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lunedì 14 luglio 2014

CINEMA: "STAND BY ME - Rob Reiner"


Tratto da un racconto di Stephen King (The body) Stand by Me, uscito nel 1986, rappresenta il capostipite o punto di riferimento imprescindibile (molto più del coevo I Goonies di Donner) per tutti quei film che affrontano la tematica del travagliato passaggio dall’infanzia all’adolescenza prevalentemente in forma di romanzo d’avventura (esempio recente è stato Un’estate da giganti dell’attore-regista Bouli Lanners). Quello di Reiner (conosciuto per il divertentissimo Harry ti presento Sally) è senza dubbio un piccolo capolavoro tanto semplice quanto coinvolgente ed emozionante che racconta con sensibilità le avventure, le amicizie, il senso di responsabilità di un gruppo di ragazzi nei quali non possiamo non identificarci, perché le loro avventure sono state le nostre ed i loro amici assomigliano così tanto ai nostri.

1959. Un gruppetto di quattro ragazzini della cittadina di Castle Rock (Oregon) venuti a sapere che il cadavere di un loro coetaneo scomparso giorni prima è stato casualmente ritrovato nel bosco, lungo la ferrovia, dal fratello di uno dei ragazzi, decidono di incamminarsi, zaino in spalle, per coprire i chilometri che li separano da quel corpo senza vita. Per prendersi il merito della scoperta ma soprattutto per trovarsi di fronte a qualcosa che alla loro età gli sembra tanto grande quanto misterioso: la morte.

Gordie Lachance è il protagonista ed il narratore onnisciente (in voice off) della storia, un ragazzo sensibile e molto intelligente destinato a diventare uno scrittore (forse, nel racconto originale, lo stesso King). Chris Chambers (il rimpianto River Phoenix) è il suo inseparabile amico, leader carismatico del gruppo, considerato in paese un poco di buono anche perché fratello minore di Caramello Chambers, membro della banda di teppistelli della zona, capeggiata da Ace. Teddy Duchamp è invece lo scemotto del gruppo il cui padre ex militare è rinchiuso in manicomio. Vern Tessio, infine, è il cicciottello un po’ ingenuo del gruppo. È soprattutto attraverso il rapporto fraterno tra i primi due che Reiner ci fa provare un insostenibile senso di nostalgia verso un’età della vita ormai passata. Gordie e Chris con le loro rispettive debolezze (il difficile rapporto con i genitori dopo la morte del fratello maggiore tanto amato l’uno, la difficoltà di riscattare una ingiusta cattiva reputazione l’altro) riescono a sostenersi e spronarsi verso un percorso di crescita che, sospeso per il breve volgere di un’estate, ben più del cadavere, li attende alla fine dell’avventura.

Alla fine, i nostri quattro eroi, riusciranno a trovare il corpo del giovane ragazzo, ma più della meta, in questo caso, ciò che conta è il viaggio, durante il quale scopriranno qualcosa di molto più importante.

di Diccì per la rubrica "CINEMA"

lunedì 7 luglio 2014

CINEMA: "FERRO 3 - Kim Ki-duk"


Kim Ki-duk è un regista atipico nel panorama cinematografico mondiale, è una meteora che si scaglia sul grande schermo nel non troppo lontano 1996 con Crocodile, suo primo film realizzato all'età di trentasei anni. Kim arriva al cinema attraverso la pittura, attraverso l'Europa che lo accoglie in quella Parigi di inizio anni Novanta che lo forma come artista, ma anche come uomo.
E' proprio dalla pittura che nascono i suoi film, perché ogni inquadratura sembra scelta con cura, ci appare disegnata come dal pennello di un pittore che cerca di spiegare la vita, o meglio ciò che della vita spesso non capiamo.
Ferro 3 si apre con l'immagine di una statua offuscata da una rete verde. La statua ovviamente è il simulacro di un simulacro dell'uomo, e la rete è quello schermo che continuamente nella vita di tutti i giorni si pone fra le cose, facendoci interrogare su tutto, facendoci dubitare di tutto. E' una perplessità che ci attanaglia per tutto il film e che viene esplicata soltanto alla fine: “Difficile dire se il mondo in cui viviamo sia sogno o realtà”. Sono sempre stato restio nel fare una recensione di questo film proprio perché quello che ci chiede il regista è di lasciarci abbandonare alle immagini più che alla parola. Immagini di una forza e di una delicatezza sconcertante.
Tae-Suk è un ragazzo che ha la bizzarra abitudine di entrare nelle case vuote. Si accerta che i proprietari non siano in casa lasciando dei volantini di un ristorante sulla maniglia della porta, per poi entrarvi e “abitarle” avendo cura di tutto: cucina, rigoverna, lava i vestiti e addirittura ripara le cose già rotte prima del suo arrivo.
Entrando in una delle case incontra Sun-Hwa, una donna triste che viene maltrattata dal marito e che continua a vivere un matrimonio che ormai è soltanto la messinscena dell'amore.
I due si osservano, si sfiorano e non si parlano per tutto il film. Sun-Hwa decide di seguire Tae-Suk nella sua vita anarchica, che sfugge dalla routine e da tutti gli schematismi in uso nelle società convenzionali.
Le loro anime si incontrano, si toccano e si fanno forza l'un l'altra lungo un cammino tortuoso che improvvisamente sembra diventare un po' meno accidentato.
Kim Ki-duk si interroga su tanti dei temi a lui cari: amore, tempo, spazio e incomunicabilità vanno a fondersi in un magma vivido che riesce a farci dimenticare che siamo davanti ad uno schermo.
L'amore è il pretesto che Kim usa in tutti i suoi film, è il motore che fa girare l'ingranaggio del suo mondo. I due protagonisti sono rimasti feriti così tanto da ciò che li circonda che non riescono più a rapportarcisi, hanno la forza solo di stare insieme, uniti da un legame che va al di là dei concetti di spazio e tempo, un legame che gli permette di andare avanti senza guardarsi indietro.
L'assenza di parole da parte dei due è compensata dai protagonisti secondari che gravitano intorno al loro microcosmo. É un contorno piuttosto rumoroso, fatto di urli, pianti, bugie e tanta violenza, un mondo che non li accetta, ma li respinge.
Il ferro numero 3 nel golf è la mazza meno usata, e all'interno del film assume di volta in volta significati diversi. All'inizio si instaura un rapporto uditivo con questo oggetto poiché fa da cornice alla scena iniziale, quasi a rappresentare il rumore del mondo, ma col passare del tempo acquisisce la simbologia di strumento di liberazione e sopraffazione.
La vita in tutta la sua imprevedibilità cerca di dividere i due amanti, che continueranno a strisciare in piccoli angoli bui, a ondeggiare nelle case, a danzare fianco a fianco nella buona e nella cattiva sorte.
Dostoevskij disse che la bellezza salverà il mondo, e guardando Ferro 3 posso capire a cosa si riferisse.

di Elle Bi per la rubrica "CINEMA"

lunedì 30 giugno 2014

CINEMA: "LE IENE - Quentin Tarantino"


Premetto che non sono un grande fan di Tarantino, o meglio non lo ritengo quel genio che la maggior parte del pubblico medio pensa che sia, ma quando mi trovo davanti a questo film non posso non riconoscerne il magnetismo.
I primi sette minuti sono l'apice stilistico dell'opera tarantiniana, un mix esplosivo di cultura avantpop, di botta e risposta senza tregua fra brutti ceffi che si insultano e sparano a zero su tutto.
Mr. Brown: "Ve lo dico io di cosa parla Like a Virgin. Parla di una ragazza che rimorchia uno con una fava così! Tutta la canzone è una metafora sulla fava grossa".
Un incipit fuori dagli schemi, che da il via a quei fantastici sette minuti in cui la macchina da presa danza. Danza svelando lentamente i protagonisti della storia in un gioco di ombre, passando dalla nuca di uno di loro al primo piano di un altro. E' una lezione di cinema data da uno che il cinema l'ha solo osservato. Tarantino è l'esempio eclatante di come si possa fare cinema senza averlo studiato, ma semplicemente divorando migliaia di film senza alcun criterio selettivo. Tarantino si ciba di pane, film e fumetti nel videonoleggio dove lavora. Inizia a buttare giù sceneggiature su sceneggiature ed ecco che nel 1992 compare Le iene. La storia è incentrata su sette Mr dalle tinte pulp, sette cani da rapina diretti dal malavitoso losangelino Joe Cabot (Lawrence Tierney) e da suo figlio Eddie “il Bello” (Chris Penn).
Dopo quei fantastici sette minuti – di cui non mi stancherò mai di parlare – ci troviamo catapultati nell'azione, con un Mr. Orange (un giovane, ma già fenomenale Tim Roth) imbevuto di sangue dalla testa ai piedi, si trova sul sedile posteriore di una macchina agonizzante, mentre alla guida c'è Mr. White (un grandissimo Harvey Keitel) che schiaccia il piede sull'acceleratore per arrivare nel luogo x.
Da qui in poi alla storia presente si accavalleranno flashback di straordinaria incisività, sia della rapina da poco andata male, che di brevi momenti del passato dei protagonisti che hanno la funzione di presentarli uno ad uno.
Mr. Pink (Steve Buscemi): Mr. Blue è morto?
Joe: Più morto di Dillinger.
Questa è una delle tantissime citazioni tarantiniane, omaggio a quel grande regista che fu Marco Ferreri. Tarantino però non cita solamente titoli e parole, ma anche situazioni, le prende e le trasforma, ci gioca; sì, ci gioca perché prima che lo spettatore vuole divertire se stesso. Da tutti i suoi film si evince chiaramente questo baloccarsi con il cinema; che va bene, il cinema è anche intrattenimento, ma i suoi più grandi passi falsi – e sono molti – sono frutto proprio di questo eccessivo trastullarsi col mezzo cinematografico, che spesso diventa masturbazione videoludica. Ma Tarantino è questo, prendere o lasciare.
Però Le iene, anche se è l'esordio cinematografico – come il secondo film Pulp Fiction – ha qualcosa di magico, è come se fosse ancora puro, avulso da tutte le brutture future, che, forse, sono solo il prodotto di un regista a cui la fama e l'essere diventato il simbolo di una generazione può aver fatto perdere la freschezza di un tempo.
L'ultraviolenza, tematica che si ripeterà in tutti i film di Tarantino, in questo sarà calibrata bene, sarà sopratutto la violenza verbale e psicologica. Parole che escono dalle bocche sparate come pallottole, un montaggio perfetto e attori formidabili creano un pastiche di generi che accontenta un po' tutti, sia lo spettatore medio che il cinefilo più incallito.
Le numerose citazioni servono a scollegare lo spettatore dalla realtà simulata, da ciò che sta vedendo – oltre che a divertire il regista stesso – per trasportarlo in un mondo a metà tra la fiction e la non-fiction, un mondo in cui anche una scena violenta come quella del taglio dell'orecchio, accompagnata dalla canzone Stuck in the middle with you può apparire simpatica e farci divertire, perché guardare un film di Tarantino è un po' come andare al luna park, ci sediamo, paghiamo il biglietto e per due ore possiamo dire di aver assistito ad uno spettacolo ipnotico che ci ha ammaliati dal primo all'ultimo minuto.

di Elle Bi per la rubrica "CINEMA"

giovedì 26 giugno 2014

MUSICA: "IT'S ONLY ROCK 'N' ROLL BUT I LIKE IT - Speciale Rolling Stones, Parte 1"


Andare? Non andare? Devo essere sincero, fino all'ultimo momento sono stato diviso tra due idee contrastanti riguardo il concerto dei Rolling Stones. E per ovvi motivi. Il primo, purtroppo, di natura economica. Il costo del biglietto non era tra i più accessibili, e conoscendo la mia  tendenza costante al vizio avevo messo in conto una spesa che oscillava tra i 200 e i 500 euro (fortunatamente me la sono cavata con molto meno). Il secondo motivo era un dubbio lacerante, ed era quello sulla tenuta fisica (ed artistica) dei nostri cari signori arrivati ormai ad una certa età. In più, tenete  conto che non vado particolarmente pazzo per gli Stones (e qui in molti si alzeranno dalla sedia maledicendomi). Difatti,  tra i grandi gruppi che hanno fatto la storia, sono sempre stato orientato più verso i Velvet Underground, i Pink Floyd, i Beatles, etc., confinando la band londinese ai margini del mio olimpo personale dei dinosauri del Rock. Ok, sono un gran coglione. Ebbene sì, mi sono ricreduto. Su tutto. Al termine della vicinissima nottata del 22 giugno al Circo Massimo mi sono scoperto totalmente innamorato dei Rolling Stones. Questo perché avevo fatto un grande errore: li avevo giudicati senza averli mai sentiti dal vivo. Difatti, durante i miei viaggi in macchina (che per me sono un vero inferno essendo leggermente claustrofobico, e quindi bisognoso di distrarmi continuamente con della musica, sparata ad alto volume se possibile) spesso ho provato difficoltà ad ascoltare per più di un minuto senza cambiare - causa noia - qualsiasi canzone dei Rolling (e vorrei anche vedere, ormai ce li hanno propinati fino alla nausea, e in più quando cominci ad ascoltare l'underground e molta musica sperimentale e innovativa magari il rock classico può indurre a sonnolenza e suonare leggermente “sorpassato”, con tutto il rispetto per Mick Jagger e compagnia che hanno preso il blues e lo hanno trasformato in una macchina da guerra che non si fermerà mai). Ma dal vivo tutto è diverso e prende significato. E oggi mi rallegro per aver fatto la scelta giusta ed aver comprato quel fottuto biglietto a due giorni dal concerto, giusto in tempo.

Ok, partiamo dall'inizio. Me ne sto in treno, direzione Roma, e comincio ad essere leggermente teso, comincio già a sentire quell'adrenalina pre-concerto che mi attanaglia lo stomaco tutte le volte. Sto andando incontro alla storia della musica, e probabilmente anche incontro alla storia dei concerti italiani, visti i 70000 partecipanti previsti che spero infuocheranno insieme agli Stones il Circo Massimo e l'infinita notte romana. Me ne sto seduto con le occhiaie coperte da un paio di occhiali, contenuto all'interno di un bolide di metallo che a 250 km/h sta andando a schiantarsi verso il Rock. Ma saltiamo la tediosa descrizione del mio arrivo e stronzate varie. Arriviamo al dunque. Arriviamo nel luogo del delitto, nel luogo in cui entreremo in contatto con un'entità infernale che al posto delle corna esibisce una linguaccia simbolo di intere generazioni. La prima cosa percepibile al C.M. è il caldo, e una folla oceanica. Ci sistemiamo nel prato cercando una buona posizione. Comincia l'attesa. Un'attesa in cui cerco di sbronzarmi a suon di birre e cuba libre preparati da miei compagni di concerto (impresa non certo difficile visto il caldo, difatti dopo la prima birra comincio già a sentirmi alcolicamente felice). Alla mia vista si presentano persone di ogni tipo e di ogni età, dai 5 ai 70 anni. Il tempo passa (e fortunatamente, anche con una certa velocità). Arrivano anche IT e Maste (ebbene sì, abbiamo formato un tridente interamente appartenente al cARTEllo). Finalmente alcune nuvole assorbono il sole e, verso la fine del crepuscolo, comincia lo show. Ad introdurre i Rolling (compito alquanto difficile) ci pensa John Mayer (a mio padre era venuto un colpo perché, vista la somiglianza del nome, aveva capito John Mayall (che, parentesi nella parentesi, ha suonato anche con Mick Taylor che sarà veramente presente nel palco ritrovando i suoi vecchi compagni). Quando, tornato dal concerto, gli ho spiegato che aveva capito male e che si trattava di un giovane artista blues-rock ha abbassato lo sguardo sconsolato, ma fa niente, piacevolissima sorpresa della serata. Difatti il chitarrista statunitense dimostra una buona tecnica e ha un ottimo repertorio di canzoni, apprezzate dalla maggior parte del pubblico. Poi, l'inizio (e la fine) di tutto. Il palco si illumina, uno speaker li annuncia come è giusto che sia (Ladies and Gentlemen, the Rolling Stones!!!) e quel maledetto bastardo di Keith Richars lascia andare dalla sua chitarra Jumpin' Jack Flash



È il delirio totale, una sorta di caduta negli abissi del Rock, quello più sporco e maledetto, quasi mistica. Mick Jagger è li, davanti a noi, con le sue movenze inimitabili che riescono a infuocare qualsiasi pubblico del mondo (e dopo questo concerto, ne sono certo, è il più grande showman di sempre) e tutto questo è bellissimo, esaltante. Mick si ferma, saluta Roma e parte Let's Spend The Night Together. E che così sia. Passiamo questa notte insieme, con un fervore proveniente da tempi remoti, ormai lontani ma resi lucidi dalle immagini dello schermo che ripercorre a ritroso scene clou degli anni d'oro degli Stones. Il tutto seguito da It's Only Rock 'n' Roll (But I Like It), parole sante, un titolo che riassume tutta la loro carriera, e dalla splendida Tumbling Dice (unica canzone, purtroppo, della scaletta proveniente dal capolavoro Exile On Main Street, il mio album preferito dei Rolling, forse l'unico che riesco ad ascoltare per intero senza annoiarmi nei miei famosi viaggi in macchina). Poi Streets Of Love (commovente dal vivo) e una parte centrale che è un po' la parte debole del concerto. Tra le varie Doom And GloomRespectable (che tra l'altro è un po' la descrizione del rock ai tempi dei social network, canzone inserita nella scaletta tramite scelta twitteriana del pubblico, suonata con un emozionatissimo John Mayer) Out Of ControlCan't Be Seen e Midnight Rambler le uniche a salvarsi sono Honky Tonk Women e You Got The Silver (cantata da Keith Richards). 




Ma ok così, perché da qui in poi si aprono le porte dell'inferno, in una presenza scenica dei Rolling Stones quasi faustiana (difficile credere alla loro età a vederli sul palco). Da Miss You in poi ricordo di aver perso completamente la testa. Insieme ad un gruppo di ragazzi che abbiamo conosciuto durante il concerto, abbiamo fatto partire un pogo fatto di spinte, balletti confusi, battute di cinque e abbracci sudati che ci ha aperto un cerchio attorno, allontanando di qualche metro le persone che ci stavano vicine quasi scocciate dalla nostra follia (ma, ehi, siamo ad un concerto Rock, no?). Più o meno, era circa dal 2003 che non pogavo (anni lontani in cui ero un punk convinto), quindi provate a immaginarvi il mio stato di esaltazione. Stato che cresce con la successiva Gimme Shelter, in cui comincio a saltare come un Johnny Thunders facendo il verso di una chitarra immaginaria e con Start Me Up, che non ha bisogno di descrizioni. Ma il culmine arriva con Sympathy For The Devil e Brown Sugar, dove la mia foga diventa quasi violenta e sudato ed esausto ballo sulle note dei due capolavori senza tempo dei Rolling Stones, due manifesti. Infine arriva You Can't Always Get What You Want, dove per la prima volta durante il concerto mi rendo veramente conto di quello a cui sto assistendo e mi commuovo guardando Mick Jagger, guardando Keith Richards, guardando Ron Wood e Charlie Watts. 




Cazzo, i fottuti Rolling Stones. E comincio a piangere per qualche minuto, tentando di nascondermi sotto la lente scura degli occhiali da sole. Ma non ho neanche il tempo di asciugarmi le lacrime che parte (I Can't Get No) Satisfaction. Vabbè, non sto neanche a descrivervi cosa è accaduto qui, provate ad immaginarvelo.
E poi? Poi il concerto finisce, e dentro di me sale prepotente ed improvvisa la convinzione di aver assistito ad uno dei migliori concerti della mia vita (e un po' credo di averne fatti), forse il migliore. Sicuramente l'unico in cui il gruppo sul palco mi ha fatto totalmente perdere il controllo, ogni sorta di razionalità, e mi ha mostrato cosa è il vero rock'n'roll. Grazie Rolling Stones.

No, non vi aspettate che finisca tutto così. Sì, sono stati fantastici, mi hanno fatto emozionare, mi hanno fatto commuovere, ballare, mi hanno esaltato maledettamente. Ma qualcosa che è andato leggermente storto c'è stato. Per prima cosa la scaletta, che dimostra quanta ignoranza musicale ci sia ai nostri giorni. Difatti i Rolling Stones hanno suonato proprio quello che la gente si aspettava, e non è stato un vero e proprio best of della loro carriera, anzi. Certo, ce n'è per tutti i gusti e specialmente per tutte le generazioni (con l'inserimento di Streets Of Love dall'ultimo album, un'ottima canzone ma non al livello dei classici del passato e della imbarazzante, quasi adolescenziale, Doom And Gloom, anch'essa recentissima) ma molti capolavori sono stati totalmente evitati a discapito di canzoni decisamente pessime (Ruby Tuesday, Wild Horses, Angie per dirne alcune. E non fatemi pensare all'esclusione di Can't You Hear Me Knocking, vero e proprio affronto agli amanti della musica, una canzone che dovrebbero suonare ad ogni concerto. In più, neanche una traccia dal capolavoro Aftermath per suonare cosa? Can't Be Seen da Steel Wheels, forse il loro album peggiore...). Ma Sympathy For The Devil è stata suonata, come Satisfaction, quindi il pubblico pagante è allegro e va tutto bene. Quindi.


Altre piccole critiche non vanno verso i Rolling Stones, anzi al contrario. Mi sento quasi di difenderli. In questi giorni ho letto molti articoli di pseudo giornalisti che enunciavano errori tecnici del gruppo durante il concerto e molti altri che rizzavano sterili polemiche sulla fine del Rock, su come sia totalmente morto, su come siano ridicoli i ragazzini ad andare a sentire un gruppo nato negli anni '60 e su come dovrebbero cercarsi delle proprie icone all'interno della loro generazione che non riesce a sfornare niente di buono. Bla bla bla. 

Consiglio a tutte queste persone che, se cercano qualcosa di veramente Rock, vadano a farsi fottere. Keith Richards sbaglia un assolo? Fanculo, stiamo parlando del Rock, un genere che non fa della perfezione il suo marchio di fabbrica. Sentitevele nelle versioni studio le canzoni, se è questo che cercate. Il Rock è morto? Forse, ma non per colpa del Rock. Purtroppo le tendenze vanno verso la parte opposta del genere, le tendenze vanno verso musica più elettronica e più vendibile, musica più noiosa e lobotomizzante, musica facilmente ascoltabile da qualsiasi persona. Ed è triste che i massimi esponenti del genere siano sempre questi vecchietti arrivati alla terza età che portano avanti ormai da 50 anni questo baraccone crea soldi fatto di musica (sì ok, mi sono ricreduto sui Rolling Stones ma non sono così buono, non diventeranno mai uno dei miei gruppi preferiti), ma tutto è la conseguenza di qualcosa. Disinformazione, per prima cosa. Che porta all'ignoranza. Dite che non esistono grandi gruppi nel panorama moderno e che le nuove generazioni trovano difficoltà a trovare dei portavoce? Cercateli, invece di continuare a parlare di Lady Gaga e di tutto ciò che vi porti ad un guadagno sicuro. La massima causa della disinformazione viene proprio da chi diffonde in modo sbagliato l'informazione. Guarda caso, i giornalisti. Che ancora non si sono resi conto che il Rock ormai è morto da molto tempo (anche se per me può ancora dare qualcosa), finito con il termine dell'era Grunge e sepolto da molti sottogeneri (che provengono proprio da esso) che hanno portato alla nascita del post-rock. Andare avanti è l'unica soluzione e la musica c'è in parte riuscita. Che poi non abbia trovato esponenti (che ne dite di Thom Yorke?) è un'altra storia. 

Ma non sono d'accordo neanche su questo. Solo negli ultimi 15 anni potrei fare una lista infinita di gruppi con un immenso fervore Rock (per fare un solo esempio,  i Liars , portavoce  ideali di questo movimento. Ascoltatevi un po' questa canzone e ditemi se non sentite una certa rabbia), gruppi purtroppo che non sono conosciuti ai più perché privati della visibilità proprio dalle stesse persone che continuano a lamentarsi del concerto dei Rolling Stones invece che parlare delle band sopra citate. E, nonostante tutto, il Rock riuscirà a sopravvivere anche perché è uno stile di vita. Stile di vita che in molti non abbandoneranno mai, e neanche io penso di farlo e per questo rinnovo ancora il mio invito verso chi cerca di fermarlo, di andare a farsi benedire. 

Anche a causa di tutto questo un'altra piccola delusione del concerto è stata il pubblico. Un pubblico poco presente, poco trascinato dalla musica. Insomma un pubblico poco Rock. Sono arrivato al Circo Massimo con l'aspettativa di sentire l'odore del sesso, della droga e dell'alcol, ma l'unico odore che ho sentito è stato quello del sudore della persona che avevo accanto. Forse esagero io, ma mi aspettavo qualcosa di più epico, di più sporco (e purtroppo dubito che ci ricorderemo di questo concerto come quello dell'82, anche a causa del disinteresse generale delle nuove generazioni). Invece mi sono ritrovato davanti ad una massa di ragazzini con il cellulare continuamente in mano,  venuti al concerto solo per vantarsene il giorno dopo con gli amici, accompagnati da genitori dimentichi dei tempi passati e annoiati. Una massa informe di magliette con la lingua comprate all'abominevole cifra di 35 euro intenti a farsi selfie e ad immortalare maniacalmente quello che non riescono a vivere e che ricostruiscono solo attraverso l'immagine distorta dei touch screen, un esercito omogeneo e privo di fantasia. Per non parlare di chi neanche c'era, e magari gli 89 euro preferisce spenderli stando ad un bar qualunque di un paesino qualunque cercando di bere il più possibile per cancellare il vuoto da cui è accerchiato. 

Ma tutto questo non importa ormai, il concerto della vita (perché per me lo è stato) si è concluso e non voglio fare inutili polemiche come le persone che ho criticato. Volevo fare solo un articolo Rock, sui Rolling Stones.

di MI.Di per la rubrica "MUSICA", foto di IT.

Qui il link alla Parte 2 scritta da Maste e IT

lunedì 23 giugno 2014

CINEMA: "L'IMMAGINE MANCANTE - Rithy Panh"


“Ci sono molte cose che un uomo non dovrebbe né vedere né conoscere. E se pur le vedesse sarebbe meglio per lui morire. Ma se uno di noi ha visto o conosciuto queste cose, allora deve vivere per raccontarle”

Il 17 aprile 1975 i Khmer Rossi, membri del partito comunista cambogiano, presero il potere e trasformarono la Cambogia nella Kampuchea Democratica, un totalitarismo di matrice comunista-maoista. Nei quattro anni successivi il suo leader, noto col nome di Pol Pot, mise in piedi un regime illiberale che prese le mosse dalla deportazione di più di due milioni di persone dalle città (in particolare dalla capitale, Phnom Penh) alle campagne, privando ciascuno della propria libertà, del nome, costringendoli a lavorare nelle risaie, nei campi, per la costruzione di una società fondata sui principi del collettivismo, dell’egualitarismo (tutto inizia con un ideale di purezza e termina con l’odio). Chiunque si opponeva era sterminato: più di un milione di persone perse la propria vita. Rithy Panh era un bambino a quell’epoca e in quei quattro anni (la dittatura cessò nel 1979) perse il fratello (ucciso negli scontri del 17 aprile) il padre (che si lasciò morire) ed infine, la madre. 

L’immagine mancante è innanzitutto la sua infanzia.

La dittatura di Pol Pot si fondava soprattutto, come ogni altra dittatura, sul controllo delle masse, che avveniva principalmente attraverso l’indottrinamento ed il lavoro forzato. La propaganda assumeva dunque un ruolo fondamentale, gli slogan erano ripetuti fino allo sfinimento, il cinema era monopolio del Partito e strumento di diffusione dell’ideologia dei Khmer Rossi. Le immagini di repertorio allora raffigurano solo ciò che il Partito voleva far conoscere all’esterno. 

L’immagine mancante è la deportazione dei cambogiani.

Il giovane Rithy Panh cerca allora di sopravvivere tra la fame che corrode il corpo e la perdita degli affetti che corrode l’anima. Per resistere, ci dice, è necessario conservare un pensiero, un ricordo. Infatti, è possibile rubare un’immagine, ma non un pensiero. E il suo ricordo non può che essere legato al mondo libero, ai tempi antecedenti al 17 aprile di quell’anno maledetto, alle feste in famiglia, alla musica, ai canti. Era pur sempre un mondo imperfetto, ma felice agli occhi di un bambino. 

L’immagine mancante, dice ancora Panh, siamo noi.

Alla fine del percorso Rithy Panh realizza che l’immagine che cerca, non può trovarla. Semplicemente, è mancante. Non può esistere un’immagine che restituisca il senso dello sterminio di un popolo. Naturalmente non ho trovato l’immagine mancante. Così ho deciso di crearla. La guardo, me ne prendo cura. La tengo tra le mani come si fa con un volto amato. Questa immagine mancante ora io vi affido affinché non smetta mai di cercarci.

di Diccì per la rubrica "CINEMA".

lunedì 16 giugno 2014

CINEMA: "EDGE OF TOMORROW – Doug Liman"



La particolarità della trama di questo ennesimo action fantascientifico mi ha convinto a vincere le iniziali perplessità e a dargli una chance, andandolo a vedere in sala. Perplessità che scaturivano anzitutto dalla presenza di Tom Cruise (assoluto protagonista) che mai sono riuscito a digerire, neanche sotto la direzione del Maestro, Stanley Kubrick; e dalla decisione da parte della produzione di affidare la regia a Doug Liman, di cui avevo apprezzato il primo film della trilogia di Jason Bourne (The Bourne identity) ma i cui film successivi (Jumper, Mr e Mrs Smith, Fair game) erano stati delle vere e proprie delusioni, spesso inguardabili.

Una razza aliena evolutissima ha invaso e conquistato ormai tutta l’Europa quando gli americani decidono di inviare nel continente le loro forze speciali, preparate ed equipaggiate per affrontare un nemico non umano. Bill Cage (Cruise) è un pavido sottufficiale dell’esercito che, accusato di essere un disertore non avendo obbedito agli ordini impostigli da un generale, viene spedito anch’egli in Europa per l’attacco a sorpresa ai Mimics (gli alieni invasori). La sua incapacità ad usare le futuristiche armi messegli a disposizione renderà il suo “sbarco in Normandia” una rapida corsa verso la morte. 

Fin qui niente di particolarmente eccitante. Ma nell’attimo in cui muore, investito dal sangue dell’alieno che è riuscito casualmente ad uccidere, si risveglierà esattamente un giorno prima dello sbarco, cadendo in una sorta di loop temporale che lo porta a rivivere lo stesso giorno ogni volta che viene ucciso. Potendosi avvalere del potere di resettare la giornata semplicemente morendo, Bill, assieme all’aiuto di una soldatessa che ha passato la medesima esperienza, diventerà l’unica concreta possibilità di salvare il mondo dalla definitiva invasione aliena.

Nella capacità, e nel coraggio, con cui il regista gestisce e porta avanti una trama sicuramente ricca di potenziale (non del tutto espresso, per la verità) risiede il punto di forza del film. Coraggio che paga nel momento in cui lo svolgimento del racconto, con i suoi continui reset, riesce a dribblare il rischio di ripetitività o deja vù, regalandoci buoni momenti di tensione.

Peccato che questo stesso coraggio sia venuto a mancare nella parte finale del film che rifugge una conclusione certamente più rischiosa ma sicuramente più interessante per affidarsi ad una strizzatina d’occhio in perfetto stile Emmerich.

di Diccì per la rubrica "CINEMA".

lunedì 9 giugno 2014

CINEMA: "BLUE RUIN - Jeremy Saulnier"




L’arrivo di giugno e della stagione estiva rappresenta, cinematograficamente parlando, l’inizio di una fase di magra o di aridità o di vera e propria sterilità. Le sale (quelle ancora aperte) propongono i soliti quattro/cinque film che non andrei a vedere neanche mi pagassero il biglietto. Di conseguenza, chi (come me) vuole continuare a vedere buoni film anche quando le temperature superano i trenta gradi ha di fronte a se due sole alternative: riguardarsi un bel classico in dvd (un Kubrick o uno Scorsese d’annata, tanto per dirne due) oppure andare di streaming. Questa settimana ho optato per la seconda e fortunatamente, quasi inaspettatamente, mi sono imbattuto in un revenge movie di pregiata fattura di un regista che mi era sconosciuto e che credo sia al suo primo film.

Quando apprende la notizia che l’uomo che ha ucciso suo padre sta per uscire di prigione, Dwight capisce che è arrivato il momento di farsi giustizia da solo per riuscire a riscattare un’esistenza condizionata da quel drammatico evento, appartenente al passato ma ancora fortemente presente nella sua vita, che da quel giorno non è stata più la stessa. Dovrà tuttavia fare i conti con i parenti dell’uomo da un lato e con la necessità di proteggere la sorella dall’altro. Veniamo così catapultati in una tragica spirale di vendette familiari (che per un verso riporta alla mente l’esordio di Jeff Nichols, quel gran film che è Shotgun stories), di improvvise esplosioni di violenza sapientemente amalgamate in un ritmo mai ossessivo ma sempre incalzante.

Dwight non è un eroe né  tantomeno uno spietato giustiziere assetato di vendetta, forse non è neanche un uomo qualunque, piuttosto è un mezzo inetto che fa quello che fa perché crede di doverlo fare. Potrebbe quasi essere un personaggio uscito da uno dei film dei Coen, un piccolo uomo alle prese con imprese troppo grandi. E chi conosce i Coen sa che l’inettitudine, che misura la distanza tra desiderio e possibilità di raggiungerlo, fa affogare tutto in un mare di sangue.

Blue ruin non è un classico revenge movie come potrebbe essere Vendicami di Johnnie To, ma un film più intimistico, più personale; Saulnier dimostra di avere maggiormente a cuore una riflessione psicologica, fors’anche sociologica, del sentimento di vendetta. Presentato a Cannes lo scorso anno, dove ha avuto un’ottima accoglienza, Blue ruin è andato ad aumentare il già numeroso elenco di bei film completamente dimenticati dalla distribuzione italiana. E chi, a prescindere dalle temperature, desiderasse vederli è costretto a ripiegare sullo streaming o sul download. In alternativa, è possibile entrare in una delle oltre settecento sale italiane in cui, in queste settimane, proiettano Maleficent, o nelle oltre cinquecento che offrono Edge of Tomorrow (detto col massimo rispetto, s’intende).

di Diccì per la rubrica "CINEMA".

lunedì 2 giugno 2014

CINEMA: "NO – I GIORNI DELL’ARCOBALENO - Pablo Larraìn"



Dopo Tony Manero (2008) e Post mortem (2010) Pablo Larraìn porta a termine con No – i giorni dell’arcobaleno (2012) la sua personale trilogia sulla quindicennale dittatura di Augusto Pinochet Ugarte, che ha reso il Cile, dal 1973 al 1988, un bieco regime repressivo. E lo ha fatto con una lucidità invidiabile per un giovane regista ai suoi primissimi film.

Con Tony Manero, attraverso le vicissitudini del protagonista (interpretato da Alfredo Castro, presente in tutti e tre i film), ossessionato dal personaggio interpretato da John Travolta ne La febbre del sabato sera (appunto Tony Manero), Larraìn mise in scena l’insostenibile clima di oppressione che ha caratterizzato il Cile totalitario e illiberale di Pinochet.

In Posto Mortem invece, che cronologicamente è arrivato dopo ma storicamente precede il primo film, il regista mostrò con incredibile efficacia e con immagini di rara potenza simbolica (bellissimo il finale) la presa del potere di Pinochet attraverso il colpo di Stato e l’assassinio del Presidente Salvador Allende, vicende che non vengono mai mostrate ma restano sempre fuori campo per far posto a quei cadaveri (che ne sono l’eredità immediata) ammassati uno sopra l’altro tra l’indifferenza e l’omertà del popolo cileno, testimone silente del golpe.

In quest’ottica, No diviene la naturale chiusura del cerchio raccontando della campagna pubblicitaria che ha sostenuto appunto il No al referendum concesso da Pinochet nel 1988, sotto forti pressioni, dove si doveva decidere circa le sorti del regime cileno. Forte del controllo dei mezzi di comunicazione e dell’apparato di polizia politica, Pinochet riteneva scontato l’esito del referendum: un Si al suo regime ed una “credibile” investitura popolare da far valere a livello internazionale. Non aveva però fatto i conti con René Saavedra (Gael Garcìa Bernal), giovane pubblicitario a cui venne affidato il compito dai membri dell’opposizione di gestire la campagna pubblicitaria in favore del No. René opterà per una campagna all’insegna della gioia, del sorriso, dell’ottimismo, consapevole com’è delle leggi della grande comunicazione e della pubblicità, scontrandosi con gran parte dei militanti che volevano invece denunciare i crimini compiuti da Pinochet durante il quindicennio.

L’esito della Storia lo conosciamo. Larraìn si preoccupa di salutare la fine di una delle più atroci dittature sudamericane e il conseguente ingresso del Cile nel mondo libero occidentale. Quanto poi le democrazie occidentali siano effettivamente libere è un altro discorso, Larraìn si limita a suggerirci come le leggi del capitalismo e del consumismo rappresentino una forza costante e contraria alla più profonda libertà dell’uomo.

di Diccì per la rubrica "CINEMA".

lunedì 26 maggio 2014

CINEMA: "MAPS TO THE STARS - David Cronenberg"









Il nuovo film del canadese Cronenberg ruota attorno alla famiglia Weiss, una famiglia atipica, ma perfetta per l'attenta analisi che ci propone il regista. Il campo d'indagine è il mondo dello spettacolo, degli eccessi, dei soldi a palate e quindi il lato oscuro degli studios hollywoodiani.
Il giovane Benjie Weiss è il classico enfant prodige che si muove alla perfezione dietro ad una macchina da presa ma che fatica a muoversi nella vita di tutti i giorni, complici le forti pressioni psicologiche, complice l'insano atteggiamento dei genitori – sopratutto la madre - che tutelano la loro gemma come veri e propri imprenditori.
Il padre (un perfetto John Cusack) è un essere squallido, un terapista televisivo che si ciba dei problemi della gente – famosa – illudendola con pratiche poco ortodosse di superare grossi problemi e contrasti interiori.
In questo enorme valzer di maschere di cera e fantasmi c'è anche Havana Segrand (una magnifica Julianne Moore) figlia d'arte, attrice inespressa con un pesante fardello da portarsi appresso.
Ad un certo punto della storia entra in scena Agatha (Mia Wasikowska), assunta come assistente personale da Havana Segrand che gira in limousine percorrendo il viale di tutte le grandi stelle di Hollywood, accompagnata da Jerome (Robert Pattinson) uno chaffeur col sogno di diventare attore, ma anche sceneggiatore.
Con l'arrivo di Agatha il mondo degli studios – già incrinato dalla prima inquadratura – va a pezzi e insieme le vite di tutti i componenti della famiglia Weiss e delle figure che ne gravitano intorno.
Cronenberg si dimostra regista cinico e sapiente nel calibrare un dramma moderno con qualche venatura ironica ad allentare la tensione drammatica. La crisi è evidente, l'attesa della fine ci tiene incollati davanti allo schermo, come ipnotizzati da tanta atrocità. Il mondo dello spettacolo messo in scena dal regista è qualcosa di peccaminoso, di corrotto, così tanto da far male solo a guardarlo. Sbirciando da quella fessura che Cronenberg apre e scava per quasi due ore ci rendiamo conto di come normali esseri umani possano cambiare, inaridire, mentire per restare al centro della scena, perché the show must go on.
Molti hanno attaccato il regista canadese, o meglio hanno attaccato gli ultimi dieci anni della sua carriera, solo perché a parer loro, negli ultimi film si è perso lo smalto di un tempo, si è persa la violenza fisica e mentale insita nei suoi primi film, quelli più cerebrali a dir loro.
Ma come si può rimanere indifferenti a History of violence? A tutta quella martoriazione della carne che è anche sangue versato da una nazione, da quell'America folle mai rappresentata così lucidamente dal regista. E come non notare la potenza delle immagini nella Promessa dell'assassino? La scena del bagno turco è quanto di più crudo ci abbia mostrato Cronenberg in tutti questi anni, è un groviglio umano, carne lacerata, spasimi di dolore, contrazioni; e lotta, lotta per sopravvivere. Quindi, sorvolando i pochi commenti negativi, ci esponiamo e possiamo dire con grande calma e sicurezza che sì, Cronenberg è cambiato nettamente rispetto a venti anni fa, ma lo vediamo più come un pregio, un riuscire a rimpastare tutta la sua arte, tutta la sua poetica per dire cose nuove in modi sempre più sorprendenti.

di Elle Bper la rubrica "CINEMA".