21/11/2013
PRIMAL SCREAM - Live@Alcatraz Milano 20/11/2013
24/10/2013
PRIMAL SCREAM - Live@Alcatraz Milano 20/11/2013
Mentre
mi accingo ad entrare all'Alcatraz di Milano sono diviso tra due
stati d'animo contrastanti. Il primo, è l'emozione che precede
l'ascolto di un concerto di un gruppo che ha fatto la storia della
musica contemporanea, mentre il secondo è il timore di rimanerne
deluso, forse perché quella storia è ormai (sor)passata , lasciando
spazio solo allo scheletro di quello che è stata. Il gruppo di cui
sto parlando sono i Primal Scream, che nel 91, conl'uscita di
Screamadelica, hanno rivoluzionato il modo di pensare il rock. Ma non
solo questo. Il gruppo di cui sto parlando è il gruppo di Bobby
Gillespie, padrino dello shoegaze che come batterista dei Jesus and
Mary Chain ha contribuito a dare il via ad un movimento musicale poi
portato al culmine dai My Bloody Valentine di cui ancora oggi
sentiamo gli strascichi ogni volta che ascoltiamo un alternative band
esordiente. Beh, fortunatamente mai timore è stato così immotivato.
Il cantante del gruppo di supporto finisce di sbraitare e, dopo un
attesa di dieci minuti, finalmente eccoli salire sul palco.
Naturalmente il concerto comincia dall'ultimo album in studio degli
scozzesi, More Light, sicuramente non all'altezza dei capolavori del
passato ma una piccola gemma se si pensa ad alcuni svarioni musicali
del presente. Al primo impatto, sulle note delle ottime 2013 e River
Of pain, penso di aver trovato un gruppo fuori forma. Anzi, un
frontman svogliato. Bobby Gillespie non sembra carburare ad inizio
concerto e tornano i timori. Che svaniscono immediatamente quando i
Primal cominciano il loro viaggio a ritroso nel passato, introducendo
lentamente il pubblico verso i loro classici migliori, un poco alla
volta. Con Jailbird, Burning Wheel, Shoot Speed/ Kill Light e
Accelerator (sì, una dopo l'altra) comincia il Bobby Gillespie show.
Il cantante dimostra di essere uno sciamano del rock, passando da
momenti di calma a momenti in cui si lascia andare trascinando il
pubblico con le sue movenze inconfondibili, entrandone a contatto
come pochi al mondo. E' una guida sul palco, dimostrando con questo
suo "piano-forte" di avere la capacità di prendere per
mano i suoi fan accompagnandoli all'interno delle sue performance.
Tutto questo seguito da altre canzoni di More Light, una sorta di
piccolo spartiacque del concerto, sino ad arrivare alla fantastica
Autobahn 66 e a Swastika Eyes. Con questa canzone si capisce quanto
il gruppo sia stato importante per la musica degli anni novanta (e
non solo), portando il rock all'interno della discoteca e rendendolo
ballabile (seguendo così le orme di altri gruppi degli anni 80 quali
gli Happy Mondays, forse tra i pionieri della cultura rave e del
dance rock). Probabilmente uno dei punti migliori del concerto,
seguito da altri capolavori come Country Girls e Rocks, senza una
pausa, investendoci con il loro rock mischiato con elettronica,
blues, house, funk e gospel. La pausa invece arriva inaspettata. Il
gruppo lascia il palco e tutti restano con il fiato sospeso. la paura
che il concerto sia finito senza aver ascoltato neanche un pezzo di
Screamadelica è alta, ma fortunatamente i Primal sono in grado di
smentire ogni dubbio. Tornano sul palco concludendo tutto con il loro
primo capolavoro (con conseguente cambio di abiti che porta con
nostalgia la mente verso gli splendidi 90's). Concludendo con Higher
Than The sun( bellissima nella versione live estesa a più di 10
minuti) Loaded e Movin On Up, gli inni della loro carriera, tre perle
che illuminano la notte di Milano squarciandola con un suono che
emoziona vecchi nostalgici e nuovi arrivi, unendo intere generazioni.
Quindi chapeau. Chapeau per Bobby Gillespie che dimostra di essere,
insieme a Dave Gahan dei Depeche Mode, l'ultimo vero grande animale
da palcoscenico. Chapeau anche al resto del gruppo, fino ad ora
ingiustamente mai menzionato, ad Andrew Innes, a Barrie Cadogan,
Darrin Mooney e Simone Butler (graditissima new entry al basso).
Chapeau ai Primal Scream. E lo dico senza timori.
Mi.Di
24/10/2013
DAYDREAM NATION - Sonic Youth
Ci
sono alcuni album, nella storia della musica, che per i veri
dipendenti da nota sono delle vere e proprie esperienze di vita.
Esperienze che cambiano il modo di vedere tale arte, che si
suddividerà in prima e dopo l'ascolto di tali opere. Naturalmente,
come avrete già capito, "Daydream Nation" è uno di questi. Non
dimenticherò mai il primo ascolto del disco.
Ricordo
sempre quando lo acquistai, prima stampa del 1988 in vinile, dopo
tanti risparmi. Ricordo sempre quando la testina toccò la liscia
superficie di PVC, dando inizio a tutto. Ma facciamo un salto
indietro nel tempo. La leggenda dice che il gruppo si formò nel
lontano 1981, durante un evento di 10 giorni organizzato dallo stesso
Thurston Moore (chitarra e voce dei Sonic Youth). Il festival, Noise
Fest, prevedeva anche l'esibizione di un certo Glenn Branca, forte
fonte di ispirazione per i nostri quattro musicisti. Da qui nasce la
loro carriera. Nel 1982 esce il loro omonimo ep, che dimostra subito
le loro capacità, seguito da "Confusion is Sex "(83) e da tre piccoli
capolavori quali sono "Bad Moon Rising" (84), "Evol" (86) e "Sister" (87).
E qui arriva il punto di svolta nella loro maestosa carriera. 1988.
Esce Daydream Nation. E' il momento di tornare in camera mia ed al
mio primo ascolto dell'album. Metto le cuffie (come faccio sempre ai
primi ascolti) e alzo il volume al massimo (con conseguenti
maledizioni ricevute da parte del mio udito). La prima traccia è "Teenage Riot", probabilmente una delle canzoni più belle dei Sonic
Youth, uno dei loro manifesti. La voce di Kim Gordon (basso) ci guida
in una intro malata, per poi venire spazzata via da una esplosione di
chitarre e la voce di Thurston Moore che inneggia alla ribellione
(“Teenage riot
in a public station /Gonna fight and tear it up in a hypernation for
you”). E' un incipit che toglie il fiato, da pelle d'oca. Finita la
canzone abbiamo bisogno di un momento di pausa, per renderci conto
che siamo davanti a qualcosa di enorme, e proviamo già a
tratteggiare le linee dell'album, immaginandocelo come una singola
canzone dei Sonici: una caduta nell'abisso, una forma che con il
passare dei minuti tende a perdere ogni logica (apparentemente,
perché il rumore dei Sonic Youth è quanto di più logico si possa
trovare nel noise rock). Ed è veramente così. La seconda traccia,
Silver Rocket, ci mostra quanto il gruppo di New York prenda dal punk
e dall'hardcore le proprie radici. E qui è la prima destrutturazione
dell'album, con la struttura che salta dai propri binari per circa
due minuti per poi riavvolgersi su se stessa ritornando ad un finale
che ricalca l'inizio. Le composizioni dei Sonic Youth sono un
serpente che si morde la coda, ma passando da strane traiettorie, che
sorprendono sempre, mai banali. "The Sprawl" è un altro capolavoro,
gemma straniante che conclude il lato A del primo vinile. Ci
apprestiamo a cambiare lato accorgendoci di avere già il fiatone,
emozionati. E pensare che non siamo neanche a metà. Il noise dei
Sonic, è un noise segnato dal passare degli anni. E' un noise
segnato prevalentemente dall'avanguardia dei Velvet Underground,
dalle canzoni più sperimentali dell'album d'esordio del gruppo di
Lou Reed come "Venus in Furs" e "European Son", dal caos di Metal Machine
Music del cantautore americano. Il lato B sembra uno spartiacque, la
classica calma prima della tempesta, con "'Cross The Breeze" e "Erics
Trip" che sembrano essere gli unici punti deboli dell'album. Ma una
regola dell'album è quella di piazzare un capolavoro per lato. E
così ecco arrivare Total Trash, quella che inizialmente sembra
essere la traccia più politically correct e mainstream dell'opera ma
che improvvisamente ci sorprende con una caduta verso i deliri delle
chitarre di Thurston Moore e Lee Ranaldo, accompagnati da una
batteria ossessiva, che non lascia respirare. Forse è uno dei punti
dell'opera in cui la tensione è più alta, quasi incontrollabile.
Eppure in questo caos, sembra sempre di avvertire un ordine che ha
del geniale. E' la bipolarità del mondo, è il disordine
dell'America, con una facciata così pulita da rendere logici tutti
gli scheletri nell'armadio che si porta appresso da ormai troppi
anni. Così eccoci arrivati al secondo vinile. La tempesta sta quasi
per cominciare. "Hey Joni" svela la vena psichedelica del gruppo, "Providence" è un ipotetica chiamata telefonica attraversata da un
pianoforte psicotico e dalla distorsione delle chitarre e "Candle"...cosa dire di Candle. Probabilmente una delle canzoni più
conosciute dei newyorkesi, il titolo che tutti i fan conoscono.
Candle è la summa della chitarra di Ranaldo, una composizione
malinconica che richiama la copertina dell'album (entrata con diritto
tra le migliori di sempre, una candela su sfondo scuro, una debole
luce nell'oscurità). "Rain King "porta la stratificazione delle
chitarre al massimo, attraversata da feedback oscuri e un ritmo
forsennato. Ed eccoci arrivati alla conclusione. L'ultimo lato. Da
qui, finisce e comincia tutto. La tempesta finalmente si può
abbattere all'interno del nostro sistema uditivo. E lo fa
immediatamente con "Kissability", in cui Kim Gordon ci ammalia con un
canto eccitato per poi farci colpire da un riff indimenticabile,
forse tra gli accordi migliori dell'album, i più potenti. E infine
ci ritroviamo in alto mare, assaliti da onde sonore troppo alte, onde
che hanno forgiato la storia del noise rock. "Trilogy" è l'ultima
composizione dell'album, un finale provocatorio e nichilista. Le tre
parti da cui è composta (in tutto circa un quarto d'ora di puro
delirio) si suddividono in "The Wonder", ballata alienante che fa
venire le vertigini, "Hyperstation", un incubo che si aggira nella
psiche collettiva per concludersi con l'hardcore di "Eliminator Jr". E
poi? E poi solo silenzio. Il silenzio che attanaglia la stanza una
volta concluso "Daydream Nation" è quasi insopportabile.
Fortunatamente il seme di questo album sarà raccolto in seguito da
grandi gruppi, contribuendo notevolmente alla nascita del movimento
grunge (Kurt Cobain ha sempre annoverato i Sonic Youth tra i gruppi
che hanno avuto la maggiore influenza per i Nirvana). Ma rimane
sempre una sensazione, nettissima, che questo, sia stato l'ultimo
vero grande album della storia del rock, l'ultima vera perla
("Nevermind" permettendo). E una volta finita questa esperienza, perché
l'ascolto di Daydream Nation lo è, non esisterà nient'altro.
Capolavoro. Play it fucking loud.
ps.
attenzione nuoce gravemente all'udito.
Tracklist
(in grassetto le canzoni consigliate)
Teenage Riot
Silver
Rocket
The
Sprawl
'cross The Breeze
Erics Trip
Total
Trash
Hey Joni
Providence
Candle
Rain King
Kissability
Trilogy:
-The
Wonder
-Hyperstation
-Eliminator
Jr.
Mi.Di







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