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venerdì 18 luglio 2014

LETTERATURA: "URLO MA NESSUNO MI SENTE - Elle Bi"


Camminiamo fra milioni di facce impaurite,
fra nevrosi assassine,
assassini in maschera,
maschere da tutti i giorni,
obbligatorie per sopravvivere,
siamo scimmie un po' più avanti,
gli unici in grado di sopportare i palazzi in fiamme,
i mitra bambini,
che urlano sparando vite,
urlano consumandosi al cherosene,
tutto questo è realtà,
 realtà letale,
mortale,
fetale,
realtà di tutti i giorni,
realtà apparente,
urlo ma nessuno mi sente,


il vecchio mi guarda biascicando parole,
imprecando parole,
maledicendo la mia generazione,
maledicendo il neon della gente,
gente che possiede oggetti come fossero persone,
scarpe come libri,
cellulari come figli,
figli della nostra generazione,
figli della generazione che fu,
ma ora rimane poco o niente,
urlo ma nessuno mi sente,


talenti bruciati come alberi,
corrosi come acido,
corrosi dall'acido,
neon negli occhi della gente,
tic come fossero zanzare,
tutti pronti a danzare,
danzare urlando frasi al cielo,
urlare danzando sopra al cielo,
la pistola abbaia nella notte,
trapassando milioni di vite,
vite come noccioline,
marroni come il fango in faccia,
rosse come il tetto in fiamme,
rosse come il taglio letale,
la gioia mortale,
urlo ma nessuno mi sente,

urlando dimentico chi sono,
ma guardandomi intorno capisco cosa sono,
essere umano,
essere strano,
il bambino che fui ride nel passato,
corre nel presente,
si muove nell'agglomerato urbano,
farfuglia parole con il naso tappato,
la bocca sempre pronta a parlare,
a sbraitare,
imperscrutabile nel suo candore,
l'uomo che non batte ciglio per il fetore,
è l'uomo moderno,
il cinico guerriero,
mi guardo allo specchio e urlo,
ma nessuno mi sente.

di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA"


martedì 8 luglio 2014

LETTERATURA: "CINA: DIARIO DI UN VIAGGIATORE SENTIMENTALE - parte 5"


(link alla parte 4)


Giorno 8

Apro un occhio prima che la sveglia suoni, drizzo le orecchie e sento un rumore di pioggia incessante. Guardo l'orologio, sono le otto, è l'ora di andare.
“Non ho sentito il suono della sveglia” dice F mezzo tramortito.
“Non è suonata, mancano pochi minuti, ma dobbiamo andare. Fuori c'è un nubifragio”.
“Cazzo” esclama F alzandosi di scatto.
Decidiamo di saltare colazione, o meglio di farla quando saremo alla stazione dei bus.
Scendendo incontriamo la ragazza più gentile della reception, ma sopratutto quella che parla il miglior inglese. La salutiamo dicendole che ci siamo trovati davvero bene.
Per strada scrosci d'acqua si schiantano sull'asfalto creando pozze enormi, macchine impazzite cercano di superarsi l'un l'altra, un concerto di clacson violenta le nostre orecchie stanche, e noi cerchiamo disperatamente un taxi muniti del nostro K-way.
I pochi taxi che passano non si fermano, sfrecciano verso chissà dove trasportando vite, ma noi non demordiamo e continuiamo la nostra ricerca alzando le mani, sbracciandoci a più non posso, e urlando frasi al cielo. Niente di niente.
Dopo mezzora iniziamo a disperare. Non abbiamo tutto il tempo del mondo, il bus che dobbiamo prendere impiegherà circa sette ore per arrivare a Kangding, quindi dobbiamo muoverci o arriveremo a tarda sera.
Lasciamo i bagagli sotto una tettoia e iniziamo a darci da fare sul serio. I taxi sono pochissimi, sembrano sfuggire al nostro richiamo. Decine e decine di ciclisti muniti di K-way colorati ci passano a un palmo dal naso formando un arcobaleno umano.
Iniziamo a sentire le scarpe pesanti, siamo fradici, ma non possiamo arrenderci. Mi avvicino a tutti i passanti che incontro sulla mia strada pronunciando la parola stazione dei bus in cinese. Alcuni cercano di spiegarmelo, ma non capisco, provo un tentativo di ribattuta in inglese, ma è tutto inutile. F capisce che l'unica cosa da fare è piazzarsi davanti alla fermata dei bus e chiedere agli autisti se il loro veicolo è diretto alla stazione.
Passa il primo bus. Niente da fare.
Passa il secondo bus, che ci schizza un po' d'acqua da una pozza. Niente da fare.
Al terzo bus, l'autista ci guarda e ci dice di sì, ci dice di saltare su. Almeno è quello che pensiamo abbia detto.
Siamo in piedi, eretti come colonne, bagnati come dopo un tuffo in piscina. Sono così bagnato che lentamente inizia a formarsi una piccola pozza sotto i miei piedi, la gente mi guarda, io faccio finta di niente e guardo avanti, in direzione del nostro futuro prossimo.
Al segnale dell'autista scendiamo e non capiamo ciò che ci dice.
“Non vedo nessuna stazione” dico ad F.
“Cazzo, cazzo, cazzo. Non ci voleva”.
Dopo essersi tranquillizzato F chiede in inglese a svariate persone indicazione per la stazione dei bus. Dopo molte incomprensioni, una ragazza si avvicina, apre la bocca...Dio sia lodato, parla inglese e si propone di accompagnarci a piedi. Ci guarda, sorride, dobbiamo farle proprio pena.
Dopo pochi minuti siamo dentro la stazione, compriamo il primo biglietto per Kangding che partirà a mezzogiorno.
Mangiamo qualche plumcake cinese e un po' di latte per creare un tappo ai nostri stomaci, che probabilmente dovranno arrivare fino all'ora di cena. Partiamo.
Le sette ore di viaggio non sono un problema perché ho con me della buona musica, un romanzo e il taccuino su cui annoto tutto quello che provo, che vedo e che sento durante quest'esperienza. E' la testimonianza scritta del mio passaggio in terra cinese. F è munito delle mie stesse armi anti noia, si infila le cuffie nelle orecchie e chiude gli occhi cercando di recuperare un po' del sonno che abbiamo perso strada facendo in questi sette giorni frenetici.
Poco dopo prendo esempio da lui e schiaccio il tasto play. Vengo trasportato in un mondo speciale, come mi succede sempre quando ascolto della musica ad alto volume. Guardo fuori dal finestrino e osservo Chengdu scomparire piano piano dietro al tubo di scappamento.
Quando il paesaggio inizia a cambiare sento il bisogno di tirare fuori il taccuino. La musica inizia a fondersi con la natura al di la del finestrino. E' una foresta verde quella che si impone davanti al mio sguardo osservatore. Inizio a scrivere una parte di questo diario, la mano si muove come impossessata dal ritmo della musica, scrivo qualche pagina quando ad un tratto il bus si ferma.
“Proprio adesso...” dico ad F.
“Ispirato?”.
“Già”.
Scendiamo. Sono le due e scopriamo che è la pausa pranzo. Non abbiamo troppa fame, quindi decidiamo di mangiare un piatto in due. E' un pasto tipico, con riso, verdure, patate e carne tagliata a fettine spesse come foglie.
Uscendo ci fumiamo una sigaretta e notiamo che tutti ci guardano, ma proprio tutti. La gente ha una carnagione più scura qui, siamo in una landa desolata, sappiamo solo che è due ore più vicina al nostro arrivo.


Ci rimettiamo in moto dopo neanche mezzora.
All'interno del bus fa caldo, capisco che è il modo migliore perché mi si asciughino un po' i vestiti, rimetto le cuffie nelle orecchie e mi estraneo da tutto ciò che mi circonda.
Sono le cinque quando ad un certo punto il bus si ferma di nuovo.
“No dai, adesso basta però” dice F.
Mi affaccio e noto che c'è una coda interminabile davanti a noi.
L'autista apre le portiere e fa scendere un po' di gente.
“Forse siamo arrivati” dico ad F.
“Macché, magari”.
Proviamo a chiedere all'autista, ma non capiamo, l'unica cosa che riusciamo a dedurre è che c'è stato un incidente. Le sue mani che si scontrano sono un gesto che ci è familiare.
“Vabbè roba da poco. Staremo fermi un'ora al massimo” dico.
“Non lo dire, non lo dire. In Nepal per un incidente ci schiacci delle ore” risponde F.
Passa un'ora. Tutto è immobile.
Passano due ore. Tutto è immobile.
“Sto impazzendo, dentro il bus fa caldo, qui fuori inizia a fare fresco. Cerchiamo di capire, almeno” dico alzando la voce.
Prendo la guida, la sfoglio e cerco di unire le nozioni base del cinese di sopravvivenza al mio intuito.
Creo delle frasi un po' sgangherate per far capire a qualcuno quanto tempo ancora dobbiamo aspettare. Nessuno sembra capirmi. Scendendo vado da un altro autista di un bus che, sembra un po' più sveglio del nostro. Gli chiedo la stessa cosa indicandogli l'orologio per fargli capire il passaggio del tempo e con l'altra mano mimo una camminata. Sì, ho perso la testa, l'attesa mi distrugge, ho deciso di andare a piedi.
Dopo qualche incomprensione ci dice che ci vorranno più o meno due ore.
“Ce la possiamo fare” dico ad F.
“Abbiamo anche le valigie”.
“Già”.
Il tempo sembra non passare mai, inizio a scattare qualche foto per cercare di ammazzare l'attesa.


Ci incamminiamo verso il luogo dell'incidente notando che un ragazzo in moto ci è rimasto secco. In Cina il casco non viene usato da nessuno, solo le forze dell'ordine lo indossano, quasi a dare il buono esempio, ma nessuno li segue.
Suoni di ambulanze, vento, stanchezza, gente che sbadiglia, gente che si incammina con le valigie verso il villaggio più vicino, sembra di essere in trincea, il tempo è dilatato in un modo strano, quasi sadico.
A un certo punto le macchine iniziano a muoversi, ci guardiamo e corriamo verso il bus. Partiamo. Sono le nove, siamo rimasti intrappolati cinque ore in una valle dimenticata da Dio.
Arriviamo alle undici e come d'incanto è ricominciato a piovere fortissimo.
“E tu che volevi andare a piedi...” dice F.
“E che ne sapevo? Quel pazzo dell'autista mi ha detto due ore...che ne potevo sapere che era il tempo necessario per arrivare a Kangding in bus” rispondo ridendo. Anche F ride, sono risate di disperazione, cerchiamo di sdrammatizzare una situazione davvero pesante. Dobbiamo trovare l'ostello, ma non sappiamo dove cercare.
Ci facciamo strada nella notte piovigginosa di Kangding chiedendo indicazioni a chiunque: brutti ceffi che cercano di sistemarci in alberghi di ogni genere, vecchi che ci depistano, ristoratori che ci invitano ad entrare ed altri ancora; sembra un circo dell'assurdo, nessuno sa niente, o meglio nessuno sa di preciso dove sia il nostro ostello.
Troviamo una volante della polizia e mai mi sarei aspettato che sarebbe stato proprio uno sbirro l'artefice della nostra salvezza. Ci guarda, sorride, chiama l'ostello e parte. Arriviamo alle undici passate davanti ad una specie di locanda, salutiamo l'agente ed entriamo.
La vecchia alla reception ci dice che pensava che non saremmo arrivati vista la tarda ora, ma noi, disperati come dopo una traversata oceanica, stanchi e bagnati insistiamo che non ce ne andremo senza un letto sotto la schiena.
La donna manda un suo galoppino da noi che ci dice di seguirlo. Ci porterà in minivan in un'altra struttura affiliata.
Arrivati vogliamo solo una doccia calda e un pasto. Subito dopo crolliamo distrutti. E' stata una giornata piuttosto massacrante.

di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA"

martedì 1 luglio 2014

LETTERATURA: "CINA: DIARIO DI UN VIAGGIATORE SENTIMENTALE - parte 4"

(link alla parte 3)

Giorno 7:

Ci svegliamo alle sei, ci guardiamo dritto negli occhi, non ce la possiamo fare. E' come se una forza misteriosa mi schiacciasse contro il letto, vorrei sconfiggerla, ma ha la meglio.
Alle sette e mezzo ci alziamo pensando che quell'ora e mezzo in più ci possa salvare la vita, ma la realtà è ben diversa, i nostri corpi' dopo quasi una settimana da nottambuli' ne risentono, sono al limite, tirati come corde. Mi alzo dal letto facendo forza con le mani, guardo F e rido; ho a malapena le energie necessarie per andare a fare colazione.
“Quanto avremo dormito in questi sei giorni?” chiede F.
“Fra le venticinque e le ventisette ore, ho fatto un conto veloce prima di alzarmi” rispondo.
“Pensa a come siamo messi. La prima cosa che ti è passata per la testa appena sveglio è stata contare le ore di sonno”.
Sorrido e indico ad F la porta.
Andiamo nella hall per fare colazione e nel sederci notiamo Claudio. Ci avviciniamo in silenzio, quasi per non rompere la purezza del mattino.
“Alla buonora eh?” ci dice ridendo.
“Ci abbiamo provato, giuro che ci abbiamo provato” rispondo.
“E' che non abbiamo le forze...è come se ce le avessero prosciugate lentamente” dice F.
“Preparatevi al peggio” dice Claudio.
“Ma sono le otto” rispondo.
“Tardissimo”.
“Ma come...noi pensavamo che...” dice F prima di essere interrotto.
“Non dovete pensare, dovete agire. Sarete in grado di affrontare la furia cinese?” chiede Claudio stropicciandosi gli occhi.
Ha la faccia di un morto vivente, ma continua a macinare chilometri senza tregua, ha la grinta di uno sportivo prima di una grande prova.
“Sì, siamo pronti” rispondiamo come dei bravi soldati.
Ci vestiamo dopo aver finito le nostre colazioni a base di uova ed usciamo in cerca di un taxi con qualche proteina in più in corpo.
Dopo una ricerca non troppo facile, troviamo un tassista disposto a portarci.
Leggiamo qualche informazione sulla riserva dei panda giganti di Chengdu. La guida Lonely Planet ci dice la stessa cosa che ci ha detto Claudio, quindi ci prepariamo al peggio.
Vado sul sito Tripadvisor e noto che quasi tutti i commenti parlano benissimo della riserva.
“Vedi, almeno c'è scritto che i panda hanno estrema libertà” dico ad F.
“Almeno quello”.
Dopo 18 km arriviamo in uno spiazzato con pullman e altri taxi. Giro la testa a sinistra e...SHOCK. Turisti ovunque.
“Ma come è possibile? Sono solo le dieci. Ma non hanno niente da fare? A lavorare non ci vanno a Chengdu?” dico ad F trasudando rabbia.
“E' domenica”.
Dopo essermi reso conto di aver bisogno di qualche ora di sonno in più mi dirigo verso l'entrata facendomi largo tra macchine fotografiche, ombrellini per il sole – anche se più che il sole quello che si vede è soltanto una debole imitazione – e bambini.
Dopo aver pagato l'ingresso – più della corsa in taxi di ben 18 km – ci facciamo forza, ingoiamo il boccone amaro ed entriamo muniti di tanto coraggio.
Camminiamo per circa dieci minuti e dei panda non se ne vede nemmeno l'ombra.
Dopo un po' una freccia ci porta fino al primo resort dove dovremmo riuscire a vedere questa rarità del mondo animale. Circumnavighiamo la recinzione, impostiamo gli occhi come fossero cannocchiali...ma dei panda nemmeno l'ombra.
“Forse hanno paura di tutti questi cinesi” dico ad F.
“Ci sta”.
Continuiamo a camminare e improvvisamente vengo come catturato da dei suoni, è come il richiamo di una sirena, solo molto più fastidioso, ma sono sicuro che ci porterà nella giusta direzione.
Arriviamo davanti ad una teca di vetro. E' assalita da un branco di turisti famelici. Si accatastano l'uno sull'altro a discapito dei poveri malcapitati che se ne stanno spiaccicati contro il vetro cercando di sorridere e salutare il povero panda.
L'animale sta mangiando, mentre una massa di turisti scatta foto, lo saluta – in cinese – e i più maleducati danno addirittura dei colpi al vetro per richiamare l'attenzione della bestia.
Mi faccio strada fino al vetro per poter vedere le condizioni di vita di un animale che a detta di tutti i commentatori di Tripadvisor ha una grande libertà. Vive in una gabbia, in una prigione poco più grande della mia camera da letto. Scosto qualche cinese e riesco finalmente a fare una foto. Foto che ovviamente ho dovuto ritagliare perché ai lati era tempestata da riflessi cinesi.



Non ci demoralizziamo e tiriamo dritto, anche se un senso di amarezza inizia a pervadermi come una pianta rampicante, e ho paura che non mi andrà via fino alla fine dell'escursione.
Ad un certo punto vediamo un muro umano alto poco più di un metro e sessanta coprire la recinzione di uno spazio naturale abbastanza vasto.
“Finalmente qualche panda in...libertà” esclama F.
Non dobbiamo nemmeno fare a gomitate con la gente davanti perché siamo senza dubbio i più alti, oltre a noi vediamo altri due occidentali, ma per il resto vediamo solo Turismo cinese (da ora in poi chiamerò così questa massa di cannibali da cartolina).
Aguzzo gli occhi e vedo delle strane volpi un po' più in carne.
“Cosa sono?” chiedo a F.
“Panda rossi” risponde.
“E che ne sai?”.
“L'ho letto lì” risponde indicando un cartello enorme.
Rido e scatto qualche foto. Faccio un video che sicuramente utilizzerò per il documentario stringendo l'inquadratura su due panda rossi e su un pavone.
“Guarda ora cosa succede” dico ad F.
Allargo l'inquadratura lentamente fino a scavalcare le teste dei turisti, inquadro le loro schiene e con una carrellata laterale mostro ad F che effetto allucinante viene fuori da questo filmato.
“Aspettami lì. Vado dall'altra parte a scattare una foto. Non posso perdermi questa muraglia cinese” dico correndo come un pazzo.

Andando più avanti troviamo una recinzione simile a quella dei panda rossi, con all'interno due panda giganti. Li osservo e noto che danno continuamente le spalle ai turisti, quasi come se non volessero essere fotografati mostrando solo il fondoschiena. Scatto qualche foto, ma non troppe, i panda stanno perdendo il mio interesse: maledetto Turismo cinese.
Finiamo il giro ammettendo che la riserva non è poi così male, solo che gli animali hanno poco spazio vitale. Prima di arrivare pensavo di trovare un posto enorme, con tantissimi alberi e panda in un habitat simile alla libertà, ma sembra assomigliare molto più ad uno zoo.
Camminiamo ancora per ritrovare l'entrata, quando ad un certo punto vedo un pavone inseguito da una ventina di bambini accompagnati da genitori immortalatori di momenti caramellosi. Gli urlano contro frasi che non capisco e alcuni tirano roba da mangiare da tutte le direzioni, è un vero e proprio bombardamento. Un ragazzo tira addirittura un bastone, e i genitori se ne stanno lì, a ridere e a sgranocchiare stuzzichini di chissà cosa senza fare niente.
Disgustati ce ne andiamo.
E' presto, ci abbiamo messo meno del previsto, per questo decidiamo di tornare vicino all'ostello per mangiare un boccone.
“Potremmo fissare con Coco” dico ad F.
“Ok, ma dobbiamo dormire un po', in queste condizioni non sarei di compagnia” dice F.
“Ok, ci sto”.
Di ritorno mangiamo dei dumpling (gnocchi ripieni di carne) e filiamo dritti in camera.
F si lancia sul letto come scaraventato da una fionda, mentre io mi cambio e vado un attimo in bagno. Di ritorno vedo che sta già dormendo.
“Sto scrivendo a Coco un messaggio. Come si scrive together? Con una o due h?” chiedo a F.
“Mmm”.
“Dai, sono stanco, dimmelo te” insisto.
“Dimmelo te” ripete F nel sonno.
“No, dimmelo te te” rispondo.
Ecco, penso di aver toccato il punto più basso del mio italiano parlato. Guardo F e ridiamo come ossessi, ma ci rendiamo conto che dobbiamo strappare qualche ora di sonno o presto potrebbe salirci la febbre. Crolliamo.
La sveglia suona dopo due ore. Mi risveglio tutto d'un fiato, come un ritornato dall'oltretomba, guardo F che continua a dormire come se niente fosse.
“Non ci credo. Non possono essere passate due ore” mi dice incredulo.
“Purtroppo sì”.
Facciamo una doccia fredda per risvegliarci da uno stato catatonico che sembra non abbandonarci.
Siamo in ritardo, ma Coco può aspettare, anche se la curiosità di sapere che persona possa essere mi uccide, mi attanaglia lo stomaco da quando l'abbiamo conosciuta.
“Mi è arrivato un messaggio da Coco con scritto se può portare anche sua nipote” dico ad F.
“Dille di sì...lo so come vanno a finire queste cose...magari sono due escort”.
“Magari” rispondo.
Dopo aver inviato il messaggio schizziamo dritti nella notte di Chengdu. Finalmente una serata con una vera cinese. Ovviamente siamo in ritardo, ma la salute prima di tutto, senza la pennichella saremmo morti.
Arrivati davanti al pub vediamo la bella Coco venirci incontro. Ha un vestito di seta bianco molto elegante e le caviglie vanno a finire dentro scarpe col tacco. La guardo e capisco subito che potrei innamorarmene.
Entriamo e notiamo una ragazza molto giovane ad un tavolo. E' la nipote, ha diciotto anni e non sa una parola d'inglese. 
“Io non la prendo la bambina” dico ad F.
“Neanche io”.
“Magari non è nemmeno una puttana”.
“Non riesco a capirlo. E' tutto così strano”.
Coco ci guarda e ride, sembra contentissima di vederci. Iniziamo a parlare e ci dice che quella è la figlia di suo fratello e che vive insieme a lei.
Siamo un po' confusi, non riusciamo bene a decifrare la situazione.
Ci offrono degli stuzzichini di carne.
“Cos'è?” chiedo a Coco.
“Collo di papera”.
“Ah...” rispondo un po' perplesso.
“E' buono, è buono. Io ne vado pazza”.
Supero tutti i timori soltanto perché si rivolge a noi con una gentilezza che mi fa quasi sorridere. Nella mia testa inizia a formarsi un pensiero che la donna possa essere una persona normalissima, volenterosa di conoscere nuove persone.
Mangio il collo di papera e devo ammettere che non è male.
Assaggio anche un'altra cosa e, dopo che l'ho ingerita, F mi dice che è cuore di papera. Strabuzzo gli occhi, però non è così tremendo, anche se peggio del collo. Sarà l'unico pezzo di cuore in tutta la serata.
Ordiniamo delle birre e dei noodles – amiamo i noodles – mentre Coco allibita ci chiede come mai mangiamo così tardi. Sono le nove e per noi non è affatto tardi. Da quando siamo partiti non abbiamo orari, e poi in Italia siamo abituati a mangiare abbastanza tardi. Lei ci dice che di solito mangia alle sette. Abitudini diverse.
Dopo poco veniamo a conoscenza che non è di Chengdu, ma di una città di cui non capiamo il nome. E' davvero difficile da pronunciare. Coco ha lavorato su un'isola per diversi anni. Ci mostra delle foto e sembra un paradiso rispetto alle città sporche che abbiamo visitato fino ad ora.
“E cosa fai nella vita?” chiede F.
“Vendo valvole. Sono la manager di una ditta”.
“E quanto anni hai?” le chiedo.
“Ventotto, e voi?”.
“Quanti ce ne dai? Sai qui in Cina ci danno tutti più anni rispetto a quegli che abbiamo” chiediamo insieme.
Abbiamo la barba incolta, quindi siamo curiosi della sua risposta.
“Ventotto?” domanda.
“No, venticinque” rispondiamo.
Sorride e dice che siamo giovani.
Iniziamo a parlare delle nostre vite. Io le dico che sono stato a vivere a Parigi per tre mesi, che mi sono laureato da un anno e che il mio futuro è molto incerto. F le racconta di quando era a Londra.
“Ecco perché parli così bene inglese” esclama Coco.
Continuando le dice che probabilmente a ottobre partirà per la Namibia per circa sei mesi, le dice che farà volontariato e che è forte della sua decisione.
“Ti ammiro. E' una cosa bellissima” dice rivolta ad F.
Le raccontiamo un po' delle nostre avventure passate, io le svelo i miei sogni nel cassetto, le dico che ancora i miei obiettivi sono lontani anni luce.
“Devi sempre continuare a credere in te stesso. Se vuoi raggiungere un obiettivo devi provare, provare e provare all'infinito” mi dice con una tenacia da donna matura.
Ovviamente le rispondo di sì, che continuerò a credere nei miei sogni, sono quanto di più bello ho nella vita. A costo di diventare scrittore sputerò sangue a palate, ingoierò bocconi amari giorno dopo giorno, riceverò centinaia di porte in faccia, ma le sfonderò e andrò avanti verso il domani.
“Quanti giorni lavori alla settimana?” chiede F.
“Cinque”.
“Buono, almeno hai il fine settimana libero” risponde F.
“Per me non fa alcuna differenza, potrei lavorare anche sei giorni”.
E' una donna che sembra non fermarsi davanti a niente.
“Quanti giorni di ferie hai in un anno?” le chiedo con interesse.
“Circa una settimana”.
Sono allibito da come una donna così minuta, così calma e pacata possa lavorare senza sosta tutto l'anno, ha una mentalità diversa dalla nostra. Noi vogliamo il lavoro perfetto, tutti gli altri ci sembrano una trappola mortale, ma lei sembra aver raggiunto una tranquillità interiore che le permette di lavorare come un mulo.
“Ti piace il tuo lavoro?” le chiedo.
“Sì, assolutamente”.
Ecco svelato il mistero.
Ci dice che le nostre vite le sembrano dei romanzi d'avventura, ci dice che le piacerebbe rimanere in contatto, che vorrà sapere le nostre impressioni di fine viaggio e guardandoci dritto negli occhi ci augura buona fortuna, per la Cina, ma sopratutto per il nostro futuro, per la tranquillità che non abbiamo ancora raggiunto.
A fine cena tiriamo fuori i soldi per pagare, ma si impunta nel volerci offrire la cena.
Sono 150 yuan a testa (quasi 20 euro), la ringraziamo per tutto. La guardo e vorrei ringraziarla per essere venuta al mondo, perché è una persona bellissima. Le dico che vorrei che mi mandasse una sua foto, perché non voglio dimenticarla, ma sopratutto perché sto scrivendo questo diario di viaggio e una sua foto è d'importanza vitale. Me la manda.

La abbracciamo – anche se in Cina non è abitudine – e montiamo sopra un taxi guardandola scomparire all'orizzonte.
Tornati all'ostello saliamo in camera, fumiamo una sigaretta lentamente, quasi a lasciarla consumare fra le dita, un po' come questa notte che non vorremmo finisse mai.

di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA"


martedì 24 giugno 2014

LETTERATURA: "CINA: DIARIO DI UN VIAGGIATORE SENTIMENTALE - Parte 3"

(Link alla parte 2)

Giorno 6:

La sveglia suona. Abbiamo dormito un bel po', ne avevamo bisogno.
Prendiamo la metro per l'aeroporto fino alla fermata da cui parte il Maglev. Il Maglev è un treno ad alta velocità, il treno più veloce al mondo. I dati dicono che può raggiungere un massimo di 505 km/h. 3 2 1...via. Schizziamo in poco tempo sui 430 km/h, la velocità rimane costante fino all'arrivo. 20 km in circa sette minuti. E' un treno a levitazione, un'astronave da terra, una grande invenzione che ci permette di guadagnare tempo.


Arrivati all'aeroporto sbrighiamo le pratiche check-in e quelle successive: antiterrorismo, anti oggetti contundenti, anti liquidi: acqua, dentifricio, crema per la pelle, tutte sostanze estremamente...pericolose.
Prendiamo l'aereo che ci porterà nel Sichuan, a Chengdu, il capoluogo di una delle regioni più belle della Cina.
La Sichuan Airlines – la nostra compagnia aerea – è simile alla Ryanair: pochi posti, pochi spazi e tragitti brevi. Il nostro volo durerà circa tre ore; percorreremo tremila chilometri accompagnati da splendide hostess dai sorrisi ammiccanti all'interno di vestitini tipici cinesi. Più le guardo e più mi sembrano delle bambole di pezza, delle matriosche sempre sul punto di rompersi.
F ha un po' paura delle turbolenze, lo tranquillizzo dicendogli che con me non gli succederà niente, sostenendo che l'aereo è il mezzo di trasporto più sicuro a mondo. Mi risponde che se il nostro volo dovesse precipitare mi tirerà un bel pugno sul naso.
Dopo circa due ore dalla partenza inizia una piccola turbolenza; F mi guarda come a dire: “Ehi, sai che presto potrebbe arrivarti un bel dritto in faccia, vero?”.
Lo guardo con tutta la calma del mondo, e dietro di lui scorgo un passeggero che sta pregando mentre guarda fuori dal finestrino; forse sono stato un po' leggero con l'ottimismo. Passano diversi minuti di tensione generale, ma poi procede tutto per il verso giusto.
Arrivati a Chengdu veniamo assaliti da finti tassisti o da persone che vogliono chiamarci un taxi per ottenere una ricompensa. Usiamo una delle poche parole cinesi che abbiamo imparato e regaliamo una sfilza ininterrotta di no.
Prendiamo un bus affollatissimo per avvicinarci al centro. Non sappiamo dove sia di preciso il nostro ostello, quindi; ci affidiamo un po' al caso e all'intuito. Dentro ci sono bagagli ad ostruire il passaggio; sembra di attraversare un campo minato. Ci sediamo e partiamo nel caldo di Chengdu.
Ad un tratto una donna di indubbia bellezza si siede accanto a me, mi guarda e inizia a parlare inglese. Mi chiede di dove siamo e dove alloggiamo. Le rispondo mostrandole il foglio di prenotazione. Annuisce e mi chiede se vogliamo soggiornare in un posto più carino. Le rispondo di no, che ci va bene il nostro: è economico e posizionato bene.
Chiama l'ostello e inizia a parlare in cinese. F mi guarda, è sospettoso, dopo quello che ci è successo nel centro massaggi diffidiamo di estranei estremamente gentili e accondiscendenti.
La donna continua a parlare.
Fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio” dico ad F.
No, no, non fidarsi è meglio, punto e basta” risponde.
Ormai ha perso la fiducia nel prossimo, ha viaggiato molto e per esperienza diretta ha imparato che il viaggiatore è una preda facile, un essere vulnerabile.
La donna riattacca e mi dice che se scendiamo con lei ci accompagnerà in taxi.
Vedi, forse è solo gentile” dico ad F.
Forse è una puttana” risponde.
Cerco di non pensare al peggio e scendo al segnale della donna. Un taxi si ferma all'istante al primo segno con la mano effettuato dalla sconosciuta. Troppo strano, potrebbe essere un complotto.
Saliamo sul taxi, la donna comunica al tassista l'indirizzo; i due ridono e continuano a parlare.
Guardando F capisco che anche lui è preoccupato, potrebbero portarci in qualsiasi posto e non capiremmo mai dove.
Dopo aver ascoltato la litania pessimista di F, inizio anch'io a non fidarmi più così tanto del prossimo, la mia fiducia inizia a sgretolarsi poco a poco.
Dopo un po' la donna ci dice che siamo arrivati, apre la borsetta e tira fuori i soldi per la corsa; F la anticipa dando i soldi al tassista dicendo alla donna che vogliamo pagare noi. Quella di F è una mossa rapida e precisa; lo conosco bene, non vuole essere in debito con nessuno. Quell'asso nella manica calato da F in maniera frettolosa mi fa andare in paranoia.
I bagagli. Scendi a prenderli, non vorrei che partisse appena scendiamo” gli dico un po' agitato.
Prendiamo i bagagli, la donna ci accompagna fin dentro l'ostello, guardo l'insegna, è quello giusto. Ci scambiamo una rapida occhiata sollevati.
Dopo aver effettuato il check-in, la sconosciuta ci da il suo numero di cellulare, ci dice di chiamarla per qualsiasi cosa. Si chiama Coco e la osserviamo scomparire nell'umido pomeriggio di Chengdu.
Forse è una puttana di classe” dico ad F mentre saliamo le scale.
Può essere” risponde.
Posiamo i bagagli e decidiamo di visitare un tempio che ci consiglia la ragazza alla reception. Dice che è il suo preferito.
Arriviamo al tempio di Wenshu.



Una massa di turisti uniforme si aggira per le strade della struttura. Entriamo in una zona piena di bancarelle che vendono cibo locale, prendiamo un frullato e ci mettiamo a sedere sopra un muricciolo. Rolliamo una sigaretta e, come sempre, la gente si ferma ad osservare; sbalorditi ridono e si scambiano codici cifrati nelle orecchie, increduli davanti ad una cosa che in quasi tutto il resto del mondo è normale e scontata. Ma qui no, la Cina è una realtà a parte.
Fai qualche numero con le palline” dico ad F.
F ha vissuto in Spagna per un po' di tempo e conosce qualche mossa da giocoliere.
Ok, voglio proprio vedere che faccia faranno”.
F inizia a far roteare in aria tre palline e la gente, incuriosita da questo fenomeno inusuale, si ferma, fotografa mentre qualcuno, addirittura, si mette a fare dei video.
Dopo circa dieci minuti, F si stanca, rimette le palline a posto pensando sicuramente a quello che sto pensando io: “Quanti soldi potrebbe fare un giocoliere in Cina?”.
Dopo aver visitato quasi tutto il complesso del tempio, iniziano a farsi sentire i crampi della fame. Mangiamo qualcosa da ogni bancarella che ci ispira fiducia. Mangiamo granchi e gamberi fritti. Sono buonissimi. Quando iniziamo a mangiare una carne di dubbia provenienza contenuta all'interno di una foglia, alcune persone ci fermano, ci guardano e bisbigliano qualcosa. Chissà cosa stiamo mangiando...
Non curanti di aver mangiato chissà che tipo di carne, prendiamo un ramen e torniamo all'ostello.
Dopo una breve rinfrescata andiamo nella hall per sbrigare due cose al computer.
Non vorrei dover rendere conto ad un apparecchio elettronico, ma ho un blog che ha quasi un anno di vita: si chiama il cARTEllo e tratta diversi campi di interesse, soprattutto ambiti culturali. E' un po' come un figlio a cui dai vita e che poi aiuti a crescere lentamente.
Durante la mia assenza ho delegato la gestione ad uno dei collaboratori che mi tiene costantemente informato. E' uno tosto, mi fido di lui.
Sta andando benissimo e quindi, anche se a migliaia di chilometri di distanza e a sei ore di fuso orario, non posso smettere di tenere gli occhi incollati sullo schermo, anche solo un'ora o un minuto al giorno. E' quanto mi basta per essere felice.
Mentre spulcio un po' le statistiche del blog, F inizia a parlare con un ragazzo.
E' italiano, padovano doc, viaggia da solo e attira la nostra attenzione.
Dopo poco viene fuori che è un ex bancario; ha tentato la carta della libertà licenziandosi e mollando tutto.
Ci dice che è in viaggio da cinque settimane e che con i soldi della liquidazione vuole riuscire nell'impresa di stare in giro per il mondo per mille giorni. Penso che posso farcela, ha la motivazione giusta; basta e avanza.
Ha un blog, si chiama Triptherapy e testimonia tutte le sue peripezie immortalate in video un po' troppo spettacolarizzati.
Fino ad ora ha fatto la Transiberiana, è stato in Mongolia, ha una Gopro e tanti chilometri sotto le suole delle scarpe.
Ci dà qualche dritta riguardo le mete che abbiamo intenzione di percorrere nei giorni seguenti.
Se volete vedere i panda svegliatevi presto” dice.
Quantifica il presto” gli chiedo.
Alle sette massimo”.
Cazzo!” esclamiamo all'unisono”.
Ragazzi, dalle dieci iniziano ad arrivare orde di turisti cinesi. Sono quanto di più fastidioso ho trovato sulla mia strada. Quindi fate un po' voi...io vi ho avvertiti”.
Ok, terremo conto delle tue parole” rispondo.
Lo salutiamo augurandogli di completare la sua impresa dei mille giorni.
Chiediamo alla ragazza alla reception dove poter orientare la nostra bussola per trovare un po' di divertimento. Ci indica il quartiere più movimentato di Chengdu sulla cartina. La ringraziamo ed andiamo a prendere un taxi.
Arrivati in una strada che costeggia il fiume, scendiamo e commentiamo la zona elogiandone la bellezza. Ma più che ci addentriamo, capiamo che la serata sarà di una noia mortale.
La zona non è molto movimentata, una serie di locali copia e incolla si presenta davanti a noi.
Entriamo nel primo locale. Ordiniamo un drink. Niente di interessante.
Entriamo nel secondo. Prendiamo un drink. Niente di interessante.
Fuori, ragazzini isterici, perlopiù sbronzi si ammassano per la strada urlando, sorretti da amici sobri e da qualche bicchiere d'alcool. Giro la testa a sinistra e vedo due ragazze correre da un tavolino verso di noi. E' il momento della celebrità, o meglio dell'occidentalità.
Ci chiedono di fare una foto – ovviamente a gesti –,rispondiamo di sì. Una delle due ragazze prova la mossa iniziando a parlare in cinese. F non si sforza nemmeno di parlare inglese.
Amica possiamo stare qui per ore. Only ni hao (ciao), ni hao ma? (come va?), shie shie (grazie)”. Scoppio in una grossa risata. I limiti di incomunicabilità iniziano ad essere duri nel Sichuan. Con alcuni è impossibile comunicare anche a gesti, fanno troppo affidamento sulla propria lingua, pretendono che tu sappia la lingua più complessa al mondo.
Dopo minuti di incomprensione ci congediamo con un saluto.
Sono le due, entriamo in un pub. Ordiniamo un drink e ci sediamo ad un tavolo.
Molti ragazzi ci guardano, due più temerari si avvicinano e tentano di attaccare bottone.
Sanno tre parole d'inglese e la conversazione diventa paradossale.
Osserviamo le loro bocche a pesce che emettono suoni che non capiamo, le osservo e mi sembra che boccheggino, è come parlare con un muto, ma la differenza è che con i muti a gesti mi intendo alla grande.
Dopo poco tempo andiamo via.
Torniamo all'ostello verso le tre e ci fiondiamo a letto di botto. I panda ci aspettano.

di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA".

martedì 17 giugno 2014

LETTERATURA: "CINA: DIARIO DI UN VIAGGIATORE SENTIMENTALE - Parte 2"

(Link alla Parte 1)

Giorno 4:

Ci svegliamo a metà mattinata. Non abbiamo più la camera doppia, ma siamo in stanza con un ciccione di Brisbane, che dorme in maniera scomposta, abbandonato a una posa da pachiderma.
L'altro con cui dividiamo la camera dorme in mezzo a ciò che possiede: un computer Apple, un cartone di latte vuoto, calzini sporchi e altre cianfrusaglie. Tiene il pc stretto al petto, quasi come fosse un guanciale o una donna, sembra voglia portarselo dietro anche nel sonno.
Ci vestiamo e usciamo senza fare troppo rumore.
Le strade sono affollate da una massa di carne e metallo: macchine, moto, biciclette, carretti e pedoni si incastrano alla perfezione in un puzzle frenetico ma preciso.
Vorrei avere un elicottero per poter vedere dall'alto questo spettacolo di traffico a cielo aperto, che a un primo sguardo può sembrare confusionario, ma in realtà tutto ha un suo ordine, l'ordine del caos.
Abbiamo saltato colazione, per questo ci fermiamo in un negozietto che vende cibo che ha due tavoli all'interno.
Prima di noi ci sono due ragazzi. Guardiamo i loro noodles e li indichiamo per far capire alla signora.
Entrando notiamo un bambino che gioca con un fiore. Ci sediamo.
Salutiamo il bambino, che inizia a parlarci in cinese. Ovviamente non capiamo.
Avrà più o meno cinque anni ed è bellissimo. Ci porge il fiore, ce lo passiamo e glielo rendiamo sorridendo. Il bambino ci guarda e sorride. Sono commosso. Comunicare senza usare la benché minima parola è straordinario, riscopri i gesti antichi, gli sguardi silenti, i sorrisi e tanto di ciò che ormai si è perso nella società odierna.
Il bambino si nasconde sotto al tavolo, lo seguo con la macchina fotografica, sarà tutto materiale utile per il documentario, sarà una boccata d'aria fresca contrapposta a tutta l'aria  che si respira per le strade di Shanghai.
Prima di andare via, F gli regala un braccialetto che tiene intorno al polso. Il bambino se lo leva e glielo rende. Non capisce che è un regalo. F insiste e ci riprova. Alla fine, anche grazie alla mamma che deve avergli detto qualcosa, il bambino sembra capire. Ride e ci guarda; gli brillano gli occhi.


Usciamo per strada, sentiamo una vocina che urla parole che non capiamo. Girandoci vediamo il bambino con il bracciale al polso che ci saluta. Ricambiamo e andiamo per la nostra strada sicuramente più sollevati e appagati di prima.
Se la vita è un bicchiere da riempire giorno dopo giorno, di sicuro il mio contagocce ha lasciato cadere una piccola goccia di felicità per questo momento inaspettato.
Il bicchiere si sta riempiendo lentamente, ma ancora dovranno scorrere litri d'acqua perché possa riempirsi.
Andiamo al tempio del Buddha di Giada.
A differenza del tempio di Confucio, questo è pieno di turisti, visite guidate e scattatori di foto impazziti.
Dopo averlo perlustrato tutto, assistiamo ad una cerimonia di monaci assolutamente di facciata; una cerimonia per gli obiettivi che li inquadrano da tutte le direzioni. I monaci di Shanghai sono dei non monaci.
L'unica cosa che mi colpisce prima di uscire dal tempio è uno stagnetto con tantissimi pesci. Hanno colori molto accesi. Notiamo che quando qualcuno si avvicina partono tutti come sciacalli affamati sperando in un po' di cibo. Chiedo a F di abbassarsi per far dirigere quella massa colorata verso di lui. Abbassa la mano e...via, tutti si accatastano l'uno sull'altro per arraffare a più non posso, ma la mano di F non contiene niente. I pesci continuano ad agitarsi. Scatto una foto. E' bellissima, sopratutto per il significato. Sono pesci che potrebbero essere uomini. L'ho intitolata Rise of China.


Nel pomeriggio andiamo in un parco per rilassarci un po'. Ci raccontiamo storie di vita per rafforzare quella fratellanza difficile da creare in poco tempo.
Abbiamo avuto un vissuto simile. Lui mi racconta di quando ha passato una notte in carcere in Messico, io di quando ho dormito nella discarica della stazione di Maastricht. I perché non ve li racconterò per non deviare troppo la strada del nostro percorso.
Guardiamo un aquilone volare altissimo in cielo. Un vecchio lo manovra alla perfezione. Lo osserviamo come ipnotizzati per diversi minuti.
Decidiamo di tornare all'ostello per una doccia. Usciamo alle nove e trenta in cerca di un ristorantino tipico.
Mentre ci dirigiamo ad un ristorante trovato su internet chiediamo indicazioni ad un ragazzo, che ci dice una triste verità: “Ragazzi a quest'ora di ristoranti cinesi aperti non ne troverete neanche uno”.
Ce ne consiglia due internazionali ancora aperti. Mangiamo bene, purtroppo non cinese, e il portafogli lo dimostra, 20 euro scivolati via come niente.
Dopo aver finito la bottiglia di vino rosso, ci incamminiamo  in cerca di avventure.
Come prima tappa decidiamo di ripassare dal Seventh Floor. La donna alla cassa ci fa entrare senza nemmeno il bisogno della parola magica. Ordiniamo i drink che ci hanno regolarmente regalato all'ingresso domandandoci come faccia ad andare avanti il locale. Rimarrà per sempre un mistero.
C'è un po' più gente rispetto alla sera precedente, ma la situazione rimane sempre la stessa. Finiamo i due drink e filiamo dritti in un altro locale. Si chiama Mint ed è in un palazzo di lusso.
All'ingresso ci chiedono se abbiamo la prenotazione. Non ce l'abbiamo ma ci fanno entrare lo stesso. Forse è il fascino dell'occidentale.
Entrando notiamo addirittura un acquario con degli squaletti. F andando in bagno mi mostra una foto dei cessi, che hanno una piccola televisione sopra; è proprio una discoteca di classe.
Ci avviciniamo al bancone e ordiniamo due cocktail.
“200 yuan (circa 24 euro)” dice il barman...E' proprio una discoteca di classe.
Sondiamo un po' la situazione, l'alcool inizia a farsi sentire. Ci buttiamo nella pista.
Ci sono molti occidentali, i nostri sguardi si incrociano con quelli di diverse fanciulle, ma sfortunatamente la pista non è molto affollata, quindi le ragazze si possono contare con il contagocce.
Continuiamo a ballare, ma la discoteca si svuota. Sono le due passate e decidiamo di uscire per continuare la serata.
Ci fermiamo in un market per comprare una bottiglietta di whisky, ne va della nostra salute perché la qualità è bassa, ma se all'Hollywood – la prossima discoteca – le bevute dovessero costare come al Mint i nostri portafogli ne risentirebbero troppo.
Camminando per strada veniamo agganciati da un tipo.
“Massaggi?” chiede. Stranamente rispondiamo di sì.
Ci dice di seguirlo, fa dei cenni con la mano e improvvisamente ai miei occhi alterati appare come un piccolo Caronte cinese, quindi lo seguo senza fare troppe storie.
Entrando nel centro massaggi ci dicono di salire al piano superiore.
Entriamo in una stanza con due divani. Ci sediamo.
Dopo poco entra una specie di matrona dal volto paffuto con due ragazze. Ci dice che il massaggio costa 100 yuan a testa. Rispondiamo che va bene e buttiamo giù qualche sorso dalla bottiglia.
Le ragazze fanno le carine, ci sorridono, ci accarezzano e la matrona esce dai giochi. Ci dicono di metterci in piedi per poter iniziare il massaggio. Ci danno dei deboli pugni sulla schiena, quando ad una certa entrano due tipi poco raccomandabili e le ragazze escono dalla stanza. E' una trappola.
Uno guarda F e gli dice che il locale chiude e che dobbiamo andarcene, l'altro armato di occhiali da sole mi chiede se ho altri soldi in tasca. Gli rispondo di no, e gli dico di renderci il contante. Prova a mettermi una mano in tasca, ma con un colpo secco gliela allontano.
Il tipo che parla con F continua la stessa tiritera. F inizia a perdere la testa, ha la bottiglia in mano e la temperatura si alza.
“I look like a fucking idiot?” gli urla più volte in faccia.
Il tipo inizia ad abbassare la cresta, e nel frattempo entra un terzo che ci dice di scendere. Guardo F, gli dico che non appena avremo sceso le scale assesterò un diritto a uno dei tre, lui mi guarda e dice di aspettare un attimo. Restiamo lì, immobili in attesa del risarcimento. Mi impettisco e vado a muso duro su uno di loro, quasi come un gallo, in segno di sfida. Mi guarda e non ha più il coraggio necessario per mandarmi via. Inizio a mordermi le mani dalla rabbia, scalpito come un puledro da corsa, F è lì, pronto a tutto.
La matrona sente l'odore della paura, percepisce le scintille che rimbalzano per la stanza. Ci rende i soldi e dice di andarcene.
Usciamo felici e soddisfatti, non tanto per i pochi soldi che non ci hanno sottratto, ma per esserci fatti valere in una situazione assai sfavorevole.
Andiamo all'Hollywood carichi come rulli compressori. Facciamo subito un ultimo drink e ci lanciamo nella mischia. Balliamo come pazzi, saltiamo da una parte all'altra della discoteca.
Ci sono molte ragazze carine, ma adesso vogliamo solo sfogare la dose di adrenalina accumulata in quel centro massaggi. Ce ne andiamo quando il sole è già sorto.
Prendiamo un tuc tuc (mezzo di locomozione a tre ruote con carrozza incorporata) per stare all'aria aperta, per respirare un po' della nostra gioventù. Raccontiamo svariate volte quello che ci è successo.  Arrivati all'ostello ci sediamo sugli scalini di legno a fumare una sigaretta. Sono le sette e abbiamo in programma di svegliarci alle dieci per andare a Zhujiajiao, la Venezia cinese. Ci guardiamo ancora alticci e euforici.
“Partiamo alle nove e non dormiamo” dico ad F.
Ride e risponde di sì.
Andiamo a darci una rinfrescata ripensando a tutto quello che ci è successo e capiamo che in quel momento ci siamo sentiti davvero vivi.

Giorno 5:

Andiamo due ore nella hall a rilassarci un po' prima della partenza. Beviamo un tè.
F scrive il suo diario di viaggio, io mi addormento di botto.
Mi sveglio e sono come in trance, vedo una donna che parla seduta davanti a me, muove la bocca e non escono parole. O è muta o sto ancora dormendo.
F mi sveglia dicendomi che è ora di andare. Partiamo.
Shanghai è calda come non mai da quando siamo arrivati.
Andiamo a prendere il bus alla fermata, ma è scritto tutto in cinese. Chiediamo ad un ragazzo, che, stranamente ci indica una lunga fila. Il bus non è ancora arrivato, ma in compenso il caldo ci sta uccidendo. Non abbiamo dormito e le nostre teste stanche sono lì lì per scoppiare. L'asfalto scotta sotto i nostri piedi.
Arriva il bus, che improvvisamente si trasforma in un carro da buoi. Gente accatastata da ogni parte, ma il problema più grosso riamane sempre il caldo. Non c'è l'aria condizionata e il bus sembra un forno crematorio. La gente non parla, non spreca parole, preferisce soffrire in silenzio in attesa della partenza.
Dopo qualche minuto partiamo per Zhujijiao.
F inizia a parlare con un ragazzo alla sua destra. Mi introduco di tanto in tanto nella conversazione, alternando domande a colpi di sonno e momentanee uscite di scena. Il ragazzo è coreano, di Seoul, andiamo subito d'accordo. Ha una strana acconciatura, con tanto di codino da samurai pitturato di viola, e studia trading per diventare un bravo squalo della finanza.
Il ragazzo continua a parlare, ma iniziano a mancarmi le forze. Fa troppo caldo, non resisterò a lungo.
F mi sveglia non appena siamo arrivati. Il viaggio è durato circa un'ora, ma è stato davvero sfibrante. Scendiamo dal bus in cerca di un posto dove poter mangiare.
Salutiamo il ragazzo coreano ed entriamo in un ristorante self service. Ondeggiamo fra i vassoi, ci guardiamo e decidiamo di uscire. La roba non aveva un bell'aspetto.
Iniziamo ad avvicinarci lentamente, sfiancati dal caldo, alla città vecchia. Ci sono canali ovunque, è come Venezia anche se più primordiale. Scendiamo scale, attraversiamo ponti, ma il caldo non ci molla, sembra quasi che ci abbia inseguito da Shanghai per restarci appiccicato addosso.
Troviamo un ristorante e ci sediamo a un tavolo affacciato su un canale.
Ordiniamo dei gamberetti bolliti che arrivano in pochi minuti. Sono orrendi.
F ne prende in mano alcuni e mi mostra che hanno ancora le uova attaccate, quindi decidiamo di ordinare del pollo.
Il pollo in Cina è quasi sempre una sicurezza. Ce lo portano e si rivela tale...il pollo non  tradisce mai.
Dopo aver finito di mangiare, F va in bagno e tornando mi dice di andare assolutamente a vedere. Ci vado.
E' un qualcosa di unico: un cesso regolarmente alla turca è affiancato da una bacinella che dovrebbe essere una sorta di lavandino, un tubo che funge da cannella ti costringe ad abbassarti ad altezza terra per poterti lavare le mani, il tutto condensato in poco più di un metro quadro.
Vi mostrerò la foto perché è un qualcosa di unico.


Successivamente continuiamo il giro per la città.
Arriviamo in una delle stradine più pittoresche della zona. Ci sono bancarelle che vendono cibo ovunque, carne sopratutto, carne a destra, carne a sinistra, è la messa in scena di un carnaio infinito.
Ma gli odori...gli odori sono come sempre indescrivibili. E' come se tutte le interiora del mondo si fossero riversate qui in un lento grido di morte.
Vorrei avere un apparecchio per registrare questi odori, per poterli annusare di nuovo, sì dovrebbero inventare l'odorofono. Ce ne andiamo disgustati.
Completiamo velocemente il giro della città, siamo stanchi e decidiamo di tornare a Shanghai.
Arriviamo all'ostello con le membra spossate e gli occhi semichiusi: sono il segno della nostra resa. Decidiamo di andare a letto presto: per una volta Shanghai potrà aspettare.

di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA".