare una foto. Non
posso perdermi questa muraglia cinese” dico correndo come un pazzo.
Andando
più avanti troviamo una recinzione simile a quella dei panda rossi,
con all'interno due panda giganti. Li osservo e noto che danno
continuamente le spalle ai turisti, quasi come se non volessero
essere fotografati mostrando solo il fondoschiena. Scatto qualche
foto, ma non troppe, i panda stanno perdendo il mio interesse:
maledetto Turismo cinese.
Finiamo
il giro ammettendo che la riserva non è poi così male, solo che gli
animali hanno poco spazio vitale. Prima di arrivare pensavo di
trovare un posto enorme, con tantissimi alberi e panda in un habitat
simile alla libertà, ma sembra assomigliare molto più ad uno zoo.
Camminiamo
ancora per ritrovare l'entrata, quando ad un certo punto vedo un
pavone inseguito da una ventina di bambini accompagnati da genitori
immortalatori di momenti caramellosi. Gli urlano contro frasi che non
capisco e alcuni tirano roba da mangiare da tutte le direzioni, è un
vero e proprio bombardamento. Un ragazzo tira addirittura un bastone,
e i genitori se ne stanno lì, a ridere e a sgranocchiare stuzzichini
di chissà cosa senza fare niente.
Disgustati
ce ne andiamo.
E'
presto, ci abbiamo messo meno del previsto, per questo decidiamo di
tornare vicino all'ostello per mangiare un boccone.
“Potremmo
fissare con Coco” dico ad F.
“Ok,
ma dobbiamo dormire un po', in queste condizioni non sarei di
compagnia” dice F.
“Ok,
ci sto”.
Di
ritorno mangiamo dei dumpling (gnocchi ripieni di carne) e filiamo
dritti in camera.
F
si lancia sul letto come scaraventato da una fionda, mentre io mi
cambio e vado un attimo in bagno. Di ritorno vedo che sta già
dormendo.
“Sto
scrivendo a Coco un messaggio. Come si scrive together? Con una o due
h?” chiedo a F.
“Mmm”.
“Dai,
sono stanco, dimmelo te” insisto.
“Dimmelo
te” ripete F nel sonno.
“No,
dimmelo te te” rispondo.
Ecco,
penso di aver toccato il punto più basso del mio italiano parlato.
Guardo F e ridiamo come ossessi, ma ci rendiamo conto che dobbiamo
strappare qualche ora di sonno o presto potrebbe salirci la febbre.
Crolliamo.
La
sveglia suona dopo due ore. Mi risveglio tutto d'un fiato, come un
ritornato dall'oltretomba, guardo F che continua a dormire come se
niente fosse.
“Non
ci credo. Non possono essere passate due ore” mi dice incredulo.
“Purtroppo
sì”.
Facciamo
una doccia fredda per risvegliarci da uno stato catatonico che sembra
non abbandonarci.
Siamo
in ritardo, ma Coco può aspettare, anche se la curiosità di sapere
che persona possa essere mi uccide, mi attanaglia lo stomaco da
quando l'abbiamo conosciuta.
“Mi
è arrivato un messaggio da Coco con scritto se può portare anche sua nipote” dico ad F.
“Dille
di sì...lo so come vanno a finire queste cose...magari sono due
escort”.
“Magari”
rispondo.
Dopo
aver inviato il messaggio schizziamo dritti nella notte di Chengdu.
Finalmente una serata con una vera cinese. Ovviamente siamo in
ritardo, ma la salute prima di tutto, senza la pennichella saremmo
morti.
Arrivati
davanti al pub vediamo la bella Coco venirci incontro. Ha un vestito
di seta bianco molto elegante e le caviglie vanno a finire dentro scarpe col tacco. La guardo e capisco subito che potrei
innamorarmene.
Entriamo
e notiamo una ragazza molto giovane ad un tavolo. E' la nipote, ha
diciotto anni e non sa una parola d'inglese.
“Io
non la prendo la bambina” dico ad F.
“Neanche
io”.
“Magari
non è nemmeno una puttana”.
“Non
riesco a capirlo. E' tutto così strano”.
Coco
ci guarda e ride, sembra contentissima di vederci. Iniziamo a parlare
e ci dice che quella è la figlia di suo fratello e che vive insieme
a lei.
Siamo
un po' confusi, non riusciamo bene a decifrare la situazione.
Ci
offrono degli stuzzichini di carne.
“Cos'è?”
chiedo a Coco.
“Collo
di papera”.
“Ah...”
rispondo un po' perplesso.
“E'
buono, è buono. Io ne vado pazza”.
Supero
tutti i timori soltanto perché si rivolge a noi con una gentilezza
che mi fa quasi sorridere. Nella mia testa inizia a formarsi un
pensiero che la donna possa essere una persona normalissima, volenterosa di conoscere nuove persone.
Mangio
il collo di papera e devo ammettere che non è male.
Assaggio
anche un'altra cosa e, dopo che l'ho ingerita, F mi dice che è cuore
di papera. Strabuzzo gli occhi, però non è così tremendo, anche se
peggio del collo. Sarà l'unico pezzo di cuore in tutta la serata.
Ordiniamo
delle birre e dei noodles – amiamo i noodles – mentre Coco
allibita ci chiede come mai mangiamo così tardi. Sono le nove e per
noi non è affatto tardi. Da quando siamo partiti non abbiamo orari,
e poi in Italia siamo abituati a mangiare abbastanza tardi. Lei ci
dice che di solito mangia alle sette. Abitudini diverse.
Dopo
poco veniamo a conoscenza che non è di Chengdu, ma di una città di
cui non capiamo il nome. E' davvero difficile da pronunciare. Coco ha
lavorato su un'isola per diversi anni. Ci mostra delle foto e sembra
un paradiso rispetto alle città sporche che abbiamo visitato fino ad
ora.
“E
cosa fai nella vita?” chiede F.
“Vendo
valvole. Sono la manager di una ditta”.
“E
quanto anni hai?” le chiedo.
“Ventotto,
e voi?”.
“Quanti
ce ne dai? Sai qui in Cina ci danno tutti più anni rispetto a quegli
che abbiamo” chiediamo insieme.
Abbiamo
la barba incolta, quindi siamo curiosi della sua risposta.
“Ventotto?”
domanda.
“No,
venticinque” rispondiamo.
Sorride
e dice che siamo giovani.
Iniziamo
a parlare delle nostre vite. Io le dico che sono stato a vivere a
Parigi per tre mesi, che mi sono laureato da un anno e che il mio
futuro è molto incerto. F le racconta di quando era a Londra.
“Ecco
perché parli così bene inglese” esclama Coco.
Continuando
le dice che probabilmente a ottobre partirà per la Namibia per circa
sei mesi, le dice che farà volontariato e che è forte della sua
decisione.
“Ti
ammiro. E' una cosa bellissima” dice rivolta ad F.
Le
raccontiamo un po' delle nostre avventure passate, io le svelo i miei
sogni nel cassetto, le dico che ancora i miei obiettivi sono lontani
anni luce.
“Devi
sempre continuare a credere in te stesso. Se vuoi raggiungere un
obiettivo devi provare, provare e provare all'infinito” mi dice con
una tenacia da donna matura.
Ovviamente
le rispondo di sì, che continuerò a credere nei miei sogni, sono
quanto di più bello ho nella vita. A costo di diventare scrittore
sputerò sangue a palate, ingoierò bocconi amari giorno dopo giorno,
riceverò centinaia di porte in faccia, ma le sfonderò e andrò
avanti verso il domani.
“Quanti
giorni lavori alla settimana?” chiede F.
“Cinque”.
“Buono,
almeno hai il fine settimana libero” risponde F.
“Per
me non fa alcuna differenza, potrei lavorare anche sei giorni”.
E'
una donna che sembra non fermarsi davanti a niente.
“Quanti
giorni di ferie hai in un anno?” le chiedo con interesse.
“Circa
una settimana”.
Sono
allibito da come una donna così minuta, così calma e pacata possa
lavorare senza sosta tutto l'anno, ha una mentalità diversa dalla
nostra. Noi vogliamo il lavoro perfetto, tutti gli altri ci sembrano
una trappola mortale, ma lei sembra aver raggiunto una tranquillità
interiore che le permette di lavorare come un mulo.
“Ti
piace il tuo lavoro?” le chiedo.
“Sì,
assolutamente”.
Ecco
svelato il mistero.
Ci
dice che le nostre vite le sembrano dei romanzi d'avventura, ci dice
che le piacerebbe rimanere in contatto, che vorrà sapere le nostre
impressioni di fine viaggio e guardandoci dritto negli occhi ci
augura buona fortuna, per la Cina, ma sopratutto per il nostro
futuro, per la tranquillità che non abbiamo ancora raggiunto.
A
fine cena tiriamo fuori i soldi per pagare, ma si impunta nel volerci
offrire la cena.
Sono
150 yuan a testa (quasi 20 euro), la ringraziamo per tutto. La guardo
e vorrei ringraziarla per essere venuta al mondo, perché è una
persona bellissima. Le dico che vorrei che mi mandasse una sua foto,
perché non voglio dimenticarla, ma sopratutto perché sto scrivendo
questo diario di viaggio e una sua foto è d'importanza vitale. Me la
manda.
La
abbracciamo – anche se in Cina non è abitudine – e montiamo
sopra un taxi guardandola scomparire all'orizzonte.
Tornati
all'ostello saliamo in camera, fumiamo una sigaretta lentamente,
quasi a lasciarla consumare fra le dita, un po' come questa notte che
non vorremmo finisse mai.
di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA"
lunedì 30 giugno 2014
CINEMA: "LE IENE - Quentin Tarantino"
Premetto
che non sono un grande fan di Tarantino, o meglio non lo ritengo quel
genio che la maggior parte del pubblico medio pensa che sia, ma
quando mi trovo davanti a questo film non posso non riconoscerne il
magnetismo.
I
primi sette minuti sono l'apice stilistico dell'opera tarantiniana, un mix esplosivo di cultura avantpop, di
botta e risposta senza tregua fra brutti ceffi che si insultano e
sparano a zero su tutto.
Mr.
Brown: "Ve lo dico io di cosa parla Like a Virgin.
Parla di una ragazza che rimorchia uno con una fava così! Tutta la
canzone è una metafora sulla fava grossa".
Un
incipit fuori dagli schemi, che da il via a quei fantastici sette
minuti in cui la macchina da presa danza. Danza svelando lentamente i
protagonisti della storia in un gioco di ombre, passando dalla nuca
di uno di loro al primo piano di un altro. E' una lezione di cinema
data da uno che il cinema l'ha solo osservato. Tarantino è
l'esempio eclatante di come si possa fare cinema senza averlo
studiato, ma semplicemente divorando migliaia di film senza alcun criterio selettivo. Tarantino si ciba di pane, film e fumetti
nel videonoleggio dove lavora. Inizia a buttare giù sceneggiature su
sceneggiature ed ecco che nel 1992 compare Le iene.
La storia è incentrata su sette Mr dalle tinte pulp, sette cani da
rapina diretti dal malavitoso losangelino Joe Cabot (Lawrence
Tierney) e da suo figlio Eddie “il Bello” (Chris Penn).
Dopo
quei fantastici sette minuti – di cui non mi stancherò mai di
parlare – ci troviamo catapultati nell'azione, con un Mr. Orange
(un giovane, ma già fenomenale Tim Roth) imbevuto di sangue dalla
testa ai piedi, si trova sul sedile posteriore di una macchina
agonizzante, mentre alla guida c'è Mr. White (un grandissimo Harvey
Keitel) che schiaccia il piede sull'acceleratore per arrivare nel luogo x.
Da
qui in poi alla storia presente si accavalleranno flashback di
straordinaria incisività, sia della rapina da poco andata male, che
di brevi momenti del passato dei protagonisti che hanno la funzione di presentarli uno ad uno.
Mr.
Pink (Steve Buscemi): Mr. Blue è morto?
Joe:
Più morto di Dillinger.
Questa
è una delle tantissime citazioni tarantiniane, omaggio a quel grande
regista che fu Marco Ferreri. Tarantino però non cita solamente
titoli e parole, ma anche situazioni, le prende e le trasforma, ci
gioca; sì, ci gioca perché prima che lo spettatore vuole divertire
se stesso. Da tutti i suoi film si evince chiaramente questo baloccarsi con il cinema; che va bene, il cinema è anche
intrattenimento, ma i suoi più grandi passi falsi – e sono molti –
sono frutto proprio di questo eccessivo trastullarsi col mezzo
cinematografico, che spesso diventa masturbazione videoludica. Ma
Tarantino è questo, prendere o lasciare.
Però
Le iene, anche se è l'esordio cinematografico – come il secondo film Pulp
Fiction – ha qualcosa di
magico, è come se fosse ancora puro, avulso da tutte le brutture
future, che, forse, sono solo il prodotto di un regista a cui la fama
e l'essere diventato il simbolo di una generazione può aver fatto
perdere la freschezza di un tempo.
L'ultraviolenza,
tematica che si ripeterà in tutti i film di Tarantino, in questo
sarà calibrata bene, sarà sopratutto la violenza verbale e
psicologica. Parole che escono dalle bocche sparate come pallottole,
un montaggio perfetto e attori formidabili creano un pastiche
di generi che accontenta un po' tutti, sia lo spettatore medio che il
cinefilo più incallito.
Le
numerose citazioni servono a scollegare lo spettatore dalla realtà
simulata, da ciò che sta vedendo – oltre che a divertire il
regista stesso – per trasportarlo in un mondo a metà tra la
fiction e la non-fiction, un mondo in cui anche una scena violenta
come quella del taglio dell'orecchio, accompagnata dalla canzone
Stuck in the middle
with you può
apparire simpatica e farci divertire, perché guardare un film di
Tarantino è un po' come andare al luna park, ci sediamo, paghiamo il
biglietto e per due ore possiamo dire di aver assistito ad uno
spettacolo ipnotico che ci ha ammaliati dal primo all'ultimo minuto.
di Elle Bi per la rubrica "CINEMA"
martedì 24 giugno 2014
LETTERATURA: "CINA: DIARIO DI UN VIAGGIATORE SENTIMENTALE - Parte 3"
(Link alla parte 2)
Giorno 6:
La sveglia
suona. Abbiamo dormito un bel po', ne avevamo bisogno.
Prendiamo
la metro per l'aeroporto fino alla fermata da cui parte il Maglev. Il Maglev è
un treno ad alta velocità, il treno più veloce al mondo. I dati dicono che può
raggiungere un massimo di 505 km/h. 3 2 1...via. Schizziamo in poco tempo sui
430 km/h, la velocità rimane costante fino all'arrivo. 20 km in circa sette
minuti. E' un treno a levitazione, un'astronave da terra, una grande invenzione
che ci permette di guadagnare tempo.
Arrivati
all'aeroporto sbrighiamo le pratiche check-in e quelle successive:
antiterrorismo, anti oggetti contundenti, anti liquidi: acqua,
dentifricio, crema per la pelle, tutte sostanze
estremamente...pericolose.
Prendiamo
l'aereo che ci porterà nel Sichuan, a Chengdu, il capoluogo di una
delle regioni più belle della Cina.
La
Sichuan Airlines – la nostra compagnia aerea – è simile alla
Ryanair: pochi posti, pochi spazi e tragitti brevi. Il nostro volo
durerà circa tre ore; percorreremo tremila chilometri accompagnati
da splendide hostess dai sorrisi ammiccanti all'interno di vestitini
tipici cinesi. Più le guardo e più mi sembrano delle bambole di
pezza, delle matriosche sempre sul punto di rompersi.
F
ha un po' paura delle turbolenze, lo tranquillizzo dicendogli che con
me non gli succederà niente, sostenendo che l'aereo è il mezzo di
trasporto più sicuro a mondo. Mi risponde che se il nostro volo
dovesse precipitare mi tirerà un bel pugno sul naso.
Dopo
circa due ore dalla partenza inizia una piccola turbolenza; F mi
guarda come a dire: “Ehi, sai che presto potrebbe arrivarti un bel
dritto in faccia, vero?”.
Lo
guardo con tutta la calma del mondo, e dietro di lui scorgo un
passeggero che sta pregando mentre guarda fuori dal finestrino; forse
sono stato un po' leggero con l'ottimismo. Passano diversi minuti di
tensione generale, ma poi procede tutto per il verso giusto.
Arrivati
a Chengdu veniamo assaliti da finti tassisti o da persone che
vogliono chiamarci un taxi per ottenere una ricompensa. Usiamo una
delle poche parole cinesi che abbiamo imparato e regaliamo una sfilza
ininterrotta di no.
Prendiamo
un bus affollatissimo per avvicinarci al centro. Non sappiamo dove
sia di preciso il nostro ostello, quindi; ci affidiamo un po' al caso
e all'intuito. Dentro ci sono bagagli ad ostruire il passaggio;
sembra di attraversare un campo minato. Ci sediamo e partiamo nel
caldo di Chengdu.
Ad
un tratto una donna di indubbia bellezza si siede accanto a me, mi
guarda e inizia a parlare inglese. Mi chiede di dove siamo e dove
alloggiamo. Le rispondo mostrandole il foglio di prenotazione.
Annuisce e mi chiede se vogliamo soggiornare in un posto più carino.
Le rispondo di no, che ci va bene il nostro: è economico e
posizionato bene.
Chiama
l'ostello e inizia a parlare in cinese. F mi guarda, è sospettoso,
dopo quello che ci è successo nel centro massaggi diffidiamo di
estranei estremamente gentili e accondiscendenti.
La
donna continua a parlare.
“Fidarsi
è bene, ma non fidarsi è meglio” dico ad F.
“No,
no, non fidarsi è meglio, punto e basta” risponde.
Ormai
ha perso la fiducia nel prossimo, ha viaggiato molto e per esperienza
diretta ha imparato che il viaggiatore è una preda facile, un essere
vulnerabile.
La
donna riattacca e mi dice che se scendiamo con lei ci accompagnerà
in taxi.
“Vedi,
forse è solo gentile” dico ad F.
“Forse
è una puttana” risponde.
Cerco
di non pensare al peggio e scendo al segnale della donna. Un taxi si
ferma all'istante al primo segno con la mano effettuato dalla
sconosciuta. Troppo strano, potrebbe essere un complotto.
Saliamo
sul taxi, la donna comunica al tassista l'indirizzo; i due ridono e
continuano a parlare.
Guardando
F capisco che anche lui è preoccupato, potrebbero portarci in
qualsiasi posto e non capiremmo mai dove.
Dopo
aver ascoltato la litania pessimista di F, inizio anch'io a non
fidarmi più così tanto del prossimo, la mia fiducia inizia a
sgretolarsi poco a poco.
Dopo
un po' la donna ci dice che siamo arrivati, apre la borsetta e tira
fuori i soldi per la corsa; F la anticipa dando i soldi al tassista
dicendo alla donna che vogliamo pagare noi. Quella di F è una mossa
rapida e precisa; lo conosco bene, non vuole essere in debito con
nessuno. Quell'asso nella manica calato da F in maniera frettolosa mi
fa andare in paranoia.
“I
bagagli. Scendi a prenderli, non vorrei che partisse appena
scendiamo” gli dico un po' agitato.
Prendiamo
i bagagli, la donna ci accompagna fin dentro l'ostello, guardo
l'insegna, è quello giusto. Ci scambiamo una rapida occhiata
sollevati.
Dopo
aver effettuato il check-in, la sconosciuta ci da il suo numero di
cellulare, ci dice di chiamarla per qualsiasi cosa. Si chiama Coco e
la osserviamo scomparire nell'umido pomeriggio di Chengdu.
“Forse
è una puttana di classe” dico ad F mentre saliamo le scale.
“Può
essere” risponde.
Posiamo
i bagagli e decidiamo di visitare un tempio che ci consiglia la
ragazza alla reception. Dice che è il suo preferito.
Una
massa di turisti uniforme si aggira per le strade della struttura.
Entriamo in una zona piena di bancarelle che vendono cibo locale,
prendiamo un frullato e ci mettiamo a sedere sopra un muricciolo.
Rolliamo una sigaretta e, come sempre, la gente si ferma ad
osservare; sbalorditi ridono e si scambiano codici cifrati nelle
orecchie, increduli davanti ad una cosa che in quasi tutto il resto
del mondo è normale e scontata. Ma qui no, la Cina è una realtà a
parte.
“Fai
qualche numero con le palline” dico ad F.
F
ha vissuto in Spagna per un po' di tempo e conosce qualche mossa da
giocoliere.
“Ok,
voglio proprio vedere che faccia faranno”.
F
inizia a far roteare in aria tre palline e la gente, incuriosita da
questo fenomeno inusuale, si ferma, fotografa mentre qualcuno,
addirittura, si mette a fare dei video.
Dopo
circa dieci minuti, F si stanca, rimette le palline a posto pensando
sicuramente a quello che sto pensando io: “Quanti soldi potrebbe
fare un giocoliere in Cina?”.
Dopo
aver visitato quasi tutto il complesso del tempio, iniziano a farsi
sentire i crampi della fame. Mangiamo qualcosa da ogni bancarella che
ci ispira fiducia. Mangiamo granchi e gamberi fritti. Sono
buonissimi. Quando iniziamo a mangiare una carne di dubbia
provenienza contenuta all'interno di una foglia, alcune persone ci
fermano, ci guardano e bisbigliano qualcosa. Chissà cosa stiamo
mangiando...
Non
curanti di aver mangiato chissà che tipo di carne, prendiamo un
ramen e torniamo all'ostello.
Dopo
una breve rinfrescata andiamo nella hall per sbrigare due cose al
computer.
Non
vorrei dover rendere conto ad un apparecchio elettronico, ma ho un
blog che ha quasi un anno di vita: si chiama il cARTEllo e tratta
diversi campi di interesse, soprattutto ambiti culturali. E' un po'
come un figlio a cui dai vita e che poi aiuti a crescere lentamente.
Durante
la mia assenza ho delegato la gestione ad uno dei collaboratori che
mi tiene costantemente informato. E' uno tosto, mi fido di lui.
Sta
andando benissimo e quindi, anche se a migliaia di chilometri di
distanza e a sei ore di fuso orario, non posso smettere di tenere gli
occhi incollati sullo schermo, anche solo un'ora o un minuto al
giorno. E' quanto mi basta per essere felice.
Mentre
spulcio un po' le statistiche del blog, F inizia a parlare con un
ragazzo.
E'
italiano, padovano doc, viaggia da solo e attira la nostra
attenzione.
Dopo
poco viene fuori che è un ex bancario; ha tentato la carta della
libertà licenziandosi e mollando tutto.
Ci
dice che è in viaggio da cinque settimane e che con i soldi della
liquidazione vuole riuscire nell'impresa di stare in giro per il
mondo per mille giorni. Penso che posso farcela, ha la motivazione
giusta; basta e avanza.
Ha
un blog, si chiama Triptherapy e testimonia tutte le sue peripezie
immortalate in video un po' troppo spettacolarizzati.
Fino
ad ora ha fatto la Transiberiana, è stato in Mongolia, ha una Gopro
e tanti chilometri sotto le suole delle scarpe.
Ci
dà qualche dritta riguardo le mete che abbiamo intenzione di
percorrere nei giorni seguenti.
“Se
volete vedere i panda svegliatevi presto” dice.
“Quantifica
il presto” gli chiedo.
“Alle
sette massimo”.
“Cazzo!”
esclamiamo all'unisono”.
“Ragazzi,
dalle dieci iniziano ad arrivare orde di turisti cinesi. Sono quanto
di più fastidioso ho trovato sulla mia strada. Quindi fate un po'
voi...io vi ho avvertiti”.
“Ok,
terremo conto delle tue parole” rispondo.
Lo
salutiamo augurandogli di completare la sua impresa dei mille giorni.
Chiediamo
alla ragazza alla reception dove poter orientare la nostra bussola
per trovare un po' di divertimento. Ci indica il quartiere più
movimentato di Chengdu sulla cartina. La ringraziamo ed andiamo a
prendere un taxi.
Arrivati
in una strada che costeggia il fiume, scendiamo e commentiamo la zona
elogiandone la bellezza. Ma più che ci addentriamo, capiamo che la
serata sarà di una noia mortale.
La
zona non è molto movimentata, una serie di locali copia e incolla si
presenta davanti a noi.
Entriamo
nel primo locale. Ordiniamo un drink. Niente di interessante.
Entriamo
nel secondo. Prendiamo un drink. Niente di interessante.
Fuori,
ragazzini isterici, perlopiù sbronzi si ammassano per la strada
urlando, sorretti da amici sobri e da qualche bicchiere d'alcool.
Giro la testa a sinistra e vedo due ragazze correre da un tavolino
verso di noi. E' il momento della celebrità, o meglio
dell'occidentalità.
Ci
chiedono di fare una foto – ovviamente a gesti –,rispondiamo di
sì. Una delle due ragazze prova la mossa iniziando a parlare in
cinese. F non si sforza nemmeno di parlare inglese.
“Amica
possiamo stare qui per ore. Only ni hao (ciao), ni hao ma? (come va?),
shie shie (grazie)”. Scoppio in una grossa risata. I limiti di
incomunicabilità iniziano ad essere duri nel Sichuan. Con alcuni è
impossibile comunicare anche a gesti, fanno troppo affidamento sulla
propria lingua, pretendono che tu sappia la lingua più complessa al
mondo.
Dopo
minuti di incomprensione ci congediamo con un saluto.
Sono
le due, entriamo in un pub. Ordiniamo un drink e ci sediamo ad un
tavolo.
Molti
ragazzi ci guardano, due più temerari si avvicinano e tentano di
attaccare bottone.
Sanno
tre parole d'inglese e la conversazione diventa paradossale.
Osserviamo
le loro bocche a pesce che emettono suoni che non capiamo, le osservo
e mi sembra che boccheggino, è come parlare con un muto, ma la
differenza è che con i muti a gesti mi intendo alla grande.
Dopo
poco tempo andiamo via.
Torniamo
all'ostello verso le tre e ci fiondiamo a letto di botto. I panda ci
aspettano.
di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA".
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