martedì 24 giugno 2014

LETTERATURA: "CINA: DIARIO DI UN VIAGGIATORE SENTIMENTALE - Parte 3"

(Link alla parte 2)

Giorno 6:

La sveglia suona. Abbiamo dormito un bel po', ne avevamo bisogno.
Prendiamo la metro per l'aeroporto fino alla fermata da cui parte il Maglev. Il Maglev è un treno ad alta velocità, il treno più veloce al mondo. I dati dicono che può raggiungere un massimo di 505 km/h. 3 2 1...via. Schizziamo in poco tempo sui 430 km/h, la velocità rimane costante fino all'arrivo. 20 km in circa sette minuti. E' un treno a levitazione, un'astronave da terra, una grande invenzione che ci permette di guadagnare tempo.


Arrivati all'aeroporto sbrighiamo le pratiche check-in e quelle successive: antiterrorismo, anti oggetti contundenti, anti liquidi: acqua, dentifricio, crema per la pelle, tutte sostanze estremamente...pericolose.
Prendiamo l'aereo che ci porterà nel Sichuan, a Chengdu, il capoluogo di una delle regioni più belle della Cina.
La Sichuan Airlines – la nostra compagnia aerea – è simile alla Ryanair: pochi posti, pochi spazi e tragitti brevi. Il nostro volo durerà circa tre ore; percorreremo tremila chilometri accompagnati da splendide hostess dai sorrisi ammiccanti all'interno di vestitini tipici cinesi. Più le guardo e più mi sembrano delle bambole di pezza, delle matriosche sempre sul punto di rompersi.
F ha un po' paura delle turbolenze, lo tranquillizzo dicendogli che con me non gli succederà niente, sostenendo che l'aereo è il mezzo di trasporto più sicuro a mondo. Mi risponde che se il nostro volo dovesse precipitare mi tirerà un bel pugno sul naso.
Dopo circa due ore dalla partenza inizia una piccola turbolenza; F mi guarda come a dire: “Ehi, sai che presto potrebbe arrivarti un bel dritto in faccia, vero?”.
Lo guardo con tutta la calma del mondo, e dietro di lui scorgo un passeggero che sta pregando mentre guarda fuori dal finestrino; forse sono stato un po' leggero con l'ottimismo. Passano diversi minuti di tensione generale, ma poi procede tutto per il verso giusto.
Arrivati a Chengdu veniamo assaliti da finti tassisti o da persone che vogliono chiamarci un taxi per ottenere una ricompensa. Usiamo una delle poche parole cinesi che abbiamo imparato e regaliamo una sfilza ininterrotta di no.
Prendiamo un bus affollatissimo per avvicinarci al centro. Non sappiamo dove sia di preciso il nostro ostello, quindi; ci affidiamo un po' al caso e all'intuito. Dentro ci sono bagagli ad ostruire il passaggio; sembra di attraversare un campo minato. Ci sediamo e partiamo nel caldo di Chengdu.
Ad un tratto una donna di indubbia bellezza si siede accanto a me, mi guarda e inizia a parlare inglese. Mi chiede di dove siamo e dove alloggiamo. Le rispondo mostrandole il foglio di prenotazione. Annuisce e mi chiede se vogliamo soggiornare in un posto più carino. Le rispondo di no, che ci va bene il nostro: è economico e posizionato bene.
Chiama l'ostello e inizia a parlare in cinese. F mi guarda, è sospettoso, dopo quello che ci è successo nel centro massaggi diffidiamo di estranei estremamente gentili e accondiscendenti.
La donna continua a parlare.
Fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio” dico ad F.
No, no, non fidarsi è meglio, punto e basta” risponde.
Ormai ha perso la fiducia nel prossimo, ha viaggiato molto e per esperienza diretta ha imparato che il viaggiatore è una preda facile, un essere vulnerabile.
La donna riattacca e mi dice che se scendiamo con lei ci accompagnerà in taxi.
Vedi, forse è solo gentile” dico ad F.
Forse è una puttana” risponde.
Cerco di non pensare al peggio e scendo al segnale della donna. Un taxi si ferma all'istante al primo segno con la mano effettuato dalla sconosciuta. Troppo strano, potrebbe essere un complotto.
Saliamo sul taxi, la donna comunica al tassista l'indirizzo; i due ridono e continuano a parlare.
Guardando F capisco che anche lui è preoccupato, potrebbero portarci in qualsiasi posto e non capiremmo mai dove.
Dopo aver ascoltato la litania pessimista di F, inizio anch'io a non fidarmi più così tanto del prossimo, la mia fiducia inizia a sgretolarsi poco a poco.
Dopo un po' la donna ci dice che siamo arrivati, apre la borsetta e tira fuori i soldi per la corsa; F la anticipa dando i soldi al tassista dicendo alla donna che vogliamo pagare noi. Quella di F è una mossa rapida e precisa; lo conosco bene, non vuole essere in debito con nessuno. Quell'asso nella manica calato da F in maniera frettolosa mi fa andare in paranoia.
I bagagli. Scendi a prenderli, non vorrei che partisse appena scendiamo” gli dico un po' agitato.
Prendiamo i bagagli, la donna ci accompagna fin dentro l'ostello, guardo l'insegna, è quello giusto. Ci scambiamo una rapida occhiata sollevati.
Dopo aver effettuato il check-in, la sconosciuta ci da il suo numero di cellulare, ci dice di chiamarla per qualsiasi cosa. Si chiama Coco e la osserviamo scomparire nell'umido pomeriggio di Chengdu.
Forse è una puttana di classe” dico ad F mentre saliamo le scale.
Può essere” risponde.
Posiamo i bagagli e decidiamo di visitare un tempio che ci consiglia la ragazza alla reception. Dice che è il suo preferito.
Arriviamo al tempio di Wenshu.



Una massa di turisti uniforme si aggira per le strade della struttura. Entriamo in una zona piena di bancarelle che vendono cibo locale, prendiamo un frullato e ci mettiamo a sedere sopra un muricciolo. Rolliamo una sigaretta e, come sempre, la gente si ferma ad osservare; sbalorditi ridono e si scambiano codici cifrati nelle orecchie, increduli davanti ad una cosa che in quasi tutto il resto del mondo è normale e scontata. Ma qui no, la Cina è una realtà a parte.
Fai qualche numero con le palline” dico ad F.
F ha vissuto in Spagna per un po' di tempo e conosce qualche mossa da giocoliere.
Ok, voglio proprio vedere che faccia faranno”.
F inizia a far roteare in aria tre palline e la gente, incuriosita da questo fenomeno inusuale, si ferma, fotografa mentre qualcuno, addirittura, si mette a fare dei video.
Dopo circa dieci minuti, F si stanca, rimette le palline a posto pensando sicuramente a quello che sto pensando io: “Quanti soldi potrebbe fare un giocoliere in Cina?”.
Dopo aver visitato quasi tutto il complesso del tempio, iniziano a farsi sentire i crampi della fame. Mangiamo qualcosa da ogni bancarella che ci ispira fiducia. Mangiamo granchi e gamberi fritti. Sono buonissimi. Quando iniziamo a mangiare una carne di dubbia provenienza contenuta all'interno di una foglia, alcune persone ci fermano, ci guardano e bisbigliano qualcosa. Chissà cosa stiamo mangiando...
Non curanti di aver mangiato chissà che tipo di carne, prendiamo un ramen e torniamo all'ostello.
Dopo una breve rinfrescata andiamo nella hall per sbrigare due cose al computer.
Non vorrei dover rendere conto ad un apparecchio elettronico, ma ho un blog che ha quasi un anno di vita: si chiama il cARTEllo e tratta diversi campi di interesse, soprattutto ambiti culturali. E' un po' come un figlio a cui dai vita e che poi aiuti a crescere lentamente.
Durante la mia assenza ho delegato la gestione ad uno dei collaboratori che mi tiene costantemente informato. E' uno tosto, mi fido di lui.
Sta andando benissimo e quindi, anche se a migliaia di chilometri di distanza e a sei ore di fuso orario, non posso smettere di tenere gli occhi incollati sullo schermo, anche solo un'ora o un minuto al giorno. E' quanto mi basta per essere felice.
Mentre spulcio un po' le statistiche del blog, F inizia a parlare con un ragazzo.
E' italiano, padovano doc, viaggia da solo e attira la nostra attenzione.
Dopo poco viene fuori che è un ex bancario; ha tentato la carta della libertà licenziandosi e mollando tutto.
Ci dice che è in viaggio da cinque settimane e che con i soldi della liquidazione vuole riuscire nell'impresa di stare in giro per il mondo per mille giorni. Penso che posso farcela, ha la motivazione giusta; basta e avanza.
Ha un blog, si chiama Triptherapy e testimonia tutte le sue peripezie immortalate in video un po' troppo spettacolarizzati.
Fino ad ora ha fatto la Transiberiana, è stato in Mongolia, ha una Gopro e tanti chilometri sotto le suole delle scarpe.
Ci dà qualche dritta riguardo le mete che abbiamo intenzione di percorrere nei giorni seguenti.
Se volete vedere i panda svegliatevi presto” dice.
Quantifica il presto” gli chiedo.
Alle sette massimo”.
Cazzo!” esclamiamo all'unisono”.
Ragazzi, dalle dieci iniziano ad arrivare orde di turisti cinesi. Sono quanto di più fastidioso ho trovato sulla mia strada. Quindi fate un po' voi...io vi ho avvertiti”.
Ok, terremo conto delle tue parole” rispondo.
Lo salutiamo augurandogli di completare la sua impresa dei mille giorni.
Chiediamo alla ragazza alla reception dove poter orientare la nostra bussola per trovare un po' di divertimento. Ci indica il quartiere più movimentato di Chengdu sulla cartina. La ringraziamo ed andiamo a prendere un taxi.
Arrivati in una strada che costeggia il fiume, scendiamo e commentiamo la zona elogiandone la bellezza. Ma più che ci addentriamo, capiamo che la serata sarà di una noia mortale.
La zona non è molto movimentata, una serie di locali copia e incolla si presenta davanti a noi.
Entriamo nel primo locale. Ordiniamo un drink. Niente di interessante.
Entriamo nel secondo. Prendiamo un drink. Niente di interessante.
Fuori, ragazzini isterici, perlopiù sbronzi si ammassano per la strada urlando, sorretti da amici sobri e da qualche bicchiere d'alcool. Giro la testa a sinistra e vedo due ragazze correre da un tavolino verso di noi. E' il momento della celebrità, o meglio dell'occidentalità.
Ci chiedono di fare una foto – ovviamente a gesti –,rispondiamo di sì. Una delle due ragazze prova la mossa iniziando a parlare in cinese. F non si sforza nemmeno di parlare inglese.
Amica possiamo stare qui per ore. Only ni hao (ciao), ni hao ma? (come va?), shie shie (grazie)”. Scoppio in una grossa risata. I limiti di incomunicabilità iniziano ad essere duri nel Sichuan. Con alcuni è impossibile comunicare anche a gesti, fanno troppo affidamento sulla propria lingua, pretendono che tu sappia la lingua più complessa al mondo.
Dopo minuti di incomprensione ci congediamo con un saluto.
Sono le due, entriamo in un pub. Ordiniamo un drink e ci sediamo ad un tavolo.
Molti ragazzi ci guardano, due più temerari si avvicinano e tentano di attaccare bottone.
Sanno tre parole d'inglese e la conversazione diventa paradossale.
Osserviamo le loro bocche a pesce che emettono suoni che non capiamo, le osservo e mi sembra che boccheggino, è come parlare con un muto, ma la differenza è che con i muti a gesti mi intendo alla grande.
Dopo poco tempo andiamo via.
Torniamo all'ostello verso le tre e ci fiondiamo a letto di botto. I panda ci aspettano.

di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA".

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