Giorno
7:
Ci
svegliamo alle sei, ci guardiamo dritto negli occhi, non ce la
possiamo fare. E' come se una forza misteriosa mi schiacciasse contro
il letto, vorrei sconfiggerla, ma ha la meglio.
Alle
sette e mezzo ci alziamo pensando che quell'ora e mezzo in più ci
possa salvare la vita, ma la realtà è ben diversa, i nostri corpi'
dopo quasi una settimana da nottambuli' ne risentono, sono al limite,
tirati come corde. Mi alzo dal letto facendo forza con le mani,
guardo F e rido; ho a malapena le energie necessarie per andare a
fare colazione.
“Quanto
avremo dormito in questi sei giorni?” chiede F.
“Fra
le venticinque e le ventisette ore, ho fatto un conto veloce prima di
alzarmi” rispondo.
“Pensa
a come siamo messi. La prima cosa che ti è passata per la testa
appena sveglio è stata contare le ore di sonno”.
Sorrido
e indico ad F la porta.
Andiamo
nella hall per fare colazione e nel sederci notiamo Claudio. Ci
avviciniamo in silenzio, quasi per non rompere la purezza del
mattino.
“Alla
buonora eh?” ci dice ridendo.
“Ci
abbiamo provato, giuro che ci abbiamo provato” rispondo.
“E'
che non abbiamo le forze...è come se ce le avessero prosciugate
lentamente” dice F.
“Preparatevi
al peggio” dice Claudio.
“Ma
sono le otto” rispondo.
“Tardissimo”.
“Ma
come...noi pensavamo che...” dice F prima di essere interrotto.
“Non
dovete pensare, dovete agire. Sarete in grado di affrontare la furia
cinese?” chiede Claudio stropicciandosi gli occhi.
Ha
la faccia di un morto vivente, ma continua a macinare chilometri
senza tregua, ha la grinta di uno sportivo prima di una grande prova.
“Sì,
siamo pronti” rispondiamo come dei bravi soldati.
Ci
vestiamo dopo aver finito le nostre colazioni a base di uova ed
usciamo in cerca di un taxi con qualche proteina in più in corpo.
Dopo
una ricerca non troppo facile, troviamo un tassista disposto a
portarci.
Leggiamo
qualche informazione sulla riserva dei panda giganti di Chengdu. La
guida Lonely Planet ci dice la stessa cosa che ci ha detto Claudio,
quindi ci prepariamo al peggio.
Vado
sul sito Tripadvisor e noto che quasi tutti i commenti parlano
benissimo della riserva.
“Vedi,
almeno c'è scritto che i panda hanno estrema libertà” dico ad F.
“Almeno
quello”.
Dopo
18 km arriviamo in uno spiazzato con pullman e altri taxi. Giro la
testa a sinistra e...SHOCK. Turisti
ovunque.
“Ma
come è possibile? Sono solo le dieci. Ma non hanno niente da fare? A
lavorare non ci vanno a Chengdu?” dico ad F trasudando rabbia.
“E'
domenica”.
Dopo
essermi reso conto di aver bisogno di qualche ora di sonno in più mi
dirigo verso l'entrata facendomi largo tra macchine fotografiche,
ombrellini per il sole – anche se più che il sole quello che si
vede è soltanto una debole imitazione – e bambini.
Dopo
aver pagato l'ingresso – più della corsa in taxi di ben 18 km –
ci facciamo forza, ingoiamo il boccone amaro ed entriamo muniti di
tanto coraggio.
Camminiamo
per circa dieci minuti e dei panda non se ne vede nemmeno l'ombra.
Dopo
un po' una freccia ci porta fino al primo resort dove dovremmo
riuscire a vedere questa rarità del mondo animale. Circumnavighiamo
la recinzione, impostiamo gli occhi come fossero cannocchiali...ma
dei panda nemmeno l'ombra.
“Forse
hanno paura di tutti questi cinesi” dico ad F.
“Ci
sta”.
Continuiamo
a camminare e improvvisamente vengo come catturato da dei suoni, è
come il richiamo di una sirena, solo molto più fastidioso, ma sono
sicuro che ci porterà nella giusta direzione.
Arriviamo
davanti ad una teca di vetro. E' assalita da un branco di turisti
famelici. Si accatastano l'uno sull'altro a discapito dei poveri
malcapitati che se ne stanno spiaccicati contro il vetro cercando di
sorridere e salutare il povero panda.
L'animale
sta mangiando, mentre una massa di turisti scatta foto, lo saluta –
in cinese – e i più maleducati danno addirittura dei colpi al
vetro per richiamare l'attenzione della bestia.
Mi
faccio strada fino al vetro per poter vedere le condizioni di vita di
un animale che a detta di tutti i commentatori di Tripadvisor ha una
grande libertà. Vive in una gabbia, in una prigione poco più grande
della mia camera da letto. Scosto qualche cinese e riesco finalmente
a fare una foto. Foto che ovviamente ho dovuto ritagliare perché ai
lati era tempestata da riflessi cinesi.

Non
ci demoralizziamo e tiriamo dritto, anche se un senso di amarezza
inizia a pervadermi come una pianta rampicante, e ho paura che non mi
andrà via fino alla fine dell'escursione.
Ad
un certo punto vediamo un muro umano alto poco più di un metro
e sessanta coprire la recinzione di uno spazio naturale abbastanza
vasto.
“Finalmente
qualche panda in...libertà” esclama F.
Non
dobbiamo nemmeno fare a gomitate con la gente davanti perché siamo
senza dubbio i più alti, oltre a noi vediamo altri due occidentali,
ma per il resto vediamo solo Turismo cinese (da ora in poi chiamerò
così questa massa di cannibali da cartolina).
Aguzzo
gli occhi e vedo delle strane volpi un po' più in carne.
“Cosa
sono?” chiedo a F.
“Panda
rossi” risponde.
“E
che ne sai?”.
“L'ho
letto lì” risponde indicando un cartello enorme.
Rido
e scatto qualche foto. Faccio un video che sicuramente utilizzerò
per il documentario stringendo l'inquadratura su due panda rossi e su
un pavone.
“Guarda
ora cosa succede” dico ad F.
Allargo
l'inquadratura lentamente fino a scavalcare le teste dei turisti,
inquadro le loro schiene e con una carrellata laterale mostro ad F
che effetto allucinante viene fuori da questo filmato.
“Aspettami
lì. Vado dall'altra parte a scattare una foto. Non
posso perdermi questa muraglia cinese” dico correndo come un pazzo.
Andando
più avanti troviamo una recinzione simile a quella dei panda rossi,
con all'interno due panda giganti. Li osservo e noto che danno
continuamente le spalle ai turisti, quasi come se non volessero
essere fotografati mostrando solo il fondoschiena. Scatto qualche
foto, ma non troppe, i panda stanno perdendo il mio interesse:
maledetto Turismo cinese.
Finiamo
il giro ammettendo che la riserva non è poi così male, solo che gli
animali hanno poco spazio vitale. Prima di arrivare pensavo di
trovare un posto enorme, con tantissimi alberi e panda in un habitat
simile alla libertà, ma sembra assomigliare molto più ad uno zoo.
Camminiamo
ancora per ritrovare l'entrata, quando ad un certo punto vedo un
pavone inseguito da una ventina di bambini accompagnati da genitori
immortalatori di momenti caramellosi. Gli urlano contro frasi che non
capisco e alcuni tirano roba da mangiare da tutte le direzioni, è un
vero e proprio bombardamento. Un ragazzo tira addirittura un bastone,
e i genitori se ne stanno lì, a ridere e a sgranocchiare stuzzichini
di chissà cosa senza fare niente.
Disgustati
ce ne andiamo.
E'
presto, ci abbiamo messo meno del previsto, per questo decidiamo di
tornare vicino all'ostello per mangiare un boccone.
“Potremmo
fissare con Coco” dico ad F.
“Ok,
ma dobbiamo dormire un po', in queste condizioni non sarei di
compagnia” dice F.
“Ok,
ci sto”.
Di
ritorno mangiamo dei dumpling (gnocchi ripieni di carne) e filiamo
dritti in camera.
F
si lancia sul letto come scaraventato da una fionda, mentre io mi
cambio e vado un attimo in bagno. Di ritorno vedo che sta già
dormendo.
“Sto
scrivendo a Coco un messaggio. Come si scrive together? Con una o due
h?” chiedo a F.
“Mmm”.
“Dai,
sono stanco, dimmelo te” insisto.
“Dimmelo
te” ripete F nel sonno.
“No,
dimmelo te te” rispondo.
Ecco,
penso di aver toccato il punto più basso del mio italiano parlato.
Guardo F e ridiamo come ossessi, ma ci rendiamo conto che dobbiamo
strappare qualche ora di sonno o presto potrebbe salirci la febbre.
Crolliamo.
La
sveglia suona dopo due ore. Mi risveglio tutto d'un fiato, come un
ritornato dall'oltretomba, guardo F che continua a dormire come se
niente fosse.
“Non
ci credo. Non possono essere passate due ore” mi dice incredulo.
“Purtroppo
sì”.
Facciamo
una doccia fredda per risvegliarci da uno stato catatonico che sembra
non abbandonarci.
Siamo
in ritardo, ma Coco può aspettare, anche se la curiosità di sapere
che persona possa essere mi uccide, mi attanaglia lo stomaco da
quando l'abbiamo conosciuta.
“Mi
è arrivato un messaggio da Coco con scritto se può portare anche sua nipote” dico ad F.
“Dille
di sì...lo so come vanno a finire queste cose...magari sono due
escort”.
“Magari”
rispondo.
Dopo
aver inviato il messaggio schizziamo dritti nella notte di Chengdu.
Finalmente una serata con una vera cinese. Ovviamente siamo in
ritardo, ma la salute prima di tutto, senza la pennichella saremmo
morti.
Arrivati
davanti al pub vediamo la bella Coco venirci incontro. Ha un vestito
di seta bianco molto elegante e le caviglie vanno a finire dentro scarpe col tacco. La guardo e capisco subito che potrei
innamorarmene.
Entriamo
e notiamo una ragazza molto giovane ad un tavolo. E' la nipote, ha
diciotto anni e non sa una parola d'inglese.
“Io
non la prendo la bambina” dico ad F.
“Neanche
io”.
“Magari
non è nemmeno una puttana”.
“Non
riesco a capirlo. E' tutto così strano”.
Coco
ci guarda e ride, sembra contentissima di vederci. Iniziamo a parlare
e ci dice che quella è la figlia di suo fratello e che vive insieme
a lei.
Siamo
un po' confusi, non riusciamo bene a decifrare la situazione.
Ci
offrono degli stuzzichini di carne.
“Cos'è?”
chiedo a Coco.
“Collo
di papera”.
“Ah...”
rispondo un po' perplesso.
“E'
buono, è buono. Io ne vado pazza”.
Supero
tutti i timori soltanto perché si rivolge a noi con una gentilezza
che mi fa quasi sorridere. Nella mia testa inizia a formarsi un
pensiero che la donna possa essere una persona normalissima, volenterosa di conoscere nuove persone.
Mangio
il collo di papera e devo ammettere che non è male.
Assaggio
anche un'altra cosa e, dopo che l'ho ingerita, F mi dice che è cuore
di papera. Strabuzzo gli occhi, però non è così tremendo, anche se
peggio del collo. Sarà l'unico pezzo di cuore in tutta la serata.
Ordiniamo
delle birre e dei noodles – amiamo i noodles – mentre Coco
allibita ci chiede come mai mangiamo così tardi. Sono le nove e per
noi non è affatto tardi. Da quando siamo partiti non abbiamo orari,
e poi in Italia siamo abituati a mangiare abbastanza tardi. Lei ci
dice che di solito mangia alle sette. Abitudini diverse.
Dopo
poco veniamo a conoscenza che non è di Chengdu, ma di una città di
cui non capiamo il nome. E' davvero difficile da pronunciare. Coco ha
lavorato su un'isola per diversi anni. Ci mostra delle foto e sembra
un paradiso rispetto alle città sporche che abbiamo visitato fino ad
ora.
“E
cosa fai nella vita?” chiede F.
“Vendo
valvole. Sono la manager di una ditta”.
“E
quanto anni hai?” le chiedo.
“Ventotto,
e voi?”.
“Quanti
ce ne dai? Sai qui in Cina ci danno tutti più anni rispetto a quegli
che abbiamo” chiediamo insieme.
Abbiamo
la barba incolta, quindi siamo curiosi della sua risposta.
“Ventotto?”
domanda.
“No,
venticinque” rispondiamo.
Sorride
e dice che siamo giovani.
Iniziamo
a parlare delle nostre vite. Io le dico che sono stato a vivere a
Parigi per tre mesi, che mi sono laureato da un anno e che il mio
futuro è molto incerto. F le racconta di quando era a Londra.
“Ecco
perché parli così bene inglese” esclama Coco.
Continuando
le dice che probabilmente a ottobre partirà per la Namibia per circa
sei mesi, le dice che farà volontariato e che è forte della sua
decisione.
“Ti
ammiro. E' una cosa bellissima” dice rivolta ad F.
Le
raccontiamo un po' delle nostre avventure passate, io le svelo i miei
sogni nel cassetto, le dico che ancora i miei obiettivi sono lontani
anni luce.
“Devi
sempre continuare a credere in te stesso. Se vuoi raggiungere un
obiettivo devi provare, provare e provare all'infinito” mi dice con
una tenacia da donna matura.
Ovviamente
le rispondo di sì, che continuerò a credere nei miei sogni, sono
quanto di più bello ho nella vita. A costo di diventare scrittore
sputerò sangue a palate, ingoierò bocconi amari giorno dopo giorno,
riceverò centinaia di porte in faccia, ma le sfonderò e andrò
avanti verso il domani.
“Quanti
giorni lavori alla settimana?” chiede F.
“Cinque”.
“Buono,
almeno hai il fine settimana libero” risponde F.
“Per
me non fa alcuna differenza, potrei lavorare anche sei giorni”.
E'
una donna che sembra non fermarsi davanti a niente.
“Quanti
giorni di ferie hai in un anno?” le chiedo con interesse.
“Circa
una settimana”.
Sono
allibito da come una donna così minuta, così calma e pacata possa
lavorare senza sosta tutto l'anno, ha una mentalità diversa dalla
nostra. Noi vogliamo il lavoro perfetto, tutti gli altri ci sembrano
una trappola mortale, ma lei sembra aver raggiunto una tranquillità
interiore che le permette di lavorare come un mulo.
“Ti
piace il tuo lavoro?” le chiedo.
“Sì,
assolutamente”.
Ecco
svelato il mistero.
Ci
dice che le nostre vite le sembrano dei romanzi d'avventura, ci dice
che le piacerebbe rimanere in contatto, che vorrà sapere le nostre
impressioni di fine viaggio e guardandoci dritto negli occhi ci
augura buona fortuna, per la Cina, ma sopratutto per il nostro
futuro, per la tranquillità che non abbiamo ancora raggiunto.
A
fine cena tiriamo fuori i soldi per pagare, ma si impunta nel volerci
offrire la cena.
Sono
150 yuan a testa (quasi 20 euro), la ringraziamo per tutto. La guardo
e vorrei ringraziarla per essere venuta al mondo, perché è una
persona bellissima. Le dico che vorrei che mi mandasse una sua foto,
perché non voglio dimenticarla, ma sopratutto perché sto scrivendo
questo diario di viaggio e una sua foto è d'importanza vitale. Me la
manda.
La
abbracciamo – anche se in Cina non è abitudine – e montiamo
sopra un taxi guardandola scomparire all'orizzonte.
Tornati
all'ostello saliamo in camera, fumiamo una sigaretta lentamente,
quasi a lasciarla consumare fra le dita, un po' come questa notte che
non vorremmo finisse mai.
di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA"