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giovedì 17 luglio 2014

MUSICA: "P.S. YOU ROCK MY WORLD - Eels"



Che dire, mancano poche ore all'inizio del concerto degli Eels a Firenze, all'Anfiteatro Romano di Fiesole. Me ne sto seduto in poltrona ripensando a tutte le emozioni che mi hanno fatto vivere gli Eels col passare degli anni. Fra poco sentirò The Cautionary Tales of Mark Oliver Everett (2014) dal vivo, mi sento scosso, ma allo stesso tempo vorrei essere già lì, schiacciato sul mio posto numerato – di solito non compro biglietti numerati – ad osservare Mr. E muoversi sul palco, sputare fuori sbagli, lamenti, vita e tanto altro. Ho scelto P.S. You Rock My World non perché penso che sia la più bella canzone di quel capolavoro che è Electro-Shock Blues, ma perché rappresenta la speranza. Un bagliore di speranza in un album dalle tinte tetre, dai colori slavati, un album che trasuda malinconia. Un album che rappresenta il dolore di un uomo davanti alla morte della propria sorella; quella Elizabeth che ci ha emozionati fin dalla prima canzone, fin dalle prime note dolenti che non possono che struggerci anima e cuore. Quando ripenso a quest'album partorito nel lontano 1998 non posso che commuovermi, perché inevitabilmente ripenso a quante volte lo abbia ascoltato in un loop infinito, ripenso ai dolori della mia vita, ripenso al mio primo amore, a quell'amore improvviso che ti coglie alla sprovvista e ti spacca il cuore, ma la prima cosa a cui ripenso sono le parole di Mr. E, quelle parole di fine disco che in mezzo a tanta morte e disperazione lasciano aperta una porta da cui trapela uno spiraglio di luce: “I was at a funeral the day I realized I wanted to spend my life with you”. Proprio così ci confida quasi segretamente Mark Oliver Everett, fondatore degli Eels, con il suo lo-fi rock che non porta niente di nuovo, ma ha il pregio di distanziarsi dalla massa, di portare lutti e tragedie sul palco scaldando l'anima di tutti noi.

di Elle Bi per la rubrica "MUSICA"

giovedì 10 luglio 2014

MUSICA: "MASSIVE ATTACK @ HYDROGEN FESTIVAL"


La borsa che crolla, la borsa che sale. Ansia di inizio millennio, attentati terroristici, attentati finanziari, attentati familiari, caos e disordini, pubblicità e supermarket. TV, indici di ascolto, messaggi subliminali, la guerra in Iraq, la guerra in Afghanistan. Guerre sociali, guerre religiose, il nuovo vestito della star, disinformazione, tg fasulli. Adidas, Nike, Mcdonald, Visa, Mastercard, Sony, Samsung, Mercedes. Vivi per comprare. Compra per sprecare. I nuovi media. La lobotomia di Facebook. Bush, Obama. Sconti e furti, omicidi in diretta, crisi fin(ansia)rie, lo spread umano. I Massive Attack sono questo e molto altro. Un attacco mastodontico a tutto quello (di sbagliato) che si muove attorno alla nostra società, gravitando all'interno delle TV e dei nostri pensieri collettivi. Una sorta di presa di coscienza musicale, che spazia tra i generi e gli argomenti senza lasciare scampo a niente. I Massive Attack sono anche uno dei migliori gruppi dei gloriosi anni 90 (insieme a Nirvana, Radiohead, MBV e pochi altri eletti), tra gli inventori di quel genere musicale, trip hop, che è stata l'ultima vera e propria rivoluzione nell'ambito musicale, l'ultima ventata di fresco. Un'unione di dub, hip hop, ambient, chillout, rock, r'n'b e molto molto altro. Sono anche una delle band più importanti della mia vita, perché li seguo assiduamente dal 94, e insomma sento che siamo un po' cresciuti insieme, fianco a fianco, tutto qui. Ed è con emozione che vado incontro alla (fottuta) pioggia di Piazzola sul Brenta, per ascoltare i miei eroi. Una pioggia che ha rischiato di spazzare via il concerto, addirittura. Ma che, fortunatamente, ad un certo punto si è fermata limitandosi solo a far slittare di un'ora l'evento. Un'ora veramente brutta per me, che, accanto a Elle Bi (sì, sono il catalizzatore di tutti gli eventi del cARTEllo, l'unica presenza fissa in ogni concerto) me ne stavo sotto la pioggia mangiucchiandomi nervoso le unghie, proiettandomi pessimisticamente verso un futuro che prevedeva il live annullato e la mia conseguente incazzatura (per non dire peggio, giuro avrei veramente perso la testa se un semplice agente atmosferico mi avesse fatto perdere i Massive), mentre il mio compagno cartelliano parlava senza ricevere troppe attenzioni. Ma naturalmente è andato tutto bene (come potevate immaginarvi visto che state leggendo questo articolo...nel caso contrario forse avreste letto mie notizie negli articoli di cronaca delle varie testate nazionali) e posso descrivervi un live che difficilmente dimenticherò. Ok, lasciamo da parte le iniziali Battlebox e United Snakes (fin troppo elettroniche e techno oriented per i miei gusti, in più eravamo sempre in fila per prendere qualche birra quando sono partite le prime due canzoni quindi) e passiamo direttamente a Risingson. La mia temperatura corporea sale immediatamente, ecco uno dei capolavori di Mezzanine. Neanche il tempo di rendermi conto di cosa sta succedendo, e mi ritrovo in mezzo alla folla a cantare a squarciagola. “Toy Like People Make Me Boy Like”. Poi la canzone finisce, alzo lo sguardo ed eccoli li. Robert “3D” Del Naja ed il fottuto “Daddy G” Grant Marshall. Neanche il tempo di realizzare la cosa, che fanno salire sul palco Martina (e quando arrivo a questo punto del nome mi viene sempre la voglia di aggiungergli come seguito “ti amo”, non chiedetemi perché, mi viene spontaneo) Topley Bird, la più grande musa del trip hop, la leggendaria cantante di Tricky (altro mostro sacro del genere per chi non lo sapesse. Ho sentito anche lui molti anni fa, in un memorabile concerto a Firenze). Martina “ti amo” Topley Bird interpreta “ Paradise Circus” e ricordo immediatamente il motivo per cui aggiungo il seguito al nome. La voce, è quella voce paradisiaca che ha cantato tanti capolavori passati del genere, e sono quasi commosso. Subito dopo subisco un nuovo colpo al cuore. Arriva l'immenso Horace Andy, e per me vederlo è quasi come far parte di una riunione tra familiari che non abbraccio da molto tempo, come per tutti gli altri componenti del gruppo, ed è bellissimo. “ Girl I Love You” suona quasi come la versione studio da quanto è interpretata alla perfezione, e improvvisamente sullo schermo scorrono notizie ironiche di cronaca italiana. Schermi che hanno un ruolo da protagonista nello show della band di Bristol. Notizie dal mondo, frasi guerrafondaie di Bush e co., codici binari, luci psichedeliche vengono trasmessi ad una velocità enorme verso i nostri occhi, creando un effetto quasi alienante. 


Onore anche per “Psyche”, bellissima dal vivo, e dopo “Future Proof”, “Teardrop” ed “Angel”. Sì, più o meno sono stato 15 minuti con gli occhi lucidi. Non potevo resistere a così tanto. Queste tre canzoni, anzi questi tre capolavori, uno dietro l'altro. No, fidatevi, per me è stato troppo, e non c'è nient'altro da dire. Solo che ho pianto, come un bambino. Ed ero talmente emozionato, talmente perso nei miei pensieri commoventi, che solo oggi (leggendo la scaletta) ho scoperto che dopo queste tre canzoni è stata suonata “Butterfly Caught” (cantata da Martina “ti amo” Topley Bird). Mi sono ripreso dal vortice di emozioni con “Safe From Harm”, cantata da una splendida, immensa Deborah Miller, seguita da “Inertia Creep”. Beh, qui sono passato dalla commozione, alla foga totale. Che capolavoro. Un altro classico da “Mezzanine”. 


Ed è quasi al culmine di “Inertia” che, cullato dalle luci dei maxi schermi, sono entrato in un viaggio a ritroso nel tempo. Un viaggio che aveva come tema il passato, il mio passato con i Massive Attack. E sono tornato nel 94, quando, piccolo bambino incollato 24 ore su 24 allo schermo della TV (canale MTV (quando MTV era MTV) fisso) vidi per la prima volta il video di “Protection” (girato da un altro dei miei idoli, quel maledetto geniaccio di Gondry) innamorandomene all'istante, tanto da trasformare la canzone e il video in una delle più importanti della mia vita. E ho ricordato quando, sempre nello stesso anno, nella penombra del salotto di mia nonna, seduto su una comoda poltrona, vidi (e sentii) “Karmacoma”, convincendomi definitivamente che i Massive Attack erano uno dei miei gruppi preferiti. E, vi giuro, mi tornano anche adesso le lacrime agli occhi se ripenso a quel lontano 1998, quando improvvisamente apparve sugli schermi delle TV l'immagine di un feto, ritmato dal battito di cuore di “Teardrop”, uno degli inni di un'intera generazione. E non finisce qui. Ricordo tutto il passato per intero, perché i Massive hanno fatto parte della colonna sonora della mia vita, e non finirò mai di ringraziarli per questo. Mi risveglio da questo viaggio lungo 25 anni che non è passato neanche un minuto, e come titoli di coda del concerto (un concerto in cui stranamente il tempo è trascorso velocissimo, quasi come se non esistesse) i Massive Attack suonano “Incantations”, “Splitting The Atom” e la bellissima “Unfinished Sympathy”, mettendo fine a questo cerchio ideale che ha fatto parte della mia vita. Della mia e di molte altre. Perché come detto prima i Massive Attack sono stati portavoce di una generazione matura e mai stanca di conoscere e di dire la propria opinione (non a caso al termine del concerto sugli schermi appare una scritta simbolica, “Fai sentire la tua voce”). Una generazione che sarà sempre pronta a rivolgere il proprio attacco massiccio e deciso verso la borsa che crolla, o che sale, verso le pubblicità e i supermarket, verso le guerre religiose,verso la disinformazione e i tg fasulli, verso Nike Adidas e McDonald, verso lo spread umano.

di Mi.Di per la rubrica "MUSICA"



da sinistra a destra in ordine di apparizione Elle Bi e Mi.Di



giovedì 3 luglio 2014

MUSICA: "FEEL JUST LIKE A CHILD - Devendra Banhart"




Confesso che fino ad oggi conoscevo Devendra Banhart solo di fama. Finalmente mi sono deciso a dare un ascolto ad alcuni suoi lavori e, ehi, devo dire che ci troviamo di fronte ad un songwriter estremamente interessante. Me ne sto in camera mia accerchiato da un insostenibile caldo di inizio luglio, odiandolo, ma al primo ascolto del cantante americano tutto passa, e addirittura dopo aver sentito una sola canzone decido di spararmi l'intera discografia, in un'unica sessione. Devendra è una vera e propria sorpresa. É come un Bob Dylan sotto acido, un Syd Barret lo-fi, un Nick Drake dal surrealismo spinto. In parole povere, un nuovo Daniel Johnston (mio vero e proprio idolo personale che prima o poi dovrò recensire), di cui prende l'eredità  spirituale proiettandola verso il futuro. Freak contemporaneo, hippie post-moderno (come dimostra anche nel video di I Feel Just Like A Child), Devendra Banhart è un artista eccentrico, sempre sorprendente, quasi infantile, e ne abbiamo maledettamente bisogno.


di Mi.Di per la rubrica "MUSICA".

venerdì 27 giugno 2014

NEWS: "IT'S ONLY ROCK 'N' ROLL BUT I LIKE IT - Speciale Rolling Stones, Parte 2"


Qui il link alla Parte 1 scritta da Mi.Di.

Quando presi in mano la chitarra per la prima volta ero oramai cresciutello e di musica non sapevo quasi niente. “Il 90 per cento dei chitarristi comincia a suonare una sei corde per una ragazza”; queste le parole del mio maestro, un tipo eccentrico dal carattere non facile, ma che la sapeva sicuramente molto lunga. Credo di potermi considerare facente parte di quel 90 per cento.

Ricordo un pomeriggio d’estate piuttosto torrido, in cui il maestro mi disse con tono deciso: “Ok Maste, credo tu sia pronto per una piccola improvvisazione blues; ti accompagno con un 12/8 in Mi minore, fammi vedere un po’ cosa sai fare”. Imbracciai l’artiglieria elettrica e feci scivolare le dita sulle corde di metallo. Quello che il mio maestro non sapeva è che avevo trascorso gli ultimi mesi a divorare tutorial di blues su Youtube (versione moderna del “budello” di locali dove Hendrix perfezionò in gioventù la sua tecnica) e mi feci forza. Cominciai con qualche fraseggio piuttosto impacciato e il risultato che ne venne fuori fu, sulle prime, molto deludente. “Non voglio guardare cosa è in grado di fare la tua mano, ma voglio sentire cosa hai dentro Maste”; mi interruppe così e lo guardai con un sorrisetto timido. Sospirai e decisi di chiudere gli occhi: mi dimenticai per un attimo di regole e note e drizzai l’orecchio verso ciò che mi scuoteva dentro. Il risultato fu un lungo, ostinato, dolorante “Mi” che riecheggiò per tutta la stanza: “Bene”, mi disse, “cominci a capire”.

Il blues è un fiore che affonda le sue radici nel periodo della schiavitù delle comunità nere del Sud degli Stati Uniti, e che germinò dalla confluenza di due tradizioni: da una parte i canti di lavoro degli antichi popoli di agricoltori dell'Africa occidentale, dall'altra, i salmi degli immigrati provenienti dal vecchio mondo. Chiave di volta fu l'epilogo della guerra di secessione e la fine formale della schiavitù. L'uomo di colore ora è libero, ma la sua condizione materiale non cambia; ecco che allora il blues diviene un canto individuale, con lo scopo non di esprimere il bisogno di liberazione di una collettività, ma la disperazione, la solitudine e lo smarrimento del singolo, la condizione dolorosa dell'uomo di colore, formalmente integrato, ma di fatto represso in una società egemonizzata dai bianchi.

Un nome, forse più di altri, si fece portavoce di questo strazio, pochi anni prima dell’inizio del secondo conflitto mondiale: Robert Johnson, archetipo dell'artista maledetto, l'uomo a cui il diavolo ha donato la chitarra e rubato l'anima, compositore di litanie malate, polvere, corvi, prigioni e ferrovie, spose violate e ira, avventure, sentimenti, disperazione. Da principio non particolarmente capace di suonare, Johnson scomparve (a seguito della morte della moglie), per riapparire un anno dopo nelle vesti di fenomeno della sei corde.  Le credenze dell'epoca raccontano di un incontro tra il bluesman e un misterioso uomo in nero, che allo scoccare della mezzanotte gli propose lo scambio anima\talento chitarristico.


E se il nostro collaboratore Mi.Di., nella parte 1 dello speciale sull’imperiale concerto dei Rolling Stones, parla di porte dell’inferno che si spalancano e di una “presenza scenica […] quasi faustiana”, chissà se, come Jonhson, anche le quattro pietre rotolanti abbiano incontrato sul loro lungo cammino un demone vestito di nero. Sympathy for the devil sembra non troppo velatamente descrivere un fatidico, quanto leggendario, incontro: “Please allow me to introduce myself, I am a man of wealth and taste” suonano dalla bocca di Jagger così realisticamente diaboliche che si fatica ad immaginarle frutto solo della fantasia del frontman. Provate ad immaginare: durante una notte molto lisergica di quei lontanissimi anni 60’ forse proprio il diavolo apparve dinanzi ai quattro proponendogli un accordo: “voi suonerete riff di chitarra che rimarranno impressi per sempre nella storia della musica e attraverserete i tempi d’oro del Rock sempre “giovani” come foste divinità immortali. Io, in cambio di tutto questo vi chiederò una sola cosa: la vostra anima”.

Quella sorta di benedizione al contrario, quel lascito testamentario, quell’investitura dannata, vale ancora. E, 52 anni dopo quel primo riff, suonato da uno sconclusionato inglesotto del Kent (che aveva imparato a suonare la sei corde che la madre gli aveva regalato per provare ad incanalare nell’arte i suoi bollenti spiriti), uno studentello borghese della London School of Economics (anch’esso del Kent) e ammorbiditi dai beats del più anziano Charlie (unitosi dopo un paio di anni), quei riff vengono suonati ancora. E io, Maste e la ragazza di quest'ultimo (più tardi raggiungeremo Mi.Di e gli altri ragazzi), che non abbiamo neanche la metà degli anni di questi diavoli, siamo qua seduti ad un ristorante di Testaccio a scaldarci per il concerto. Fresco vino nei bicchieri e, come sottofondo musicale, proprio gli Stones, dati intelligentemente in pasto allo stereo da parte del proprietario del locale …

Ma non è questo a colpirmi o a confermare l’esistenza di quel patto satanico di sangue. È l’ammasso di carne che mi scorre accanto che è impressionante. Avere il biglietto per il “concerto dell’anno” significava essere parte di un fiume umano colorato da irridenti maglie con la linguaccia che, scorrendo lento come il Tevere, si muove verso il Circo Massimo come incantato da un invisibile pifferaio magico. Alla fine gli organizzatori hanno stimato più di 70000 presenze, ancora, un vero e proprio ammasso di carne. Un meltingpot generazionale unito da una religione: il Rock‘n’Roll.  Continuavo a notare, mentre lenti il vino, i cocktails e gli amari scendevano giù, il placido scorrere di migliaia di faccioni che facevano la linguaccia e che sembravano aver voglia di ridere della vita, di prenderne il bello e gettare il brutto – o soffocarlo con qualche sostanza come per molto tempo hanno fatto i guru musicali che ci apprestavamo ad ascoltare.



Una volta pagato il conto, ci siamo uniti alla massa informe e ne siamo divenuti un tutt’uno. Abbiamo lasciato in ufficio o sui libri o in negozio le nostre personalità per fonderci in quella collettiva del grande spirito del Blues. Scannerizzati i biglietti ai security check e preso postazione sotto al palco. Fiumi di rhum e emozioni liquide. Ma questo ve lo ha già raccontato ieri Mi.Di. C’è poco altro da dire. C’è chi ha criticato questo museo-musicale-vivente-sforna-soldi sotto vari punti di vista. Stronzate. I Rolling Stones erano e sono ancora la voce della ribellione, dello scommettere su te stesso e sui tuoi sogni (pure quando tutti ti danno per spacciato o morto), sono i bluesmen disposti a tutto pur di lanciare il loro grido irriverente... disposti pure a fare un patto con il diavolo.

È stato puro Rock’n’Roll. Può andare a farsi fottere chi sostiene il contrario.



di Maste e IT per la rubrica "NEWS DAL FUTURO".

venerdì 20 giugno 2014

MUSICA: "MEANWHILE - Grifters"





Questo singolo della settimana non vi piacerà. E' deprimente, disperato, caotico, rumoroso, non ha una logica musicale (almeno apparentemente), non ha una struttura (?), non è conosciuto, probabilmente vi annoierà. Descrizione che non giova sicuramente all'ascolto, che anzi sconsiglio subito a chi ama certa musica ruffiana e commerciale chiamata pop, sicura ed immediata ( e con questo non è che voglio offendervi, di tanto in tanto la ascolto anche io, nelle giornate di ozio ). Quindi perché vi chiederete? Che senso ha questa recensione? Per prima cosa perché sentivo il bisogno (ed il dovere) di allontanarmi un po' dagli ultimi singoli recensiti (St. Vincent e Damon Albarn, che comunque ho molto apprezzato) per ritornare verso la musica che amo, con sincerità. Verso l'arte che amo. Un'arte estrema, violenta, quasi sociopatica a cui sono affezionato (e prossimamente prometto che spiegherò il motivo). Così ho aperto la mia cartella personale che raccoglie tutta l'underground (dagli anni 60 fino ai giorni nostri) e ho scelto loro, i Grifters, un piccolo gruppo che esordì nel 1992 con l'album “So Happy Together”, da cui proviene “Meanwhile”. Un album in cui il gruppo americano mostrò il suo noise rock post apocalittico e disperato derivante da certi gruppi new wave che hanno rivoluzionato la musica, tra esplosioni di rumore quasi casuale, ossessivo e nevrotico e geniale nel suo caos quasi epilettico. Un ascolto (come detto prima) decisamente difficile, se non impossibile in alcuni punti dell'album, quando la follia del gruppo raggiunge il culmine, per niente facilitato anche dalla scarsa produzione, decisamente lo-fi. Ma un ascolto in cui si possono scorgere, tra le righe, immensi sprazzi di genialità, facendo di “so Happy Together” un piccolo classico dell'underground degli anni 90. 

Il secondo motivo per cui scrivo la recensione è semplice, e consiste nella mia fiducia verso la vostra fame (di conoscenza, naturalmente). Fame che porta alla curiosità più sfrenata. Fame che spero di saziare facendovi conoscere gruppi sconosciuti, canzoni che non avete mai sentito. E' facile recensire gli Arcade Fire, St. Vincent, Jack White etc. Ma io più che recensire voglio consigliare. In fondo, che importanza ha descrivere con precisione tecnica il nuovo lavoro di un grande gruppo planetario qualsiasi quando non si conoscono i Suicide, i Pere Ubu, Captain Beefheart, i Chrome, i Gang Of Four, i The Fall e quanto di più moderno e geniale è stato fatto nel passato? Ma per fare questo c'è bisogno di un po' di sforzo, di abbandonare alcuni preconcetti che riassumono tutta la musica che fuoriesce (anche se leggermente) da determinati canoni come inascoltabile e noiosa. Vi auguro un buon ascolto (anche se per molti non lo sarà). Ma in fondo vi avevo avvertiti, no?

di Mi.Di per la rubrica "MUSICA".

venerdì 13 giugno 2014

MUSICA: "EVERYDAY ROBOTS - Damon Albarn"




Certo che è un buon album. Cosa credevate? Stiamo parlando del leader dei Blur e dei Gorillaz ( specialmente dei Blur, tra i grandi protagonisti dei 90's ), un piccolo genio che ha attraversato due decenni (musicalmente parlando) tra eccessi vari nuotando attraverso una società piena di nevrosi e oscenità. Una società malata, con teen attaccati continuamente al cellulare, pensieri omicidi, un amore che stenta a riconoscersi divenendo sempre più l'ombra di se stesso avvolto dal freddo, futili vacanze in Grecia (seguendo il gregge). Una società che ha ossessionato Damon, diviso tra amore e odio, affascinato e respinto da essa. Ed è da qui che riparte, anche se con un approccio diverso rispetto al passato. Difatti Albarn non è più il giovane ribelle che era nei Blur, ma si avvicina verso i 50 anni. Quindi tutto è più soft, più emblematicamente immobile e calmo. Come nella title-track, in cui siamo tutti robot, schiavi della tecnologia, intrappolati in macchine di metallo che sfrecciano veloci in autostrade senza mai toccarsi, guardarsi. Così la solitudine si impossessa delle nostre vite, in un incomunicabilità strisciante che si inserisce nel quotidiano. Il cantante di Londra dimostra di aver raggiunto la maturità con questo lavoro, estremamente intimo e razionale. Certo, non è un capolavoro. Come detto sopra il Damon Albarn dei Blur è lontano, la tensione e la rabbia di Essex Dogs ( che da sola vale come l'intero Everyday Robots probabilmente ) e l'ironia di Girls And Boys sono ormai solo ricordi ( come forse è giusto che sia ). Ma nonostante tutto Albarn dimostra di essere uno dei grandi della musica contemporanea, spesso anche ingiustamente sottovalutato, e la sua visione, i suoi tristi e freddi robot, sono destinati a rimanere nelle nostre memorie. Grazie.

Everyday Robots: Lyrics 

'They didn't know where they was going,
but they knew where they was wasn't it'

We are everyday robots on our phones
In the process of getting home
Looking like standing stones
Out there on our own

We're everyday robots in control
Or in the process of being sold
Driving in adjacent cars
'Til you press restart

Everyday robots just touch thumbs
Swimmin' in lingo they become
Stricken in a status sea
One more vacancy

For everyday robots getting old
When our lips are cold
Lookin' like standing stones
Out there on our own

Little robots in ringback tones
In the process of getting home 


di Mi.Di per la rubrica "MUSICA".

giovedì 5 giugno 2014

MUSICA: "BIRTH IN REVERSE - St. Vincent"





Premetto subito che odio il pop e tutte le sue sfaccettature melense. Le sue provocazioni fittizie create a tavolino, il perbenismo adolescenziale e un certo culto che alimenta una macchina inarrestabile chiamata denaro che falcia l'anima degli artisti, riducendoli a semplici marionette. Ma nonostante tutto questo disco mi ha conquistato immediatamente. Perché? Perché semplicemente St. Vincent ha creato un punto di svolta nel genere dominato da bambole di pezza da svendere, alzando non di poco il livello dell'art-pop. Sin dalle prime canzoni ci rendiamo conto di essere di fronte ad una monumentale opera pop che riunisce e rincorre decenni di storia della musica, il tutto condito da una immensa vena qualitativa, che ti fa sentire sulla pelle che stai  ascoltando il lavoro di una vera e propria songwriter. Con un anima. Calda, pulsante. Come Birth In Reverse, ballata che ricorda un Prince in versione femminile inondato da suoni elettronici, quasi psicotici. Come tutto il disco, pervaso da dolci ( e violenti allo stesso tempo ) suoni elettro (quasi techno), che accompagnano verso la fine in maniera fluida, una lezione di come far scorrere musica nelle orecchie dell'ascoltatore senza mai annoiare. Insomma, St. Vincent (che tra l'altro ha fatto parte della band di un certo Sufjan Stevens e ha collaborato con niente meno di suo imminenza David Byrne, senza mostrarsi troppo come amano in molte) mette in fila le varie Lady Gaga, Lorde etc e le spazza via con un piccolo buffetto fatto di musica vera, ristrutturando l'e(ste)tica e il suono del genere, rendendolo credibile e vivo. Mai soddisfazione è stata così grande.

di Mi.Di. per la rubrica "SINGOLO DELLA SETTIMANA".


giovedì 29 maggio 2014

MUSICA: "BRANCHES BARE FEAT. WHY? & DOSE ONE - Hood"





Gli Hood e il loro piccolo capolavoro (Cold House, 2001, anno segnato dall'uscita dell'imponente opera elettro-rock dei Radiohead, Amnesiac, seguito naturale di Kid A) sono un emblema delle tendenze più alternative degli anni 2000. Il rock di matrice lo-fi (come i loro esordi post-punk) si unisce sempre di più con l'elettronica, tramutandosi in un ibrido moderno dalle atmosfere intense e industriali, quasi decadenti nel loro lento incedere. Un album che ha spianato la strada a molti lavori successivi (vedi Neon Golden dei Notwist, Fake French degli El Guapo etc) variando dall'elettronica sofisticata dei Boards Of Canada e degli Autechre sino ad arrivare all'idm, naturalmente senza perdere di vista il genere dei generi, il (post) rock. Il tutto ricoperto da una velata stratificazione hip-hop, perfezionata grazie alla importantissima collaborazione con Dose One e Why?, leader della band cult cLOUDDEAD. Branches Bare è un'apnea di cinque minuti, è una traccia senza passato ne futuro attraversata da loop di pianoforte e un basso funereo, quasi liquido, fotografata in un'immobilità onirica che ricorda i Bark Psychosis. Una piccola goccia in un oceano che lascia senza fiato.

di Mi.Di per la rubrica "MUSICA".


giovedì 22 maggio 2014

MUSICA: "YOU CAN'T PUT YOUR ARMS AROUND A MEMORY - Johnny Thunders"



Johnny Thunders è stato una delle più grandi figure del rock, se si osserva tale arte da un punto di vista nichilista e maledetto. Difatti Johnny abbracciò un'etica punk (creata probabilmente da lui, visto che è stato il primo vero punk) che prevedeva uno stile di vita che può essere facilmente riassunto in una frase: meglio morire per vivere che vivere per morire. Alcool, eroina, donne. Johnny è passato da tutto, bruciando veloce come un (anti)eroe decadente, tragico. E l'epilogo, scontato, è quello che conosciamo: trovato morto per overdose (di metadone, addirittura) nella stanza di un albergo di New Orleans, in una solitudine accecante. Solitudine e autodistruzione trasformate in uno status in cui egli stesso si era gettato, senza possibilità di fuga. Una carriera all'insegna del caos, cominciato con l'esperienza glam punk degli scioccanti New York Dolls e terminata con una serie di album solisti decisamente sottovalutati. Sottovalutati perché è grazie a lui che oggi esistono personaggi come Pete Doherty, e nel rock rimane un piccolo lume di furore che non ne vuole sapere di spegnersi. Il più grande mother fucker del rock continua ad allungare le sue mani maledette e voraci di conoscenza, di esperienza, verso il mondo, con un'eredità che è divenuta leggenda.

di Mi.Di per la rubrica "MUSICA".

giovedì 8 maggio 2014

MUSICA: "FUCK OFF GET FREE WE POUR LIGHT ON EVERYTHING - Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra"



Dico subito una cosa: questi sono 50 minuti (circa) scioccanti, stupefacenti, quasi indimenticabili. E’ difatti con immenso stupore che termino l’ascolto del nuovo album dei Thee Silver, quasi mi fossi dimenticato le loro origini prestigiose. Difatti il gruppo è un progetto parallelo dei Goodspeed You! Black Emperor, band che a cavallo tra gli anni novanta e duemila ha sfornato diversi capolavori del post rock (se così si può definire), sfiorando la perfezione dei Mogwai e in alcuni casi andando anche oltre. Una perfezione calma ed oscura, una perfezione prevalentemente sfuggevole. Sì, proprio così. Se dovessi trovare un aggettivo per descrivere il gruppo canadese, userei proprio questo, sfuggevoli. Sfuggevoli perché lasciano sempre interdetti, stupiscono sempre, e difficilmente si riesce a capirli al primo ascolto. C’è sempre qualcosa che (s)fugge tra le loro note, confondendo critici e non solo. Non hanno un genere, e neanche vogliono averlo. Post-rock, progressive, noise? Hyper-blues, punk-ambient, cosa sono? Ma alla fin fine cosa importa? Perché cercare di classificare l’arte? Perché cercare di dare un senso a tutto? Quando cominciai a scrivere recensioni musicali per il cARTEllo avevo alcuni dubbi, non ero proprio convinto. I dubbi erano morali, da vero amante della musica e di tutte le arti. Erano i dubbi di chi odia i critici, e chi cerca di etichettare qualsiasi cosa. Erano i dubbi di chi odia l’ordine delle hit e delle classifiche a favore del caos disordinato dell’underground, di chi se ne sbatte di avere un ottimo voto sulle riviste e pensa solo a produrre ottima arte. Dubbi anche derivanti dalla paura, paura di diventare appunto ciò che odio, un critico. E, quando ascolto album del genere, i dubbi tornano. Perché tutto ciò è inclassificabile, trasparente, si può dire che questa sia musica proveniente dall’anima. Anima, quanto di più sfuggevole esista. Musica dal peso specifico di 21 grammi, musica intangibile. E così viene quasi voglia di non parlarne, solo di ascoltarla. Potrei scrivere di Fuck Of Get Free, stupenda suite che si scatena per otto minuti per poi attorcigliarsi su una conclusione che ricorda i PIxies più scatenati. Potrei scrivere di Austerity Blues, un rock di matrice blues che li avvicina a dei Led Zeppelin degli anni 2000, oppure del furore di Take Away These Early Grave Blues ( una traccia che spazza via ogni atomo di calma quotidiana). E che dire della stupenda Little Ones Run, che arriva dopo mezz’ora di pura adrenalina a portare un piccolo senso di pace, pace che è solo apparente nella successiva What We Loved Was Not Enough, monumentale riassunto di un epoca marchiata alt-rock. Infine tutto si conclude con Rains Thru The Roof Of The Grand Ballroom, psicotica, psichedelica e noise, toccante come un addio. Addio che si compie con la fine della stessa. Potrei stare altre due o tre pagine a parlare di questo album, tentando di dare un senso a questo miscuglio di generi, a questo capolavoro inaspettato che spunta improvviso candidandosi come miglior album del 2014. Ma cerco di essere coerente e non lo faccio, mi sto già sentendo troppo critico e come detto prima ciò mi spaventa. Resto all’iniziale senso di stupore che mi ha lasciato quest’opera e mi affido a gruppi come i Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra, che fortunatamente continuano a emozionare (sfuggendo alle classificazioni). Nella vita c’è chi critica e chi viene criticato. Io sarò sempre dalla parte dei secondi. Buon ascolto.

di Mi.Di per la rubrica "MUSICA".

giovedì 24 aprile 2014

MUSICA: "BEST OF 90's - Parte 1"



Afterhours- hai paura del buio (1997) Il gruppo di Manuel Agnelli sforna un vero e proprio capolavoro, dando linfa vitale al rock italiano, dividendosi tra alt-rock e grunge. Forse il miglior album che una band italiana abbia concepito. Voto: 7
Air- moon safari (1998) Il duo francese porta l'elettro pop ai massimi livelli, unendo i Kraftwerk ai Pink Floyd, con un tocco moderno. Una vera passeggiata sulla luna. Alieni. Voto: 8
Beastie boys- check your head(1992) 7, ILL communication(1994) 7.5, hello nasty (1998) 7 Partono dal punk incazzato per arrivare all'hip hop. Paladini del genere.
Beck- golden feelings (1993) 7, stereopathetic soulmanure (1994) 7, mellow gold (1994) 8.5, one foot in the grave (1995) 6.5, odelay (1996) 8, mutations (1998) 6.5, midnite vultures (1999) 7 Ha rivoluzionato la figura del cantautore unendo ogni tipo di genere, partendo dal lo-fi fino ad un post rock di matrice elettronica unito al country, al blues, al folk, all'hip-hop, ecc. Genio.
Bjork- debut (1993) 8, post (1995) 8, homogenic (1997) 8 Probabilmente il più grande talento femminile degli ultimi 30-40 anni. Cos'altro aggiungere?
Blur- blur (1997) I Blur, a differenza dei tanti odiati Oasis, loro antagonisti secondo la selezione naturale dei critici, dimostrano di saper fare musica vera e di poter uscire dai canoni del caramelloso e ruffiano brit-pop, unendo lontani richiami grunge (Song 2) sino al più sofisticato post rock di Essex Dogs. Camaleontici. Voto: 7.5
Bran van 3000- glee (1998) Chi si dimenticherà mai di Drinking In LA? La loro rock-house è divenuta ormai un simbolo degli anni 90. Voto: 7.5
Bruce Springsteen- Philadelphia ost (1995) Nel 1995 il vecchio Bruce vinse l'Oscar grazie alla colonna sonora del film Philadelphia. Una sola canzone, Streets of Philadelphia, uno dei singoli più belli e commoventi del decennio. Voto: 8
Chemical brothers- exit planet dust (1995) 7, dig your own hole (1997) 6.5, surrender (1999) 7.5. Cosa dire? Il duo più conosciuto della musica elettronica, probabilmente il più geniale, il gruppo che ha portato il genere agli occhi di tutto il mondo.
Cranberries- no need to argue (1994) In un best of degli anni 90 la loro presenza è obbligatoria. Zombie è uno degli inni dell'epoca. Voto: 7.5
Cure- wish (1992) Con i grandi capolavori ormai alle spalle, i Cure escono con un album piacevole, influenzato dalle sonorità shoegaze. Voto: 6.5
Daft punk- homework (1997) La disco retrò alla conquista del mondo. Around the World. Un classico. Voto: 7,5
David Bowie- outside (1995)7, earthling (1997) 7.5 Su David è già stato detto tutto (o quasi). Nonostante tutto questi sono due album da riscoprire, ingiustamente passati inosservati nella mastodontica discografia del duca bianco. Ps- Little Wonder (da Earthling) è nella mia top 5 personale di David. Infamatemi pure.
Fabrizio De Andrè- Le nuvole (1990) 6.5, Anime salve (1996) 7.5 Il sommo poeta della musica italiana continua a produrre emozioni, sino alla fine.
Depeche Mode-violator (1990) 7.5, ultra (1997) 7.5. Anche qui riceverò molte offese, probabilmente, ma Ultra è l'album più sottovalutato dei Depeche, forse il migliore. Forse.
Dj Shadow- endtroducing (1996). Una collezione di vinili infinita e genialità ai piatti. Una ricetta che ha fatto di Dj Shadow uno dei dj più importanti (e influenti) al mondo. Voto 7,5
Fatboy Slim-better living through chemistry (1996) 7, you've come a long way baby (1998) 7.5 L'inventore della big beat, ha fatto più lui con 2 album che intere generazioni di dj. Avvicinando la figura del disc jokey a Dio.
Jeff Buckley- grace (1994) 8, sketches for my sweetheart the drunk (1998) 7.5 Uno dei più commoventi cantautori degli anni '90, il più delicato, nostalgico. Una voce angelica, purtroppo colpita dalla stessa sfortuna che ha perseguitato anche il padre (un certo Tim Buckley).
Lou Reed & John Cale -song for drella (1990). Il duo leggendario si riunisce dopo tanti anni sfornando una piccola gemma, un capolavoro nostalgico che fa tornare la mente indietro nel tempo. Voto: 8
Manu Chao- clandestino (1998) Manu Chao, il clandestino della musica, in fuga continua verso l'industria che tentava di inglobarlo, ci trascina in un viaggio tra marijuana e donne messicane. Voto: 7
Massive Attack- blue lines (1991) 8, protection (1994) 8.5, mezzanine (1998) 8.5 I creatori del trip hop, geni e cantori delle tensioni di fine millennio, istrionici musicisti capaci di spaziare dalla dub all'elettronica. Difatti il trip hop è il genere del pastiche, è un genere meticcio, bastardo, che unisce cinquant'anni di musica. Monumentali.
Moby- play (1999) Il dj americano, lancia una sequenza pazzesca di hit con questo album manifesto della musica chill, un ambient spinta e ibrida, fusa ad house ed elettronica. Voto: 7
Mogwai- ten rapid (1997) 7.5, young team (1997) 8, come on die young (1999) 8 Figli del noise, lo scompongono, lo ricompongono e poi lo sputano fuori dalle loro folli menti,creando un post-noise rock strumentale come mai è stato fatto.
Morcheeba- big calm (1998) Trip hop, chillout, ambient. Il gruppo inglese unisce i generi dando vita a qualcosa che viene suggerito anche dal titolo dell'album. Una calma infinita. Voto: 7
Mr. Oizo- analog worms attack (1999) Il più grande disco di musica elettronica della storia. Punto. Voto: 8
Nick Cave- the good son (1990) Tra sacro e profano, tra luci e ombre, il cantautore australiano conquista con le sue ballate fatte di dolore e di ferite. Voto: 8
Nine Inch Nails- the downward spiral (1994) Simboli del nichilismo, dell'autodistruzione, i NIN scrivono la storia dell'industrial con questo capolavoro. Voto: 8
Nirvana- nevermind (1991) 8, in utero (1993) 8,5, mtv unplugged (1994) 8.5. Quando dici anni '90 pensi ai Nirvana. La loro musica è entrata nell'immaginario collettivo, innalzando Kurt Cobain a portavoce di una generazione intera, quella generazione x appena uscita dai larghi sorrisi degli anni '80 che si è ritrovata improvvisamente depressa e rabbiosa, tra le macerie di un mondo ormai in malora. Storia della musica.
Pearl Jam- ten ( 1991) La parte più soft e intimista del grunge, quella dall'anima più rock e meno punk. Voto: 7
Pixies- trompe le monde (1991) A riascoltarlo oggi si scopre che Trompe le Monde è un album maledettamente sopravvalutato. Le atmosfere oniriche e sognanti ci portano in un mondo strambo e personale, quello dei Pixies. Voto: 7,5
Pj Harvey- dry (1992) Erede per qualità vocali e attitudine punk di Patti Smith, Pj Harvey dimostra di essere una delle grande cantautrici della sua generazione. Voto:7.5
Portishead- portishead (1994) 8.5,dummy (1997) 8,5 La belle époque del trip hop riassunta in due album. Due capolavori senza tempo.
Prodigy- music for the jilted generation (1994)6, the fat of the land (1997) 7 Tra techno, dance e punk, i Prodigy hanno fatto ballare generazioni intere.
Radiohead- pablo honey (1993) 6.5, the bends (1995) 7, ok computer (1997) 9 Una vera e propria enciclopedia musicale, ecco cosa sono i Radiohead. Ogni loro album, ogni loro canzone è come ascoltare la storia intera della musica, partendo dai Beatles per passare dai Jesus And Mary Chain, The Smiths e dai Rem. Ok Computer (il loro White Album) è un capolavoro, uno dei migliori 10 album del decennio (prevalentemente grazie a Paranoid Android, il punto di svolta della loro carriera, una canzone che deve entrare di diritto tra le migliori di sempre).
Rage Against the Machine- rage against the machine ( 1992) Incazzati e ribelli come la generazione che rappresentano, i Ratm sono rap, sono metal, sono funk-rock, sono hard rock. Infiammabili. Voto: 7,5
Red hot Chili Peppers- blood sugar sex magik ( 1991) Tra i pioneri di quello scritto sopra per i RATM. Voto: 7
REM- out of time (1991) 8, automatic for the people (1992) 8.5, monster (1994) 7, new adventures in Hi-Fi8 (1996) 8 Un'altra delle impronte indelebili dei 90's. Il mandolino di Losing My Religion, la nostalgia di Everybody Hurts, la poesia di E-bow the Letter. Contenitori di ricordi.
Sigur ros- agaetis byrjun (1999) Quasi indescrivibili. Dream pop, post rock, shoegaze, gli Sigur Ros, a fine decennio, riassumono e rinnovano quello che è stato. Voto: 8
Smashing Pumpkins-siamese dream(1993)7.5, mellon collie and the infinite sadness(1995) 8,5, adore (1998) 7.5 Nostalgici come i ricordi, uniscono il lato maledetto dei 90's (quello depresso e grunge) a una lucentezza pop. Mellon collie è un capolavoro di dimensioni monumentali.
Soundgarden- superunknown (1994) Tra i massimi espositori del grunge, colpiscono anche grazie alla voce fantastica del frontman Chris Cornell. Voto: 7
Tricky- maxinquaye (1996) 8.5, nearly god (1996)7.5, pre-millennium tension (1996) 7.5, angels with dirty faces (1998) 7.5, juxtapose (1999) 7.5 Il geniaccio del trip hop (ex membro dei Massive Attack) ammalia con le sue atmosfere, divise tra le strade del ghetto e paesaggi onirici.
Underworld- Dubnobasswithmyheadman (1993), born slippy.NUXX (1996) Le parole Trainspotting e Born Slippy vi dicono nulla?
UNKLE- psyence fiction (1998) Hip Hop, elettronica, post rock, trip hop. Psyence Fiction è un classico di fine millennio che ha aperto la strada a molta musica futura.
U2 - achtung baby (1991)8, zooropa (1993) 8 Se possibile recuperate i live di entrambi gli album. Spettacolari.


di Mi.Di per la rubrica "MUSICA".

giovedì 10 aprile 2014

MUSICA: "ALL NIGHT PARTY - A Certain Ratio"



In piena era punk, nel 1978, un certo Tony Wilson (il conduttore che ha ospitato per la prima volta in tv i Sex Pistols) fonda la Factory Records, ispirata alla filosofia di Andy Warhol. La sede è a Manchester, che si trasformerà in quella Madchester da cui partiranno alcune tra le più importanti innovazioni musicali degli anni 80. Tutto grazie a questa casa discografica, che partendo dalle basi dell'Hacienda (probabilmente il primo vero club della storia, cose di cui quelli che si autodefiniscono clubber contemporanei non conoscono neanche l'esistenza) creerà un movimento che sfocerà nella new wave e successivamente nel dance rock, dando un contributo fondamentale nella nascita della cultura rave. Tra gli artisti prodotti dalla Factory figurano i Joy Division, i New Order, gli Happy Mondays e i Cabaret Voltaire. E, naturalmente, gli A Certain Ratio. Il singolo All Night Party è stata una delle prime uscite della casa discografica, e grazie a questa canzone ci accorgiamo come il punk sia stato rimodellato per tramutarsi in new wave. Infatti la base è strettamente punk (si deduce immediatamente dai primi accordi della canzone) ma l'uso ossessivo della batteria e della chitarra trasformano il genere in qualcosa di ballabile, portando il rock all'interno della discoteca. Da qui nasce la storia, con il successivo boom dei Joy Division che porterà a rivoluzionare tutta la musica seguente, fino ad arrivare ai giorni nostri. Infatti il lavoro di Tony Wilson è stato un vero e proprio input per il 90% della musica contemporanea, sospesa tra i richiami al post-punk e alla new wave (Joy Division, A Certain Ratio) e tra l'amalgamarsi dell'elettronica con il rock (New Order, Happy Mondays, Primal Scream).
Nel 92 l'avventura della Factory purtroppo si concluderà, rovinata dai debiti e da quell'industria musicale che tanto gli deve. Rimane solo la genialità nel rinnovare un genere musicale che senza quest'ondata di freschezza rischiava poi di decomporsi lentamente per poi finire. Una genialità che oltre che a rinnovare ha pure creato, ergendosi a capostipite di intere generazioni, passando dalle creste colorate del punk, alla camicia e alla danza epilettica di Ian Curtis, sino ad arrivare ai piercing e all'abbigliamento vistoso del popolo della discoteca. Altre storie, altri tempi. Che rimarranno purtroppo sconosciuti a tanti indie, hipster e clubber vari, destinati a sopravvivere nel sonnolento panorama attuale come una casa senza le fondamenta.

Film consigliati: Control, 24 Hour Party People


di Mi.Di per la rubrica "MUSICA".