26/05/2014
MAPS TO THE STARS - David Cronenberg
Il nuovo film del canadese Cronenberg ruota attorno alla famiglia Weiss, una famiglia atipica, ma perfetta per l'attenta analisi che ci propone il regista. Il campo d'indagine è il mondo dello spettacolo, degli eccessi, dei soldi a palate e quindi il lato oscuro degli studios hollywoodiani.
Il giovane Benjie Weiss è il classico enfant prodige che si muove alla perfezione dietro ad una macchina da presa ma che fatica a muoversi nella vita di tutti i giorni, complici le forti pressioni psicologiche, complice l'insano atteggiamento dei genitori – sopratutto la madre - che tutelano la loro gemma come veri e propri imprenditori.
Il padre (un perfetto John Cusack) è un essere squallido, un terapista televisivo che si ciba dei problemi della gente – famosa – illudendola con pratiche poco ortodosse di superare grossi problemi e contrasti interiori.
In questo enorme valzer di maschere di cera e fantasmi c'è anche Havana Segrand (una magnifica Julianne Moore) figlia d'arte, attrice inespressa con un pesante fardello da portarsi appresso.
Ad un certo punto della storia entra in scena Agatha (Mia Wasikowska), assunta come assistente personale da Havana Segrand che gira in limousine percorrendo il viale di tutte le grandi stelle di Hollywood, accompagnata da Jerome (Robert Pattinson) uno chaffeur col sogno di diventare attore, ma anche sceneggiatore.
Con l'arrivo di Agatha il mondo degli studios – già incrinato dalla prima inquadratura – va a pezzi e insieme le vite di tutti i componenti della famiglia Weiss e delle figure che ne gravitano intorno.
Cronenberg si dimostra regista cinico e sapiente nel calibrare un dramma moderno con qualche venatura ironica ad allentare la tensione drammatica. La crisi è evidente, l'attesa della fine ci tiene incollati davanti allo schermo, come ipnotizzati da tanta atrocità. Il mondo dello spettacolo messo in scena dal regista è qualcosa di peccaminoso, di corrotto, così tanto da far male solo a guardarlo. Sbirciando da quella fessura che Cronenberg apre e scava per quasi due ore ci rendiamo conto di come normali esseri umani possano cambiare, inaridire, mentire per restare al centro della scena, perché the show must go on.
Molti hanno attaccato il regista canadese, o meglio hanno attaccato gli ultimi dieci anni della sua carriera, solo perché a parer loro, negli ultimi film si è perso lo smalto di un tempo, si è persa la violenza fisica e mentale insita nei suoi primi film, quelli più cerebrali a dir loro.
Ma come si può rimanere indifferenti a History of violence? A tutta quella martoriazione della carne che è anche sangue versato da una nazione, da quell'America folle mai rappresentata così lucidamente dal regista. E come non notare la potenza delle immagini nella Promessa dell'assassino? La scena del bagno turco è quanto di più crudo ci abbia mostrato Cronenberg in tutti questi anni, è un groviglio umano, carne lacerata, spasimi di dolore, contrazioni; e lotta, lotta per sopravvivere. Quindi, sorvolando i pochi commenti negativi, ci esponiamo e possiamo dire con grande calma e sicurezza che sì, Cronenberg è cambiato nettamente rispetto a venti anni fa, ma lo vediamo più come un pregio, un riuscire a rimpastare tutta la sua arte, tutta la sua poetica per dire cose nuove in modi sempre più sorprendenti.
Elle Bi
12/05/2014
LOCKE - Steven Knight
Siamo in una macchina, e ci rimarremo per il resto del viaggio.
Ivan Locke (uno straordinario Tom Hardy) è al volante, guida come un ossesso verso una meta inizialmente a noi ignota. Inizialmente, perché durante il viaggio le carte verranno svelate. Locke è un ingegnere, lavora a stretto contatto col cemento, ha una famiglia apparentemente felice, due figli e una moglie che lo aspettano a casa per la partita. Ogni telefonata fatta o ricevuta da Ivan ci svela tasselli della storia: tensione, sentimenti contrastanti e fantasmi che ritornano si ammassano l'uno sopra l'altro chilometro dopo chilometro, costruendo un palazzo di incertezze pronto a crollare. Come il lavoro di Ivan – la più grande colata di cemento della storia – che rischia di andare a puttane perché Ivan non può più aspettare. A Londra c'è un bambino in procinto di nascere, il figlio nato da un errore – come ripeterà più volte il protagonista – durato una sola notte, consumato con un'amante che non ama. Anche il cemento non può aspettare, ci sono milioni in ballo, quindi Locke deve coordinare l'operazione al telefono, non può tirarsi indietro, non quando si tratta di cemento, non quando si tratta della sua vita.
Steven Knight, regista di talento, ma sopratutto sceneggiatore intelligentissimo (La promessa dell'assassino) mette in scena un dramma claustrofobico, che a differenza di Buried – suo predecessore nel genere – oltre che per la sapienza registica si distingue per una storia che sa emozionare, merito della grandissima performance di Tom Hardy, che per 80 minuti ci tiene incollati allo schermo, allacciati alla sua cintura, in attesa di scoprire i tanti perché della storia.
Ivan Locke è come in un confessionale, ci svela le sue inquietudini e combatte col fantasma di un padre che lo ha abbandonato, ma lui no, lui ha cercato di ripulire il nome dei Locke, lui sarà presente per il suo nuovo figlio – anche se nato da uno sbaglio – a costo di perdere il lavoro, a costo di perdere la sua vecchia vita, che minuto dopo minuto si incrina e scricchiola come le fondamenta di un palazzo costruito male; ma Ivan, uomo solido come il cemento che tanto adora, continuerà la sua corsa, guardando dritto davanti a sé.
Elle Bi
05/05/2014
OCULUS - Mike Flanagan
Non ho mai considerato l’horror un genere di serie B. Anzi, ad essere sincero ne sono sempre stato appassionato. Certo, c’è horror e horror. Quelle saghe infinite (tipo Halloween o Saw, giusto per citarne due) che sono nient’altro che una coazione a ripetere di format di successo le ho sempre ritenute poco più che sottoprodotti utili giusto per fare incassi al botteghino; con alcune eccezioni ovviamente (il primo Halloween ad esempio). Ma al di là di queste declinazioni in salsa splatter o torture, è sempre esistito nella storia del cinema un horror maturo e di qualità che ha in Shining, Rosemary’s baby, L’esorcista e, perché no, Profondo rosso i suoi capolavori inarrivabili. Senza tuttavia dover tornare troppo indietro, anche il recente passato ci ha lasciato in eredità grandi film del genere (due per tutti, The others e Lasciami entrare) ed horror di buona fattura (The orphanage, Dark skies). È in questo secondo filone che si inserisce Oculus, opera seconda del regista Mike Flanagan, opera matura e non convenzionale. Matura per almeno due ordini di ragioni. Innanzitutto per l’accurata caratterizzazione dei personaggi (ed in particolare dei due protagonisti) inusuale in un genere che pesca di solito a piene mani nella collezione di macchiette o stereotipi. Maturo anche per la sapienza che dimostra nel saper fondere, a mano a mano che la storia procede, le due diverse linee temporali di cui la vicenda si compone.
Forzatamente separati, dieci anni prima, in seguito ad una serie di tragici eventi che hanno portato alla morte dei loro genitori, Kaylie (la sorella maggiore) e Timbo (il fratello minore) si ritrovano dopo anni difficili e percorsi differenti. Lei è stata affidata ad un’altra famiglia fino al raggiungimento della maggiore età e lui è stato rinchiuso in un ospedale psichiatrico poiché ritenuto colpevole della morte dei genitori. Kaylie tuttavia è convinta che non sia il fratello il responsabile di quegli omicidi ma una oscura presenza che abita da secoli lo specchio che il padre aveva acquistato e allocato nel suo ufficio di casa. Specchio che sembra abbia provocato, nel corso degli anni, la morte dei suoi proprietari, succedutisi nel tempo. Per questa ragione coinvolge il fratello, i cui ricordi dell’accaduto sono probabilmente inquinati da anni di terapie, nel raffinatissimo piano che ha escogitato per distruggere definitivamente quello specchio e con lui il demone che lo abita.
Inizialmente ignari di ciò che è avvenuto dieci anni prima, arriviamo a conoscere lentamente, attraverso quei flashback che come dicevo si fondono col presente, gli sconvolgenti ed inspiegabili eventi che hanno cambiato per sempre le vite dei due giovani. Riscopriamo così l’eterno dilemma tra sogno e realtà, l’incertezza tra l’esatta comprensione dell’esistente e la distorta percezione degli eventi, fino ad un finale che insinua nelle nostre menti il dubbio di un eterno ritorno delle cose.
Diccì
28/04/2014
GRAND BUDAPEST HOTEL - Wes Anderson
Siamo nell'immaginaria Zubrowka, nella mente di Wes Anderson, in quel mondo fantastico a cui ormai ci ha abituato. C'è un concierge che è allo stesso tempo il direttore del Budapest Hotel, è Monsieur Gustave (Ralph Fiennes), uomo di spirito che gode delle attenzioni di anziane signore.
Una di queste, Madame D. (Tilda Swinton), gli lascia un preziosissimo quadro, ma dopo la sua morte, il figlio Dimitri (Adrien Brody) accusa M. Gustave di averla assassinata. Nel frattempo instaura una grande amicizia con il giovane portiere Zero (Tony Revolori), appena assunto al Budapest Hotel ed immigrato a Zubrowka.
Gustave finisce dietro le sbarre, ma la sua buona dialettica – che lo farà integrare perfettamente in prigione – e il fido Zero lo faranno evadere in una corsa all'ultimo respiro.
La storia è narrata dal vecchio Zero (F. Murray Abraham), che a fine degli anni Sessanta ci racconta con estrema commozione quegli anni Trenta bagnati dai totalitarismi in cui conobbe Monsieur Gustave, in cui conobbe il suo grande amore Agatha (Saoirse Ronan), e in cui iniziò ad amare con passione il Grand Budapest Hotel, così tanto da non riuscire più a separarsene.
Wes Anderson ci aveva già ammaliato, divertito e strabiliato più volte, ma con questo film e con il precedente Moonrise Kingdom ci rendiamo conto che il regista è diventato una gemma rara, da custodire e conservare dentro lo scrigno dei nostri cuori.
Oltre ai due piani temporali del vecchio Zero e dello Zero che fu, Anderson non si accontenta e nel suo perfetto mondo di scatole cinesi infila altri due piani, quello di un giovane scrittore (Tom Wilkinson) che racconta la storia di Zero e l'ultimo, quello del regista, che ci racconta il libro - sotto forma di film - in cui lo scrittore racconta questa bella storia.
Tutto all'interno del film è perfettamente geometrico, dalla composizione delle inquadrature allo sciogliersi della storia, Anderson dirige i suoi interpreti in maniera impeccabile, facendoci divertire in un susseguirsi di dialoghi ad alta densità di genio – degni del miglior Billy Wilder –, ma facendoci anche riflettere sulla Storia, ma sopratutto sul Cinema.
Durante la visione del film ci sembra di essere all'interno di una carrozza di un treno infinito che ci porta indietro fino agli albori del cinema, fino a quel 28 dicembre 1895 in cui i fratelli Lumière illuminavano di luce il futuro della settimana arte, passando da Lubitsch a Billy Wilder e reinventando i trucchi di Méliès. Alla fine del film, scesi da questo treno nostalgico, ci domandiamo: “Come potrà mai esistere un Cinema senza Wes Anderson?”. Capolavoro!
Elle Bi
14/04/2014
FATHER AND SON - Hirokazu Kore-eda
La storia che Kore-eda racconta in questo film presentato a Cannes 2013 (dove ha vinto il Premio della Giuria presieduta da Steven Spielberg) non spicca certo per originalità, essendo tante le pellicole che hanno affrontato il tema, sempre delicato, dello scambio di neonati alla nascita. Uno degli ultimi fu, un paio d’anni fa, Il figlio dell’altra, dove per la verità l’accento era posato su questioni principalmente politiche essendo i ragazzi scambiati uno israeliano e l’altro palestinese. Tuttavia Father and son si smarca dai suoi predecessori e, sin dal titolo (Like father, like son, il titolo internazionale), testimonia l’intento di svolgere una riflessione diversa spostando l’ago della bilancia verso il rapporto tra un padre ed il proprio figlio.
Ryota Nonomiya è un architetto di successo molto stimato dal titolare dell'azienda per cui lavora, guida una Lexus di lusso, vive in un bellissimo appartamento insieme alla moglie Midori ed al loro figlio di sei anni Keita, che il padre cresce cercando di forgiargli un carattere ambizioso, scontrandosi però con la naturale indifferenza di un bambino che, perdendo una competizione al piano (al quale viene istruito, così come nello studio delle lingue straniere), riconosce la bravura della ragazzina che lo ha battuto. Il quieto trascorrere della quotidianità viene tuttavia interrotto da una chiamata dall’ospedale (quello in cui Keita è nato) che informa i coniugi Nonomiya che loro figlio è stato scambiato alla nascita con quello di un’altra famiglia e adesso, a distanza di sei anni propongono di far conoscere le due famiglie suggerendo la possibilità di procedere allo scambio. Le due famiglie opteranno per cominciare con dei fine settimana, per concedere a loro ma soprattutto ai bambini il tempo per familiarizzare con la nuova situazione; che comunque decideranno inizialmente di non rivelare loro.
Il regista giapponese ci pone (per mezzo dei suoi protagonisti) di fronte ad un interrogativo a cui è forse impossibile dare risposta: chi è un figlio? Quello che ha il tuo stesso sangue o quello che per sei anni è stato cresciuto come tale? L’incontro con l’altra famiglia (definita forse troppo in opposizione all’altra, tale da sfiorare un po’ lo stereotipo nell’incontro-scontro di classe) e con il figlio di sangue costringerà i Nonomiya a prendere una decisione difficilissima. Il padre, in particolare, con evidente arroganza borghese, arriverà anche a proporre all’altra famiglia di tenere con sé entrambi i figli (per intenderci, pagando il secondo).
Il padre, dicevamo. È attraverso le sue scelte che la storia procede, in una direzione e nell’altra. I dubbi si sostituiranno alle certezze nel momento in cui dovrà capire cosa significhi realmente essere padre. Fino all’attimo in cui, quando sembra aver già preso la sua decisione, si ritroverà immortalato, dormiente e ignaro, in alcune foto scattate dal figlio: scoprirà così con le lacrime l’autentico legame fortificato in sei anni di affetto e amore. E nel momento più bello del film il padre, al termine della siepe che separava il loro incedere, otterrà il perdono del figlio - solo per un attimo perso - e potrà finalmente riabbracciarlo.
Diccì
31/03/2014
IL SUPERSTITE (FOR THOSE IN PERIL) - Paul Wright
Qualche giorno fa mi sono imbattuto, del tutto casualmente, nell’esordio cinematografico (come lungometraggio, avendo già alle spalle alcuni cortometraggi) di un giovane regista scozzese, Paul Wright. Il film è For those in peril (uscito in Italia in poche sale all’inizio del marzo scorso con il superficiale titolo Il superstite).
Nonostante non sia un capolavoro e presenti alcuni difetti di messa in scena e un cast in generale non eccelso (escluso il protagonista, bravo nel rendere naturale la complessità del personaggio), il film mi ha decisamente impressionato, lasciandomi, alla fine, come interdetto a riflettere su quello che avevo appena veduto.
E' ambientato lungo le coste della Scozia (luogo dove è cresciuto il regista), in un paesino di pescatori. Aaron; il giovane superstite del film, è l’unico sopravvissuto di sei ragazzi (tra i quali anche suo fratello maggiore) usciti in mare aperto con un peschereccio e mai più ritornati. Il ragazzo, che vive solo con la madre, non ricorda niente di quanto successo e sarà costretto ad affrontare, oltre al dolore per la perdita dell’amato fratello, il sospetto e le malelingue degli abitanti del paese che lo ritengono, neanche troppo velatamente, responsabile della tragedia.
Impossibile catalogare il film secondo qualche genere, tanto complessa e sfaccettata è l’ora e mezza che lo compone. Il superstite parte, infatti, come racconto intimistico di elaborazione del lutto, si trasforma quasi impercettibilmente in uno psicodramma per concludersi quindi in qualcosa di molto simile all’horror. La grande bravura del giovane regista e sceneggiatore sta proprio nell’essere riuscito a gestire il passaggio da un registro all’altro, fondendoli e confondendoli tra loro fino a renderli qualcosa di assolutamente unico e coerente avvalendosi della voce off e del flusso di coscienza del protagonista (in stile malickiano, anche per quanto riguarda i difetti; i toni ad esempio, a volte troppo enfatici). Attraverso le reminiscenze di Aaron, e ai suoi comportamenti sempre meno giustificati dalla sofferenza per la perdita del fratello e sempre più inquietanti, veniamo a scoprire la natura deviata della sua psiche, in una folle corsa verso l’enigmatico e drammatico finale.
Infine, una menzione va fatta, obbligatoriamente, ad un aspetto centralissimo dell’intera vicenda, ovvero le credenze popolari molto forti nei villaggi costieri scozzesi. Superstizioni, leggende, che la madre raccontava al piccolo Aaron e a suo fratello, in particolare quella che narra dell’esistenza di un enorme mostro marino, proprio quello a cui Aaron attribuisce la colpa della sparizione del fratello in mare. Superstizioni che ritornano nei tormentati monologhi interiori del ragazzo e che ritorneranno nel già citato enigmatico finale. Enigmatico e indimenticabile.
Diccì
23/03/2014
HER - Spike Jonze
Siamo in un futuro prossimo concettualmente non troppo distante dal nostro presente. Theodore Twombly (uno straordinario Joaquin Phoenix) vive in una metropoli imprecisata, che si differenzia molto dalle altre viste fino ad ora sullo schermo; i colori sono caldi, così caldi che volti e contorni di ciò che circonda Theodore, di ciò che sta all'esterno, sembrano liquefarsi, sfumare piano piano in qualcosa di ectoplasmatico.
E' il risultato della spersonalizzazione dell'uomo nella grande città, ma più che di spazi qui si parla di consistenza: l'uomo è solo non perché piccolo puntino in mezzo a distese chilometriche di palazzi di cui non si vede la fine, ma perché si è creato un carcere di solitudine, un'ampolla in cui si culla senza rendersi conto che il punto di non ritorno è più vicino di quanto egli creda.
Theodore è diverso dalla massa, ha un animo sensibile, scrive lettere di corrispondenza per conto terzi con gentilezza ormai rara, si traveste di volta in volta da amante, amico, marito, quasi come se li conoscesse davvero, analizzando le foto che gli vengono inviate nei minimi dettagli, per recuperare più indizi possibili sui destinatari, mostrandoci che i dettagli sono ancora importanti in un mondo invaso dall'avvento tecnologico, che diventa spesso abuso di un mezzo che può masticare cervelli ipnotizzando milioni di persone.
E' un momento duro per Theodore, la vita gli ha voltato le spalle quasi un anno prima, e lui ha scoperto il fianco, vulnerabile per come è finito il suo matrimonio si lascia cadere in una spirale di depressione che gli farà perdere di vista tutto, perfino il suo lavoro che ha tanto di autentico, di dolce, ma lui dirà al collega che sono solo lettere, sminuendo il suo magnifico operato, sbriciolando tutto ciò che lo rende un animo nobile.
Nel mondo di Theodore sembra esserci una soluzione per tutto: per strada volti copia e incolla si aggirano con cellulari tenuti come figli, auricolari pigiati negli orecchi come ovatta, quasi a non voler sentire il lamento di un'era, quasi a non voler sentire il proprio prossimo, come se bastasse una voce elettronica per sostituire tutto ciò che ci sta intorno, tutto ciò che è carne e sangue. Per questo anche Theodore trova il modo di uscire da quell'ampolla dov'è relegata la sua vita; la soluzione è a portata di mano, la soluzione è il sistema operativo Samantha (la bellissima voce di Scarlett Johansson).
Samantha è la compagna perfetta, non invade gli spazi di Theodore, è sempre lui che decide quando e come parlarci. Lei ascolta e asseconda tutto ciò che le viene detto con spirito di osservazione, ma, poco a poco, inizia ad interrogarsi su tutto, proprio come un essere in carne ed ossa, e Theodore rimarrà abbagliato da questa voce calma e docile, dalla sua voglia di scoprire il mondo, di emozionarsi per le piccole cose così tanto da innamorarsene.
Theodore inizia a chiedersi se sia insano quello che si sta compiendo fra lui e Samantha, arriverà quasi a vergognarsene, finché non ne parlerà con l'amica Amy (una dolce Amy Adams), altra anima sola che lo capirà perfettamente, lo incoraggerà a continuare dritto per la propria strada.
Samantha si ciba di conoscenza proprio come l'uomo beve acqua tutti i giorni per non rimanere disidratato, ma ad un certo punto l'appetito di Samantha diventerà inarrestabile: non può bastarle un solo uomo, anche se amato, non può bastarle il mondo di Theodore e per questo finirà per allontanarsi ferendolo come una freccia scagliata dall'alto del cielo.
Spike Jonze, dopo molti film buoni ma mai eccelsi, arriva a compiere il tanto atteso passo della maturità con Her, che ci mostra un mondo dalle emozioni fredde, rarefatte, sfuggite di mano alla maggior parte della popolazione, ma ce lo mostra con amore, con sentimenti caldi, con primi piani di Theodore che piange sdraiato sul letto, che vive stritolato dai suoi ricordi, di un matrimonio ormai finito, di un passato che non ritorna, ma da cui è difficile distaccarsi, un po' come dal cordone ombelicale; anche qui per voltare pagina c'è bisogno di un taglio netto, c'è bisogno di continuare a credere nell'essere umano, nell'altro e negli altri. Samantha ha ferito Theodore ma lo ha smosso da un torpore che non avrebbe superato da solo, a dimostrare che basta un input, una semplice voce per far ricominciare tutto, per far girare di nuovo gli ingranaggi della vita, e la lettera di Theodore alla ex moglie Catherine è la rappresentazione del superamento del dolore, la presa di coscienza che la vita va avanti con noi e senza di noi, quindi perché non farne parte?
Elle Bi
17/03/2014
ONLY LOVERS LEFT ALIVE - Jim Jarmusch
Le leggi, non scritte, della grande distribuzione sono note a tutti; tuttavia continuo a domandarmi come mai certi film (uno su tutti: Mud di Jeff Nichols) non riescono a trovare il minimo spazio nel circuito distributivo italiano. Tra questi film rientra anche l’ultimo lavoro del regista americano Jim Jarmush, presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes, tra l’altro una delle migliori edizioni degli ultimi anni.
I protagonisti di Only lovers left alive sono quelle creature fantastiche che tanta fortuna hanno avuto nel recente passato sul piccolo e grande schermo: i vampiri. Ma se in Twilight erano semplicemente i protagonisti di una storia d’amore giovanilistica in salsa melò e in True Blood erano (non semplicemente) la reificazione del “diverso” in una società xenofoba come quella in cui viviamo, nel film di Jarmush assumono connotati del tutto differenti trovandosi al centro di una riflessione esistenziale velata di una romantica malinconia di fondo.
Esemplari i primi venti minuti, che ci presentano i due protagonisti, Adam ed Eve, gli amanti del titolo, ai due lati del mondo, alle prese con il bisogno primario di ogni essere “vivente”: nutrirsi. Necessità alla quale assolvono non più succhiando sangue dagli esseri umani (o, come li chiamano loro, zombie), ritenuto infetto, ma bevendo sangue pulito in provetta che ottengono da medici dietro oneroso compenso. Sono ultracentenari, sposati la prima volta nel 1864, ed hanno conosciuto (o sono stati loro stessi?) alcuni tra i più grandi artisti del passato quali Shakespeare, Schubert, Byron.
Adam si trova a Detroit, nel suo palazzo lugubre ed imboscato, insieme con gli strumenti del mestiere (musicista) che ha svolto nel corso dei secoli passati sulla Terra, e con una sempre più insistente depressione che lo spinge a cullare la possibilità di farla finita. “Mi sento come sabbia sul fondo di una clessidra” dice alla compagna. Eve è a Tangeri insieme al comune amico, anch’egli vampiro, Kit (Christopher Marlowe in persona, lo scrittore maledetto che ha ispirato William Shakespeare) ma deciderà presto di coprire le migliaia di chilometri che li separano volando dal suo amore in difficoltà. Rileggendo in aereo, lei grande divoratrice di libri, le parole di Sir William sull’eternità e l’immutabilità dell’amore. Adam ed Eve, due anime gemelle che hanno attraversato centinaia di anni, adattandosi a secoli di cambiamenti, e che adesso stanno nel tempo con la quieta rassegnazione di chi ne ha viste tante, forse troppe. Esauriti, faticano a capovolgere ancora una volta la clessidra. Diventano così l’emblema di un disagio esistenziale che è malattia del nostro millennio decadente.
C’è un che di malinconico nella vita, esclusivamente notturna, di un vampiro. C’è anche qualcosa di profondamente romantico in due anime sole che si muovono all’interno di una cornice che è il mondo a loro estraneo. Così diverso dal mondo che hanno conosciuto loro e che preziosamente conservano in parole, musiche ed immagini.
Diccì
10/03/2014
SNOWPIERCER - Bong Joon-ho
Un treno lunghissimo si aggira per il globo percorrendo centinaia di migliaia di chilometri all'infinito; fuori, metri di neve e giaccio ricoprono la terra.
E' l'avvento di una nuova era glaciale, i pochi superstiti sono ingabbiati in questa trappola per topi; costretti a sopravvivere girando intorno al mondo da diciassette anni.
La plebe è racchiusa nella coda del treno, tira avanti con poco, perché all'interno del treno-mondo ci vuole equilibrio e i ricchi, come sempre, devono prendere il piatto più buono, devono arraffare a più non posso, devono avere i posti chic in testa al treno.
Il meccanismo si inceppa, il malcontento serpeggia dalla coda, gli oppressi non ci stanno, sono stufi di mangiare sbobba proteica tutti i giorni, sono stufi di vedere i propri figli strappati dalle loro braccia e il loro leader, Curtis (Chris Evans) aspetta il momento giusto per tentare la rivolta, per cercare di sovvertire l'ordine delle cose.
Bong Joon-ho ci ha abituati bene, è un regista sapiente, che non sbaglia un colpo e anche qui riesce a orchestrare bene la sua banda di orchestrali, i pazzi che abitano il suo mondo folle e malato, in un futuro non troppo lontano dal nostro presente.
Bong come un esperto del naturalismo prende l'uomo, il suo campione da analizzare, da sezionare e ne sviscera i difetti più evidenti, mette a nudo la rabbia dei deboli, la voce di quella parte del popolo che non ce la fa più a ingoiare bocconi amari giorno dopo giorno, umiliazione dopo umiliazione, mentre i ricchi, voraci, li trattano come animali, o meglio come scarpe, perché le scarpe come la coda del treno sono oggetti che stanno in basso, a contatto con il suolo, strisciando in silenzio a testa bassa.
La macchina da presa danza per i vagoni del treno, si muove a colpi di accetta riprendendo scontri cruenti, all'ultimo respiro, indispensabili per la meta finale, seguendo i protagonisti bagnati di sangue, sudore e lacrime.
Come sempre l'equazione Bong Joon-ho/Song Kang-ho è vincente in partenza, l'attore ormai osannato in patria come il Leonardo di Caprio orientale interpreta l'elemento di disturbo che sposta gli equilibri, imprevedibile nella sua follia, grazie al suo estro riesce a calarsi alla perfezione nella parte di un tossico esperto di sicurezza, una di quelle persone che la società non accetta perché ritenute “diverse”, ma che saprà regalarci risate alternate a momenti di riflessione.
Mirabolanti inseguimenti ci porteranno dritti all'epilogo, in una parata di esseri umani in pieno caos, fra fuochi, spari, urla e un equilibrio che ormai si è rotto, come il meccanismo perfetto del treno-mondo, un meccanismo inceppato dalla nascita che risparmia poco o niente.
“Si salvi chi può” sembra dire Bong, e la speranza è l'ultima a morire.
Elle Bi
03/03/2014
12 ANNI SCHIAVO - Steve McQueen
Dopo lo sconvolgente esordio (Hunger) e il mezzo passo falso di Shame, Steve McQueen accetta l’ardua sfida (premiata con la vittoria dell'Oscar come miglior film) di mettere in scena l’autobiografia di Solomon Northup, uno dei tanti americani neri liberi fatti prigionieri e venduti come schiavi negli Stati Uniti pre guerra di secessione e pre tredicesimo emendamento; uno dei pochi a testimoniare il personale dramma vissuto.
Un adattamento, dunque, particolarmente complicato per la materia trattata, ricordando che quando si parla di schiavitù negli States si va a toccare il vero e proprio convitato di pietra della storia e della coscienza americane, il retaggio di un passato di cui ancora non ci si è vergognati abbastanza. Lo sguardo di McQueen, regista ed artista di colore, è quello di chi, dopo centocinquant'anni, sente ancora l’esigenza di mostrare ai nostri occhi ciò che è stato e che non avrebbe dovuto essere. E se il tema della schiavitù non è più attuale, cosa dire del razzismo e più in generale della discriminazione nei confronti delle minoranze?
Stato di New York, 1841. Solomon Northup (Chiwetel Ejiofor) è impegnato a vivere la propria esistenza. È un uomo, un musicista, ha una bella famiglia, è libero ed è nero. Quest’ultimo dettaglio sarà la ragione per la quale un giorno verrà rapito, fatto prigioniero, incatenato e venduto come schiavo. Passerà di proprietà tra diversi padroni (latifondisti, schiavisti, o comunque li si voglia chiamare) finché non riotterrà la libertà dopo dodici anni di schiavitù. Particolarmente dura sarà soprattutto la permanenza presso la piantagione di cotone, in Louisiana, del sadico schiavista interpretato da Michael Fassbender (tre film su tre con McQueen).
In una messa in scena riuscita, la bellezza del film non sta tanto nel cosa è rappresentato ma nel come; è il modo, particolarmente crudo, in cui ci viene mostrata la tragica odissea del protagonista a rendere il film intenso e toccante. La durissima ma struggente poetica di McQueen raggiunge il suo apice nello straordinario piano sequenza in cui, sullo sfondo di una quotidianità apparentemente tranquilla, accompagnata nel suo incedere dal canto degli uccellini, Solomon lotta con affanno tra la vita e la morte, il collo stretto ad un cappio, i piedi alla disperata ricerca di un appiglio salvifico. E mostrandoci (e per questo rendendoci testimoni e in un certo senso complici) la mostruosa normalità di una pratica abominevole, il film sprigiona così tutto il suo senso.
Alla fine del cammino, che ha fatto conoscere a Solomon altre vite sfruttate e violentate (indimenticabile la schiava Patsey, interpretata da Lupita Nyong’o, premiata con l'Oscar alla migliore attrice non protagonista), avverrà l’incontro con la persona che condurrà il protagonista verso la propria libertà e il film verso un finale che può sembrare consolatorio ma che consolatorio non è e del resto non potrebbe essere. Negli occhi di Solomon, specchio di un’anima martoriata, la consapevolezza che nulla potrà più essere come prima.
Diccì
24/02/2014
A PROPOSITO DI DAVIS - Joel & Ethan Coen
Passo falso. Ovvero, come ci suggerisce un qualunque dizionario, cadere in errore, sbagliare o sbagliarsi. Ecco, se c’è qualcosa che mi stupisce del cinema dei fratelli Coen è proprio l’assenza, nella loro filmografia (che conta sedici film in circa trent’anni), di veri e propri passi falsi, di film sbagliati insomma. La loro ultima fatica, presentata allo scorso festival di Cannes, si inserisce perfettamente in una filmografia assolutamente coerente: è la storia di Llewyn Davis (ispirato al musicista Dave Van Ronk) uno dei tanti cantanti folk che riempivano la scena dei sixties nel Greenwich Village newyorkese. Lo stesso Village, gli stessi anni, che furono testimoni dei primi passi di Bob Dylan. Llewyn Davis (interpretato da Oscar Isaac) è solo l’ultimo dei tanti personaggi che popolano l’universo cinematografico coeniano, personaggi che sono, ciascuno a suo modo, dei perdenti, degli sfigati, degli uomini senza qualità, dimenticati o dimenticabili, anonimi volti persi nel caos della vita.
Un microfono, la voce tormentata di Llewyn Davis, lo straziante appello di “Hang me, oh hang me” , aprono la prima scena del film in uno dei tanti locali del Village. Al termine dell’esecuzione si avvicina al cantante un signore, intuiamo sia il proprietario del locale, che lo invita ad uscire; un amico lo aspetta fuori, dice. Fuori dal locale dove, appena uscito, Llewyn riceverà un sacco di botte. Finisce così l’opening del film, poco più di cinque minuti, sufficienti però per farci capire chi è Llewyn Davis. Nella scena successiva il protagonista, disturbato nel sonno da un gatto (gatto che ritornerà più volte nel corso del film con una precisa valenza simbolica), si sveglia in una casa vuota, su di un divano. Uno dei tanti divani in cui Llewyn, senza dimora e senza un soldo in tasca, passa le proprie notti per ripararsi dal freddo inverno di Manhattan. È il divano dei genitori del defunto partner artistico di Llewyn, morto suicida, verremo a sapere. Forse gli unici due personaggi che provano un reale affetto per lui, considerando che pure la sorella prova una sorta di disprezzo per la vita che conduce il fratello. Per non dire poi della ragazza (ingravidata da Llewyn, e non è la sola) interpretata da Carey Mulligan (che completa il cast con Justin Timberlake e John Goodman, quest’ultimo nei panni di un musicista jazz piuttosto bizzarro) che in una scena emblematica del film gli rinfaccia tutto il suo rancore. Insomma, Llewyn è il classico personaggio sfigato coeniano e non è che poi faccia molto per non esserlo, prigioniero com’è in una sorta di limbo, incapace di liberarsi da un’esistenza che gli passa davanti senza che riesca in alcun modo ad afferrarla. Ma nonostante tutto non riusciamo a non empatizzare con lui. Anche quando, per una birra di troppo, cede alla tentazione dell’insulto gratuito nei confronti di chi, come lui, cerca solo di farsi largo in un mondo in cui inizia ad imporsi la zazzera del menestrello più famoso della musica americana.
Alla fine poi, nella perfetta chiusura del cerchio, torniamo dove eravamo partiti. Al locale, ad “Hang me, oh hang me”, alle botte. Quelle botte che prima non avevano ragione e che ora siamo in grado di capire perfettamente. Au revoir Llewin. Au revoir Coen. Al prossimo film. Che scommettiamo non sarà un passo falso.
Diccì
10/02/2014
DALLAS BUYERS CLUB - Jean-Marc Vallée
Dopo l’ottima accoglienza in patria e l’incetta di nomination agli Oscar 2014 (tra i quali film, sceneggiatura e attore protagonista), il film di Vallée è arrivato da qualche giorno anche nelle nostre sale. Il film, tratto da una storia vera ed ambientato nel Texas degli anni Ottanta, vede come assoluto protagonista Ron Woodroof (interpretato dallo straordinario Matthew McConaughey che meriterebbe un discorso a parte) un rozzo cowboy moderno, cafone ed omofobo, che si guadagna da vivere lavorando come elettricista. In seguito ad un rapporto non protetto con una tossica, Ron contrae il virus dell’hiv; ma al medico che gli diagnostica non più di un mese di vita, Ron risponde che niente e nessuno può ucciderlo in così poco tempo. Negatagli la possibilità di vedersi somministrato il medicinale (in realtà un palliativo) in uso nel reparto ospedaliero (l’ AZT, per il quale l’ospedale ha fatto un accordo con un rappresentante dell’industria farmaceutica, accordo che consiste nel somministrare il medicinale ad un gruppo di pazienti per testarne l’effetto) Ron si recherà in Messico da un altro medico che, fornendogli un altro tipo di medicinale (non in uso negli States perché non approvato dalla FDA, l’agenzia che regola la distribuzione di farmaci), lo ragguaglierà circa i gravi effetti che l’AZT in realtà produce sul paziente. Ron deciderà allora di importare illegalmente dall’estero il farmaco e di fondare, con l’aiuto di un omosessuale malato di AIDS (Jared Leto, ottima anche la sua prova), il Dallas Buyers Club, che permette di distribuire tali farmaci a coloro che si iscriveranno al club pagando una quota; iniziando così una guerra contro la FDA.
Il film, che poggia sulla assoluta e straziante immedesimazione nel personaggio da parte di McConaughey (che ha perso moltissimi chili per l’occasione), è da considerarsi sicuramente riuscito come atto di denuncia contro l’ipocrisia e la vigliaccheria delle grandi case farmaceutiche (e della stessa FDA) che hanno sfruttato il momento di grande incertezza e paura che si respirava negli anni, quegli anni, che sono stati testimoni del diffondersi di una terribile piaga ancora sconosciuta tanto nelle cause quanto negli effetti, cercando di lucrare sulla sofferenza e il dolore di moltissime persone. In quest’ottica la vittoria morale (non pratica, non in tribunale, almeno non da subito) del protagonista contro la FDA rappresenta la vittoria di tutti coloro che in quegli anni drammatici, in tutto il mondo, hanno lottato per restituire ai meno fortunati se non il futuro quanto meno la dignità.
Tuttavia, se il film mirava anche a rappresentare l’aspetto più intimistico e drammatico della vicenda, spiace dirlo ma l’intento è fallito. Al di là del percorso del protagonista (toccante, ma i meriti di regista e sceneggiatore finiscono presto per far posto alla grande prova attoriale di McConaughey), le sottotrame presenti nel film (su tutte quella del personaggio interpretato da Leto, eppure importante considerando che si tratta pur sempre dell’AIDS, quella che fu definita “la peste dei gay”) non hanno la giusta carica emotiva così da risultare quasi macchiettistiche. E del tutto semplicistico e direi un po’ superficiale è il cambio di prospettiva repentino che Woodroof compie nei confronti degli omosessuali in generale e di Rayon (Leto) in particolare, prima disprezzato dopo rimpianto.
Un discreto film dunque, che ricorderemo soprattutto per la performance dell’attore texano (restituitaci nella sua pienezza dalla versione originale), ma che non scalda più di tanto il cuore. Se qualcuno vuole provare ad alzare un po’ la temperatura, il consiglio è di recuperare I testimoni di Téchiné.
Diccì
03/02/2014
NEBRASKA - Alexander Payne
Alexander Payne è un regista che è passato spesso inosservato dalla critica, ma dal 2005 in poi con il suo primo grande centro, Sideways, ha iniziato un trend positivo degno di nota.
In quasi tutti i suoi film Payne ci mette davanti ad un passato che riemerge lentamente da angoli bui, quasi dimenticati, un passato che riaffiora solo per far prendere coscienza ai protagonisti di quanti fallimenti si siano lasciati alle spalle, di quanti rimpianti avranno per sempre, lo stesso meccanismo attanaglia e stritola Nebraska fino a rilasciare una forza mai così ben espressa in nessuno dei suoi film precedenti.
Una strada lunga, un vecchietto cammina con passo sciancato verso lo spettatore, ci viene incontro, sembra quasi voglia chiederci aiuto, la polizia lo troverà e chiamerà il figlio perché vada a riprenderlo.
Il vecchio scontroso Woody Grant (uno straordinario Bruce Dern) ha vinto un milione di dollari, o meglio pensa di averli vinti, attratto dall'inganno spietato di una pubblicità per allocchi, ma Woody crede nella vincita, è deciso a raggiungere Lincoln, il Nebraska, per ritirarla, partire dal Montana e attraversare ben cinque stati, a piedi se necessario.
La moglie e l'altro figlio Ross (un ottimo Bob Odernkirk) lo prendono per pazzo, affermano in continuazione che se continua così dovranno rinchiuderlo in una clinica, ma il figlio David (Will Forte) no, non ci sta, si rende conto che non conosce affatto suo padre, si rende conto che i giorni che potrà passare con lui non saranno infiniti, e decide di accompagnarlo in macchina nella sua sgangherata odissea.
Payne sceglie il bianco e nero per raccontare un'America che ha ormai perso i colori e lo smalto di un tempo, o che non li ha mai avuti.
I due si fermeranno ad Hawthorne, piccola cittadina di provincia, paese natio di Woody e culla dei suoi ricordi, ricordi che stanno ormai scomparendo insieme ai pochi momenti di lucidità che gli sono rimasti.
Payne ci mostra una provincia addormentata, calcificata in un sonno primordiale, inebetita dalla scatola parlante che per molti è diventata un surrogato di quello che ci sta intorno, sognare davanti alla tv, risucchiati da quiz e programmi alienanti.
I parenti di Woody lo accoglieranno a braccia aperte, come i pochi amici che gli sono rimasti, e le apriranno ancora di più non appena la notizia da un milione di dollari sarà di dominio pubblico.
Verranno fuori scheletri dall'armadio, tenuti nascosti per tantissimo tempo, l'avidità circonderà il povero Woody, che sembrerà non capire molte delle situazioni che lo circondano, ma il volto è quello di un uomo che ha sofferto, che è rimasto traumatizzato dalla guerra in Corea, che non ha mai chiesto aiuto a nessuno come non ha mai detto di no a nessuno, un uomo che si è reso conto di non aver fatto abbastanza, che ha sperperato soldi bevendo a più non posso; ma il riscatto è a portata di mano, il milione è a Lincoln, basta arrivarci.
Preso in giro un po' da tutti continuerà il suo viaggio fino alla meta, il suo on the road deve continuare, il giro non è stato ancora completato.
Woody rincorre il sogno americano, vuole il milione per ridare senso alla sua vita, vuole un furgone, vuole riacquistare dignità, perché il passato - come ci dice Payne - è passato, ma il presente, quello si che è a portata di mano.
Dopo essersi sentito dire che non è il vincitore, Woody, sguardo duro, scolpito nel tessuto della vecchiaia, del dolore, accetterà di tornare a casa.
Di ritorno il vecchio Woody avrà la sua rivincita sulla vita, su una provincia anchilosata dal tramonto dell'american dream, senza il suo milione in tasca, ma con un pick-up sotto al sedere.
Payne ci racconta una storia di sconfitte, fallimenti, rinascite, facendo parlare molto i suoi personaggi; ma i momenti più belli restano i silenzi, quello strato di non detto che abbozza sentimenti, che lascia la libertà allo spettatore di immaginare storie, passati solo affiorati, legami apparentemente flebili che si dimostrano forti come catene, catene che uniscono padri e figli, facendoli sbattere contro le difficoltà della vita ma tenendoli saldi, incatenati l'uno a l'altro fino alla fine del viaggio.
Elle Bi
27/01/2014
THE WOLF OF WALL STREET - Martin Scorsese
Dopo molti anni vede finalmente la luce il progetto della coppia Scorsese-Di Caprio di mettere in scena l’autobiografia di Jordan Belfort, fondatore della Stratton Oakmont, agenzia di brokeraggio con la quale è riuscito a costruirsi un’enorme patrimonio truffando numerosi investitori fino a quando, entrato nel mirino del bureau, viene smascherato e condannato.
Alle prese con un adattamento sicuramente ostico Scorsese da fondo a tutto il suo straordinario repertorio cinematografico regalando nuovi momenti da consegnare alla storia del cinema fra piani sequenza e carrelli mozzafiato il tutto sapientemente montato dal suo editor di fiducia (Thelma Schoonmaker). Conferma, se ancora ce ne fosse stato bisogno, di essere il miglior regista vivente.
Non da meno è la straordinaria performance di Leonardo Di Caprio (nuovo feticcio scorsesiano dopo De Niro) nel ruolo della vita che forse gli regalerà l’ambita statuetta, vera punta di diamante di un cast che funziona alla perfezione (menzione d’obbligo anche per la spalla Jonah Hill, anche lui in odore di statuetta).
Ma veniamo al film, partendo da una necessaria premessa: se da qualche parte si è ritenuto opportuno gridare allo scandalo per la rappresentazione troppo romanzata e vagamente idolatrante della vita di colui che rimane a tutti gli effetti un criminale (da questo punto di vista non ha certo giovato aver dato a Belfort il volto bello e carismatico di Leo) dal mio (e non solo) punto di vista il film riesce, in tutti i suoi quasi centottanta minuti, a mostrare, senza cadere in facili moralismi o gustizialismi, la parabola di un uomo che per inseguire il sogno della ricchezza ha deliberatamente scelto di percorrere vie che scorrono parallele a quelle della giustizia (innanzitutto americana: “fuck you, U.S.A.” si grida negli uffici della Stratton Oakmont). Parabola che ricorda, nella sua ascesa-discesa, quella dei gangster tanto cari al regista newyorkese, da Henry Hill a Sam Rothstein.
Quello di Scorsese è tuttavia un sottile ma nondimeno potente atto d’accusa ad un mondo, quello capitalista, in cui tutto è in vendita perché tutto ha un prezzo, dove si vende perché si è prima creato un bisogno ad hoc, dove i soldi sono la droga più potente. In un mondo così vince non chi fa soldi ma chi ne fa a spese degli altri, chi, per usare un’espressione più colorita, riesce a metterlo nel culo agli altri (emblematica a tal proposito, ed agghiacciante, è la cena in cui il protagonista mostra ai suoi colleghi novizi come fottere un cliente).
Ciò che è ancora più agghiacciante però è che il sogno di Jordan Belfort è, alla fine dei conti, il sogno di tutti. Nella scena che chiude il film, nella attentissima platea, dinanzi alla quale Belfort sta svolgendo la sua nuova occupazione di motivational speaker, ci sono persone comuni, nuovi adepti, che pendono dalle labbra di colui che “ce l’ha fatta”, concentrati per cercare di carpirne il segreto.
Il denaro (così come il sesso o la droga) rappresentano il bisogno primario, assolutamente animale, in un mondo totalmente asservito alle logiche del capitale. Il dollaro come unità di misura del successo americano, la ricchezza come spartiacque tra realizzazione e fallimento.
Per fortuna, in mezzo a cotanto baccanale Scorsese trova il tempo (breve e intenso) per mostrarci l’altro volto della grande illusione americana, il volto più vero, nei cui occhi è già spenta la fiaccola dell’american dream. È il volto dei passeggeri della metro; è il volto di Patrick Denham (Kyle Chandler), l’investigatore federale che ha dato la caccia a Jordan Belfort. Idealmente, noi ci sediamo al loro fianco.
Diccì
13/01/2014
IL CAPITALE UMANO - Paolo Virzì
Il regista livornese Paolo Virzì passa dalla commedia a lui cara a un mix ben riuscito fra giallo, noir con qualche spruzzo di comicità qua e là.
Per chi era titubante riguardo questo esperimento, o per chi lo è ancora, il consiglio è di scrollarsi di dosso i pregiudizi e i timori sull'approccio del regista a un nuovo genere ed entrare sicuri in sala .
Con lo spegnersi delle luci ci troviamo immersi in un mondo malato, in un paese incancrenito, ben descritto dai fidi collaboratori di Virzì; gli sceneggiatori Francesco Bruni e Francesco Piccolo.
I tre, notando un romanzo del 2004 di Stephen Amidon ambientato nel Connecticut, capiscono che può fare al caso loro, prendono la palla al balzo ed ecco il Capitale umano.
Siamo in Brianza, la storia gravita intorno a due famiglie, i piccolo borghesi Ossola e i ricchissimi Bernaschi; il pretesto per unire le due famiglie è un omicidio di un “povero cristo”, come ci dirà il commissario, che permette al regista di sviscerare il mondo degli Ossola e dei Bernaschi, di mettere a nudo un'Italia che zoppica ormai da anni.
Dino Ossola (uno stupendo Fabrizio Bentivoglio) sfrutta la relazione della figlia Serena (l'esordiente rivelazione Matilde Gioli) con il rampollo della famiglia Bernaschi per entrare nel loro fondo fiduciario. Un padre disposto a tutto pur di vedere “il nostro comune amico”, il denaro, entrare in cassa, sentire il tintinnio delle monete riempirgli il cuore e l'anima.
Il capofamiglia Bernaschi (un azzeccatissimo Fabrizio Gifuni) è un broker divenuto ricchissimo grazie alle disgrazie altrui, prosciuga la linfa vitale a un paese che ne conserva già poca, incarna quella borghesia agghindata nel lusso sfrenato, cieca all'arte e a tutto ciò che non è concreto, quella borghesia capace di trasformare un antico teatro in un grigio lotto di appartamenti.
Carla Bernaschi è interessata all'arte, appassionata di teatro, sembra diversa dallo sciacallo del marito, ma la sua è solo apparenza perché non disdegna di essere viziata da giri in limousine con tanto di autista che la scarrozza di qua e di là per la città, fra manicure, negozi di tessuti pregiati e chi più ne ha più ne metta. La psicologa Roberta (Valeria Golino), compagna di Dino Ossola, fa da contraltare alla nullafacente Carla; sembra ascoltare e capire tutti, col suo sguardo tenero e innocente, sempre pronta ad aiutare chi ne ha bisogno. Ma proprio lei, che dovrebbe comprendere meglio di chiunque altro l'animo umano, scivola nella contraddizione di vivere accanto ad un essere viscido, senza alcun freno morale come Dino.
Serena e il disadattato Luca, si cercano, si trovano in un mondo corrotto, circondati da persone che pensano solo a se stesse, soli ma complici, dentro un paese scalcinato, in un plot che forse consegna a loro le chiavi del futuro; i giovani sì, forse loro possono...
Il regista ci mostra un panorama arido, sentimenti rarefatti, senza moralismi di alcun tipo: starà allo spettatore capire ciò che giusto o sbagliato.
Dopo questo imponente film, Virzì potrebbe ricevere una chiamata dagli studios più ambiti del mondo, da quella Hollywood che ha già attratto Muccino e Sorrentino. Ma, forse, il regista è troppo connotato con l'Italia e gli italiani; e, forse, è un bene perché dopo questa prova di maturità dobbiamo proteggere il nostro di capitale umano.
Virzì è un po' come il buon vino, più invecchia e più si apprezza.
Elle Bi
06/01/2013
PHILOMENA - Stephen Frears
Irlanda, anni Sessanta. La giovane Philomena Lee, data in affidamento alle suore del Sacro Cuore, trascorre le proprie giornate presso il convento costretta a scandire il giorno secondo l’assioma benedettino Ora et Labora alle dipendenze di sorelle il cui modo di gestire la vita delle giovani ragazze richiama alla mente, con una similitudine certo un po’ forzata, i gulag staliniani. Siamo nei Sessanta (del ventesimo secolo attenzione) ma pare di essere ancora nel Medioevo.
Da una relazione avuta con un ragazzo conosciuto ad una fiera, Philomena, che vive il suo primo rapporto sessuale, resta incinta di un bambino che nascerà presso il convento e che le verrà portato via dalle suore poiché nato illegittimamente e nel peccato (proprio così nel peccato). Il figlio sarà cresciuto dalle suore lontano dall’amore della madre a cui sarà concesso di vederlo un’ora al giorno dopo il lavoro. Tutto questo in attesa che il figlio venga dato in adozione.
Cinquant’anni dopo Philomena Lee (interpretata da una magnifica Judi Dench, che riesce a dare un’incredibile naturalezza al suo personaggio) è una donna anziana che ha avuto un’altra figlia, e che ha passato tutta la vita senza rivelare a nessuno l’esistenza del figlio convinta com’era dall’alto della sua formazione basata sui dogmi cattolici di doversi vergognare del peccato commesso. Tuttavia l’amore per il figlio mai dimenticato e il fortissimo desiderio materno di rivederlo, sapere se sta bene e soprattutto sapere se ha mai rivolto un pensiero a sua madre la spinge a riferire alla figlia l’intera storia. Casualmente poi avverrà l’incontro con il giornalista inglese Martin Sixsmith (Steve Coogan, anche sceneggiatore) che l’aiuterà nella ricerca del figlio impegnandosi poi a pubblicare l’intera vicenda. Dalle ricerche svolte dal giornalista verrà fuori che il figlio è stato adottato da una facoltosa famiglia americana nel quadro di un programma di finanziamento del convento (come a dire dalle indulgenze ai bambini tutto fa brodo), che lavora per il governo degli Stati Uniti, che è omosessuale e ..
L’intento principale di Frears non è tanto quello di confezionare un film di denuncia, quanto piuttosto raccontare una storia d’amore: l’amore di una madre per il proprio figlio, amore che va al di là di ogni ingiustizia o sopruso e che condurrà Philomena, all’epilogo del film, a compiere il gesto più difficile ovvero perdonare coloro che le hanno fatto tanto male.
Diccì
30/12/2013
I SOGNI SEGRETI DI WALTER MITTY - Ben Stiller
Walter Mitty è il personaggio di un romanzo di James Thurber del 1939, è il correttore di bozze del film Sogni Proibiti di Norman McLeod ed infine è l'editor fotografico di Ben Stiller.
Non è mai facile prendere un'idea altrui e trasformarla, dipingerla di colori propri dandone una tua personale interpretazione; sopratutto se il personaggio in questione ha già perforato lo schermo quasi sessant'anni prima dopo essersi stampato nell'immaginario collettivo grazie al perfetto sarcasmo dello scrittore James Thurber.
Ben Stiller si scrolla di dosso le paure del confronto, si mette in gioco creando un personaggio che ha sì alcune delle peculiarità care all'autore che gli permettono di creare situazioni comico-demenziali che sono il suo pane quotidiano, ma qui vediamo un tentativo di sorpassare quel cinema che tanto appassionava milioni di fan.
Walter Mitty è un editor fotografico del magazine Life, lavora nel sottosuolo dell'edificio, in una stanza buia, per questo il suo impegno passa inosservato, come del resto la sua vita che scorre anonima come uno dei tanti fotogrammi da lui analizzati ripetuto all'infinito.
Ma i sogni, quelli ci sono, costellano i momenti di blackout di Walter, lo trasportano in scenari avventurosi, pericolosi, fra montagne ghiacciate, dentro edifici in fiamme e lui lì è l'eroe, senza macchia, grande amatore a cui le donne non sanno resistere; si sente speciale non rendendosi conto che siamo tutti un po' speciali, anche chi come lui lavora in quella stanza oscura, senza riconoscimenti.
Di tanto in tanto al lavoro incontra la bella Cheryl (Kristen Wiig), donna di cui si innamora senza sapere niente, ma anche lei sembra non notarlo.
Il magazine Life sta per chiudere, soppiantato da una versione online, per questo, l'ultimo numero dovrà essere perfetto, la direzione vuole una copertina da urlo.
Tutto è fatto, il fotografo Sean O'Connell (Sean Penn) ha spedito dei fotogrammi da sviluppare a prova di bomba, uno in particolare è stato evidenziato come la quintessenza della vita.
Walter, come sempre deve dar luce al lavoro di Sean, valorizzarlo, renderlo pubblico, ma quando apre la busta contenente la tanto agognata quintessenza della vita rimane di sasso, non c'è, è l'unico tassello mancante.
Al lavoro parte l'ultimatum, o viene fuori il fotogramma n. 25 entro la data di pubblicazione o sarà Walter ad andare fuori dalla porta principale.
Mitty è disperato, non sa dove battere la testa, ma ha modo di rivolgere parola alla bella Cheryl, le racconta tutto, lei lo incoraggia, gli dice di non arrendersi, di inseguire quel fotogramma.
Lui si fa forza, zaino in spalla, parte senza guardarsi indietro.
Walter vivrà tutti i sogni che non era mai stato in grado di vivere, rischierà la vita nel mare nordico, si sposterà in Afghanistan, fino ad arrivare sull'Himalaya alla ricerca del fotografo che improvvisamente gli ha complicato la vita.
Ben Stiller ci fa ridere, induce lo spettatore a riflettere, ci delizia con una grande cura della fotografia, ci immerge nel mondo inizialmente grigio di Walter Mitty pitturandolo progressivamente di colori, di avventure fantastiche che tutti noi vorremmo vivere.
Elle Bi
23/12/2013
IL TOCCO DEL PECCATO - Jia Zhangke
Contraddizioni sociali e politiche della Cina odierna. Un colosso economico che ha da tempo digerito la lezione capitalista e che è a tutti gli effetti parte del mondo globalizzato. Peccato che nella corsa affannata per inseguire il fuoco fatuo del progresso economico abbia lasciato per strada un intero strato della popolazione, costretta a vivere in condizioni di miseria alla mercè dei nuovi ricchi, imprenditori, collusi col potere.
L’analisi di Zhangke è lucida e spietata. Prende a pretesto quattro storie realmente accadute di cronaca nera, apparentemente indipendenti l’una dall’altra, che si svolgono in quattro diverse province cinesi.
Dahai è un operaio che stufo delle false promesse dei suoi superiori corrotti decide di riscattare col sangue una vita di umiliazioni e sottomissione. Saner, giovane immigrato, preferisce darsi alle rapine convinto che il delitto paghi bene piuttosto che accettare la propria vita di stenti. Xiao You bagnerà col sangue il tentativo di difendersi dalle minacce (neanche troppo velate) di violenza (sessuale) subite da due clienti della sauna presso la quale è impiegata come receptionist. Infine, Xiao Hui è un giovane ragazzo alla ricerca di un’occupazione e di qualche affetto, per poter riempire una vita colma di solitudine.
La struggente bellezza di queste storie è soltanto interrotta da improvvisi scatti di violenza. Una violenza che ci è mostrata in tutta la sua efferatezza, freddezza, da far gelare il sangue. Una violenza che è divenuta l’unica unità di misura possibile della disperazione. I protagonisti di Jia sono tutti degni appartenenti di quel vasto popolo che vive all’ombra dei grattacieli, alla periferia dell’impero, in miserabili bettole. Quel popolo che poi è la Cina più vera.
Sotto gli occhi pietrificati di Mao, retaggio di un passato ancora troppo recente e non abbastanza remoto, si consumano nuove oppressioni. Stavolta però gli oppressi hanno il volto incazzato di Dahai, il viso camuffato di Saner, gli occhi disperati di Xiao You. Nella macelleria globale del capitalismo moderno gli animali da macello sono gli esseri umani, liberi per natura, costretti a vivere in cattività. Cattività in cui sono costretti anche tutti gli animali che simbolicamente attraversano le quattro storie: cavalli, buoi, scimmie, pesci, tutti (ad eccezione dei pesciolini rossi liberati alla fine dal giovane Xiao Hui) ridotti alla catena. Perfino la Madonna, costretta entro una cornice, attraversa, inerme e distante, la quotidiana miseria.
Archiviato il passato, fotografato il raggelante presente, Jia ci lascia in eredità un’inquietante prospettiva futura: il cammino in avanti della “giovane” Cina ha piuttosto le sembianze di un volo verticale verso il basso. E lo schianto non può che essere assordante.
Diccì
09/12/2013
BLUE JASMINE - Woody Allen
Irresistibile. Ancora oggi, a più di 40 anni dagli esordi, il cinema di Woody Allen è irresistibile. E inconfondibile. Il ritmo jazz, l’umorismo, il caos (il caso) sono tutti elementi caratterizzanti ed imprescindibili del personalissimo cinema del regista americano. Certo, non è più tempo di corse affannate lungo le strade newyorkesi sulle note della Rapsodia in blu di Gershwin per soddisfare il desiderio di rivedere un volto (una delle ragioni per cui vale la pena di vivere, tra il vecchio Groucho, Joe Di Maggio, Marlon Brando, la frutta di Cézanne), ma ancora oggi la forza propulsiva dei suoi racconti è il desiderio. Destinato a restare insoddisfatto, affogato nel mare magnum della vita.
Forse è vero, come sostengono alcuni, che Allen abbia già detto tutto quello che doveva dire in tre quattro film. È anche vero che certi monologhi sardonici, certe freddure non possiamo non immaginarle uscire dalla bocca del buon vecchio Woody. Tuttavia, in questa sorta di coazione a ripetere, Allen riesce ad inserire ogni volta elementi di novità (se non in ciò che viene detto perlomeno nel modo in cui viene detto). In quest’ultimo film l’alternanza di due registri, uno comico l’altro drammatico, gli consente di attribuire alla propria riflessione una marcatura maggiormente cinica. Blue Jasmine risulta alla fine uno dei suoi film più disillusi e pessimisti nonostante i toni adottati, in continuità con gli ultimissimi lavori del regista, siano volutamente leggeri, da commedia.
Jasmine (una straordinaria Cate Blanchett assolutamente da Oscar) lascia New York per andare a stare dalla sorellastra che vive a San Francisco, per cercare di ricostruire la sua vita andata irrimediabilmente in pezzi. Infatti, si lascia alle spalle un matrimonio con un finanziere ladro e truffatore morto suicida dopo essere stato smascherato, ma soprattutto, una vita di ricchezza, agiatezza, lusso sfrenato e ipocrita filantropismo. Difficile sarà per lei adeguarsi ad uno stile di vita decisamente più sobrio nella modesta abitazione californiana della sorella. Ma ancor più difficile sarà ritrovare un equilibrio mentale pericolosamente destabilizzato da alcool e psicofarmaci.
Beffardo. È il destino secondo Woody Allen. In un attimo, con un gesto, rabbioso e disperato, Jasmine ha perso tutto. E quel tutto cerca ora di riconquistare. Sotto forma di simulacro di una vita irrimediabilmente andata. L’illusione di averla ritrovata è destinata a crollare perché fondata ancora una volta sulla menzogna. In una storia, umana troppo umana, che non può che terminare così come è cominciata. E quella panchina quegli occhi e quelle lacrime non le dimenticheremo facilmente.
Diccì
02/12/2013
AS I LAY DYING - James Franco
“Credi che le domande spariranno solo perché non sarò qui a portele?”
Quando, un paio d’anni fa, lessi Mentre morivo (As I Lay Dying), uno dei migliori romanzi di uno dei padri della letteratura americana novecentesca William Faulkner, pensai a quanto potesse essere arduo affrontare una sua eventuale trasposizione cinematografica soprattutto per la struttura polifonica particolarmente complessa di racconto intersoggettivo. Ed è per questo che quando sono venuto a sapere che il giovane attore, sceneggiatore, regista (la lista potrebbe continuare) James Franco, di cui ammetto di non aver visto alcun precedente lavoro registico, era presente nella sezione Un certain regard al Festival di Cannes di quest’anno, sono rimasto piuttosto sorpreso. È quindi con molto scetticismo che mi sono apprestato alla visione di questo film.
Detto questo però, vorrei sgombrare subito il campo da un possibile equivoco: quello di Franco è un grande film e dello scetticismo iniziale alla fine non ne è rimasto neanche un po’.
As I Lay Dying è la storia dei Bundren, famiglia del profondo sud degli Stati Uniti alle soglie della depressione, e dell’odissea che testardamente intraprendono per il volere del padre di rispettare la promessa fatta alla moglie in punto di morte: seppellire il suo corpo nella lontana città natale. Così, caricata la bara ed i cinque figli (Cash, Darl, Jewel, Dewey Dell, Vardaman) su un carretto, Anse Bundren (incarnazione della stoltezza e della testardaggine contadine) si dirige verso Jefferson deciso in tutti i modi a soddisfare l’ultima volontà della moglie contro ogni avversità (diluvio, allagamenti, rottura del ponte sul fiume, precoce decomposizione della salma). Saranno poi i figli a portarsi dietro, nel corpo o nella mente, le stimmate del viaggio. È così per il piccolo Vardaman, per la giovane donna Dewey Dell (che nasconde una gravidanza illegittima di cui vuole sbarazzarsi), per il fratello maggiore Cash (che sarà costretto a perdere una gamba, rotta nel tentativo di attraversare il guado col carro), per Jewel (figlio avuto da una relazione extraconiugale della donna) ed è così per Darl vero e proprio centro focale del racconto, il figlio disadattato, reduce di guerra che costituirà l’agnello da sacrificare in nome di un ritrovato “ordine” familiare (celebrato con la presentazione della nuova signora Bundren) tanto necessario quanto fittizio.
Franco si avvale dello split screen (per quasi tutta la durata del film) e della voce off per riuscire a restituirci l’enorme complessità del romanzo; il suo senso immediato e quello mediato, ma soprattutto le diverse voci che narrano lo svolgersi degli eventi ciascuna dal proprio punto di osservazione. Il risultato è sorprendente: così come la lettura del libro, anche la visione del film ti avvolge e coinvolge con tutta la sua aurea di angoscia e malessere. La tragedia, il dramma, è imminente e lo percepisci in ogni inquadratura. Franco, per mezzo di Faulkner, fa sue le lezioni di Joyce e di Shakespeare e riesce a dare corpo e voce a questa parabola discendente: un viaggio nello squallore e nella miseria dei Bundren, dell’America, dell’intera umanità.
Diccì
25/11/2013
IL PASSATO - Asghar Farhadi
Con l'accendersi delle luci in sala la sensazione che ci assale è più unica che rara. Dobbiamo assorbire tutto quello che ci è stato mostrato; due ore e dieci di emozioni forti, di quelle che restano impresse, ci scuotono dall'interno come se uno sguardo ci avesse scrutato senza veli.
Il regista Asghar Farhadi, dopo il bellissimo Una separazione, torna ad indagare con Il passato il contesto familiare, sviscerando tutte le paure, i dubbi che nascono dai rapporti umani.
Non siamo più in Iran, ma a Parigi dove Ahmad torna da Teheran dopo quattro anni. All'aeroporto si guarda intorno, cerca qualcuno, poi appare una donna: i due sono separati da uno spesso vetro, si salutano, sorridono, cercano di comunicare nonostante la distanza; i loro movimenti sono impacciati, si nota che fra i due c'è stato qualcosa, un legame forte che non può essere offuscato da quel semplice vetro.
La bellissima donna è Marie, moglie di Ahmad che lo ha chiamato per fargli firmare i documenti del divorzio. Veniamo a conoscenza che Marie ha due figlie nate da altre relazioni; Ahmad viene invitato a stare da lei anziché in albergo come lui stesso aveva richiesto.
Scopre subito che la donna ha una relazione con Samir, anch'egli sposato e con un figlio, il piccolo Fouad.
Il desiderio della donna di ospitare l'ormai ex marito a casa è tutto un piano, una macchinazione per immergerlo nel letame che la circonda.
E qui, inizia la spirale discendente, i pezzi già incrinati iniziano a sgretolarsi intorno al povero Ahmad, capro espiatorio di una situazione ormai sfuggita a tutti di mano.
Una donna in coma ha tentato il suicido, è la mamma di Fouad, la moglie di Samir, la rivale in amore di Marie, una donna che ha ingerito candeggina davanti al figlio nella lavanderia del marito; quel figlio che in una scena memorabile col padre nella metro parigina ci consegna parole forti riguardo la madre, riguardo la morte, dicendoci che non riesce a capire come mai la donna sia attaccata a dei fili che la tengono in vita se lei, proprio da quest'ultima era voluta fuggire.
Ha compiuto un gesto estremo ma calcolato; tutti si interrogano sul movente pensando singolarmente di essere la causa di quella vita appesa a un filo.
Il marito è inquieto, Marie ha i nervi a pezzi, la figlia maggiore Lucie non ha la forza di stare in casa, di affrontare lo sguardo del nuovo uomo di sua madre.
Ahmad si trova nel bel mezzo di un ciclone, un ciclone di passioni troppo forti per essere gestite; finché non arriva al punto di rottura decidendo di ripartire.
Asghar Farhadi si interroga sulle colpe dell'uomo, le distribuisce fra i protagonisti in modo tale da scatenare le più disparate reazioni, paure, dubbi e insicurezze fuoriescono dall'animo dei suoi attori come tirate da una mano invisibile; basta un niente per far vacillare ognuno di loro.
Il passato è un film dostoevskiano per tematiche e toni; Farhadi calibra bene ogni situazione, ogni parola, ogni dialogo perfetto nella sua scrittura, per consegnarci un film che pone molte domande ma da poche risposte. La più importante ci dice che per andare avanti abbiamo bisogno di un taglio netto, un taglio a quel cordone che ci lega ai nostri ricordi, perché i fantasmi passati riaffiorano sempre.
Elle Bi
04/11/2013
LA VITA DI ADELE - Abdellatif Kechiche
È finalmente arrivato nelle sale italiane il film vincitore dell’ultimo festival di Cannes, La vita di Adele, quinto lungometraggio del regista franco-tunisino Abdellatif Kechiche che ritorna ai temi a lui più cari (momentaneamente accantonati negli ultimi due film Cous Cous e Venere Nera) quelli degli esordi, quelli, per intenderci, di Tutta colpa di Voltaire e, soprattutto, de La schivata. Protagonista, oggi come allora, è l’adolescenza (meglio, gli adolescenti) vivisezionata con chirurgica destrezza (l’identicità di contenuto, per la verità, non si esaurisce qui. Ritornano, infatti, Marivaux e il determinismo classista). Le doti di Kechiche come indagatore delle relazioni umane e come abile tessitore di veri e propri romanzi di formazione (i suoi film potrebbero sembrare quasi dei trattati antropologici) ci erano già ben note e si erano mostrate con assoluta chiarezza nello straordinario La schivata, dove nello squallido teatro delle banlieu parigine il giovane Krimò viveva l’esperienza di un amore non corrisposto. Se già quello poteva sembrare un film pressoché perfetto, dobbiamo (con piacere) constatare che Kechiche è riuscito a fare meglio condensando in quasi tre ore di puro cinema (anche le doti di narratore oltre che dialoghista sono ormai una certezza) una storia che toglie il fiato per quanto è bella, vera, commovente.
La giovane studentessa liceale Adele (Adèle Exarchopoulos) scopre lentamente, e noi insieme con lei, la sua identità omosessuale perdendosi (ed allo stesso tempo ritrovandosi) in una appassionante storia d’amore con la più matura ed esperta Emma (Léa Seydoux). Storia d’amore che è catturata e restituita in splendide sequenze di corpi che si avvinghiano, mani che si toccano, occhi che si cercano (da vedere e rivedere all’infinito la sequenza in cui Adele entra in un bar gay con la speranza di ritrovare la ragazza dai capelli blu che ha incendiato il suo cuore). Nessun dettaglio è precluso alla nostra vista, Kechiche ci mostra tutto, ma proprio tutto (qualcuno ha storto il naso, specie per le lunghissime scene di sesso lesbico; altri hanno addirittura parlato di voyeurismo) e pur tuttavia niente di quello che vediamo sembra sovrabbondante, di troppo; ma tutto pertinente, necessario. E questo è vero sia per quanto riguarda le scene degli amplessi (mostrate con dovizia di particolari) sia per quelle apparentemente meno importanti (dal punto di vista diegetico) come ad esempio un pranzo in famiglia.
Alla fine, come tutti sappiamo, è la vita che da ed è la vita che toglie; ma i ricordi, indelebili, quelli restano, cosi come restano le opere d’arte, soprattutto se raffiguranti un momento, un attimo, eterno, di felicità. E ad Adele, diversamente da Krimò, quell’attimo, è stato concesso di viverlo. Ed è con questa consapevolezza che alla fine Adele si allontana dal suo presente che è già passato, incamminandosi verso un nuovo inizio. Un altro capitolo di quella (stra)ordinaria storia che è la vita.
Che bello, il cinema, quando riesce semplicemente a raccontare storie, stupendoci, commuovendoci. Grazie dunque a Monsieur Abdel per averci concesso lo straordinario privilegio di essere stati testimoni della nascita, della maturazione e della fine del sentimento più bello e più intenso che il cinema possa raccontare: l’amore. Che poi sia anche omosessuale non fa alcuna differenza; anzi, forse lo rende ancor più prezioso.
28/10/2013
THE GRANDMASTER - Wong Kar-wai
Wong Kar-wai ci regala un film che all'apparenza può sembrare semplice (storia di Ip Man maestro di Wing Chun) ma in realtà cova al suo interno una complessità quasi disarmante.
Il protagonista (Tony Leung/Ip Man) ci anticipa una massima che fungerà da linea direttrice per tutto il film e cioè che il Kung fu è fatto di due sole parole, orizzontale e verticale, se vai giù perdi, se stai in piedi vinci.
Per molti potrebbe sembrare una frase come tante ma il cineasta cinese ci costruisce sopra l'intero film, forse l'intera sua poetica.
In The Grandmaster tutto è orizzontale e verticale, la pioggia incessante all'inizio del film (verticale), i corpi che volano a suon di pedate (orizzontale), gli sguardi che si incontrano (orizzontale), pavimenti calpestati da corpi eretti (orizzontale, verticale) e infine scale (verticale) e treni impossibili (orizzontale).
Ma il piano di Wong non finisce qui, è molto più ampio, è composto da linee infinite che partono da nord a sud (dalla Cina del nord degli anni '30 fino ad arrivare a Foshan nella Cina del sud fino ad arrivare a sud-est a Hong Kong), prende a pretesto la storia di Ip Man per ripercorrere le tappe fondamentali di trent'anni di storia cinese; nessun combattimento del film è superfluo, ogni goccia di sudore, ogni schizzo di sangue, ogni lacrima sta a rappresentare la sofferenza di tutti i momenti storici della Cina di quegli anni; l'invasione di Hong Kong da parte dei giapponesi, l'estrema povertà e la guerra civile.
Molti registi si sarebbero accontentati di fare un film su Ip Man che percorrendo la sua storia ripercorre la Storia, ma Wong no, non si accontenta e decide di mettere in ballo tutte le sue tematiche più care e allora The Grandmaster oltre che un film sul tempo diventa un film sugli amori impossibili, sugli amori sottotono, non urlati, velati come lo sono le tematiche di questo film.
Nella maggior parte dei suoi film Wong Kar-wai fa vivere ai suoi personaggi delle storie d'amore vissute a metà, o almeno ci fa vedere che il suo è un occhio disilluso, un occhio che mostra sempre l'inizio di una storia ma spesso non la fine, o meglio una fine forzata, un'interruzione, perché l'amore all'inizio avvampa, ma poi inevitabilmente arrivano le complicazioni, arriva il tempo, il tempo che brucia pian piano tutto quello che trova.
Ma in The Grandmaster abbiamo un'eccezione. Ci troviamo davanti ad uno dei tanti amori impossibili cari al regista: i due si incontrano, si sfiorano (i loro corpi si toccano solo durante un combattimento), le loro anime si toccano, ma qui, la storia d'amore non finisce proprio perché non inizia.
Il regista sembra quasi non voler intaccare quel che di bello che c'è fra di loro, anime perse, anime sole, si guardano, si salutano continuando il loro cammino verso il domani.
E immancabilmente tornano le linee orizzontali e verticali, perché gli uomini e le donne cari al regista si incontrano, si amano, si odiano ma poi dopo quell'incontro breve e intenso, quelle fragili linee devono continuare la loro strada, continuando a sporcarsi nel caos della vita.
Elle Bi
21/10/2013
GRAVITY - Alfonso Cuaròn
Prima considerazione: nella quasi totalità dei casi (eccettuato forse Hugo Cabret di Martin Scorsese) la tridimensionalità è stata utilizzata al precipuo scopo di rappresentare un orpello ornamentale, un quid aggiunto a vari altri effetti speciali per rendere il film più spettacolare; o, peggio ancora, film girati in 2D sono stati successivamente “gonfiati” per raccogliere qualche spicciolo in più al botteghino. In quest’ottica Gravity rappresenta una sorprendente novità. Finalmente il 3D è funzionale alla storia che il film si propone di raccontare. Asservito non più alla forma bensì alla sostanza.
Seconda considerazione: al suo sesto lungometraggio il regista messicano fa finalmente centro. Dopo una serie di film poco convincenti, tra i quali l’episodio forse meno riuscito della saga di Harry Potter (Il prigioniero di Azkaban) e il futuristico I figli degli uomini, ricco di potenziale mal sfruttato, Cuaròn confeziona un film decisamente riuscito di cui firma anche la sceneggiatura.
Gravity non è semplicemente (o non solo) un film di fantascienza come non lo era 2001:Odissea nello spazio (lungi da me fare improponibili paragoni) di cui è evidente debitore e a cui rende omaggio in una bellissima scena che richiama l’enigmatico finale del capolavoro kubrickiano. Al regista, infatti, preme maggiormente indagare il percorso umano di elaborazione del lutto, la ricerca di una nuova ragione per andare avanti, la lotta per sopravvivere in un mondo ostile. E non è paradossale che ciò avvenga nello spazio, a distanza siderale dalla Terra, dove l’assenza di gravità, il silenzio assoluto e la solitudine sono preziosi alleati per recuperare il senso della vita, così come può esserlo una pioggia di detriti. Perché a volte bisogna toccare il fondo prima di potersi rialzare e riprendere a camminare.
Per quanto riguarda la trama poi, meno rivelo meglio è, per un film che è alimentato anche da continui colpi di scena che riescono a tenere alta e costante la tensione. Vi basti sapere che i protagonisti (che sono poi i soli personaggi) sono due ingegneri spaziali (un veterano e una novizia), interpretati dall’ormai sempre bravissimo George Clooney e dalla finalmente convincente Sandra Bullock, che si trovano alle prese con la riparazione di una stazione spaziale quando vengono sorpresi da una violenta pioggia di detriti dovuta all’esplosione di un satellite russo. Da questo momento inizia un drammatico conto alla rovescia per la sopravvivenza.
Ultima considerazione: ho sempre ritenuto particolarmente importante, nell’economia di un film, un bel finale. Ebbene, in Gravity, da solo vale il prezzo del biglietto.
30/09/2013
LA GRANDE BELLEZZA - Paolo Sorrentino
E' da poco diffusa la notizia che La grande bellezza, nuovo film di Paolo Sorrentino, è stato scelto per rappresentare l'Italia agli Oscar quale miglior film straniero. Dopo una prima visione ci troviamo disorientati, pensiamo che quello che abbiamo visto sia un bel prodotto ma che manchi di qualcosa. Dopo una seconda visione i puntini iniziano ad unirsi e tante delle sfumature che ci erano sfuggite cominciano a delinearsi e a prendere forma; con l'accendersi delle luci rimaniamo interdetti, commossi e un senso di grande bellezza ci assale, proprio come nel film il fascino di Roma colpisce il turista asiatico che non riuscendo a contenerlo crolla in preda ad un malore.
Rimaniamo a guardare i titoli di coda come ipnotizzati da quella suggestione, “la grande bellezza”.
Sorrentino prende a pretesto un microcosmo composto da galleristi d'arte, nobili decaduti, direttori di prestigiose riviste, maschere al botulino, ricchi e arricchiti di ogni specie per una riflessione assai più ampia. La grande bellezza non è un film su Roma e sull'Italia, e sopratutto non è un film per il quale dobbiamo scomodare il grande maestro Federico Fellini. Non che questi riferimenti siano inesatti, ma Sorrentino dà al suo film un carattere universale.
Se ci distacchiamo per un attimo dai piccoli provincialismi italiani, chiudendo gli occhi possiamo vedere la rappresentazione dello squallore quotidiano intriso di vacuità, la rincorsa forsennata a quell'apparire che ormai dilaga in tutto il mondo, le continue bugie per evitare di ferirci ancor di più; e dentro questo vortice di mondanità si aggira l'antieroe Jep Gambardella (Toni Servillo), re dei mondani, come si proclama in uno dei tanti monologhi interiori, circondato sempre da centinaia di persone ma allo stesso tempo solo come l'eremita che sta sulla montagna.
Jep, napoletano con mille aspettative, parte in giovane età per quella Roma che tanto promette ma poco mantiene. Durante la sua ricerca di quella purezza - che scoprirà non esistere - lascia, un po' per superbia e un po' per pigrizia, che il vuoto della chiacchiera e della mondanità anestetizzi il suo cuore dolente facendolo diventare indifferente e impermeabile a tutto, perfino alla tanto amata scrittura.
L'unica bellezza che sembra intravedere è quella lontana centinaia di chilometri, decine di anni, la grande bellezza che ormai alberga solo ne suoi ricordi: il mare, il primo amore che non ritornerà più, quella spensieratezza che appartiene a un'epoca passata, sotterrata da bugie, cinismo, scopate e feste con persone che fingono di stare bene ma, come dice Jep, i trenini delle loro feste sono i più belli d'Italia proprio perché non vanno da nessuna parte. Ma poi incontrerà Ramona, spogliarellista a fine carriera che gli dirà quel “Volemose bene” che ci fa pensare a due anime sole, due anime disincantate che uniranno le loro solitudini senza nemmeno il bisogno di toccarsi. Ma la morte, cinica e spietata, gli sottrarrà Ramona poco dopo, strappandogli di dosso quel bagliore di pace che sembrava aver ritrovato accanto alla ragazza, immaginando, insieme alla donna, un mare placido sul soffitto che placa per un momento le sue paure e le brutture della sua esistenza quotidiana.
In questa Roma decadente e decaduta c'è anche molto di sacro, una santità perduta, profanata da tutti noi, perché guardando La grande bellezza, dobbiamo farci forza e riconoscere i vizi, le oscenità, i difetti, il ridicolo che è in tutti noi, le sconfitte dell'animo, e da lì ingoiare il boccone amaro, rialzarci e ripartire dalle “radici” per raccontarci la verità che tanto ci appartiene.
Jep alla fine del film ci confida quasi timidamente il suo mondo e il nostro in un monologo che lascia gli spettatori spiazzati e ammutoliti a riflettere su ciò che ci è stato appena mostrato.
“E' tutto sedimentato sul chiacchiericcio e il rumore, il silenzio e il sentimento, l'emozione e la paura, gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza e poi lo squallore disgraziato e l'uomo miserabile”.
Quindi lasciatevi cullare da La grande bellezza proprio come Jep fa con il mare dei suoi ricordi, lasciatevi cullare come il bambino dalla mamma...BLA BLA BLA.
Elle Bi
23/09/2013
LA SCHIUMA DEI GIORNI - Michel Gondry

Terminato di vedere l’ultimo film del regista francese, dopo oltre due ore, ci sentiamo piuttosto confusi, probabilmente un po’ delusi, sicuramente commossi. Quello cui abbiamo assistito non è certamente un film semplice come non lo sono quelli che aspirano a rappresentare la vita, in tutta la sua complessità. Il romanzo di Boris Vian, da cui è tratto il film, sembra scritto su misura per il visionario Gondry che mette in scena una favola allucinata e allucinante. Quello di Vian (e di Gondry) è un mondo fantastico, straordinario, dove è possibile cucinare seguendo le ricette di uno chef che ci guida attraverso il forno (o il frigorifero, secondo le necessità), dove è possibile volare sopra i tetti di Parigi, accomodati sopra una nuvoletta, dove il campanello di casa è un fastidioso insetto meccanico, dove, ancora, si può avere per coinquilino un topolino dalle sembianze umane (meglio, un uomo dalle sembianze di un topolino). Il protagonista (un convincente Romain Duris) trascorre le sue giornate consumando, assieme al suo inseparabile amico, pittoreschi piatti cucinati dal suo cuoco di fiducia (Omar Sy, visto in Quasi amici). Di lavorare non se ne parla, ma del resto la cassaforte è piena. Sente però che gli manca qualcosa, una donna, l’amore. Che puntualmente arriva (Audrey Tautou). La vita gli sorride in tutta la sua bellezza, il mondo è un grande giardino colorato. Fino a quando dentro la ragazza si insinua un male incurabile. Una ninfea (un tumore?) le cresce dentro un polmone e lentamente la consuma. Insieme con lei si spegne lentamente il mondo che la circonda: i colori da sgargianti si fanno sempre più cupi fino a scomparire del tutto lasciando il posto a un bianco e nero cupo e deprimente. Gli spazi rimpiccioliscono (letteralmente) e il tempo adesso scorre più velocemente lasciando sugli uomini e sulle cose i segni di un precoce invecchiamento. La vita, dicevamo. E la morte, che è parte di essa, in un mondo che sartrianamente (il grande filosofo francese del novecento è del resto chiaramente citato) non ha senso.
Diccì