martedì 17 settembre 2013

RACCOLTA POST L'ALBUM DEL MESE

21/11/2013

               PRIMAL SCREAM - Live@Alcatraz Milano 20/11/2013



Mentre mi accingo ad entrare all'Alcatraz di Milano sono diviso tra due stati d'animo contrastanti. Il primo, è l'emozione che precede l'ascolto di un concerto di un gruppo che ha fatto la storia della musica contemporanea, mentre il secondo è il timore di rimanerne deluso, forse perché quella storia è ormai (sor)passata , lasciando spazio solo allo scheletro di quello che è stata. Il gruppo di cui sto parlando sono i Primal Scream, che nel 91, conl'uscita di Screamadelica, hanno rivoluzionato il modo di pensare il rock. Ma non solo questo. Il gruppo di cui sto parlando è il gruppo di Bobby Gillespie, padrino dello shoegaze che come batterista dei Jesus and Mary Chain ha contribuito a dare il via ad un movimento musicale poi portato al culmine dai My Bloody Valentine di cui ancora oggi sentiamo gli strascichi ogni volta che ascoltiamo un alternative band esordiente. Beh, fortunatamente mai timore è stato così immotivato. Il cantante del gruppo di supporto finisce di sbraitare e, dopo un attesa di dieci minuti, finalmente eccoli salire sul palco. Naturalmente il concerto comincia dall'ultimo album in studio degli scozzesi, More Light, sicuramente non all'altezza dei capolavori del passato ma una piccola gemma se si pensa ad alcuni svarioni musicali del presente. Al primo impatto, sulle note delle ottime 2013 e River Of pain, penso di aver trovato un gruppo fuori forma. Anzi, un frontman svogliato. Bobby Gillespie non sembra carburare ad inizio concerto e tornano i timori. Che svaniscono immediatamente quando i Primal cominciano il loro viaggio a ritroso nel passato, introducendo lentamente il pubblico verso i loro classici migliori, un poco alla volta. Con Jailbird, Burning Wheel, Shoot Speed/ Kill Light e Accelerator (sì, una dopo l'altra) comincia il Bobby Gillespie show. Il cantante dimostra di essere uno sciamano del rock, passando da momenti di calma a momenti in cui si lascia andare trascinando il pubblico con le sue movenze inconfondibili, entrandone a contatto come pochi al mondo. E' una guida sul palco, dimostrando con questo suo "piano-forte" di avere la capacità di prendere per mano i suoi fan accompagnandoli all'interno delle sue performance. Tutto questo seguito da altre canzoni di More Light, una sorta di piccolo spartiacque del concerto, sino ad arrivare alla fantastica Autobahn 66 e a Swastika Eyes. Con questa canzone si capisce quanto il gruppo sia stato importante per la musica degli anni novanta (e non solo), portando il rock all'interno della discoteca e rendendolo ballabile (seguendo così le orme di altri gruppi degli anni 80 quali gli Happy Mondays, forse tra i pionieri della cultura rave e del dance rock). Probabilmente uno dei punti migliori del concerto, seguito da altri capolavori come Country Girls e Rocks, senza una pausa, investendoci con il loro rock mischiato con elettronica, blues, house, funk e gospel. La pausa invece arriva inaspettata. Il gruppo lascia il palco e tutti restano con il fiato sospeso. la paura che il concerto sia finito senza aver ascoltato neanche un pezzo di Screamadelica è alta, ma fortunatamente i Primal sono in grado di smentire ogni dubbio. Tornano sul palco concludendo tutto con il loro primo capolavoro (con conseguente cambio di abiti che porta con nostalgia la mente verso gli splendidi 90's). Concludendo con Higher Than The sun( bellissima nella versione live estesa a più di 10 minuti) Loaded e Movin On Up, gli inni della loro carriera, tre perle che illuminano la notte di Milano squarciandola con un suono che emoziona vecchi nostalgici e nuovi arrivi, unendo intere generazioni. Quindi chapeau. Chapeau per Bobby Gillespie che dimostra di essere, insieme a Dave Gahan dei Depeche Mode, l'ultimo vero grande animale da palcoscenico. Chapeau anche al resto del gruppo, fino ad ora ingiustamente mai menzionato, ad Andrew Innes, a Barrie Cadogan, Darrin Mooney e Simone Butler (graditissima new entry al basso). Chapeau ai Primal Scream. E lo dico senza timori.

Mi.Di





24/10/2013

                     DAYDREAM NATION - Sonic Youth
   


Ci sono alcuni album, nella storia della musica, che per i veri dipendenti da nota sono delle vere e proprie esperienze di vita. Esperienze che cambiano il modo di vedere tale arte, che si suddividerà in prima e dopo l'ascolto di tali opere. Naturalmente, come avrete già capito, "Daydream Nation" è uno di questi. Non dimenticherò mai il primo ascolto del disco.
Ricordo sempre quando lo acquistai, prima stampa del 1988 in vinile, dopo tanti risparmi. Ricordo sempre quando la testina toccò la liscia superficie di PVC, dando inizio a tutto. Ma facciamo un salto indietro nel tempo. La leggenda dice che il gruppo si formò nel lontano 1981, durante un evento di 10 giorni organizzato dallo stesso Thurston Moore (chitarra e voce dei Sonic Youth). Il festival, Noise Fest, prevedeva anche l'esibizione di un certo Glenn Branca, forte fonte di ispirazione per i nostri quattro musicisti. Da qui nasce la loro carriera. Nel 1982 esce il loro omonimo ep, che dimostra subito le loro capacità, seguito da "Confusion is Sex "(83) e da tre piccoli capolavori quali sono "Bad Moon Rising" (84), "Evol" (86) e "Sister" (87). E qui arriva il punto di svolta nella loro maestosa carriera. 1988. Esce Daydream Nation. E' il momento di tornare in camera mia ed al mio primo ascolto dell'album. Metto le cuffie (come faccio sempre ai primi ascolti) e alzo il volume al massimo (con conseguenti maledizioni ricevute da parte del mio udito). La prima traccia è "Teenage Riot", probabilmente una delle canzoni più belle dei Sonic Youth, uno dei loro manifesti. La voce di Kim Gordon (basso) ci guida in una intro malata, per poi venire spazzata via da una esplosione di chitarre e la voce di Thurston Moore che inneggia alla ribellione (“Teenage riot in a public station /Gonna fight and tear it up in a hypernation for you”). E' un incipit che toglie il fiato, da pelle d'oca. Finita la canzone abbiamo bisogno di un momento di pausa, per renderci conto che siamo davanti a qualcosa di enorme, e proviamo già a tratteggiare le linee dell'album, immaginandocelo come una singola canzone dei Sonici: una caduta nell'abisso, una forma che con il passare dei minuti tende a perdere ogni logica (apparentemente, perché il rumore dei Sonic Youth è quanto di più logico si possa trovare nel noise rock). Ed è veramente così. La seconda traccia, Silver Rocket, ci mostra quanto il gruppo di New York prenda dal punk e dall'hardcore le proprie radici. E qui è la prima destrutturazione dell'album, con la struttura che salta dai propri binari per circa due minuti per poi riavvolgersi su se stessa ritornando ad un finale che ricalca l'inizio. Le composizioni dei Sonic Youth sono un serpente che si morde la coda, ma passando da strane traiettorie, che sorprendono sempre, mai banali. "The Sprawl" è un altro capolavoro, gemma straniante che conclude il lato A del primo vinile. Ci apprestiamo a cambiare lato accorgendoci di avere già il fiatone, emozionati. E pensare che non siamo neanche a metà. Il noise dei Sonic, è un noise segnato dal passare degli anni. E' un noise segnato prevalentemente dall'avanguardia dei Velvet Underground, dalle canzoni più sperimentali dell'album d'esordio del gruppo di Lou Reed come "Venus in Furs" e "European Son", dal caos di Metal Machine Music del cantautore americano. Il lato B sembra uno spartiacque, la classica calma prima della tempesta, con "'Cross The Breeze" e "Erics Trip" che sembrano essere gli unici punti deboli dell'album. Ma una regola dell'album è quella di piazzare un capolavoro per lato. E così ecco arrivare Total Trash, quella che inizialmente sembra essere la traccia più politically correct e mainstream dell'opera ma che improvvisamente ci sorprende con una caduta verso i deliri delle chitarre di Thurston Moore e Lee Ranaldo, accompagnati da una batteria ossessiva, che non lascia respirare. Forse è uno dei punti dell'opera in cui la tensione è più alta, quasi incontrollabile. Eppure in questo caos, sembra sempre di avvertire un ordine che ha del geniale. E' la bipolarità del mondo, è il disordine dell'America, con una facciata così pulita da rendere logici tutti gli scheletri nell'armadio che si porta appresso da ormai troppi anni. Così eccoci arrivati al secondo vinile. La tempesta sta quasi per cominciare. "Hey Joni" svela la vena psichedelica del gruppo, "Providence" è un ipotetica chiamata telefonica attraversata da un pianoforte psicotico e dalla distorsione delle chitarre e "Candle"...cosa dire di Candle. Probabilmente una delle canzoni più conosciute dei newyorkesi, il titolo che tutti i fan conoscono. Candle è la summa della chitarra di Ranaldo, una composizione malinconica che richiama la copertina dell'album (entrata con diritto tra le migliori di sempre, una candela su sfondo scuro, una debole luce nell'oscurità). "Rain King "porta la stratificazione delle chitarre al massimo, attraversata da feedback oscuri e un ritmo forsennato. Ed eccoci arrivati alla conclusione. L'ultimo lato. Da qui, finisce e comincia tutto. La tempesta finalmente si può abbattere all'interno del nostro sistema uditivo. E lo fa immediatamente con "Kissability", in cui Kim Gordon ci ammalia con un canto eccitato per poi farci colpire da un riff indimenticabile, forse tra gli accordi migliori dell'album, i più potenti. E infine ci ritroviamo in alto mare, assaliti da onde sonore troppo alte, onde che hanno forgiato la storia del noise rock. "Trilogy" è l'ultima composizione dell'album, un finale provocatorio e nichilista. Le tre parti da cui è composta (in tutto circa un quarto d'ora di puro delirio) si suddividono in "The Wonder", ballata alienante che fa venire le vertigini, "Hyperstation", un incubo che si aggira nella psiche collettiva per concludersi con l'hardcore di "Eliminator Jr". E poi? E poi solo silenzio. Il silenzio che attanaglia la stanza una volta concluso "Daydream Nation" è quasi insopportabile. Fortunatamente il seme di questo album sarà raccolto in seguito da grandi gruppi, contribuendo notevolmente alla nascita del movimento grunge (Kurt Cobain ha sempre annoverato i Sonic Youth tra i gruppi che hanno avuto la maggiore influenza per i Nirvana). Ma rimane sempre una sensazione, nettissima, che questo, sia stato l'ultimo vero grande album della storia del rock, l'ultima vera perla ("Nevermind" permettendo). E una volta finita questa esperienza, perché l'ascolto di Daydream Nation lo è, non esisterà nient'altro. Capolavoro. Play it fucking loud.

ps. attenzione nuoce gravemente all'udito.


Tracklist (in grassetto le canzoni consigliate)
Teenage Riot
Silver Rocket
The Sprawl
'cross The Breeze
Erics Trip
Total Trash
Hey Joni
Providence
Candle
Rain King
Kissability
Trilogy:
-The Wonder
-Hyperstation
-Eliminator Jr.

Mi.Di



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