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martedì 15 luglio 2014

NEWS: "IL “ROSEO” MONDO DELL’ IMMIGRAZIONE BENGALESE – Parte 1"


Una cosa che non ho potuto fare a meno di notare, tra l’infinità di cose che non si può fare a meno di notare nella Città Eterna, è la massiccia presenza di immigrati del Bangladesh. Questo fenomeno, se da una parte ha contribuito a far salire le mie skills di “rifiuto delle rose” da base ad avanzato, dall’altra ha alimentato una certa curiosità nei confronti di questo universo invisibile che è il Bangladesh romano.

Facendo alcune ricerche ho scoperto che Roma è, dopo la capitale del Bangladesh Dhaka, Calcutta e Londra, la quarta capitale al mondo per numero di bengalesi. Una forte presenza di questo gruppo etnico si trova tra Torpignattara e il Pigneto, tant’è che questa zona è riuscita a guadagnarsi l’appellativo di  Banglatown. L’immigrazione è soprattutto maschile: si viene in Italia con l’intento di mantenere le famiglie lasciate a casa. E per farlo si accetta di fare qualunque lavoro, supportati dalla comunità, e con la speranza di riuscire a ritagliarsi un futuro migliore. Tuttavia, se da un lato una consistente parte di questi migranti si riversa all’interno delle cucine dei ristoranti – italiani e non – o dietro a banchi o negozietti che vendono generi alimentari tipici e non solo, dall’altro una altrettanto consistente parte svolge lavori, per così dire, di fortuna.


Oltre alla visibile presenza di “rosari”, venditori di rose presenti in tutte le principali città d’Italia, a Roma vi sono altri due ruoli ricoperti da ragazzi bangladeshi: il lavavetri e l’aiuto clienti alle pompe di benzina – mi riferisco ai ragazzi che lavorano durante l’orario self-service. Probabilmente per l’immenso dolore derivante dalla non rielezione di Iva Zanicchi come parlamentare Europea, dal controllo sulla mente esercitato dalle scie chimiche nonché dalla dieta a base di pasta che il mio stipendio da tirocinante mi permette di concedermi, ho iniziato a pormi delle domande sulla possibile esistenza di una sorta di cupola dietro ai bengalesi che svolgono una delle tre professioni menzionate.  

Dopo essermi fatto un giro nella colorata e multietnica Torpignattara – che anche se non è Brick Lane, ha una presenza di abitanti dell’etnia in questione di tutto rispetto – ho deciso di fare alcune domande ad Asimasim, un ragazzo 22enne che lava i vetri al semaforo sotto casa mia. Nonostante le mie (forse eccessive) aspettative, l’intervista si è rivelata utile quanto un culo senza buco dato che il gap linguistico tra me ed il mio amico Asim, non colmabile neanche con l’inglese, non ha permesso di portare le mie indagini dove volevo. In realtà qualche notizia utile sono riuscito ad estrapolarla, ma andiamo per gradi.

La mia prima conoscenza con i sempresorridenti amici del Bangladesh risale a un po’ di anni fa, quando lavoravo nella ristorazione a Firenze. I miei padroni nazifascisti mi intimavano di scacciare gli invadenti rosari che disturbano i nostri avventori. Tuttavia, il generale senso di rifiuto di un certo tipo di potere mi portò a diventare amico di quelli più gentili, che lasciavo entrare di sgamo nel locale, facendo finta di non vederli. La mia amicizia con il mondo Bangla si è poi consolidata in un successivo episodio, svoltosi a 8mila metri di altezza su un volo della compagnia Airbangladesh, mentre tornavo da un viaggio esotico. Il mio vicino di posto era originario di Dhaka e, dopo avermi sorpreso rispondendo al mio: “Hi, what’s your name?” con un calorosissimo: “A bello, me chiamo Nazim, faccio er fornaro”, ha tradotto per me il messaggio che il capitano aveva diffuso dagli altoparlanti nella sua lingua. Dandomi così la lieta notizia che stavamo facendo una sosta ad Abu Dhabi perché il carburante stava finendo. La buona fede e la simpatia di quell’uomo, che mi hanno fatto valutare se riunirmi al gregge di Gesù Cristo una volta baciato il suolo a Fiumicino, mi sono sempre rimaste nel cuore.

via Flickr 
Alla luce dell’affetto che nutro per questa etnia, mi son sentito in dovere di indagare per sbarazzarmi della teoria complottista che si è annidata nella mia mente, che ogni tanto si impossessa di me portandomi a domandarmi: esiste un Don Rosario a capo della Banglamafia? Vi è una sede segreta dove avviene la distribuzione tra i vari bengalesi dei semafori, benzinai e piazze romane? Una volta avvenuta la distribuzione, si deve pagare un pizzo per mantenere la propria zona? I bengalesi vogliono pijarse Roma?

Qui rientra in gioco Asimasim. Nonostante la nostra conversazione abbia rasentato l’assurdo più di  una novella di Samuel Beckett, sono riuscito ad ottenere delle informazioni di base che mi hanno permesso di allontanare per un po’ le mie angosce sulla Banglamafia. All’opposto, la conversazione con Asim mi ha portato a supporre che la comunità bengalese romana sia il popolo  segretamente eletto da Carlo Marx per mettere in pratica la sua teoria comunista, tanto evidenti erano i concetti di fratellanza, di condivisione e di uguaglianza. Asim ha tracciato i rincuoranti contorni di una collettività pacifica che si aiuta nel difficile task dell’integrazione in terra straniera.

Tuttavia la cosa non è bastata a farmi smettere di pensare alla possibile esistenza della Banglacupola e così ho smosso i miei contatti per effettuare altre interviste sul campo, per dare una risposta finale alle mie opprimenti domande. Su tutte: esiste (e come funziona) una sorta di Banglamafia o, piuttosto, gli immigrati Bangladeshi sono un modello di aiuto fraterno da cui imparare?

To be continued..


di IT per la rubrica “NEWS DAL FUTURO”.

sabato 5 luglio 2014

ARTE: "SEI PERSONAGGI ROMANI IN CERCA D'AUTORE - IT"


Le strade di Roma offrono infiniti spunti per chi ha un occhio fotografico. Mentre esploravo la bellezza di questa città e mi riempivo dei suoi scorci, una cosa che non ho mai smesso di notare sono i suoi contrasti. Su tutti, il contrasto per me più evidente è quello tra sacro e profano, tema onnipresente dell'urbe

Ho provato a catturarlo.


Lo Sportivo

Un ciclista al Parco degli Acquedotti.


L'Eterna Bambina




Una senzatetto sul lungotevere.


Al Sicuro dalla Legge

Carabinieri in piazza Montecitorio, davanti alla Camera dei Deputati.




Caravaggio

Senzatetto nei pressi del Vaticano.


Quotidiano della Domenica

Una coppia di anziani in piazza Montecitorio.


La Santa

Una anziana signora riempie delle bottiglie d'acqua ad una fontana accanto al Vaticano.


 di IT per la rubrica "ARTE".

venerdì 4 luglio 2014

NEWS: "BRASILE2014, JALLAH ALGERIA"


Buona parte dei pronostici sugli esiti del mondiale, fatti tramite elaborate modellistiche statistiche da parte di varie “voci” importanti, si sono rivelate essere un fiasco (qui potete trovare quella di Goldman Sachs e quella de La Voce.info. Nessuna partita degli ottavi è stata prevista correttamente dal modello della banca d’investimento e solo due match su otto per La Voce.info). O meglio, si sono piuttosto rivelate un esercizio teorico per il mero sfoggio di skills da parte degli operatori che le hanno fatte. 


I motivi che hanno portato al fallimento delle previsioni sono legati a fattori esterni non incorporati nei modelli. Due su tutti. Uno legato al clima, che ha determinato scenari disidratativi da maratona nel deserto che hanno avuto un grosso impatto sui campioni in campo. L’altro di natura comportamentale: il mondiale è un’occasione unica per i giocatori che ci vanno e, molti di questi, sono portati a dare più del 100% delle proprie capacità. Ce ne sarebbe anche un terzo legato agli errori arbitrali, ma questa è una valle di lacrime e rimpianti all’interno della quale non ho nessunissima intenzione di avventurarmi. La presenza dell’Algeria all’ottavo di finale in cui ha fronteggiato a testa alta la temibile Germania – che deve ringraziare il proprio portiere se ha passato il turno: “71% of the earth is covered by water. The rest is covered by Manuel Neuer" –, è in buona parte correlata con il fattore due: l’enorme cuore dei giocatori algerini che non hanno voluto sprecare la loro quarta opportunità mondiale, guadagnata con dedizione e impegno – e pure qualche difficoltà come l’inizio del Ramadan.

…Che mondiale pazzesco ha fatto l’Algeria! Ho seguito i 120 estenuanti minuti del terzultimo ottavo giocato come se stessi guardando una finale, messaggiando con amici in diretta e scambiando con questi frasi del tipo “viva il fumo, a basso le lager”, in pieno stile stereotipimondiali. Per poi vedere il sogno andare in fumo quando, all’inizio del primo tempo supplementare, Schürrle ha trasformato in gol un velenoso filtrante indirizzato al centro dell’area da Muller e poi, al 120’, Özil ha insaccato un missile che ha portato la Germania diretta al Maracana di Rio de Janeiro. Solo all’orgoglio e a qualche speculativo “se”, è servito il gol di Djabou segnato il minuto dopo. Un risultato tuttavia importante, un’impresa. Così come lo è stato il superamento del girone. Combattuto a denti stretti dai nordafricani che, non abbattutisi dopo aver incassato un 2 a 1 dal Belgio dopo aver mantenuto il vantaggio fino al 70’, hanno umiliato per 4 a 2 la Corea del Sud (3 gol nel primo tempo) e contenuto la squadra di Capello, strappando un 1-1 che gli è valsa la qualificazione e trasformando anche il mondiale Russo in un notevole flop, specie alla luce dell’onorario del Sig. Capello – che varia di fonte in fonte e che per ilFattoQuotidiano ammonterebbe a “più di 8 milioni annui”.



Il controognipronostico lungo mondiale dell’Algeria, ha continuato a far parlare di sé. Riporta il Daily Mail che la nazionale algerina donerà alla popolazione di Gaza il compenso ricevuto durante il campionato del mondo. Tra le varie storie offerte dal web, la versione ufficiale sembra essere che Islam Slimani, bomber dello Sporting Lisbona e punta della nazionale dei Verdi (nickname dei calciatori algerini), abbia affermato che la nazionale algerina devolverà il bonus ottenuto dalla Fifa per la partecipazione agli ottavi ai minori di Gaza, avendone questi “più bisogno di loro”. Di che cifra stiamo parlando? Nonostante le cifre di quest’anno siano più alte del 33% rispetto a Sudafrica 2010, con un succulento premio di 35 milioni di dollari per chi alzerà la coppa, il bottino accumulato dall’Algeria è pari a 9 milioni di dollari – meno del salario del Sig. Capello. Dunque niente in grado di mutare radicalmente la drammatica situazione palestinese ma, diciamolo pure chiaro e tondo, “CHE BELLO!”. Un gesto eloquente. Un gesto di fratellanza. Un gesto di vicinanza alla popolazione vittima di un regime di apartheid tollerato da troppi stati. Un gesto in pieno spirito World Cup!

di IT per la rubrica "NEWS DAL FUTURO".

venerdì 27 giugno 2014

NEWS: "IT'S ONLY ROCK 'N' ROLL BUT I LIKE IT - Speciale Rolling Stones, Parte 2"


Qui il link alla Parte 1 scritta da Mi.Di.

Quando presi in mano la chitarra per la prima volta ero oramai cresciutello e di musica non sapevo quasi niente. “Il 90 per cento dei chitarristi comincia a suonare una sei corde per una ragazza”; queste le parole del mio maestro, un tipo eccentrico dal carattere non facile, ma che la sapeva sicuramente molto lunga. Credo di potermi considerare facente parte di quel 90 per cento.

Ricordo un pomeriggio d’estate piuttosto torrido, in cui il maestro mi disse con tono deciso: “Ok Maste, credo tu sia pronto per una piccola improvvisazione blues; ti accompagno con un 12/8 in Mi minore, fammi vedere un po’ cosa sai fare”. Imbracciai l’artiglieria elettrica e feci scivolare le dita sulle corde di metallo. Quello che il mio maestro non sapeva è che avevo trascorso gli ultimi mesi a divorare tutorial di blues su Youtube (versione moderna del “budello” di locali dove Hendrix perfezionò in gioventù la sua tecnica) e mi feci forza. Cominciai con qualche fraseggio piuttosto impacciato e il risultato che ne venne fuori fu, sulle prime, molto deludente. “Non voglio guardare cosa è in grado di fare la tua mano, ma voglio sentire cosa hai dentro Maste”; mi interruppe così e lo guardai con un sorrisetto timido. Sospirai e decisi di chiudere gli occhi: mi dimenticai per un attimo di regole e note e drizzai l’orecchio verso ciò che mi scuoteva dentro. Il risultato fu un lungo, ostinato, dolorante “Mi” che riecheggiò per tutta la stanza: “Bene”, mi disse, “cominci a capire”.

Il blues è un fiore che affonda le sue radici nel periodo della schiavitù delle comunità nere del Sud degli Stati Uniti, e che germinò dalla confluenza di due tradizioni: da una parte i canti di lavoro degli antichi popoli di agricoltori dell'Africa occidentale, dall'altra, i salmi degli immigrati provenienti dal vecchio mondo. Chiave di volta fu l'epilogo della guerra di secessione e la fine formale della schiavitù. L'uomo di colore ora è libero, ma la sua condizione materiale non cambia; ecco che allora il blues diviene un canto individuale, con lo scopo non di esprimere il bisogno di liberazione di una collettività, ma la disperazione, la solitudine e lo smarrimento del singolo, la condizione dolorosa dell'uomo di colore, formalmente integrato, ma di fatto represso in una società egemonizzata dai bianchi.

Un nome, forse più di altri, si fece portavoce di questo strazio, pochi anni prima dell’inizio del secondo conflitto mondiale: Robert Johnson, archetipo dell'artista maledetto, l'uomo a cui il diavolo ha donato la chitarra e rubato l'anima, compositore di litanie malate, polvere, corvi, prigioni e ferrovie, spose violate e ira, avventure, sentimenti, disperazione. Da principio non particolarmente capace di suonare, Johnson scomparve (a seguito della morte della moglie), per riapparire un anno dopo nelle vesti di fenomeno della sei corde.  Le credenze dell'epoca raccontano di un incontro tra il bluesman e un misterioso uomo in nero, che allo scoccare della mezzanotte gli propose lo scambio anima\talento chitarristico.


E se il nostro collaboratore Mi.Di., nella parte 1 dello speciale sull’imperiale concerto dei Rolling Stones, parla di porte dell’inferno che si spalancano e di una “presenza scenica […] quasi faustiana”, chissà se, come Jonhson, anche le quattro pietre rotolanti abbiano incontrato sul loro lungo cammino un demone vestito di nero. Sympathy for the devil sembra non troppo velatamente descrivere un fatidico, quanto leggendario, incontro: “Please allow me to introduce myself, I am a man of wealth and taste” suonano dalla bocca di Jagger così realisticamente diaboliche che si fatica ad immaginarle frutto solo della fantasia del frontman. Provate ad immaginare: durante una notte molto lisergica di quei lontanissimi anni 60’ forse proprio il diavolo apparve dinanzi ai quattro proponendogli un accordo: “voi suonerete riff di chitarra che rimarranno impressi per sempre nella storia della musica e attraverserete i tempi d’oro del Rock sempre “giovani” come foste divinità immortali. Io, in cambio di tutto questo vi chiederò una sola cosa: la vostra anima”.

Quella sorta di benedizione al contrario, quel lascito testamentario, quell’investitura dannata, vale ancora. E, 52 anni dopo quel primo riff, suonato da uno sconclusionato inglesotto del Kent (che aveva imparato a suonare la sei corde che la madre gli aveva regalato per provare ad incanalare nell’arte i suoi bollenti spiriti), uno studentello borghese della London School of Economics (anch’esso del Kent) e ammorbiditi dai beats del più anziano Charlie (unitosi dopo un paio di anni), quei riff vengono suonati ancora. E io, Maste e la ragazza di quest'ultimo (più tardi raggiungeremo Mi.Di e gli altri ragazzi), che non abbiamo neanche la metà degli anni di questi diavoli, siamo qua seduti ad un ristorante di Testaccio a scaldarci per il concerto. Fresco vino nei bicchieri e, come sottofondo musicale, proprio gli Stones, dati intelligentemente in pasto allo stereo da parte del proprietario del locale …

Ma non è questo a colpirmi o a confermare l’esistenza di quel patto satanico di sangue. È l’ammasso di carne che mi scorre accanto che è impressionante. Avere il biglietto per il “concerto dell’anno” significava essere parte di un fiume umano colorato da irridenti maglie con la linguaccia che, scorrendo lento come il Tevere, si muove verso il Circo Massimo come incantato da un invisibile pifferaio magico. Alla fine gli organizzatori hanno stimato più di 70000 presenze, ancora, un vero e proprio ammasso di carne. Un meltingpot generazionale unito da una religione: il Rock‘n’Roll.  Continuavo a notare, mentre lenti il vino, i cocktails e gli amari scendevano giù, il placido scorrere di migliaia di faccioni che facevano la linguaccia e che sembravano aver voglia di ridere della vita, di prenderne il bello e gettare il brutto – o soffocarlo con qualche sostanza come per molto tempo hanno fatto i guru musicali che ci apprestavamo ad ascoltare.



Una volta pagato il conto, ci siamo uniti alla massa informe e ne siamo divenuti un tutt’uno. Abbiamo lasciato in ufficio o sui libri o in negozio le nostre personalità per fonderci in quella collettiva del grande spirito del Blues. Scannerizzati i biglietti ai security check e preso postazione sotto al palco. Fiumi di rhum e emozioni liquide. Ma questo ve lo ha già raccontato ieri Mi.Di. C’è poco altro da dire. C’è chi ha criticato questo museo-musicale-vivente-sforna-soldi sotto vari punti di vista. Stronzate. I Rolling Stones erano e sono ancora la voce della ribellione, dello scommettere su te stesso e sui tuoi sogni (pure quando tutti ti danno per spacciato o morto), sono i bluesmen disposti a tutto pur di lanciare il loro grido irriverente... disposti pure a fare un patto con il diavolo.

È stato puro Rock’n’Roll. Può andare a farsi fottere chi sostiene il contrario.



di Maste e IT per la rubrica "NEWS DAL FUTURO".

giovedì 26 giugno 2014

MUSICA: "IT'S ONLY ROCK 'N' ROLL BUT I LIKE IT - Speciale Rolling Stones, Parte 1"


Andare? Non andare? Devo essere sincero, fino all'ultimo momento sono stato diviso tra due idee contrastanti riguardo il concerto dei Rolling Stones. E per ovvi motivi. Il primo, purtroppo, di natura economica. Il costo del biglietto non era tra i più accessibili, e conoscendo la mia  tendenza costante al vizio avevo messo in conto una spesa che oscillava tra i 200 e i 500 euro (fortunatamente me la sono cavata con molto meno). Il secondo motivo era un dubbio lacerante, ed era quello sulla tenuta fisica (ed artistica) dei nostri cari signori arrivati ormai ad una certa età. In più, tenete  conto che non vado particolarmente pazzo per gli Stones (e qui in molti si alzeranno dalla sedia maledicendomi). Difatti,  tra i grandi gruppi che hanno fatto la storia, sono sempre stato orientato più verso i Velvet Underground, i Pink Floyd, i Beatles, etc., confinando la band londinese ai margini del mio olimpo personale dei dinosauri del Rock. Ok, sono un gran coglione. Ebbene sì, mi sono ricreduto. Su tutto. Al termine della vicinissima nottata del 22 giugno al Circo Massimo mi sono scoperto totalmente innamorato dei Rolling Stones. Questo perché avevo fatto un grande errore: li avevo giudicati senza averli mai sentiti dal vivo. Difatti, durante i miei viaggi in macchina (che per me sono un vero inferno essendo leggermente claustrofobico, e quindi bisognoso di distrarmi continuamente con della musica, sparata ad alto volume se possibile) spesso ho provato difficoltà ad ascoltare per più di un minuto senza cambiare - causa noia - qualsiasi canzone dei Rolling (e vorrei anche vedere, ormai ce li hanno propinati fino alla nausea, e in più quando cominci ad ascoltare l'underground e molta musica sperimentale e innovativa magari il rock classico può indurre a sonnolenza e suonare leggermente “sorpassato”, con tutto il rispetto per Mick Jagger e compagnia che hanno preso il blues e lo hanno trasformato in una macchina da guerra che non si fermerà mai). Ma dal vivo tutto è diverso e prende significato. E oggi mi rallegro per aver fatto la scelta giusta ed aver comprato quel fottuto biglietto a due giorni dal concerto, giusto in tempo.

Ok, partiamo dall'inizio. Me ne sto in treno, direzione Roma, e comincio ad essere leggermente teso, comincio già a sentire quell'adrenalina pre-concerto che mi attanaglia lo stomaco tutte le volte. Sto andando incontro alla storia della musica, e probabilmente anche incontro alla storia dei concerti italiani, visti i 70000 partecipanti previsti che spero infuocheranno insieme agli Stones il Circo Massimo e l'infinita notte romana. Me ne sto seduto con le occhiaie coperte da un paio di occhiali, contenuto all'interno di un bolide di metallo che a 250 km/h sta andando a schiantarsi verso il Rock. Ma saltiamo la tediosa descrizione del mio arrivo e stronzate varie. Arriviamo al dunque. Arriviamo nel luogo del delitto, nel luogo in cui entreremo in contatto con un'entità infernale che al posto delle corna esibisce una linguaccia simbolo di intere generazioni. La prima cosa percepibile al C.M. è il caldo, e una folla oceanica. Ci sistemiamo nel prato cercando una buona posizione. Comincia l'attesa. Un'attesa in cui cerco di sbronzarmi a suon di birre e cuba libre preparati da miei compagni di concerto (impresa non certo difficile visto il caldo, difatti dopo la prima birra comincio già a sentirmi alcolicamente felice). Alla mia vista si presentano persone di ogni tipo e di ogni età, dai 5 ai 70 anni. Il tempo passa (e fortunatamente, anche con una certa velocità). Arrivano anche IT e Maste (ebbene sì, abbiamo formato un tridente interamente appartenente al cARTEllo). Finalmente alcune nuvole assorbono il sole e, verso la fine del crepuscolo, comincia lo show. Ad introdurre i Rolling (compito alquanto difficile) ci pensa John Mayer (a mio padre era venuto un colpo perché, vista la somiglianza del nome, aveva capito John Mayall (che, parentesi nella parentesi, ha suonato anche con Mick Taylor che sarà veramente presente nel palco ritrovando i suoi vecchi compagni). Quando, tornato dal concerto, gli ho spiegato che aveva capito male e che si trattava di un giovane artista blues-rock ha abbassato lo sguardo sconsolato, ma fa niente, piacevolissima sorpresa della serata. Difatti il chitarrista statunitense dimostra una buona tecnica e ha un ottimo repertorio di canzoni, apprezzate dalla maggior parte del pubblico. Poi, l'inizio (e la fine) di tutto. Il palco si illumina, uno speaker li annuncia come è giusto che sia (Ladies and Gentlemen, the Rolling Stones!!!) e quel maledetto bastardo di Keith Richars lascia andare dalla sua chitarra Jumpin' Jack Flash



È il delirio totale, una sorta di caduta negli abissi del Rock, quello più sporco e maledetto, quasi mistica. Mick Jagger è li, davanti a noi, con le sue movenze inimitabili che riescono a infuocare qualsiasi pubblico del mondo (e dopo questo concerto, ne sono certo, è il più grande showman di sempre) e tutto questo è bellissimo, esaltante. Mick si ferma, saluta Roma e parte Let's Spend The Night Together. E che così sia. Passiamo questa notte insieme, con un fervore proveniente da tempi remoti, ormai lontani ma resi lucidi dalle immagini dello schermo che ripercorre a ritroso scene clou degli anni d'oro degli Stones. Il tutto seguito da It's Only Rock 'n' Roll (But I Like It), parole sante, un titolo che riassume tutta la loro carriera, e dalla splendida Tumbling Dice (unica canzone, purtroppo, della scaletta proveniente dal capolavoro Exile On Main Street, il mio album preferito dei Rolling, forse l'unico che riesco ad ascoltare per intero senza annoiarmi nei miei famosi viaggi in macchina). Poi Streets Of Love (commovente dal vivo) e una parte centrale che è un po' la parte debole del concerto. Tra le varie Doom And GloomRespectable (che tra l'altro è un po' la descrizione del rock ai tempi dei social network, canzone inserita nella scaletta tramite scelta twitteriana del pubblico, suonata con un emozionatissimo John Mayer) Out Of ControlCan't Be Seen e Midnight Rambler le uniche a salvarsi sono Honky Tonk Women e You Got The Silver (cantata da Keith Richards). 




Ma ok così, perché da qui in poi si aprono le porte dell'inferno, in una presenza scenica dei Rolling Stones quasi faustiana (difficile credere alla loro età a vederli sul palco). Da Miss You in poi ricordo di aver perso completamente la testa. Insieme ad un gruppo di ragazzi che abbiamo conosciuto durante il concerto, abbiamo fatto partire un pogo fatto di spinte, balletti confusi, battute di cinque e abbracci sudati che ci ha aperto un cerchio attorno, allontanando di qualche metro le persone che ci stavano vicine quasi scocciate dalla nostra follia (ma, ehi, siamo ad un concerto Rock, no?). Più o meno, era circa dal 2003 che non pogavo (anni lontani in cui ero un punk convinto), quindi provate a immaginarvi il mio stato di esaltazione. Stato che cresce con la successiva Gimme Shelter, in cui comincio a saltare come un Johnny Thunders facendo il verso di una chitarra immaginaria e con Start Me Up, che non ha bisogno di descrizioni. Ma il culmine arriva con Sympathy For The Devil e Brown Sugar, dove la mia foga diventa quasi violenta e sudato ed esausto ballo sulle note dei due capolavori senza tempo dei Rolling Stones, due manifesti. Infine arriva You Can't Always Get What You Want, dove per la prima volta durante il concerto mi rendo veramente conto di quello a cui sto assistendo e mi commuovo guardando Mick Jagger, guardando Keith Richards, guardando Ron Wood e Charlie Watts. 




Cazzo, i fottuti Rolling Stones. E comincio a piangere per qualche minuto, tentando di nascondermi sotto la lente scura degli occhiali da sole. Ma non ho neanche il tempo di asciugarmi le lacrime che parte (I Can't Get No) Satisfaction. Vabbè, non sto neanche a descrivervi cosa è accaduto qui, provate ad immaginarvelo.
E poi? Poi il concerto finisce, e dentro di me sale prepotente ed improvvisa la convinzione di aver assistito ad uno dei migliori concerti della mia vita (e un po' credo di averne fatti), forse il migliore. Sicuramente l'unico in cui il gruppo sul palco mi ha fatto totalmente perdere il controllo, ogni sorta di razionalità, e mi ha mostrato cosa è il vero rock'n'roll. Grazie Rolling Stones.

No, non vi aspettate che finisca tutto così. Sì, sono stati fantastici, mi hanno fatto emozionare, mi hanno fatto commuovere, ballare, mi hanno esaltato maledettamente. Ma qualcosa che è andato leggermente storto c'è stato. Per prima cosa la scaletta, che dimostra quanta ignoranza musicale ci sia ai nostri giorni. Difatti i Rolling Stones hanno suonato proprio quello che la gente si aspettava, e non è stato un vero e proprio best of della loro carriera, anzi. Certo, ce n'è per tutti i gusti e specialmente per tutte le generazioni (con l'inserimento di Streets Of Love dall'ultimo album, un'ottima canzone ma non al livello dei classici del passato e della imbarazzante, quasi adolescenziale, Doom And Gloom, anch'essa recentissima) ma molti capolavori sono stati totalmente evitati a discapito di canzoni decisamente pessime (Ruby Tuesday, Wild Horses, Angie per dirne alcune. E non fatemi pensare all'esclusione di Can't You Hear Me Knocking, vero e proprio affronto agli amanti della musica, una canzone che dovrebbero suonare ad ogni concerto. In più, neanche una traccia dal capolavoro Aftermath per suonare cosa? Can't Be Seen da Steel Wheels, forse il loro album peggiore...). Ma Sympathy For The Devil è stata suonata, come Satisfaction, quindi il pubblico pagante è allegro e va tutto bene. Quindi.


Altre piccole critiche non vanno verso i Rolling Stones, anzi al contrario. Mi sento quasi di difenderli. In questi giorni ho letto molti articoli di pseudo giornalisti che enunciavano errori tecnici del gruppo durante il concerto e molti altri che rizzavano sterili polemiche sulla fine del Rock, su come sia totalmente morto, su come siano ridicoli i ragazzini ad andare a sentire un gruppo nato negli anni '60 e su come dovrebbero cercarsi delle proprie icone all'interno della loro generazione che non riesce a sfornare niente di buono. Bla bla bla. 

Consiglio a tutte queste persone che, se cercano qualcosa di veramente Rock, vadano a farsi fottere. Keith Richards sbaglia un assolo? Fanculo, stiamo parlando del Rock, un genere che non fa della perfezione il suo marchio di fabbrica. Sentitevele nelle versioni studio le canzoni, se è questo che cercate. Il Rock è morto? Forse, ma non per colpa del Rock. Purtroppo le tendenze vanno verso la parte opposta del genere, le tendenze vanno verso musica più elettronica e più vendibile, musica più noiosa e lobotomizzante, musica facilmente ascoltabile da qualsiasi persona. Ed è triste che i massimi esponenti del genere siano sempre questi vecchietti arrivati alla terza età che portano avanti ormai da 50 anni questo baraccone crea soldi fatto di musica (sì ok, mi sono ricreduto sui Rolling Stones ma non sono così buono, non diventeranno mai uno dei miei gruppi preferiti), ma tutto è la conseguenza di qualcosa. Disinformazione, per prima cosa. Che porta all'ignoranza. Dite che non esistono grandi gruppi nel panorama moderno e che le nuove generazioni trovano difficoltà a trovare dei portavoce? Cercateli, invece di continuare a parlare di Lady Gaga e di tutto ciò che vi porti ad un guadagno sicuro. La massima causa della disinformazione viene proprio da chi diffonde in modo sbagliato l'informazione. Guarda caso, i giornalisti. Che ancora non si sono resi conto che il Rock ormai è morto da molto tempo (anche se per me può ancora dare qualcosa), finito con il termine dell'era Grunge e sepolto da molti sottogeneri (che provengono proprio da esso) che hanno portato alla nascita del post-rock. Andare avanti è l'unica soluzione e la musica c'è in parte riuscita. Che poi non abbia trovato esponenti (che ne dite di Thom Yorke?) è un'altra storia. 

Ma non sono d'accordo neanche su questo. Solo negli ultimi 15 anni potrei fare una lista infinita di gruppi con un immenso fervore Rock (per fare un solo esempio,  i Liars , portavoce  ideali di questo movimento. Ascoltatevi un po' questa canzone e ditemi se non sentite una certa rabbia), gruppi purtroppo che non sono conosciuti ai più perché privati della visibilità proprio dalle stesse persone che continuano a lamentarsi del concerto dei Rolling Stones invece che parlare delle band sopra citate. E, nonostante tutto, il Rock riuscirà a sopravvivere anche perché è uno stile di vita. Stile di vita che in molti non abbandoneranno mai, e neanche io penso di farlo e per questo rinnovo ancora il mio invito verso chi cerca di fermarlo, di andare a farsi benedire. 

Anche a causa di tutto questo un'altra piccola delusione del concerto è stata il pubblico. Un pubblico poco presente, poco trascinato dalla musica. Insomma un pubblico poco Rock. Sono arrivato al Circo Massimo con l'aspettativa di sentire l'odore del sesso, della droga e dell'alcol, ma l'unico odore che ho sentito è stato quello del sudore della persona che avevo accanto. Forse esagero io, ma mi aspettavo qualcosa di più epico, di più sporco (e purtroppo dubito che ci ricorderemo di questo concerto come quello dell'82, anche a causa del disinteresse generale delle nuove generazioni). Invece mi sono ritrovato davanti ad una massa di ragazzini con il cellulare continuamente in mano,  venuti al concerto solo per vantarsene il giorno dopo con gli amici, accompagnati da genitori dimentichi dei tempi passati e annoiati. Una massa informe di magliette con la lingua comprate all'abominevole cifra di 35 euro intenti a farsi selfie e ad immortalare maniacalmente quello che non riescono a vivere e che ricostruiscono solo attraverso l'immagine distorta dei touch screen, un esercito omogeneo e privo di fantasia. Per non parlare di chi neanche c'era, e magari gli 89 euro preferisce spenderli stando ad un bar qualunque di un paesino qualunque cercando di bere il più possibile per cancellare il vuoto da cui è accerchiato. 

Ma tutto questo non importa ormai, il concerto della vita (perché per me lo è stato) si è concluso e non voglio fare inutili polemiche come le persone che ho criticato. Volevo fare solo un articolo Rock, sui Rolling Stones.

di MI.Di per la rubrica "MUSICA", foto di IT.

Qui il link alla Parte 2 scritta da Maste e IT

venerdì 20 giugno 2014

NEWS: "QUANDO LASCEREMO ATLANTIC CITY?"



Sesso, droga e contrabbando. No, non è la presentazione della prossima stagione di Boardwalk Empire, ma quanto accadrà da settembre al Prodotto Interno Lordo (PIL), il più conosciuto (e dibattuto) indicatore economico del nostro tempo. Al ritorno dalle vacanze estive infatti, le modalità di computo del PIL subiranno una modifica “stupefacente” in quanto contrabbando, prostituzione e droga entreranno a farvi parte.

In macroeconomia il PIL è definito come il valore totale dei beni e servizi prodotti in un paese da parte di operatori economici residenti e non, e destinati al consumo finale, alle esportazioni nette (esportazioni al netto delle importazioni) e agli investimenti pubblici e privati. Fu introdotto dal premio Nobel Simon Kuznets verso la metà degli anni ’30 con lo scopo di contabilizzare l’economia di uno Stato. Col passare del tempo il sistema di conti di Kuznets si è evoluto e raffinato, fino a diventare l’attuale indicatore economico. Molti sono gli aspetti positivi legati a questo indice, su tutti: fotografa l’economia di uno Stato e la rende confrontabile con altre. Tuttavia, molte sono anche le critiche che negli anni ha ricevuto.

Ciò che viene più frequentemente contestato è che il PIL sia spesso associato con la qualità della vita dei paesi, e strumentalizzato per fini politici. Della serie, “il PIL è grande, la vita è bella e tutto va bene”. E questa è una grossolana approssimazione, o una furbizia di politici e combriccola. Cioè, in generale il paradigma funziona – se si considerano Lussemburgo e Liberia, sono convinto che la qualità della vita sarà, come il PIL, ben più alto nel primo paese che nel secondo –, ma non va affidato al PIL un compito che va oltre le sue mansioni. Vi è un famoso discorso tenuto da Bobby Kennedy alla Kansas University qualche mese prima di essere assassinato che contesta, romanticamente, questo indice sulla base del fatto che “misura tutto, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta”. Sulla scia di questo discorso e di altre critiche, sono state proposte varie misure alternative al PIL. Misure che fanno – o quantomeno ci provano – confluire nel calcolo di questo aggregato il benessere delle persone dello stato in considerazione. Vari economisti hanno realizzato indici come l’Indice del Progresso Reale, quello della Felicità Lorda Nazionale o l’Index of Sustainable Economic Welfare.

Polemiche a parte, la realtà è che un indice migliore o più informativo non è ancora stato creato –o come direbbe qualche cospirazionista: “I signori del mondo non hanno interesse a che questo venga abbandonato”. In ogni caso, questo articolo non vuole essere né un attacco al PIL né una disamina delle possibili alternative a questo. Ma solo una riflessione critica sulle nuove modalità di rilevazione. Concludo dunque la divagazione e riprendo da dove avevo iniziato. Da settembre in poi l’economia illegale verrà contabilizzata e verrà considerata come parte della ricchezza nazionale tramite metodi di stima che permetteranno di quantificarla. Il motivo principale che ha spinto le istituzioni europee in questa direzione è quello di eliminare la disomogeneità tra i paesi membri. Infatti, alcune attività sono legali solo in alcuni paesi, e questo altera la confrontabilità dei dati. Per questo Eurostat, l’ente di statistica comunitario, ha introdotto delle nuove regole – si passa dal sistema europeo dei conti nazionali e regionali Sec 95 al Sec 2010 – che richiedono che le stime comprendano, a prescindere dallo status giuridico, tutte quelle attività che producono reddito. In realtà le novità sono anche altre tra cui, a mio avviso, la più importante è la capitalizzazione delle spese in ricerca e sviluppo – che tuttavia in Italia ha un peso minore rispetto a quello delle attività illegali, ma sto ancora divagando …

Gli effetti di questo provvedimento, dipenderanno molto dai metodi di stima scelti. La voce.info ha calcolato l’impatto di questo intervento su due misure importanti che si ricavano dal PIL e su cui si basano alcune politiche europee e non, come ad esempio il fiscal compact – su cui scrivemmo qualcosa qualche tempo fa. A detta del giornale economico: il rapporto debito/Pil subirebbe una riduzione di 1,32 – 2,6: nell’ipotesi massima si raggiungerebbe senza alcuno sforzo economico e politico metà dell’obiettivo richiesto dal fiscal compact.  Il rapporto deficit/Pil, invece, diminuirebbe di 0,03 – 0,05 punti, con una maggiore disponibilità di risorse da spendere tra i 15 ed i 31 miliardi secondo i dati del 2013”. Stiamo dunque parlando di una riforma (contabile) con effetti reali massicci, che ci mette di fronte ad una serie di riflessioni.

È amaro constatare come in Italia, l’abbassamento dei rapporti sopra indicati dipenderebbe in maniera maggiore dalla contabilizzazione dell’economia illegale che dalla capitalizzazione di ricerca e sviluppo nel PIL (e le altre modifiche che non ho menzionato). Nel lungo termine, questo ci porterà a essere dei fattoni ignoranti?

Gli “effetti reali” individuati sopra potrebbero essere ben più grandi se, con un piccolo sforzo mentale, accettassimo l’esistenza di ciò che si continua a negare e alcune attività illegali, come la vendita di droghe leggere o la prostituzione, venissero legalizzate e regolate. Questo genererebbe un gettito fiscale e ridurrebbe le spese legate al contrasto di queste attività. Dunque mi domando, perché continuare con questo proibizionismo, che va tutto a favore dei vari Nucky Thompson e bootleggers vari, quando una sana regolamentazione avrebbe una lunga serie di effetti positivi?
In linea con quanto appena detto, un mio amico ha sinteticamente commentato dicendo: “Non torna però, perché il debito lo puoi ripagare – aldilà delle re-emissioni – solo con entrate legali, non a nero cioè (e.g. le tasse!). Non è allora il caso di iniziare a seguire, ad esempio, il percorso di legalizzazione-regolamentazione timidamente intrapreso da alcuni Stati degli States?”.

In poche parole, quando inizieremo a preferire il progresso al regresso?

di IT per la rubrica "NEWS DAL FUTURO".