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lunedì 14 luglio 2014

CINEMA: "STAND BY ME - Rob Reiner"


Tratto da un racconto di Stephen King (The body) Stand by Me, uscito nel 1986, rappresenta il capostipite o punto di riferimento imprescindibile (molto più del coevo I Goonies di Donner) per tutti quei film che affrontano la tematica del travagliato passaggio dall’infanzia all’adolescenza prevalentemente in forma di romanzo d’avventura (esempio recente è stato Un’estate da giganti dell’attore-regista Bouli Lanners). Quello di Reiner (conosciuto per il divertentissimo Harry ti presento Sally) è senza dubbio un piccolo capolavoro tanto semplice quanto coinvolgente ed emozionante che racconta con sensibilità le avventure, le amicizie, il senso di responsabilità di un gruppo di ragazzi nei quali non possiamo non identificarci, perché le loro avventure sono state le nostre ed i loro amici assomigliano così tanto ai nostri.

1959. Un gruppetto di quattro ragazzini della cittadina di Castle Rock (Oregon) venuti a sapere che il cadavere di un loro coetaneo scomparso giorni prima è stato casualmente ritrovato nel bosco, lungo la ferrovia, dal fratello di uno dei ragazzi, decidono di incamminarsi, zaino in spalle, per coprire i chilometri che li separano da quel corpo senza vita. Per prendersi il merito della scoperta ma soprattutto per trovarsi di fronte a qualcosa che alla loro età gli sembra tanto grande quanto misterioso: la morte.

Gordie Lachance è il protagonista ed il narratore onnisciente (in voice off) della storia, un ragazzo sensibile e molto intelligente destinato a diventare uno scrittore (forse, nel racconto originale, lo stesso King). Chris Chambers (il rimpianto River Phoenix) è il suo inseparabile amico, leader carismatico del gruppo, considerato in paese un poco di buono anche perché fratello minore di Caramello Chambers, membro della banda di teppistelli della zona, capeggiata da Ace. Teddy Duchamp è invece lo scemotto del gruppo il cui padre ex militare è rinchiuso in manicomio. Vern Tessio, infine, è il cicciottello un po’ ingenuo del gruppo. È soprattutto attraverso il rapporto fraterno tra i primi due che Reiner ci fa provare un insostenibile senso di nostalgia verso un’età della vita ormai passata. Gordie e Chris con le loro rispettive debolezze (il difficile rapporto con i genitori dopo la morte del fratello maggiore tanto amato l’uno, la difficoltà di riscattare una ingiusta cattiva reputazione l’altro) riescono a sostenersi e spronarsi verso un percorso di crescita che, sospeso per il breve volgere di un’estate, ben più del cadavere, li attende alla fine dell’avventura.

Alla fine, i nostri quattro eroi, riusciranno a trovare il corpo del giovane ragazzo, ma più della meta, in questo caso, ciò che conta è il viaggio, durante il quale scopriranno qualcosa di molto più importante.

di Diccì per la rubrica "CINEMA"

lunedì 23 giugno 2014

CINEMA: "L'IMMAGINE MANCANTE - Rithy Panh"


“Ci sono molte cose che un uomo non dovrebbe né vedere né conoscere. E se pur le vedesse sarebbe meglio per lui morire. Ma se uno di noi ha visto o conosciuto queste cose, allora deve vivere per raccontarle”

Il 17 aprile 1975 i Khmer Rossi, membri del partito comunista cambogiano, presero il potere e trasformarono la Cambogia nella Kampuchea Democratica, un totalitarismo di matrice comunista-maoista. Nei quattro anni successivi il suo leader, noto col nome di Pol Pot, mise in piedi un regime illiberale che prese le mosse dalla deportazione di più di due milioni di persone dalle città (in particolare dalla capitale, Phnom Penh) alle campagne, privando ciascuno della propria libertà, del nome, costringendoli a lavorare nelle risaie, nei campi, per la costruzione di una società fondata sui principi del collettivismo, dell’egualitarismo (tutto inizia con un ideale di purezza e termina con l’odio). Chiunque si opponeva era sterminato: più di un milione di persone perse la propria vita. Rithy Panh era un bambino a quell’epoca e in quei quattro anni (la dittatura cessò nel 1979) perse il fratello (ucciso negli scontri del 17 aprile) il padre (che si lasciò morire) ed infine, la madre. 

L’immagine mancante è innanzitutto la sua infanzia.

La dittatura di Pol Pot si fondava soprattutto, come ogni altra dittatura, sul controllo delle masse, che avveniva principalmente attraverso l’indottrinamento ed il lavoro forzato. La propaganda assumeva dunque un ruolo fondamentale, gli slogan erano ripetuti fino allo sfinimento, il cinema era monopolio del Partito e strumento di diffusione dell’ideologia dei Khmer Rossi. Le immagini di repertorio allora raffigurano solo ciò che il Partito voleva far conoscere all’esterno. 

L’immagine mancante è la deportazione dei cambogiani.

Il giovane Rithy Panh cerca allora di sopravvivere tra la fame che corrode il corpo e la perdita degli affetti che corrode l’anima. Per resistere, ci dice, è necessario conservare un pensiero, un ricordo. Infatti, è possibile rubare un’immagine, ma non un pensiero. E il suo ricordo non può che essere legato al mondo libero, ai tempi antecedenti al 17 aprile di quell’anno maledetto, alle feste in famiglia, alla musica, ai canti. Era pur sempre un mondo imperfetto, ma felice agli occhi di un bambino. 

L’immagine mancante, dice ancora Panh, siamo noi.

Alla fine del percorso Rithy Panh realizza che l’immagine che cerca, non può trovarla. Semplicemente, è mancante. Non può esistere un’immagine che restituisca il senso dello sterminio di un popolo. Naturalmente non ho trovato l’immagine mancante. Così ho deciso di crearla. La guardo, me ne prendo cura. La tengo tra le mani come si fa con un volto amato. Questa immagine mancante ora io vi affido affinché non smetta mai di cercarci.

di Diccì per la rubrica "CINEMA".

lunedì 16 giugno 2014

CINEMA: "EDGE OF TOMORROW – Doug Liman"



La particolarità della trama di questo ennesimo action fantascientifico mi ha convinto a vincere le iniziali perplessità e a dargli una chance, andandolo a vedere in sala. Perplessità che scaturivano anzitutto dalla presenza di Tom Cruise (assoluto protagonista) che mai sono riuscito a digerire, neanche sotto la direzione del Maestro, Stanley Kubrick; e dalla decisione da parte della produzione di affidare la regia a Doug Liman, di cui avevo apprezzato il primo film della trilogia di Jason Bourne (The Bourne identity) ma i cui film successivi (Jumper, Mr e Mrs Smith, Fair game) erano stati delle vere e proprie delusioni, spesso inguardabili.

Una razza aliena evolutissima ha invaso e conquistato ormai tutta l’Europa quando gli americani decidono di inviare nel continente le loro forze speciali, preparate ed equipaggiate per affrontare un nemico non umano. Bill Cage (Cruise) è un pavido sottufficiale dell’esercito che, accusato di essere un disertore non avendo obbedito agli ordini impostigli da un generale, viene spedito anch’egli in Europa per l’attacco a sorpresa ai Mimics (gli alieni invasori). La sua incapacità ad usare le futuristiche armi messegli a disposizione renderà il suo “sbarco in Normandia” una rapida corsa verso la morte. 

Fin qui niente di particolarmente eccitante. Ma nell’attimo in cui muore, investito dal sangue dell’alieno che è riuscito casualmente ad uccidere, si risveglierà esattamente un giorno prima dello sbarco, cadendo in una sorta di loop temporale che lo porta a rivivere lo stesso giorno ogni volta che viene ucciso. Potendosi avvalere del potere di resettare la giornata semplicemente morendo, Bill, assieme all’aiuto di una soldatessa che ha passato la medesima esperienza, diventerà l’unica concreta possibilità di salvare il mondo dalla definitiva invasione aliena.

Nella capacità, e nel coraggio, con cui il regista gestisce e porta avanti una trama sicuramente ricca di potenziale (non del tutto espresso, per la verità) risiede il punto di forza del film. Coraggio che paga nel momento in cui lo svolgimento del racconto, con i suoi continui reset, riesce a dribblare il rischio di ripetitività o deja vù, regalandoci buoni momenti di tensione.

Peccato che questo stesso coraggio sia venuto a mancare nella parte finale del film che rifugge una conclusione certamente più rischiosa ma sicuramente più interessante per affidarsi ad una strizzatina d’occhio in perfetto stile Emmerich.

di Diccì per la rubrica "CINEMA".

lunedì 9 giugno 2014

CINEMA: "BLUE RUIN - Jeremy Saulnier"




L’arrivo di giugno e della stagione estiva rappresenta, cinematograficamente parlando, l’inizio di una fase di magra o di aridità o di vera e propria sterilità. Le sale (quelle ancora aperte) propongono i soliti quattro/cinque film che non andrei a vedere neanche mi pagassero il biglietto. Di conseguenza, chi (come me) vuole continuare a vedere buoni film anche quando le temperature superano i trenta gradi ha di fronte a se due sole alternative: riguardarsi un bel classico in dvd (un Kubrick o uno Scorsese d’annata, tanto per dirne due) oppure andare di streaming. Questa settimana ho optato per la seconda e fortunatamente, quasi inaspettatamente, mi sono imbattuto in un revenge movie di pregiata fattura di un regista che mi era sconosciuto e che credo sia al suo primo film.

Quando apprende la notizia che l’uomo che ha ucciso suo padre sta per uscire di prigione, Dwight capisce che è arrivato il momento di farsi giustizia da solo per riuscire a riscattare un’esistenza condizionata da quel drammatico evento, appartenente al passato ma ancora fortemente presente nella sua vita, che da quel giorno non è stata più la stessa. Dovrà tuttavia fare i conti con i parenti dell’uomo da un lato e con la necessità di proteggere la sorella dall’altro. Veniamo così catapultati in una tragica spirale di vendette familiari (che per un verso riporta alla mente l’esordio di Jeff Nichols, quel gran film che è Shotgun stories), di improvvise esplosioni di violenza sapientemente amalgamate in un ritmo mai ossessivo ma sempre incalzante.

Dwight non è un eroe né  tantomeno uno spietato giustiziere assetato di vendetta, forse non è neanche un uomo qualunque, piuttosto è un mezzo inetto che fa quello che fa perché crede di doverlo fare. Potrebbe quasi essere un personaggio uscito da uno dei film dei Coen, un piccolo uomo alle prese con imprese troppo grandi. E chi conosce i Coen sa che l’inettitudine, che misura la distanza tra desiderio e possibilità di raggiungerlo, fa affogare tutto in un mare di sangue.

Blue ruin non è un classico revenge movie come potrebbe essere Vendicami di Johnnie To, ma un film più intimistico, più personale; Saulnier dimostra di avere maggiormente a cuore una riflessione psicologica, fors’anche sociologica, del sentimento di vendetta. Presentato a Cannes lo scorso anno, dove ha avuto un’ottima accoglienza, Blue ruin è andato ad aumentare il già numeroso elenco di bei film completamente dimenticati dalla distribuzione italiana. E chi, a prescindere dalle temperature, desiderasse vederli è costretto a ripiegare sullo streaming o sul download. In alternativa, è possibile entrare in una delle oltre settecento sale italiane in cui, in queste settimane, proiettano Maleficent, o nelle oltre cinquecento che offrono Edge of Tomorrow (detto col massimo rispetto, s’intende).

di Diccì per la rubrica "CINEMA".

lunedì 2 giugno 2014

CINEMA: "NO – I GIORNI DELL’ARCOBALENO - Pablo Larraìn"



Dopo Tony Manero (2008) e Post mortem (2010) Pablo Larraìn porta a termine con No – i giorni dell’arcobaleno (2012) la sua personale trilogia sulla quindicennale dittatura di Augusto Pinochet Ugarte, che ha reso il Cile, dal 1973 al 1988, un bieco regime repressivo. E lo ha fatto con una lucidità invidiabile per un giovane regista ai suoi primissimi film.

Con Tony Manero, attraverso le vicissitudini del protagonista (interpretato da Alfredo Castro, presente in tutti e tre i film), ossessionato dal personaggio interpretato da John Travolta ne La febbre del sabato sera (appunto Tony Manero), Larraìn mise in scena l’insostenibile clima di oppressione che ha caratterizzato il Cile totalitario e illiberale di Pinochet.

In Posto Mortem invece, che cronologicamente è arrivato dopo ma storicamente precede il primo film, il regista mostrò con incredibile efficacia e con immagini di rara potenza simbolica (bellissimo il finale) la presa del potere di Pinochet attraverso il colpo di Stato e l’assassinio del Presidente Salvador Allende, vicende che non vengono mai mostrate ma restano sempre fuori campo per far posto a quei cadaveri (che ne sono l’eredità immediata) ammassati uno sopra l’altro tra l’indifferenza e l’omertà del popolo cileno, testimone silente del golpe.

In quest’ottica, No diviene la naturale chiusura del cerchio raccontando della campagna pubblicitaria che ha sostenuto appunto il No al referendum concesso da Pinochet nel 1988, sotto forti pressioni, dove si doveva decidere circa le sorti del regime cileno. Forte del controllo dei mezzi di comunicazione e dell’apparato di polizia politica, Pinochet riteneva scontato l’esito del referendum: un Si al suo regime ed una “credibile” investitura popolare da far valere a livello internazionale. Non aveva però fatto i conti con René Saavedra (Gael Garcìa Bernal), giovane pubblicitario a cui venne affidato il compito dai membri dell’opposizione di gestire la campagna pubblicitaria in favore del No. René opterà per una campagna all’insegna della gioia, del sorriso, dell’ottimismo, consapevole com’è delle leggi della grande comunicazione e della pubblicità, scontrandosi con gran parte dei militanti che volevano invece denunciare i crimini compiuti da Pinochet durante il quindicennio.

L’esito della Storia lo conosciamo. Larraìn si preoccupa di salutare la fine di una delle più atroci dittature sudamericane e il conseguente ingresso del Cile nel mondo libero occidentale. Quanto poi le democrazie occidentali siano effettivamente libere è un altro discorso, Larraìn si limita a suggerirci come le leggi del capitalismo e del consumismo rappresentino una forza costante e contraria alla più profonda libertà dell’uomo.

di Diccì per la rubrica "CINEMA".

lunedì 19 maggio 2014

CINEMA: "TOM A' LA FERME - Xavier Dolan"




L’anno scorso alla settantesima Mostra del Cinema di Venezia, tra i tanti bei film in concorso, c’era anche questo Tom à la ferme del giovanissimo regista canadese, film che non ha ancora avuto una distribuzione nazionale ma che ho potuto apprezzare al FlorenceQueerFestival dello scorso novembre. Xavier Dolan ha appena venticinque anni ma conta già al suo attivo quattro lungometraggi (il quinto è in arrivo) dei quali è regista, sceneggiatore ed attore protagonista.  A soli diciannove anni esordisce alla regia con J’ai tué ma mère, presentato a Cannes 2009, film che faceva già presagire un grande talento (per poterlo vedere ho dovuto mettere a dura prova il mio scolastico francese). Se quello era un buon film, questo è senza dubbio un grandissimo film.

Tom à la ferme parla innanzitutto di omosessualità, come tutti i film di Dolan, del resto. In realtà è quanto di più distante possa esserci da un film a tema o da un film politico. L’omosessualità è solamente uno dei tanti elementi di un racconto che sfugge ad ogni catalogazione di genere, ma che anzi, questi generi, li fonde per dar corpo ad una sorta di ibrido. Spiazzante per come passa dal thriller al noir senza apparente soluzione di continuità, regalandoci scene di grande intensità e commozione. Troppo ambiguo? Troppo torbido? Signori, è la realtà.

Il giovane Tom sta recandosi dalla città alla campagna per assistere al funerale di Guillaume, il suo grande amore scomparso. Arrivato alla fattoria della famiglia di Guillaume (che lui non ha mai conosciuto) si rende presto conto che lì nessuno lo stava aspettando, ignari come sono dell’identità omosessuale del figlio. Anzi, la madre attendeva speranzosa l’arrivo della ragazza di cui suo figlio le aveva parlato. Combattuto tra il desiderio di rivelare la vera natura di Guillaume e del loro rapporto e la necessità di non sconvolgere ulteriormente la madre già distrutta dalla morte del figlio, Tom si scontrerà, indirettamente, con l’omertà e l’ipocrisia di un’intera comunità e, direttamente, con il fratello maggiore di Guillaume che, avendo intuito la vera identità dell’ospite, cercherà in ogni modo di impedirgli di svelare il segreto, di pronunciare quelle parole che sono poi l’unica cosa che ancora lega Tom al suo grande amore perduto. Un legame che, forse inconsciamente forse no, andrà a ricercare nel fratello.

Dolan mette in scena l’incomprensibile ed imprevedibile tumulto delle emozioni, la forza irrazionale della passione, l’amore che va al di la di ogni cosa; e lo fa con tale onestà e tale sentimento che non può che coinvolgerci tutti.

di Diccì per la rubrica "CINEMA".


lunedì 5 maggio 2014

CINEMA: "OCULUS - Mike Flanagan"


Non ho mai considerato l’horror un genere di serie B. Anzi, ad essere sincero ne sono sempre stato appassionato. Certo, c’è horror e horror. Quelle saghe infinite (tipo Halloween o Saw, giusto per citarne due) che sono nient’altro che una coazione a ripetere di format di successo le ho sempre ritenute poco più che sottoprodotti utili giusto per fare incassi al botteghino; con alcune eccezioni ovviamente (il primo Halloween ad esempio). Ma al di là di queste declinazioni in salsa splatter o torture, è sempre esistito nella storia del cinema un horror maturo e di qualità che ha in Shining, Rosemary’s baby, L’esorcista e, perché no, Profondo rosso i suoi capolavori inarrivabili. Senza tuttavia dover tornare troppo indietro, anche il recente passato ci ha lasciato in eredità grandi film del genere (due per tutti, The others e Lasciami entrare) ed horror di buona fattura (The orphanage, Dark skies). È in questo secondo filone che si inserisce Oculus, opera seconda del regista Mike Flanagan, opera matura e non convenzionale. Matura per almeno due ordini di ragioni. Innanzitutto per l’accurata caratterizzazione dei personaggi (ed in particolare dei due protagonisti) inusuale in un genere che pesca di solito a piene mani nella collezione di macchiette o stereotipi. Maturo anche per la sapienza che dimostra nel saper fondere, a mano a mano che la storia procede, le due diverse linee temporali di cui la vicenda si compone.

Forzatamente separati, dieci anni prima, in seguito ad una serie di tragici eventi che hanno portato alla morte dei loro genitori, Kaylie (la sorella maggiore) e Timbo (il fratello minore) si ritrovano dopo anni difficili e percorsi differenti. Lei è stata affidata ad un’altra famiglia fino al raggiungimento della maggiore età e lui è stato rinchiuso in un ospedale psichiatrico poiché ritenuto colpevole della morte dei genitori. Kaylie tuttavia è convinta che non sia il fratello il responsabile di quegli omicidi ma una oscura presenza che abita da secoli lo specchio che il padre aveva acquistato e allocato nel suo ufficio di casa. Specchio che sembra abbia provocato, nel corso degli anni, la morte dei suoi proprietari, succedutisi nel tempo. Per questa ragione coinvolge il fratello, i cui ricordi dell’accaduto sono probabilmente inquinati da anni di terapie, nel raffinatissimo piano che ha escogitato per distruggere definitivamente quello specchio e con lui il demone che lo abita.

Inizialmente ignari di ciò che è avvenuto dieci anni prima, arriviamo a conoscere lentamente, attraverso quei flashback che come dicevo si fondono col presente, gli sconvolgenti ed inspiegabili eventi che hanno cambiato per sempre le vite dei due giovani. Riscopriamo così l’eterno dilemma tra sogno e realtà, l’incertezza tra l’esatta comprensione dell’esistente e la distorta percezione degli eventi, fino ad un finale che insinua nelle nostre menti il dubbio di un eterno ritorno delle cose.

di Diccì per la rubrica "CINEMA".

lunedì 14 aprile 2014

CINEMA: "FATHER AND SON - Hirokazu Kore-eda"





La storia che Kore-eda racconta in questo film presentato a Cannes 2013 (dove ha vinto il Premio della Giuria presieduta da Steven Spielberg) non spicca certo per originalità, essendo tante le pellicole che hanno affrontato il tema, sempre delicato, dello scambio di neonati alla nascita. Uno degli ultimi fu, un paio d’anni fa, Il figlio dell’altra, dove per la verità l’accento era posato su questioni principalmente politiche essendo i ragazzi scambiati uno israeliano e l’altro palestinese. Tuttavia Father and son si smarca dai suoi predecessori e, sin dal titolo (Like father, like son, il titolo internazionale), testimonia l’intento di svolgere una riflessione diversa spostando l’ago della bilancia verso il rapporto tra un padre ed il proprio figlio.

Ryota Nonomiya è un architetto di successo molto stimato dal titolare dell'azienda per cui lavora, guida una Lexus di lusso, vive in un bellissimo appartamento insieme alla moglie Midori ed al loro figlio di sei anni Keita, che il padre cresce cercando di forgiargli un carattere ambizioso, scontrandosi però con la naturale indifferenza di un bambino che, perdendo una competizione al piano (al quale viene istruito, così come nello studio delle lingue straniere), riconosce la bravura della ragazzina che lo ha battuto. Il quieto trascorrere della quotidianità viene tuttavia interrotto da una chiamata dall’ospedale (quello in cui Keita è nato) che informa i coniugi Nonomiya che loro figlio è stato scambiato alla nascita con quello di un’altra famiglia e adesso, a distanza di sei anni propongono di far conoscere le due famiglie suggerendo la possibilità di procedere allo scambio. Le due famiglie opteranno per cominciare con dei fine settimana, per concedere a loro ma soprattutto ai bambini il tempo per familiarizzare con la nuova situazione; che comunque decideranno inizialmente di non rivelare loro.

Il regista giapponese ci pone (per mezzo dei suoi protagonisti) di fronte ad un interrogativo a cui è forse impossibile dare risposta: chi è un figlio? Quello che ha il tuo stesso sangue o quello che per sei anni è stato cresciuto come tale? L’incontro con l’altra famiglia (definita forse troppo in opposizione all’altra, tale da sfiorare un po’ lo stereotipo nell’incontro-scontro di classe) e con il figlio di sangue costringerà i Nonomiya a prendere una decisione difficilissima. Il padre, in particolare, con evidente arroganza borghese, arriverà anche a proporre all’altra famiglia di tenere con sé entrambi i figli (per intenderci, pagando il secondo).

Il padre, dicevamo. È attraverso le sue scelte che la storia procede, in una direzione e nell’altra. I dubbi si sostituiranno alle certezze nel momento in cui dovrà capire cosa significhi realmente essere padre. Fino all’attimo in cui, quando sembra aver già preso la sua decisione, si ritroverà immortalato, dormiente e ignaro, in alcune foto scattate dal figlio: scoprirà così con le lacrime l’autentico legame fortificato in sei anni di affetto e amore. E nel momento più bello del film il padre, al termine della siepe che separava il loro incedere, otterrà il perdono del figlio - solo per un attimo perso - e potrà finalmente riabbracciarlo.

di Diccì per la rubrica "CINEMA".

lunedì 31 marzo 2014

CINEMA: "IL SUPERSTITE (FOR THOSE IN PERIL) - Paul Wright"





Qualche giorno fa mi sono imbattuto, del tutto casualmente, nell’esordio cinematografico (come lungometraggio, avendo già alle spalle alcuni cortometraggi) di un giovane regista scozzese, Paul Wright. Il film è For those in peril (uscito in Italia in poche sale all’inizio del marzo scorso con il superficiale titolo Il superstite).


Nonostante non sia un capolavoro e presenti alcuni difetti di messa in scena e un cast in generale non eccelso (escluso il protagonista, bravo nel rendere naturale la complessità del personaggio), il film mi ha decisamente impressionato, lasciandomi, alla fine, come interdetto a riflettere su quello che avevo appena veduto.

E' ambientato lungo le coste della Scozia (luogo dove è cresciuto il regista), in un paesino di pescatori. Aaron; il giovane superstite del film, è l’unico sopravvissuto di sei ragazzi (tra i quali anche suo fratello maggiore) usciti in mare aperto con un peschereccio e mai più ritornati. Il ragazzo, che vive solo con la madre, non ricorda niente di quanto successo e sarà costretto ad affrontare, oltre al dolore per la perdita dell’amato fratello, il sospetto e le malelingue degli abitanti del paese che lo ritengono, neanche troppo velatamente, responsabile della tragedia.

Impossibile catalogare il film secondo qualche genere, tanto complessa e sfaccettata è l’ora e mezza che lo compone. Il superstite parte, infatti, come racconto intimistico di elaborazione del lutto, si trasforma quasi impercettibilmente in uno psicodramma per concludersi quindi in qualcosa di molto simile all’horror. La grande bravura del giovane regista e sceneggiatore sta proprio nell’essere riuscito a gestire il passaggio da un registro all’altro, fondendoli e confondendoli tra loro fino a renderli qualcosa di assolutamente unico e coerente avvalendosi della voce off e del flusso di coscienza del protagonista (in stile malickiano, anche per quanto riguarda i difetti; i toni ad esempio, a volte troppo enfatici). Attraverso le reminiscenze di Aaron, e ai suoi comportamenti sempre meno giustificati dalla sofferenza per la perdita del fratello e sempre più inquietanti, veniamo a scoprire la natura deviata della sua psiche, in una folle corsa verso l’enigmatico e drammatico finale.

Infine, una menzione va fatta, obbligatoriamente, ad un aspetto centralissimo dell’intera vicenda, ovvero le credenze popolari molto forti nei villaggi costieri scozzesi. Superstizioni, leggende, che la madre raccontava al piccolo Aaron e a suo fratello, in particolare quella che narra dell’esistenza di un enorme mostro marino, proprio quello a cui Aaron attribuisce la colpa della sparizione del fratello in mare. Superstizioni che ritornano nei tormentati monologhi interiori del ragazzo e che ritorneranno nel già citato enigmatico finale. Enigmatico e indimenticabile.

di Diccì per la rubrica "CINEMA".

lunedì 17 marzo 2014

MUSICA: "ONLY LOVERS LEFT ALIVE - Jim Jarmusch"





Le leggi, non scritte, della grande distribuzione sono note a tutti; tuttavia continuo a domandarmi come mai certi film (uno su tutti: Mud di Jeff Nichols) non riescono a trovare il minimo spazio nel circuito distributivo italiano. Tra questi film rientra anche l’ultimo lavoro del regista americano Jim Jarmush, presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes, tra l’altro una delle migliori edizioni degli ultimi anni.


I protagonisti di Only lovers left alive sono quelle creature fantastiche che tanta fortuna hanno avuto nel recente passato sul piccolo e grande schermo: i vampiri. Ma se in Twilight erano semplicemente i protagonisti di una storia d’amore giovanilistica in salsa melò e in True Blood erano (non semplicemente) la reificazione del “diverso” in una società xenofoba come quella in cui viviamo, nel film di Jarmush assumono connotati del tutto differenti trovandosi al centro di una riflessione esistenziale velata di una romantica malinconia di fondo.

Esemplari i primi venti minuti, che ci presentano i due protagonisti, Adam ed Eve, gli amanti del titolo, ai due lati del mondo, alle prese con il bisogno primario di ogni essere “vivente”: nutrirsi. Necessità alla quale assolvono non più succhiando sangue dagli esseri umani (o, come li chiamano loro, zombie), ritenuto infetto, ma bevendo sangue pulito in provetta che ottengono da medici dietro oneroso compenso. Sono ultracentenari, sposati la prima volta nel 1864, ed hanno conosciuto (o sono stati loro stessi?) alcuni tra i più grandi artisti del passato quali Shakespeare, Schubert, Byron.

Adam si trova a Detroit, nel suo palazzo lugubre ed imboscato, insieme con gli strumenti del mestiere (musicista) che ha svolto nel corso dei secoli passati sulla Terra, e con una sempre più insistente depressione che lo spinge a cullare la possibilità di farla finita. “Mi sento come sabbia sul fondo di una clessidra” dice alla compagna. Eve è a Tangeri insieme al comune amico, anch’egli vampiro, Kit (Christopher Marlowe in persona, lo scrittore maledetto che ha ispirato William Shakespeare) ma deciderà presto di coprire le migliaia di chilometri che li separano volando dal suo amore in difficoltà. Rileggendo in aereo, lei grande divoratrice di libri, le parole di Sir William sull’eternità e l’immutabilità dell’amore. Adam ed Eve, due anime gemelle che hanno attraversato centinaia di anni, adattandosi a secoli di cambiamenti, e che adesso stanno nel tempo con la quieta rassegnazione di chi ne ha viste tante, forse troppe. Esauriti, faticano a capovolgere ancora una volta la clessidra. Diventano così l’emblema di un disagio esistenziale che è malattia del nostro millennio decadente.

C’è un che di malinconico nella vita, esclusivamente notturna, di un vampiro. C’è anche qualcosa di profondamente romantico in due anime sole che si muovono all’interno di una cornice che è il mondo a loro estraneo. Così diverso dal mondo che hanno conosciuto loro e che preziosamente conservano in parole, musiche ed immagini. 

di Diccì per la rubrica "CINEMA".

lunedì 18 novembre 2013

A SERIOUS MAN - Joel ed Ethan Coen


Joel ed Ethan Coen, sin dai loro primi film degli anni ottanta (Blood Simple, Arizona Junior, Crocevia della morte), hanno rappresentato, nel vasto panorama della cinematografia statunitense fortemente mainstream, uno straordinario esempio di cinema indipendente ed autoriale che non ha comunque impedito ai due registi (soprattutto negli ultimi anni) di ricevere consensi unanimi da parte di critica e pubblico. I fratelli del Minnesota non mancano di connotare i loro film con la personale e tragica visione del mondo che essi hanno, ai confini con un nichilismo che richiama alla mente Bresson (penso soprattutto a opere come Il diavolo probabilmente o L’argent).
Quello coeniano è un universo popolato da uomini insignificanti, senza qualità, mediocri o addirittura idioti. Sono mossi nel loro agire da fini egoistici (il denaro, il successo, il potere), fini che non potranno comunque raggiungere se non pagando un prezzo altissimo. Questo è vero sia quando sono essi stessi causa degli eventi tragici che gli accadono (Fargo, Non è un paese per vecchi, Burn After Reading) sia quando assistono impotenti al disgregarsi del microcosmo che li circonda. Ed è qui che entra in gioco Larry Gopnik, protagonista di A Serious Man. Larry, personaggio coeniano per eccellenza, professore di fisica all’università (dove è in corsa per un posto di ruolo), sposato con due figli, vede tutte le certezze su cui fondava la sua tranquilla e modesta esistenza crollare una dopo l’altra. La moglie vuole il divorzio per potersi risposare con un amico di famiglia e gli chiede di andarsene di casa, la figlia gli ruba del denaro per pagarsi un intervento di chirurgia estetica, il figlio fuma spinelli. E, come se non bastasse, attende l’esito degli esami prescrittigli dal medico che potrebbero diagnosticargli un male. Incapace di districarsi tra tutti questi problemi decide di chiedere aiuto a tre diversi rabbini (è ebreo, fatto per la verità non secondario visto che siamo in un film dei Coen). Ma coloro che dovrebbero avere tutte le risposte in realtà non gli offrono alcun aiuto. Qui i Coen inseriscono un altro elemento imprescindibile della loro filmografia: l’umorismo caustico, tipicamente ebraico, un po’ alleniano. Si sorride spesso durante la visione del film ma a denti ben stretti. Del resto, c’è ben poco da ridere; assistiamo alle continue sventure che accadono al protagonista senza averle in alcun modo meritate, provando una sorta di compassione per un uomo sopraffatto dalla vita (ho trovato molte similitudini tra questo film e quello, bellissimo, di Todd Solondz Life During Wartime). Nel finale (vagamente biblico) l’arrivo del tornado ci ricorda l’unica verità indiscutibile: Larry Gopnik siamo tutti noi. Poveri cristi, che combattono in terra una guerra già persa.

Diccì