Jack
non aveva idea di dove potesse essere e il fatto che Tamer lo
“Spirito del Viaggio” la conoscesse ci aveva sconvolto entrambi.
Da
quella volta in Italia ne era passato di tempo.
Avevo
fatto conoscere a Salima perfino Christine, la mia ragazza di allora,
ma non fu un gran successo. Ricordo che la serata finì con Christine
completamente ubriaca che andava in giro a chiedere se qualcuno
avesse un po’ di cocaina da venderle.
Lei
considerava l’Australia un po’ come la terra della trasgressione.
Il perché mi è sempre sfuggito. Mi sono fatto mille teorie a
riguardo ma nessuna mi convince fino in fondo.
Una
cosa posso dire con certezza: era pazza come un cavallo, questo è
poco ma sicuro. Tuttavia nel suo lavoro era un'artista nel vero senso
della parola.
Sia
io, che Jack, e perfino lo Spirito del Viaggio, ci siamo fatti
tatuare da lei. Perfino Salima acconsentì.
Era
come se quei disegni fossero qualcosa di più di semplici tatuaggi e
lei, mio Dio, era una cosa straordinaria quando avevi l’occasione
di vederla all’opera: non era brava soltanto ad avere la mano ferma
e il tratto delicato ma riusciva come a leggere nella tua mente e a
capire ogni minimo dettaglio del disegno che avevi in testa.
E
il suo studio era unico. Le luci al neon viola e azzurre, insieme con
una potente musica metal, facevano da sfondo all’oscurità delle
pareti dipinte di nero che intrappolavano ogni gemito di luce
proveniente dai due neon, e nel mezzo della stanza, un lettino e
nessuna sedia: Christine tatuava in piedi. Una volta che iniziava non
voleva essere disturbata per nessun motivo: sembrava come posseduta
da una sorta di demone che le rubava l’anima e la trascinava nei
meandri più nascosti della mente umana. A volte si chiudeva perfino
dentro a chiave e non esisteva nessun modo per tirarla fuori di lì.
I clienti talvolta erano spaventati da questo suo comportamento ma
tutti sapevano che se volevano avere il lavoro migliore dovevano
andare al “The rabbit hole”.
Quando
io e Jack ci presentammo lì con la nostra idea scarabocchiata su un
foglio, fummo presi letteralmente alla sprovvista quando ci sentimmo
dire da Christine:
<<Potete
anche gettarli quei pezzi di carta.>>
Quando
ci vide rimanere immobili di fronte al bancone pieno di scritte con
un’aria alquanto imbambolata, si fermò davanti a noi e fissandoci,
continuò:
<<Non
pensavate davvero di essere voi a scegliere il soggetto del vostro
tatuaggio, vero?>>
Io
e Jack ci guardammo. Le nostre facce dovevano essere veramente
allibite.
<<Ok,
ragazzi, allora vi spiego. Tutti quelli che vengono a tatuarsi da me
sanno che non saranno loro a scegliere i soggetti dei disegni. Qui
decido io, punto. Se vi va bene è così altrimenti potete andarvene
da un’altra parte. Avete capito? – la nostra risposta non giunse
ma lei continuò – Bene. Quando avete deciso fatemelo sapere.>>
Né
io né il mio amico avevamo idea che Christine lavorasse in questo
modo. Per quanto già la conoscessimo questo particolare ci era
completamente sfuggito, o meglio, non ne avevamo mai parlato.
Il
negozio stesso in realtà era un’enorme opera d’arte
post-moderna. L’arredamento era diverso ad ogni parete e passava da
pareti interamente addobbate con pellicce di felini africani a
poltrone in stile orientale, copie di vasi della dinastia Ming,
maschere mortuarie sudamericane, disegni di teschi, farfalle, fiori e
fate. Dietro al banco c’era un muro completamente ricoperto di
piercing di ogni genere.
Christine,
infatti, non faceva soltanto tatuaggi ma anche piercing,
scarificazioni e incisioni. In realtà lasciava per lo più questi
compiti alle sue due assistenti, Maria e Dorothy, mentre lei si
dedicava completamente all’arte del tatuaggio: in quello studio non
aveva mai lasciato impugnare l’ago a nessun altro.
Come
una sorta di fissazione si addossava tutta la furia e la trascendenza
di quei simboli ed era legata alla sua arte come una farfalla alle
sue ali. Il suo corpo d’altronde lo dimostrava senza alcun riservo.
Ciò
che invece Christine decise di tatuarmi fu una piccola rosa dei
venti. Me la tatuò in corrispondenza esatta del cuore e non volle
essere pagata, come del resto da Jack, a cui disegnò semplicemente
un cerchio che gli ricalcava la forma della spalla.
Il
più bello di tutti, però, fu quello di Salima. Quando uscì dalla
stanza scura aveva sulla parte posteriore del collo il disegno di una
tigre che, stirandosi, allungava tutto il corpo e mostrava la parte
più vulnerabile di sé ad una luna enorme che le stava di fronte e
quasi l’avvolgeva con il riflesso del suo bagliore.
Tutto
era scritto sulla pelle fin nei minimi particolari.
Anche
se nessuno di noi aveva nessun problema morale a farsi tatuare,
Salima non volle mai rivelarlo ai suoi genitori.
Questi
erano musulmani sunniti ortodossi e non avrebbero mai accettato una
cosa del genere.
Ricordo
ancora la faccia di Jack quando quella ci raccontò che era stata
rinchiusa nel capanno degli attrezzi per quasi due mesi a pane e
acqua quando, a sedici anni, aveva detto a suo padre di voler fare il
medico. I suoi ricordi erano ancora vivi e la ferita ancora aperta.
Jack
l’amava e Salima amava Jack con tutto il cuore ma la vita li aveva
portati lontani l’uno dall’altro. Si erano conosciuti in
Australia e da allora era nato qualcosa. Io lo so perché Jack è il
mio migliore amico. In più erano entrambi medici: chirurgo lui e
ortopedico lei; ma mentre il primo lavorava all’ospedale di Perth,
lei viaggiava in continuazione, andando a esercitare la sua
professione nei campi profughi sparsi per tutto il mondo.
In
realtà Salima avrebbe dovuto sposarsi, fare tanti figli, conservare
una buona dote e osservare i precetti della brava moglie descritti
tanto minuziosamente nel Corano.
O
almeno non fare un mestiere da uomo.
Non
li perdonò mai per questo.
Eravamo
sulla costa pugliese di Otranto quando decise di liberarsi di questo
fardello.
Il
tramonto le dipingeva un’aura magica intorno alla testa coronata da
un velo che aveva lo stesso colore del mare; la sua pelle dorata
rifletteva gli ormai tiepidi raggi del sole che intanto stava
volgendo il suo sguardo verso altre notti.
Ogni
sera per quaranta giorni di fila era stata costretta a subire le
visite di suo padre che, con il placito e tacito assenso materno, le
chiedeva puntualmente se avesse cambiato idea riguardo i progetti per
il suo futuro. Se la risposta era negativa brandiva la verga e la
frustava.
Salima
amava il suo lavoro come solo poche persone sanno fare.
Quante
volte aveva alzato lo sguardo verso il cielo di Baghdad e aveva
trovato conforto nella potente e determinata fermezza della luna che
da un lato sembrava consolarla e dall’altro punirla con la sua
indifferenza, mentre se ne stava a carponi, nuda e tremante per le
scudisciate.
La
sua schiena ne portava ancora i segni, cicatrici profonde nella carne
e nell’anima.
Durante
quei giorni Salima giurò a se stessa che mai nessuno le avrebbe
portato via il suo futuro.
L’ultima
sera che suo padre le fece visita per riportarla in casa di fronte
alla famiglia per essere giudicata, la ragazza si fece trovare
pronta.
Coperta
di pochi stracci ma con un’enorme pala in mano decise che era
stanca di attendere nell’oscurità un futuro che non desiderava e
così aspettò pazientemente che suo padre aprisse la porta del
capanno, ignaro di ciò che sarebbe successo di lì a poco, e lo
colpì di sorpresa lasciandolo cadere a terra in un tonfo sordo,
privo di sensi.
Era
stato facile alla fine.
Ma
adesso che era libera cosa avrebbe fatto? Non poteva tornare dalla
sua famiglia… Scappare era l’unica soluzione. Ma dove? Come se la
sarebbe cavata da quelle parti una ragazza di Baghdad di appena
sedici anni?
Tuttavia,
sentendo quella storia, o forse ancor di più avvertendo il contrasto
di quelle parole con un tramonto tanto placido, Jack si alzò di
scatto e, fissando il mare, si incamminò verso il bagnasciuga.
Come
chirurgo era abituato a vedere corpi straziati, ma quando si
trattava di assimilare esperienze e ricordi, di condividerli e farli
propri, provandone l’emozione fino all’ultima goccia, si rivelava
alquanto fragile.
Salima
allora si alzò e lo raggiunse.
Ciò
che si sono detti rimane un mistero.
Da
parte mia io avevo trovato una nuova storia da raccontare al mondo.
di Enne Effe per la rubrica "LETTERATURA".