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venerdì 11 luglio 2014

NEWS: "FLESSIBILITA' O NON FLESSIBILITA', IL MONDIALE CONTINUA"




All’indomani di un trionfo della Germania a Rio de Janeiro, un’altra partita ben più ardua si sta giocando ormai da mesi tra Roma e Berlino. In campo le squadre non sono certo formate da sportivi di grande caratura ma al contrario, una certa senescenza dei giocatori accomuna entrambe le formazioni. E la posta in palio non è la soddisfazione di sollevare in aria una grande coppa laccata d’oro, ma bensì quella di portare a casa una messa in discussione, o meno, del nuovo nemico numero uno: il fatidico tetto del 3 per cento al rapporto tra deficit e PIL, tanto caro a Weidmann, presidente della banca centrale tedesca, e compagni (formazione tedesca), e mai così stretto per Renzi e i suoi (formazione italiana).

A volte mostrare un po’ i muscoli per cercare di soverchiare uno status quo poco vantaggioso fa sicuramente parte di quella téchne politica di cui Machiavelli fu un sopraffino speculatore. Anche la ricerca di un capro espiatorio da dare in pasto ad una folla inferocita (l’elettorato) fa sempre parte di un gioco proprio del centauro-politico (per usare ancora una riuscita similitudine del pensatore fiorentino), che oltre al logos proprio dell’uomo, non deve peritarsi di usare anche l’astuzia, propria di un animale quale la volpe (da qui l’immagine del policy maker metà uomo e metà animale). Attenzione quindi a scegliere per quale squadra tifare in questo grande “classico” quale è Italia-Germania, partita dal significato squisitamente politico (oltreché economico, certo) dove forse non è così scontato portare in alto i colori della bandiera di casa propria.

Come scrissi già in un articolo precedente, la scelta di un tale limite fu piuttosto approssimativa ma sottintendeva una ratio dalla semplicità quasi disarmante: il tasso di crescita medio nell’eurozona agli inizi degli anni 90’ (quando, dopo Maastricht, la soglia del 3 per cento di deficit fu estesa a tutti i paesi euro) ancora galoppava ed in una logica di lungo periodo, questo avrebbe significato un sostanziale equilibrio del rapporto tra stock del debito di un paese ed il suo prodotto interno. Alla luce di questa prima osservazione quindi, ricordando che le stime OCSE del tasso di crescita italiano di quest’anno sono pari allo 0.6 per cento, ed ipotizzando raggiunta la soglia decretata da Bruxelles, vi è una forbice pari a 2.4 punti che si traduce in un perpetrarsi della corsa del debito sovrano che da qualche anno pare davvero inarrestabile (pari al 132 per cento lo scorso anno; durante la crisi dello spread che portò alla nascita del governo Monti, tale valore si aggirava attorno a 120 punti percentuali). Prendere a prestito danaro, ricordiamoci, non è privo di conseguenze: nel 2013 gli interessi pagati dall’Italia sono stati pari a circa 82 miliardi di euro ed ISTAT rivela che ammontano a 318 i miliardi sborsati negli ultimi 4 anni per la stessa voce d’uscita. Per un paese che non cresce (e che realisticamente non lo farà in maniera davvero sostenuta ancora per molto; l’Italia è poi un’economia matura ed è perciò irrealistico immaginarsi nuovamente tassi di crescita da “boom economico”), questo significa continuare a condannare le generazioni presenti e future ad avere una enorme spada di Damocle sempre appesa sopra la testa e ad essere vittime potenziali del “sentiment” degli amorali mercati finanziari. Alla prima nuova avvisaglia di inceppamento del motore italiano, lo spread col Bund tedesco schizzerebbe ancora alle stelle e con questo, il costo di chiedere nuovo debito: insostenibile sarebbe poter ripagare i nuovi e i precedenti interessi e le conseguenze di un tale avvenimento sono facili da immaginarsi.

In un celebre paper di Blanchard e Quah del 1989 inoltre, viene mostrato come uno shock dal lato della domanda (come quello portato ad esempio da un aumento di spesa pubblica non per investimenti) abbia sul PIL degli effetti aumentativi in realtà temporanei, a maggior ragione in una situazione come quella attuale dove il capitale è con tutta probabilità sottoutilizzato. ISTAT ha recentemente dichiarato che il livello dei consumi nella penisola è tornato a quello di 12 anni fa. E’ normale quindi che si pretendano ancora delle riforme strutturali al nostro sistema paese, il quale mostra ancora dei forti attriti interni alla crescita che andrebbero assolutamente eliminati, prima di continuare ad ingigantire un ormai mostruoso stock di debito con la scusante di pompare carburante in un sistema dai molti problemi “tecnici”. E di margini di manovra a guardar meglio sembrano essercene di numerosi. Durante il periodo tra il 2007 ed il 2013 ad esempio, dei 49.5 miliardi di euro di fondi strutturali europei, solo il 40 per cento di questi è stato speso (fonte Il Sole24 Ore), mettendo in luce tutta l’incapacità della macchina burocratica nostrana di gestire un tale tesoro, in periodi di vacche magre come questi assai prezioso. Un più razionale uso di tali risorse sarebbe sicuramente auspicabile. 

Recentemente la Corte dei Conti ha poi lanciato un j’accuse contro quella foresta di aziendine ed aziendette a partecipazione regionale e comunale delle quali un terzo è in perdita e la cui gestione costa alle tasche del contribuente ben 25 miliardi l’anno. Sicuramente un serio e tanto millantato new deal dovrebbe tentare di colpire e limitare un tale insensato sperpero. Visto poi il poco senso di responsabilità mostrato dall’attuale classe politica che, nonostante la crisi profonda sembra formata da “stupide galline che si azzuffano per niente” (cit. Battiato), creare un precedente permettendo di superare l’attuale vincolo di bilancio imposto dall’Europa potrebbe verosimilmente rallentare quel processo riformatorio ora in atto e mai così necessario, la cui gestazione è ancora tumultuosa e che maggiore tempo (perché la  questione del 3 per cento è soprattutto questo) potrebbe rallentare ed annacquare.

Siete ancora convinti di voler tifare gli “azzurri”? O forse cercare un posto nella curva dei tifosi tutti wurstel, crauti e birra alla spina non è poi così insensato?



di Maste per la rubrica "NEWS DAL FUTURO".

venerdì 27 giugno 2014

NEWS: "IT'S ONLY ROCK 'N' ROLL BUT I LIKE IT - Speciale Rolling Stones, Parte 2"


Qui il link alla Parte 1 scritta da Mi.Di.

Quando presi in mano la chitarra per la prima volta ero oramai cresciutello e di musica non sapevo quasi niente. “Il 90 per cento dei chitarristi comincia a suonare una sei corde per una ragazza”; queste le parole del mio maestro, un tipo eccentrico dal carattere non facile, ma che la sapeva sicuramente molto lunga. Credo di potermi considerare facente parte di quel 90 per cento.

Ricordo un pomeriggio d’estate piuttosto torrido, in cui il maestro mi disse con tono deciso: “Ok Maste, credo tu sia pronto per una piccola improvvisazione blues; ti accompagno con un 12/8 in Mi minore, fammi vedere un po’ cosa sai fare”. Imbracciai l’artiglieria elettrica e feci scivolare le dita sulle corde di metallo. Quello che il mio maestro non sapeva è che avevo trascorso gli ultimi mesi a divorare tutorial di blues su Youtube (versione moderna del “budello” di locali dove Hendrix perfezionò in gioventù la sua tecnica) e mi feci forza. Cominciai con qualche fraseggio piuttosto impacciato e il risultato che ne venne fuori fu, sulle prime, molto deludente. “Non voglio guardare cosa è in grado di fare la tua mano, ma voglio sentire cosa hai dentro Maste”; mi interruppe così e lo guardai con un sorrisetto timido. Sospirai e decisi di chiudere gli occhi: mi dimenticai per un attimo di regole e note e drizzai l’orecchio verso ciò che mi scuoteva dentro. Il risultato fu un lungo, ostinato, dolorante “Mi” che riecheggiò per tutta la stanza: “Bene”, mi disse, “cominci a capire”.

Il blues è un fiore che affonda le sue radici nel periodo della schiavitù delle comunità nere del Sud degli Stati Uniti, e che germinò dalla confluenza di due tradizioni: da una parte i canti di lavoro degli antichi popoli di agricoltori dell'Africa occidentale, dall'altra, i salmi degli immigrati provenienti dal vecchio mondo. Chiave di volta fu l'epilogo della guerra di secessione e la fine formale della schiavitù. L'uomo di colore ora è libero, ma la sua condizione materiale non cambia; ecco che allora il blues diviene un canto individuale, con lo scopo non di esprimere il bisogno di liberazione di una collettività, ma la disperazione, la solitudine e lo smarrimento del singolo, la condizione dolorosa dell'uomo di colore, formalmente integrato, ma di fatto represso in una società egemonizzata dai bianchi.

Un nome, forse più di altri, si fece portavoce di questo strazio, pochi anni prima dell’inizio del secondo conflitto mondiale: Robert Johnson, archetipo dell'artista maledetto, l'uomo a cui il diavolo ha donato la chitarra e rubato l'anima, compositore di litanie malate, polvere, corvi, prigioni e ferrovie, spose violate e ira, avventure, sentimenti, disperazione. Da principio non particolarmente capace di suonare, Johnson scomparve (a seguito della morte della moglie), per riapparire un anno dopo nelle vesti di fenomeno della sei corde.  Le credenze dell'epoca raccontano di un incontro tra il bluesman e un misterioso uomo in nero, che allo scoccare della mezzanotte gli propose lo scambio anima\talento chitarristico.


E se il nostro collaboratore Mi.Di., nella parte 1 dello speciale sull’imperiale concerto dei Rolling Stones, parla di porte dell’inferno che si spalancano e di una “presenza scenica […] quasi faustiana”, chissà se, come Jonhson, anche le quattro pietre rotolanti abbiano incontrato sul loro lungo cammino un demone vestito di nero. Sympathy for the devil sembra non troppo velatamente descrivere un fatidico, quanto leggendario, incontro: “Please allow me to introduce myself, I am a man of wealth and taste” suonano dalla bocca di Jagger così realisticamente diaboliche che si fatica ad immaginarle frutto solo della fantasia del frontman. Provate ad immaginare: durante una notte molto lisergica di quei lontanissimi anni 60’ forse proprio il diavolo apparve dinanzi ai quattro proponendogli un accordo: “voi suonerete riff di chitarra che rimarranno impressi per sempre nella storia della musica e attraverserete i tempi d’oro del Rock sempre “giovani” come foste divinità immortali. Io, in cambio di tutto questo vi chiederò una sola cosa: la vostra anima”.

Quella sorta di benedizione al contrario, quel lascito testamentario, quell’investitura dannata, vale ancora. E, 52 anni dopo quel primo riff, suonato da uno sconclusionato inglesotto del Kent (che aveva imparato a suonare la sei corde che la madre gli aveva regalato per provare ad incanalare nell’arte i suoi bollenti spiriti), uno studentello borghese della London School of Economics (anch’esso del Kent) e ammorbiditi dai beats del più anziano Charlie (unitosi dopo un paio di anni), quei riff vengono suonati ancora. E io, Maste e la ragazza di quest'ultimo (più tardi raggiungeremo Mi.Di e gli altri ragazzi), che non abbiamo neanche la metà degli anni di questi diavoli, siamo qua seduti ad un ristorante di Testaccio a scaldarci per il concerto. Fresco vino nei bicchieri e, come sottofondo musicale, proprio gli Stones, dati intelligentemente in pasto allo stereo da parte del proprietario del locale …

Ma non è questo a colpirmi o a confermare l’esistenza di quel patto satanico di sangue. È l’ammasso di carne che mi scorre accanto che è impressionante. Avere il biglietto per il “concerto dell’anno” significava essere parte di un fiume umano colorato da irridenti maglie con la linguaccia che, scorrendo lento come il Tevere, si muove verso il Circo Massimo come incantato da un invisibile pifferaio magico. Alla fine gli organizzatori hanno stimato più di 70000 presenze, ancora, un vero e proprio ammasso di carne. Un meltingpot generazionale unito da una religione: il Rock‘n’Roll.  Continuavo a notare, mentre lenti il vino, i cocktails e gli amari scendevano giù, il placido scorrere di migliaia di faccioni che facevano la linguaccia e che sembravano aver voglia di ridere della vita, di prenderne il bello e gettare il brutto – o soffocarlo con qualche sostanza come per molto tempo hanno fatto i guru musicali che ci apprestavamo ad ascoltare.



Una volta pagato il conto, ci siamo uniti alla massa informe e ne siamo divenuti un tutt’uno. Abbiamo lasciato in ufficio o sui libri o in negozio le nostre personalità per fonderci in quella collettiva del grande spirito del Blues. Scannerizzati i biglietti ai security check e preso postazione sotto al palco. Fiumi di rhum e emozioni liquide. Ma questo ve lo ha già raccontato ieri Mi.Di. C’è poco altro da dire. C’è chi ha criticato questo museo-musicale-vivente-sforna-soldi sotto vari punti di vista. Stronzate. I Rolling Stones erano e sono ancora la voce della ribellione, dello scommettere su te stesso e sui tuoi sogni (pure quando tutti ti danno per spacciato o morto), sono i bluesmen disposti a tutto pur di lanciare il loro grido irriverente... disposti pure a fare un patto con il diavolo.

È stato puro Rock’n’Roll. Può andare a farsi fottere chi sostiene il contrario.



di Maste e IT per la rubrica "NEWS DAL FUTURO".

domenica 15 giugno 2014

NEWS: "DIARIO DEL (IM)PERFETTO TIFOSO"


“Eh figlio mio, noi siamo in un sogno dentro a un sogno”
(Totò in “Che cosa sono le nuvole” di Pier Paolo Pasolini)

Ebbene si, il rendez-vous mondiali è infine giunto ed il grande classico Inghilterra-Italia fa già parte della storia del calcio.
E cos’è impossibile da non notare quando ha inizio la World Cup? La altrettanto “classica” fiumana di gente che si riversa nelle piazze per vedere la partita della propria nazionale quasi fosse richiamata dalla musica di un pifferaio magico (potevo forse usare una metafora meno patetica di questo riferimento alla fiaba dei fratelli Grimm, mea culpa, ma dopo aver passato un’intera serata 
a fare tequile non mi è venuto altro alla mente #hangover).

Diario del (im)perfetto tifoso
(ammetto che io e il calcio siamo come due universi paralleli. Una cosa però la so anche io: l’arbitro è quell’uomo vestito di nero che corre come un matto per tutto il campo e fischia a più riprese quando due giocatori avversarsi decidono di sfondarsi le tibie)
Ovviamente, quando arrivi dov’è piazzato il maxischermo, di una seggiola libera neanche l’ombra. E guai a te se tenti soltanto di allungare una mano sperando di afferrare quello sgabello (all’apparenza) abbandonato: “Ma che ca##########o fai!” sarà la risposta più educata che riceverai per il gesto maldestro.
E della fila chilometrica davanti al baracchino delle birre vogliamo parlarne? “Poveri illusi” ti dici sogghignando; ed afferri la bottiglia di Peroni (o Moretti se preferisci) portata da casa guardando negli occhi proprio l’ultimo della serpentina infinita che in quel momento vorrebbe solo annichilirti.
Arriva il calcio di inizio, “piiiiiiiiiii”, e, seduto su di un sasso dalle forme decisamente troppo aguzze, te ne stai immobile e sofferente mentre sullo schermo il pallone comincia a roteare e a muoversi vorticosamente tra i piedi degli atleti.
Proprio quando credi che oramai tutte le prove più ardue siano state superate, accade proprio quello che ogni volta preghi la Madonna non possa succedere proprio a te ma allo sfigato di turno alla tua destra (o sinistra, tanto per essere politically correct). Due energumeni giganti prendono il posto dei bambini di fronte dei quali avevi calcolato attentamente l’altezza per evitare che il tuo campo visivo ne fosse intralciato: “ciao papà”. Ma come “ciao papà!? Non potete farmi questo, NOOO!”. Ahimè, non c’è niente da fare. Provare in qualche modo a stendere i due colossi è un’ipotesi che escludi a priori vista la loro mole. Questi, senza il minimo sforzo, sarebbero in grado di “arrocchettarti” e farti sperare di non essere mai nato. Spostarsi poi dal piccolo cantuccio conquistato con tanta fatica è impossibile quasi quanto la prima delle idee: la densità di persone attorno a te è infatti talmente alta che sperare di percorrere un solo metro è pura fantascienza. E’ già un miracolo tu riesca a respirare in quella calca, figurarsi provare ad uscirne: “e sta fermo! Ma te voi sta’ fermo?! Cogl##ne”. Alzi le braccia, sospiri. Oramai sei condannato a dover deambulare per 90 interminabili minuti (più recupero) seguendo al millimetro gli spostamenti dei due tizi e sperando di vederci qualcosa.

[Dopo patimenti indicibili la partita volge al termine]

La “battaglia” in campo si conclude e in un istante, ciò che “voi umani non potete neanche immaginare” ti si palesa tutt’attorno. Proprio come nel finale della pellicola “In nome del popolo italiano” di Dino Risi (dove il regista dipinge i festeggiamenti di alcuni tifosi dopo una partita fittizia disputata proprio tra Italia e Inghilterra; ed anche nel film è la prima  a spuntarla J ), caroselli di veicoli di ogni tipo (importante è che emettano un suono il più sgradevole e squillante possibile) prendono possesso delle strade della città, e un’orda barbarica si riversa per strada urlando come la bimba de l’ “Esorcista” ed inveendo contro qualsiasi tipo di divinità venga alla mente. E a prender parte ai festeggiamenti ci sono tutti, ma proprio tutti: preti che ballano in cerchio e cantano cori da stadio, vecchi nostalgici di regimi autoritari che furono, militari, mignotte-trans e borgatari. E guai se fortuitamente questa tribù unna dovesse incontrare un’auto con la targa della nazionale umiliata. Sarebbe data alle fiamme!


W  Verdi (quest’espressione dei tempi del risorgimento è per i più retrò)! W l’Italia (con la stessa intonazione della canzone di De Gregori)! Forza azzurri ( un po’ d’amor di patria non credo guasti visto il momento storico particolarmente difficile che lo stivale sta passando)!

di Maste per la rubrica "NEWS".

venerdì 30 maggio 2014

NEWS: "ATTENZIONE CHE ROCCO T'INCU (BEEP) !"











Qualsiasi orientamento politico deducibile dal seguente articolo riflette solo l’opinione del suo autore) .

Ma cosa diav… come caz (beep) è possibile?! Il [..] ha preso il 40% dei voti?” Questa indicativamente la reazione lunedì mattina al mio risveglio, dopo aver letto i risultati ufficiali delle europee. Stavo poi già preparando i bagagli per scappare quando alla mente è tornato il vuoto assoluto del mio conto in banca ed il pranzo a casa di mamma a cui non è possibile mancare: “Valeeee”...”Arrivo ma’, arrivo…jeez”. Decisi quindi di calmarmi un attimo.

Non avendo poi praticamente nulla da fare (mi definirei infatti un NEET atipico: studio ma non studio, lavoro ma non è proprio un lavoro, sono in cerca di qualcosa ma al momento spero di non trovare un bel niente) ho deciso di distrarmi un po’ stilando una piccola classifica delle cose più ridicole che mi sono passate sotto gli occhi durante questa tornata elettorale. Ovviamente l’elenco può essere ampliato ed anzi invito lettori e lettrici a segnalare quanto di più patetico e vergognoso siano stati costretti a sopportare durante questa campagna elettorale che passerà alla storia come la più vuota (ancor più vuota del mio conto in banca, e non credo di esagerare) di tutta la storia repubblicana.
-Voto 10: Giuliano Ferrara che “pippa” della coca (una cosa spassosissima, “godetevelo)
Conciato peggio di un clochard, con occhialoni neri tipo John Belushi nel film “Blues Brothers”, il “simpatico” direttore del Foglio si scatena mimando il gesto di stendere della cocaina su un piatto per poi tirarla su avidamente.
Tanto prima o poi riusciranno a cancellare i contributi pubblici ai quotidiani e allora, caro Giuliano, la coca dovrai comprarla coi tuoi di soldi!

-Voto 9: Rocco Siffredi “animalista” (anche questa è una chicca davvero imperdibile: http://tv.liberoquotidiano.it/video/11617199/La-minaccia-di-Rocco-Siffredi-a.html) Dobbiamo ammettere che questo orgoglio italiano è divenuto famoso nel tempo per i numerosissimi ruoli in cui si è cimentato: ha impersonato infatti il “conquistatore” della Polonia prima, e di Ucraina, USA, etc., etc., poi. Famose, inoltre, le interpretazioni da Oscar di Tarzan (evito di riportare il titolo della pellicola in questione perché non credo sia la sede adatta) e del ricco magnate con villa a cui piace moltissimo la patatina. Così poliedrico e camaleontico, il buon Rocco non poteva certo risparmiarci questo suo messaggio traboccante d’amore per la natura e pregno di profondo significato (e fate attenzione perché se ve lo mette nel culo lui, so’ caz(beep) amari!).

-Voto 8: Pittella (eurodeputato PD) che “parla” (si salvi chi può!) in inglese (se in questo momento siete alle prese con “studi matti e disperatissimi” di lingua, guardate questo video e rincuoratevi: http://video.espresso.repubblica.it/tutti-i-video/gianni-pittella-parla-in-inglese-e-il-video-diventa-virale/2255?ref=fbpe) .

Dobbiamo ammettere che noi italiani non siamo famosi per la capacità di comunicare in altre lingue se non nei nostri dialetti (un livornese probabilmente mi inveirebbe contro dicendo “ma ca' vòi, dè?”). Ma che un eurodeputato non sia in grado di evitare di esprimersi in napoletano stretto anche quando parla in inglese per un comunicato ufficiale, beh, forse è un po' troppo (mi sia permesso un hashtag: #daincubo).

Potrei in realtà continuare ancora un po’ (Grillo che “ingurgita” del Maalox tanto per citare un altro episodio decisamente “pittoresco”, evitando così di essere più offensivo) ma i numerosi impegni giornalieri (passeggiatina rilassante visto il bel sole di oggi, ndr) ed il poco spazio a disposizione mi impediscono di farlo. E nonostante l’amaro in bocca dopo la Waterloo di domenica, devo ammettere di essere estremamente soddisfatto di una cosa: la Zanicchi, Vannoni (quello del metodo Stamina), Cecchi Paone e Mastella non metteranno piede a Bruxelles. “Grazie a Dio, grazie a te” (Rino Gaetano).

di Maste per la rubrica "NEWS DAL FUTURO".  

venerdì 16 maggio 2014

NEWS: "RICCHI SEMPRE PIU' RICCHI. "IT'S THE ECONOMY, STUPID!""





E’ nata una nuova “superstar” tra gli economisti. Curioso è che non si tratti di qualche “capoccione” del MIT o di Harvard, ma di un francese noto più per le sue percosse alla ex-moglie, ora attuale ministro della cultura francese, che per i risultati accademici conseguiti. Almeno fino ad ora. Il suo nome è Thomas Piketty, studioso del vecchio continente che ha letteralmente conquistato il mondo accademico ed il dibattito economico come non accadeva dagli anni di Keyens. Le Capital au XXIe Siécle, sta facendo su Amazon vera e propria incetta di prenotazioni e l’autorevole The Economist ironizza sulla sua fama con un articolo dal titolo “Bigger than Marx”.
Ed è proprio prendendo spunto da Marx e dalla sua tesi di un accumulo infinito del capitale che Piketty “narra” di una “storia” dal potere quasi rivoluzionario. Nell’opera infatti, con tanto di dati e formule alla mano, lo studioso giunge a provare come nei sistemi capitalistici moderni per una legge “meccanica”, quasi “di natura”, i ricchi stiano divenendo, e diventeranno, sempre più ricchi. La disuguaglianza sociale continuerà inesorabile ad aumentare e i valori di giustizia sociale su cui poggiano le società democratiche saranno in futuro seriamente minacciati. Il meccanismo descritto dall’economista francese sembra poi talmente invincibile che i critici più liberisti hanno semplicemente concluso come, nel mondo di Piketty, i capitalisti non debbano sentirsi troppo in colpa. Non dipende da loro se diventano sempre più ricchi, “it’s the economy, stupid”.
Per spiegare in parole povere cosa sta accadendo, secondo il teorico francese il ritmo di crescita della produzione industriale (sintesi del concetto di “economia reale”) nel lungo periodo non supera mai in maniera significativa un valore annuo pari a 1-1.5% in termini reali. E a fronte di un aumento del PIL intrinsecamente debole, il rendimento dei capitali finanziari e patrimoniali corre molto più rapidamente:
"La rendita media del capitale è del 4-5% all'anno […].Di conseguenza, come nella prima fase del capitalismo ottocentesco, oggi il rendimento del capitale è più elevato della tasso di crescita. E questa situazione scava sempre di più le disuguaglianze patrimoniali. Il capitale si riproduce da solo molto più rapidamente della crescita economica, e i ricchi diventano sempre più ricchi".
In passato, un altro economista ci aveva invece convinto del contrario. Simon Kuznets sosteneva, infatti, come il divario tra classi abbienti e meno abbienti tenda a ridursi durante le fasi di sviluppo economico. A sostegno di una tale tesi, lo studioso faceva notare come dal 1913 al 1948 la quota del reddito prodotto facente capo al segmento della popolazione USA più abbiente era diminuita di circa il 10%. Controbatte, invece, Piketty propugnando come il vero motivo trainante quella redistribuzione siano state le due guerre mondiali, fenomeni traumatici e veri “bilanciatori” della differenza tra ricchi e poveri di quel periodo.
Evidente è quindi come venga colpita al cuore quell’ipotesi di autoregolazione del sistema economico, spesso bandiera dei sostenitori del libero mercato a tutti i costi e in tutte le occasioni:
"Non esistono soluzioni naturali. Il sistema da solo non riduce le disuguaglianze. L'errore dei liberali è di credere che la crescita da sola possa risolvere ogni problema, favorendo la mobilità sociale. In realtà non è così. Le disuguaglianze restano e anzi si accentuano.”
Torna quindi a bussare (o almeno dovrebbe farlo) prepotentemente alla porta “Politica” per riappropriarsi del suo primato sull’economia ad oggi perduto:
"Il mercato e la proprietà privata hanno certamente molti aspetti positivi, sono la fonte della ricchezza e dello sviluppo, ma non conoscono né limiti né morale. Tocca alla politica riequilibrare un sistema che rischia di rimettere in discussione i nostri valori democratici e di uguaglianza.”

Dal Financial Times fanno però notare che Piketty ci ha spiegato tutto tranne perché la disuguaglianza è così disdicevole. Il filosofo John Rawls sosteneva infatti che un certo tasso di disuguaglianza fosse accettabile purché ne traessero beneficio anche gli ultimi della scala sociale (e mi aggiungo a coloro che appoggiano tale visione). Su questo ammetto ci possa esser da ridire, ma di sicuro le teorie dell’economista francese sono arrivate al momento giusto: dopo sette anni di crisi, in tutto il mondo gli economisti tirano un sospiro di sollievo. Finalmente c’è una nuova narrazione che spiega cosa sta accadendo: i ricchi che si arricchiscono, i politici che non fanno abbastanza politiche re-distributive, gli imprenditori che non investono nell’economia reale, le banche che non prestano perché meno profittevole. E sono tutti assolti.

di Maste per la rubrica "NEWS DAL FUTURO".

venerdì 2 maggio 2014

NEWS: "IMPRESENTABILI 2014 - PER NON DIMENTICARE "





Ho come un presentimento; e la mattina è preceduto da una sorta di ronzio simile a quello che fanno le zanzare quando si avvicinano all’orecchio e sorvolano la testa in cerca di un punto “buono” dove poggiarsi. Ho come l’impressione che ci sia ancora il bisogno di far passare in sordina tanti motivi di scandalo. E questi ci passano sotto il naso, o meglio, dietro alla schiena, ma in maniera talmente ravvicinata che basterebbe solo voltarsi per annusarne il male odore. Non mi riferisco però solamente alle principali testate giornalistiche le cui macrodimenticanze (diciamo “disattenzioni”) sono oramai così evidenti che quasi imbarazzano. No, non è solo questo.

Pasolini sosteneva come la scuola dell’obbligo fosse un male, qualcosa da eliminare assolutamente. Evito di cimentarmi nella lettura quasi antropologica a giustificazione di una tale affermazione, ma voglio spezzare una lancia a sostegno di una tale tesi volgendo un j’accuse alle lacune del programma di storia di quinta liceo che forse accomunano il sottoscritto a tanti altri studenti ed ex studenti.
C’è stato un personaggio chiave della storia politica italiana contemporanea di cui è improbabile venire a conoscenza a meno che non si veda il Divo di Sorrentino o non ci si informi a tal proposito in maniera del tutto indipendente (o si abbia una certa età). Meglio conosciuto col soprannome di “O’ministro”, laureato in medicina e chirurgia, quest’uomo (di cui non sarà riportato il vero nome) è stato uno dei personaggi di spicco della corrente Andreottiana della DC e dal 1976 risiede quasi ininterrottamente nei palazzi del potere dove è riuscito a rivestire negli anni le cariche più disparate. Ha subito poi ben 42 processi, ed è stato uno degli imputati di spicco di “mani pulite” (ma a scuola si fa almeno cenno a cosa accadde durante quel processo o ai suoi motivi?) e condannato in via definitiva solo per le accuse di finanziamento illecito nel processo ENIMONT e per corruzione nel 2002. Abbandona per un breve periodo la politica per poi insinuarsi, un po’ “alla zitta”, nella lista dell’UDEUR (di Clemente Mastella) ed arrivare “impresentabile” come non mai al parlamento europeo (dove riesce a battere ogni record di assenze). Dulcis in fundo, eccolo nel 2006 nuovamente a Montecitorio nell’amata capitale dove, senza ombra di dubbio, fa più caldo che a Bruxelles.
Riporto qui di seguito la lista del “Fatto quotidiano” di un altro po’ di “impresentabili” in corsa per queste europee 2014, elencati sotto il nome del partito di appartenenza sperando che non riescano a fare ciò che ha fatto il dimenticato dalla storia “O’ministro”:
Forza Italia
-Fabrizio Bertot: ex sindaco del comune di Rivarolo Canavese (Piemonte), sciolto per mafia, che secondo la Dia avrebbe beneficiato del voto di scambio mafioso organizzato dai vertici nella ‘ndrangheta di Torino e da alcuni imprenditori calabresi;
-Clemente Mastella: da poco è stato rinviato a giudizio accusato di aver gestito il suo partito come un’associazione a delinquere;
-Raffaele Fitto: ex presidente della Puglia condannato a 4 anni per corruzione, illecito finanziamento ai partiti e abuso d’ufficio;
-Aldo Patriciello: condannato a 4 mesi per finanziamento illecito;
-Giampiero Samorì: accusato di associazione a delinquere nel caso banca Tercas;
-Innocenzio Leontini: coinvolto in uno scandalo di “spese pazze” della regione Sicilia;

Nuovo Centrodestra
-Lorenzo Cesa: condannato in primo grado per corruzione aggravata nello scandalo Anas;
-Giuseppe Scoppelliti: condannato di recente a 6 anni per abuso di ufficio;
-Paolo Romano: indagato per peculato;
-Guido Podestà: a processo per falso in atto pubblico;

Fratelli d’Italia
-Agostino Ghiglia: condannato a 9 mesi per aggressione;
-Gianni Alemanno: a processo per finanziamento illecito ai partiti;
-Iannone Antonio: indagato per mala gestione dell’ASL nella provincia di Salerno;

Maie
-Davide Vannoni: proprio quello del cosidetto “metodo stamina”;

PD
-Anna Petrone: indagata per peculato;
-Giosi Ferrandino: raggiunta da una richiesta di rinvio a giudizio;
-Andrea Cozzolino: accusato da Saviano di brogli elettorali (elezioni infatti successivamente annullate);
-Nicola Caputo: consigliere regionale coinvolto in “rimborsopoli”.

di Maste per la rubrica "NEWS DAL FUTURO".

venerdì 18 aprile 2014

NEWS: "L'OMBRA DELLA P2 SUL DELITTO PASOLINI. SOLO FANTASIA?"


Sono gli anni Settanta, precisamente il 1975, e la politica italiana è sempre più spesso sinonimo di violenza, quella delle stragi, del terrorismo, o anche di quella violenza diffusa che insanguina le strade di numerose città. Soltanto in quell’anno le vittime di “Politica” sono otto. Alcuni esempi: Sergio Ramelli, a cui alcuni militanti di estrema sinistra spaccano la testa con una chiave inglese; Alberto Brasili, accoltellato da giovani di destra perché attraversa una zona nera vestito «da comunista»; Gianni Zibecchi, investito da un camion dei carabinieri durante una manifestazione. E la lista continua.
È in questo clima che avviene un delitto come quello di Pier Paolo Pasolini. Ed è forse questo odio che ha ucciso Pasolini, frocio e comunista?

2 novembre 1975. Ore 22,30. 
Pasolini è all’interno della sua Alfa 2000, in piazza dei Cinquecento, davanti alla stazione.
Pino Pelosi viene avvicinato dall’intellettuale, torna al bar per riprendere le chiavi e intanto avverte alcuni amici. borgatari, così simili a quei “fiji de na mignotta” protagonisti dei suoi libri e dei suoi film; ma anche ragazzi violenti, con idee politiche confuse ma precise, per i quali Pasolini non è un poeta, non è un omosessuale, ma è un “frocio comunista”, un nemico, uno a cui si deve dare una lezione. Così lo seguono, lo tirano fuori dalla macchina e lo massacrano.
Questa la versione ufficiale e potrebbe essere andata proprio così. O forse no.

C’è difatti un’altra pista, un altro più terribile sospetto. La P2 fu responsabile, o complice, del delitto Pasolini? 
Pelosi, l'allora ragazzino diciassettenne accusato dell'omicidio, ha recentemente dichiarato che i veri responsabili dell’omicidio furono cinque uomini arrivati sul posto con una moto e una Fiat targata Catania. Tra loro, due frequentatori della sezione del Msi (Movimento Sociale Italiano) del Tiburtino, Franco e Giuseppe Borsellino. I cinque, secondo la testimonianza, gridavano "sporco comunista!" mentre colpivano a morte lo scrittore. E Pelosi, ricordando l’episodio ha affermato: "Se tu uccidi qualcuno in questo modo, o sei pazzo o hai una motivazione forte: siccome questi assassini sono riusciti a sfuggire alla giustizia per trent'anni, pazzi non sono certamente... E quindi avevano una ragione, una ragione importante per fare quello che hanno fatto...". E difatti Pasolini stava lavorando a un romanzo, intitolato "Petrolio", in cui si alludeva chiaramente all'attentato a Enrico Mattei, presidente dell'Eni fino alla sua morte avvenuta il 27 ottobre 1962. Questo romanzo, il romanzo delle stragi, il romanzo di parte della storia oscura d’Italia, Pasolini lo stava scrivendo proprio nel periodo antecedente la sua morte. 500 pagine, ma dovevano essere 2 mila, incompleto, soltanto abbozzato, pieno di notazioni a margine e di aggiunte. Il libro verrà stampato postumo nel 1992.

Di cosa parla “Petrolio”? Come detto, dell’Eni. Non soltanto di quello: parla di Eni, della morte di Mattei, del suo successore Eugenio Cefis, della strategia della tensione, della politica italiana fino alla metà degli anni Settanta. Qualcosa di troppo scomodo per l’epoca. Pasolini scrive che Eugenio Cefis, citato con il nome di fantasia di Troya, divenne a sua volta presidente dell'Eni e questo "implicava la soppressione del suo predecessore".
Cefis, secondo il Sismi (Servizio Informazione e Sicurezza Militare), è ritenuto il fondatore della P2, sostituito poi da Licio Gelli dopo la sua fuga dall'Italia, avvenuta nel 1977. Cefis teorizzava una sorte di golpe bianco, senza l'uso dei militari e della violenza, attraverso il controllo dei mezzi di informazione, come descritto in seguito nel "Piano di rinascita democratica" di Gelli. Per Pasolini, il delitto Mattei fu solo il primo di una lunga serie di stragi di Stato che avrebbero insanguinato gli anni 60’ e 70’. Tesi sostenuta persino da Amintore Fanfani, cinque volte presidente del consiglio dei ministri: "forse l'abbattimento dell'aereo di Mattei, più di vent'anni fa, è stato il primo gesto terroristico nel nostro Paese, il primo atto della piaga che ci perseguita." 

Se "Petrolio" fosse stato pubblicato prima della sua uccisione, forse Pasolini sarebbe ancora vivo. Se Saviano non fosse riuscito a pubblicare "Gomorra" forse sarebbe già morto.

di Maste per la rubrica "NEWS DAL FUTURO".

venerdì 4 aprile 2014

NEWS: "THE MATRIX E PLATONE? IMPOSSIBILE..."




Immagino che in questo momento ti sentirai un po’ come Alice che ruzzola nella tana del Bianconiglio…”

Queste le parole di Morpheus poco prima di aprire i palmi delle sue mani.

Pillola azzurra: fine della storia. Domani ti sveglierai in camera tua e crederai a quello che vorrai. Pillola rossa: resti nel paese delle meraviglie e vedrai quanto è profonda la tana del Bianconiglio”

Impossibile non riconoscere da queste parole il film in questione: Matrix. Leggermente più complesso può essere il constatare come la sua trama sia una proiezione eccezionalmente moderna del plurisecolare mito della caverna di Platone.
Un’umanità completamente soggiogata al dominio di intelligenze artificiali è ridotta inconsapevolmente al ruolo di una enorme fonte di energia, ad una vera e propria pila. Ciascun individuo dorme un sonno profondo da cui è praticamente impossibile svegliarsi, ed egli vive “un sogno tanto realistico da sembrare vero”. Ed è qui che Platone comincia a fare capolino.
Difatti, nella grotta platonica, uomini incatenati braccia e gambe ad una roccia sono costretti a fissare solamente il fondo della loro “prigione”. All’esterno, nascosti da un muretto, altri individui portano sulle proprie spalle delle statue rappresentanti tutte le cose esistenti al mondo, le cui ombre sono proiettate sul fondo della caverna da un fuoco che arde dietro le stesse. Come è facile intuire, queste immagini fittizie osservate dai prigionieri sono del tutto analoghe a quelle proiettate nella mente dei soggetti-pila della pellicola dei fratelli Wachowski dalla cosiddetta matrice. Una percezione del reale assolutamente fasulla ma che trova la sua forza mistificatrice nel fatto di essere l’unica realtà ritenuta possibile da ciascun soggetto.
Le analogie col mito del filosofo greco non si esauriscono qui però. Continua infatti Platone a narrare come il pensatore, del tutto analogo all’ “eletto” del film, dirigendo verso l’uscita della grotta il suo sguardo, riesce a vedere le “cose vere” di cui prima conosceva solo le ombre, assieme ai “burattinai” che le maneggiano. Ma a tale vista egli rimane inizialmente come abbagliato, confuso, incredulo e stordito. “Se egli fosse costretto a guardare la luce direttamente, non proverebbe forse un dolore agli occhi che gli farebbe distogliere lo sguardo per guardare gli oggetti che è abituato a vedere senza provare alcun dolore?”. Ed anche questa immagine può essere ben accostata al momento del risveglio del protagonista della pellicola che, completamente spaesato, si affaccia ad osservare attonito quei campi sterminati dove gli esseri umani sono “coltivati”.
L'uomo platonico poi, libero dalle catene dell’ignoranza, vuole condividere la sua scoperta del mondo reale con coloro ancora intrappolatI nella caverna; li vuole liberare. Ciononostante “le persone direbbero di lui che è andato in superficie e vi è tornato senza occhi; e che sarebbe stato meglio non pensare di salire nemmeno”. E se costui tentasse di liberare qualcun altro per condurlo verso la luce, egli meriterebbe certo la morte.
I prigionieri ucciderebbero, piuttosto di permettere a qualcuno di portarli all’esterno della caverna. Lotterebbero per poter stare all’interno di essa perché è l'unico mondo che conoscono, quello dove si sentono veramente sicuri (incarnati nel film dal personaggio di Cypher).
Termino però con una riflessione tratta dall’ “Elogio alla Follia” di Erasmo da Rotterdam: “Che differenza pensate vi sia tra coloro che nella caverna di Platone contemplano le ombre e le immagini delle varie cose, senza desideri, paghi della propria condizione, e il sapiente che, uscito dalla caverna, vede le cose vere?”. Che differenza c’è realmente?

di Maste per la rubrica "NEWS DAL FUTURO".

venerdì 21 marzo 2014

NEWS: "KEEP GOING R'n'R"





Passeggio solitario per le strade di uno dei quartieri più eleganti dell’intera capitale: Prati, non lontano da Castel Sant’Angelo. Respiro la prima giornata di primavera permettendomi di renderla ancor più “profumata” con un bicchiere di prosecco sorseggiato al tavolo di uno dei tanti locali della zona. Inizio poetico…ma sto divagando troppo, catturato dalla “grande bellezza” della città eterna quasi come fossi un turista in visita per la prima volta. Scusate.

Il richiamo a Roma non è però casuale. Con l’articolo di questa settimana vorrei infatti aggiungermi alle fila di coloro che vedono nel concerto dei “dinosauri del Rock” (i Rolling Stones), in programma per il 22 giugno proprio qui nella capitale, l’occasione di un riscatto anziché un disastro da calata dei Lanzichenecchi. Il grande evento avrà luogo nell’arena del Circo Massimo che ospiterà circa 65.000 fan sfegatati in arrivo da tutta Europa. Si prospetta quindi uno spettacolo più unico che raro, a maggior ragione data la location davvero “imperiale” tanto voluta da Jagger e compagni. Ovviamente però questi “numeroni” hanno spaventato la soprintendente ai beni archeologici Mariarosa Barbera che, perentoria, ha affermato come decibel in eccesso ed una folla incontrollabile “potrebbero causare danni irreparabili” al sito in questione. L’ingombro causato dall’evento infatti sarebbe “non sostenibile per un'area di particolare pregio e delicatezza, e i rischi per la conservazione del patrimonio archeologico sono elevati e difficilmente prevedibili". Una domanda però mi sorge spontanea: ma il live8 del 2005, il concerto dei Genesis del 2007, i festeggiamenti per lo scudetto della Roma del 2001 e quelli per la vittoria dei mondiali del 2006 non si sono svolti tutti al Circo Massimo? Ed ogni fine dell’anno non sono numerosissime le persone che si lanciano in festeggiamenti, balli e canti, proprio in questo luogo ora divenuto “tanto sacro” ed inviolabile? Della stessa opinione della Barbera pare poi Adriano La Regina, da ben 28 anni a capo della soprintendenza di Roma, il quale chiosa come sia “indegno sfruttare luoghi così preziosi e darle in mano a masse incontrollabili.”. Ma in questi tre decenni di carriera durante i quali l’arena è stata palcoscenico per manifestazioni di ogni tipo, te cosa hai fatto? Probabilmente dietro a parole dal forte sapore morale si nascondo interessi meramente politici. Forse non ti sta tanto simpatico il nuovo sindaco Marino (grande fan degli Stones e sostenitore dell’evento) ? Dai che a noi puoi dirlo.
Secondo il mio modesto parere, anziché comportarsi in maniera anacronistica alzando inutili veti (un esempio: nella tanto “civile” Inghilterra, durante il solstizio d’estate, è possibile ballare per tutta la notte al ritmo di jambè e congas all’interno del sito archeologico di Stonehenge. Visto il numero impressionante di poliziotti sconsiglio però vivamente di tentare di portarsi a casa un “souvenir”), sarebbe intelligente evitare un nuovo caso “Venezia” post-concerto dei Pink Floyd del 1989. Non conoscete questa storia? Incredibile. Senza dovizia di particolari vi basti sapere che la Serenissima abbandonò completamente al loro destino la band inglese, costringendola così non solo a pagare di tasca propria le transenne per arginare la folla in piazza San Marco, ma persino a far arrivare il palco galleggiante con tanto di rimorchiatori da Trieste. La città era quindi assolutamente impreparata ad accogliere la folla attesa per una manifestazione di tale risonanza, il “concerto del secolo” a detta di molti. E l’immensa folla abbandonata a se stessa effettivamente causò non pochi problemi ai veneziani che per ben 3 giorni furono costretti a ripulire la loro incantevole piazza San Marco dalla sporcizia. Tralasciando il discorso sull’inciviltà degli spettatori accorsi, credo sia chiaro come un problema centrale sia stata l’incapacità delle autorità competenti a gestire la spettacolare manifestazione (che consiglio caldamente di vedere su youtube. Un sogno ad occhi aperti lungo 90 minuti).
Permettetemi però di fare una precisazione. Non vorrei infatti si pensasse sia spinto a fare le mie affermazioni poiché privo di senso civico e rispetto nei confronti del patrimonio artistico del Belpaese. Tutt’altro. Il sottoscritto punta invece il dito contro quelle amministrazioni fintamente moraliste che permettono poi scempi come quello accaduto di recente a Pompei dove vandali armati di scalpello hanno trafugato l’immagine di una dea da un affresco di una villa. Ecco il link della notizia. Il primo problema sono loro.
(PS io al concerto ci sarò. “It is only Rock‘n’Roll but I like it”!) 

di Maste per la rubrica "NEWS DAL FUTURO".