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martedì 3 giugno 2014

LETTERATURA: "POETI DEL SECOLO XXI"



Vita.
Solo quella.
Non c’è altro in questo momento.
In nessun momento.
Noi figli della nostra epoca alla ricerca di noi stessi, noi stessi dentro ad una scatola, incatenati e imbavagliati, imprigionati dal tempo, da anni di solitudine e abitudine.
Solo fuoco che brucia.
E fa male.
Ma non importa.
Per il male, il male stesso è bene. La normalità che non hai scelto. Il sistema che non hanno reputato adatto a renderti uno schiavo perfetto. Una tattica: noi abbiamo smesso di credere se non al dolore come marchio di fabbrica.
Questa la parola della nuova scuola.
Noi che la notte sognamo di morire con uno squarcio sulla gola, imbottiti di Vicodin.
Capito come?
Questi sorrisi e queste lacrime sono come una maledizione addosso.
Noi siamo solo le vittime di ciò che viviamo ma a differenza degli altri lo percepiamo e lo scriviamo.
Vita, pura vita che si avvicina alla morte.
Vita,
o Musa,
o unico motivo,
a te sola ci prostriamo
e ci inchiniamo,
alle tue Parche
anche se so che non arriverete mai alla nostra arte,
a questi ricordi,
a questi poeti maledetti,
anime perse
fra sangue, saliva e bile.

di Enne Effe per la rubrica "LETTERATURA".

martedì 27 maggio 2014

LETTERATURA: "SALIMA"









Che fine avesse fatto Salima nessuno lo sapeva.
Jack non aveva idea di dove potesse essere e il fatto che Tamer lo “Spirito del Viaggio” la conoscesse ci aveva sconvolto entrambi.
Da quella volta in Italia ne era passato di tempo.
Avevo fatto conoscere a Salima perfino Christine, la mia ragazza di allora, ma non fu un gran successo. Ricordo che la serata finì con Christine completamente ubriaca che andava in giro a chiedere se qualcuno avesse un po’ di cocaina da venderle.
Lei considerava l’Australia un po’ come la terra della trasgressione. Il perché mi è sempre sfuggito. Mi sono fatto mille teorie a riguardo ma nessuna mi convince fino in fondo.
Una cosa posso dire con certezza: era pazza come un cavallo, questo è poco ma sicuro. Tuttavia nel suo lavoro era un'artista nel vero senso della parola.
Sia io, che Jack, e perfino lo Spirito del Viaggio, ci siamo fatti tatuare da lei. Perfino Salima acconsentì.
Era come se quei disegni fossero qualcosa di più di semplici tatuaggi e lei, mio Dio, era una cosa straordinaria quando avevi l’occasione di vederla all’opera: non era brava soltanto ad avere la mano ferma e il tratto delicato ma riusciva come a leggere nella tua mente e a capire ogni minimo dettaglio del disegno che avevi in testa.
E il suo studio era unico. Le luci al neon viola e azzurre, insieme con una potente musica metal, facevano da sfondo all’oscurità delle pareti dipinte di nero che intrappolavano ogni gemito di luce proveniente dai due neon, e nel mezzo della stanza, un lettino e nessuna sedia: Christine tatuava in piedi. Una volta che iniziava non voleva essere disturbata per nessun motivo: sembrava come posseduta da una sorta di demone che le rubava l’anima e la trascinava nei meandri più nascosti della mente umana. A volte si chiudeva perfino dentro a chiave e non esisteva nessun modo per tirarla fuori di lì. I clienti talvolta erano spaventati da questo suo comportamento ma tutti sapevano che se volevano avere il lavoro migliore dovevano andare al “The rabbit hole”.
Quando io e Jack ci presentammo lì con la nostra idea scarabocchiata su un foglio, fummo presi letteralmente alla sprovvista quando ci sentimmo dire da Christine:
<<Potete anche gettarli quei pezzi di carta.>>
Quando ci vide rimanere immobili di fronte al bancone pieno di scritte con un’aria alquanto imbambolata, si fermò davanti a noi e fissandoci, continuò:
<<Non pensavate davvero di essere voi a scegliere il soggetto del vostro tatuaggio, vero?>>
Io e Jack ci guardammo. Le nostre facce dovevano essere veramente allibite.
<<Ok, ragazzi, allora vi spiego. Tutti quelli che vengono a tatuarsi da me sanno che non saranno loro a scegliere i soggetti dei disegni. Qui decido io, punto. Se vi va bene è così altrimenti potete andarvene da un’altra parte. Avete capito? – la nostra risposta non giunse ma lei continuò – Bene. Quando avete deciso fatemelo sapere.>>
Né io né il mio amico avevamo idea che Christine lavorasse in questo modo. Per quanto già la conoscessimo questo particolare ci era completamente sfuggito, o meglio, non ne avevamo mai parlato.
Il negozio stesso in realtà era un’enorme opera d’arte post-moderna. L’arredamento era diverso ad ogni parete e passava da pareti interamente addobbate con pellicce di felini africani a poltrone in stile orientale, copie di vasi della dinastia Ming, maschere mortuarie sudamericane, disegni di teschi, farfalle, fiori e fate. Dietro al banco c’era un muro completamente ricoperto di piercing di ogni genere.
Christine, infatti, non faceva soltanto tatuaggi ma anche piercing, scarificazioni e incisioni. In realtà lasciava per lo più questi compiti alle sue due assistenti, Maria e Dorothy, mentre lei si dedicava completamente all’arte del tatuaggio: in quello studio non aveva mai lasciato impugnare l’ago a nessun altro.
Come una sorta di fissazione si addossava tutta la furia e la trascendenza di quei simboli ed era legata alla sua arte come una farfalla alle sue ali. Il suo corpo d’altronde lo dimostrava senza alcun riservo.
Ciò che invece Christine decise di tatuarmi fu una piccola rosa dei venti. Me la tatuò in corrispondenza esatta del cuore e non volle essere pagata, come del resto da Jack, a cui disegnò semplicemente un cerchio che gli ricalcava la forma della spalla.
Il più bello di tutti, però, fu quello di Salima. Quando uscì dalla stanza scura aveva sulla parte posteriore del collo il disegno di una tigre che, stirandosi, allungava tutto il corpo e mostrava la parte più vulnerabile di sé ad una luna enorme che le stava di fronte e quasi l’avvolgeva con il riflesso del suo bagliore.
Tutto era scritto sulla pelle fin nei minimi particolari.
Anche se nessuno di noi aveva nessun problema morale a farsi tatuare, Salima non volle mai rivelarlo ai suoi genitori.
Questi erano musulmani sunniti ortodossi e non avrebbero mai accettato una cosa del genere.
Ricordo ancora la faccia di Jack quando quella ci raccontò che era stata rinchiusa nel capanno degli attrezzi per quasi due mesi a pane e acqua quando, a sedici anni, aveva detto a suo padre di voler fare il medico. I suoi ricordi erano ancora vivi e la ferita ancora aperta.
Jack l’amava e Salima amava Jack con tutto il cuore ma la vita li aveva portati lontani l’uno dall’altro. Si erano conosciuti in Australia e da allora era nato qualcosa. Io lo so perché Jack è il mio migliore amico. In più erano entrambi medici: chirurgo lui e ortopedico lei; ma mentre il primo lavorava all’ospedale di Perth, lei viaggiava in continuazione, andando a esercitare la sua professione nei campi profughi sparsi per tutto il mondo.
In realtà Salima avrebbe dovuto sposarsi, fare tanti figli, conservare una buona dote e osservare i precetti della brava moglie descritti tanto minuziosamente nel Corano.
O almeno non fare un mestiere da uomo.
Non li perdonò mai per questo.
Eravamo sulla costa pugliese di Otranto quando decise di liberarsi di questo fardello.
Il tramonto le dipingeva un’aura magica intorno alla testa coronata da un velo che aveva lo stesso colore del mare; la sua pelle dorata rifletteva gli ormai tiepidi raggi del sole che intanto stava volgendo il suo sguardo verso altre notti.
Ogni sera per quaranta giorni di fila era stata costretta a subire le visite di suo padre che, con il placito e tacito assenso materno, le chiedeva puntualmente se avesse cambiato idea riguardo i progetti per il suo futuro. Se la risposta era negativa brandiva la verga e la frustava.
Salima amava il suo lavoro come solo poche persone sanno fare.
Quante volte aveva alzato lo sguardo verso il cielo di Baghdad e aveva trovato conforto nella potente e determinata fermezza della luna che da un lato sembrava consolarla e dall’altro punirla con la sua indifferenza, mentre se ne stava a carponi, nuda e tremante per le scudisciate.
La sua schiena ne portava ancora i segni, cicatrici profonde nella carne e nell’anima.
Durante quei giorni Salima giurò a se stessa che mai nessuno le avrebbe portato via il suo futuro.
L’ultima sera che suo padre le fece visita per riportarla in casa di fronte alla famiglia per essere giudicata, la ragazza si fece trovare pronta.
Coperta di pochi stracci ma con un’enorme pala in mano decise che era stanca di attendere nell’oscurità un futuro che non desiderava e così aspettò pazientemente che suo padre aprisse la porta del capanno, ignaro di ciò che sarebbe successo di lì a poco, e lo colpì di sorpresa lasciandolo cadere a terra in un tonfo sordo, privo di sensi.
Era stato facile alla fine.
Ma adesso che era libera cosa avrebbe fatto? Non poteva tornare dalla sua famiglia… Scappare era l’unica soluzione. Ma dove? Come se la sarebbe cavata da quelle parti una ragazza di Baghdad di appena sedici anni?
Tuttavia, sentendo quella storia, o forse ancor di più avvertendo il contrasto di quelle parole con un tramonto tanto placido, Jack si alzò di scatto e, fissando il mare, si incamminò verso il bagnasciuga.
Come chirurgo era abituato a vedere corpi straziati, ma quando si trattava di assimilare esperienze e ricordi, di condividerli e farli propri, provandone l’emozione fino all’ultima goccia, si rivelava alquanto fragile.
Salima allora si alzò e lo raggiunse.
Ciò che si sono detti rimane un mistero.
Da parte mia io avevo trovato una nuova storia da raccontare al mondo.

di Enne Effe per la rubrica "LETTERATURA".