lunedì 30 settembre 2013

CINEMA: "LA GRANDE BELLEZZA - Paolo Sorrentino"


di Elle Bi per la rubrica "CINEMA".


E' da poco diffusa la notizia che La grande bellezza, nuovo film di Paolo Sorrentino, è stato scelto per rappresentare l'Italia agli Oscar quale miglior film straniero. Dopo una prima visione ci troviamo disorientati, pensiamo che quello che abbiamo visto sia un bel prodotto ma che manchi di qualcosa. Dopo una seconda visione i puntini iniziano ad unirsi e tante delle sfumature che ci erano sfuggite cominciano a delinearsi e a prendere forma; con l'accendersi delle luci rimaniamo interdetti, commossi e un senso di grande bellezza ci assale, proprio come nel film il fascino di Roma colpisce il turista asiatico che non riuscendo a contenerlo crolla in preda ad un malore.
Rimaniamo a guardare i titoli di coda come ipnotizzati da quella suggestione, “la grande bellezza”.
Sorrentino prende a pretesto un microcosmo composto da galleristi d'arte, nobili decaduti, direttori di prestigiose riviste, maschere al botulino, ricchi e arricchiti di ogni specie per una riflessione assai più ampia. La grande bellezza non è un film su Roma e sull'Italia, e sopratutto non è un film per il quale dobbiamo scomodare il grande maestro Federico Fellini. Non che questi riferimenti siano inesatti, ma Sorrentino dà al suo film un carattere universale.
Se ci distacchiamo per un attimo dai piccoli provincialismi italiani, chiudendo gli occhi possiamo vedere la rappresentazione dello squallore quotidiano intriso di vacuità, la rincorsa forsennata a quell'apparire che ormai dilaga in tutto il mondo, le continue bugie per evitare di ferirci ancor di più; e dentro questo vortice di mondanità si aggira l'antieroe Jep Gambardella (Toni Servillo), re dei mondani, come si proclama in uno dei tanti monologhi interiori, circondato sempre da centinaia di persone ma allo stesso tempo solo come l'eremita che sta sulla montagna.
Jep, napoletano con mille aspettative, parte in giovane età per quella Roma che tanto promette ma poco mantiene. Durante la sua ricerca di quella purezza - che scoprirà non esistere - lascia, un po' per superbia e un po' per pigrizia, che il vuoto della chiacchiera e della mondanità anestetizzi il suo cuore dolente facendolo diventare indifferente e impermeabile a tutto, perfino alla tanto amata scrittura.
L'unica bellezza che sembra intravedere è quella lontana centinaia di chilometri, decine di anni, la grande bellezza che ormai alberga solo ne suoi ricordi: il mare, il primo amore che non ritornerà più, quella spensieratezza che appartiene a un'epoca passata, sotterrata da bugie, cinismo, scopate e feste con persone che fingono di stare bene ma, come dice Jep, i trenini delle loro feste sono i più belli d'Italia proprio perché non vanno da nessuna parte. Ma poi incontrerà Ramona, spogliarellista a fine carriera che gli dirà quel “Volemose bene” che ci fa pensare a due anime sole, due anime disincantate che uniranno le loro solitudini senza nemmeno il bisogno di toccarsi. Ma la morte, cinica e spietata, gli sottrarrà Ramona poco dopo, strappandogli di dosso quel bagliore di pace che sembrava aver ritrovato accanto alla ragazza, immaginando, insieme alla donna, un mare placido sul soffitto che placa per un momento le sue paure e le brutture della sua esistenza quotidiana.
In questa Roma decadente e decaduta c'è anche molto di sacro, una santità perduta, profanata da tutti noi, perché guardando La grande bellezza, dobbiamo farci forza e riconoscere i vizi, le oscenità, i difetti, il ridicolo che è in tutti noi, le sconfitte dell'animo, e da lì ingoiare il boccone amaro, rialzarci e ripartire dalle “radici” per raccontarci la verità che tanto ci appartiene.
Jep alla fine del film ci confida quasi timidamente il suo mondo e il nostro in un monologo che lascia gli spettatori spiazzati e ammutoliti a riflettere su ciò che ci è stato appena mostrato.
E' tutto sedimentato sul chiacchiericcio e il rumore, il silenzio e il sentimento, l'emozione e la paura, gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza e poi lo squallore disgraziato e l'uomo miserabile”.
Quindi lasciatevi cullare da La grande bellezza proprio come Jep fa con il mare dei suoi ricordi, lasciatevi cullare come il bambino dalla mamma...BLA BLA BLA.

sabato 28 settembre 2013

AUTORITRATTO - Francesco Briganti

pme1.jpgFrancesco Briganti nasce a Figline Valdarno il 23 giugno 1990. Attualmente è studente in graphic design e art direction alla NABA di Milano.

venerdì 27 settembre 2013

DISTRUZIONE CREATRICE


Ero al bar quando L il mio (per così dire) editore mi chiamò per confermare che il “progetto blog” avrebbe realmente preso vita. La telefonata diceva, “T datti da fare, tu e M avrete la pagina di attualità, il tema è news dal futuro”. Niente di più. Un messaggio criptato, quasi in codice, degno di un ermetico. Termino la telefonata e inizio a riflettere, sperando che il mio cervello faccia velocemente click dandomi un giusto indizio per fare bella figura con il primo pezzo. In realtà, l’unica cosa che fa click è il ghiaccio in fondo al bicchiere vuoto dell’americano che stavo bevendo, e dei successivi due o tre. E’ solo il giorno dopo che qualcosa mi è venuto in mente.

Pensare all’articolo d’esordio per il blog mi ha portato ad un lontano ricordo. O forse farei meglio a dire che il pensare mi ha portato a rievocare una questione lasciata in sospeso. Anni fa, infatti, dopo aver letto il libro ‘La Democrazia Che Non C’è’, scrissi una lettera all’autore, Paul Ginsborg.
Il libro dibatte il tema della democrazia in un’ottica, a primo impatto, pessimista.  Nel saggio, lo storico analizza quali aspetti di questo ‘strumento sociale’, messo in atto tramite le istituzioni, sono desiderabili e quali hanno fallito. Essendo il secondo gruppo più numeroso del primo, decisi di scrivergli perché ho, ancora oggi, chiara in mente la sensazione di impotenza che la lettura mi lasciò.

Ho riportato quanto sopra perché oggi, con occhi diversi e più maturi, riesco a vedere il problema da un’altra prospettiva e trovare in questo il punto di partenza per il nostro progetto. Provo a spiegarmi. Quella di Ginsborg non è una resa. Non lo è affatto. Il messaggio di ottimismo è diffuso all’interno di tutta l’opera, anche se ben nascosto tra le righe. L’autore, partendo da un assunto di fallimento di un certo tipo di democrazia, ovvero la ‘grande democrazia’ ormai arrugginita e burocratizzata all’eccesso, mostra come un ridimensionamento di questa potrebbe portare a grandi progressi sociali. Ciò che si auspica è dunque una forma di, come direbbe Serge Latouche (filosofo sostenitore della teoria della ‘decrescita’), democrazia sostenibile. Il messaggio che il libro vuol mandare è dunque tutt’altro che disfattista.
Partendo da una critica ben delineata (e a tratti dolorosa), ambisce a introdurre una ristrutturazione del processo democratico dal basso. Si deve, dice Ginsborg, risvegliare la partecipazione costante per stimolare e controllare la qualità della rappresentanza che si manifesta nelle istituzioni. Dunque, l’autore sembra così evocare la famosa novella distopica di Orwell, 1984, il cui protagonista, Wilson, sostiene che ‘se c’è una speranza, quella è nei prolet (classe sociale inferiore)’.

Distruggere per creare. E’ questo dunque il punto di partenza di ‘news dal futuro’, rubrica da oggi condivisa con M. L’idea è quella di raccogliere il messaggio dello storico e accogliervi nella nostra pagina guidati da questa distruzione creativa. Partendo da tematiche sociali di rilievo (che potranno indubbiamente fare male e lasciarvi l’amaro in bocca così come la prima lettura del saggio lasciò in me), ci proponiamo di svilupparle in modo critico per poi proporre soluzioni costruttive. È una situazione storica calda quella che stiamo vivendo. Le contraddizioni sono molte e le difficoltà ancor più numerose. Inizieremo, coerentemente con questa introduzione, con un discorso sulla democrazia e sulle istituzioni che la mettono in atto. Cercheremo di discutere tale meccanismo di scelta sociale sia con esempi pratici, mostrandone fallimenti e grandi imprese, che su un piano teorico, invocando paradigmi e linee di pensiero.
Aldilà delle altisonanti parole usate, e senza volersi assolutamente porre con l’ottica di salvatori dell’umanità, questo non è che il punto di partenza. Non ci limiteremo a ciò. Volgeremo lo sguardo sia all’interno che all’esterno dei confini nazionali, trattando di attualità e disegnando scenari futuri. Impareremo andando avanti e discuteremo nuovi argomenti via via che spunteranno, con l’obiettivo di avviare un processo di ristrutturazione sociale che parta dal basso.

Dunque è qui che inizia il nostro percorso.

IT

giovedì 26 settembre 2013

RANDY DESCRIBED ETERNITY - Built to Spill



Per comprendere a pieno tutte le tappe della musica alternative-indie una fermata obbligatoria è quella che porta all'universo dei Built to Spill. Il loro album migliore, “Perfect from now on” è uno dei capolavori degli anni Novanta. Capolavoro che diviene subito tangibile con la prima traccia dell'album, “Randy described eternity”. L'inizio lento viene subito spezzato da una stratificazione di chitarre che ci porta verso paesaggi cosmici, a gravità zero. La canzone sembra salire sempre di più, in un crescendo di synth e chitarre che danno un'atmosfera lunare. E, verso la conclusione, sembra quasi di fluttuare nell'universo. Sei minuti, una suite cosmica. Un'esperienza più che un ascolto. Da fare assolutamente.





Testo


every thousand years
this metal sphere
ten times the size of Jupiter
floats just a few yards past the earth
you climb on your roof
and take a swipe at it
with a single feather
hit it once every thousand years
`til you've worn it down
to the size of a pea
yeah I'd say that's a long time
but it's only half a blink
in the place you're gonna be

where you gonna be
where will you spend eternity
I'm gonna be perfect from now on
I'm gonna be perfect starting now
stop making that sound
stop making that sound
I will say I forgot
but it was only yesterday
and it's all you had to say


Mi.DI

martedì 24 settembre 2013

RIPENSANDO A SILVIA...OGGI


Silvia, rimembri ancora
quel cartello da noi tanto amato,
quando la società brillava
nei tuoi occhi ridenti e un po' distratti,
e tu, lieta e pensosa,
ne delineavi i tratti?

Sonava la musica
nelle case, e i clacson per le strade,
al tuo perpetuo canto,
allor quando leggevi intenta,
le opre femminili assai contenta
di quel vago avvenir che tutti ci accomuna.
Era il settembre spumoso: e tu solevi
così sognare il maggio odoroso.

Io gli studi beffardi
tralasciando le sudate carte,
ove il tempo iniziava a mancare
in una vita ormai poco reale,
quando io magro in quell'ostello
porgeo gli orecchi al suon di quel cartello,
ripensando a te
che lo accarezzavi con sgomento.
Mirava il ciel annuvolato
le vie intasate e i pochi orti,
e quinci i palazzi da lungi, e quindi il vetro.
Nessuna parola
a poter spiegar quel che portavo dentro.

Che pensieri soavi,
che speranza, che cori, o Silvia mia!
Come allor ci appariva
l'essere umano e il fato!
Il ricordo di tutta quella speranza,
mi fa male
come la siringa al drogato,
e torno a dolermi della mia sventura.
O natura, o natura,
perché non rendi poi
quel che l'uomo chiede con tanta cura? Perché tanto
ci inganni burlandoti di noi?

Tu prima che le foglie da verdi diventasser gialle,
appassivi come un fiore malato
consumato da ogni suo peccato. Vedevi la vita
passar così velocemente
come un bambino che diventa grande improvvisamente;
quando passavi per le strade,
gli sguardi e le lodi eran tutti a te indirizzati,
ma tu li schivavi sapendo che nei giorni di festa
alle tue compagne avrebbero fatto perder la testa.


Anche la mia speranza
moriva poco a poco: il nostro destino
è sempre stato segnato
da chi dall'alto ci ha sempre guardato. Ahi, come
sei passata mia infanzia,
come un battito d'ali in una stanza,
mai osservato con tanta speranza.
E' davvero questo il mondo? Questi
i diletti? I sogni, l'amore, la morte, gli eventi
che tanto idealizzammo insieme con mortale speme?
Questa la sorte di noi poveri diavoli?
Con tutte le donne che avevi in grembo
tu, misera, cadesti: e con la mano
la fredda morte madre di tutte le colpe
mostravi di lontano.


Elle Bi


LA SCHIUMA DEI GIORNI - Michel Gondry

          

Terminato di vedere l’ultimo film del regista francese, dopo oltre due ore, ci sentiamo piuttosto confusi, probabilmente un po’ delusi, sicuramente commossi. Quello cui abbiamo assistito non è certamente un film semplice come non lo sono quelli che aspirano a rappresentare la vita, in tutta la sua complessità. Il romanzo di Boris Vian, da cui è tratto il film, sembra scritto su misura per il visionario Gondry che mette in scena una favola allucinata e allucinante. Quello di Vian (e di Gondry) è un mondo fantastico, straordinario, dove è possibile cucinare seguendo le ricette di uno chef che ci guida attraverso il forno (o il frigorifero, secondo le necessità), dove è possibile volare sopra i tetti di Parigi, accomodati sopra una nuvoletta, dove il campanello di casa è un fastidioso insetto meccanico, dove, ancora, si può avere per coinquilino un topolino dalle sembianze umane (meglio, un uomo dalle sembianze di un topolino). Il protagonista (un convincente Romain Duris) trascorre le sue giornate consumando, assieme al suo inseparabile amico, pittoreschi piatti cucinati dal suo cuoco di fiducia (Omar Sy, visto in Quasi amici). Di lavorare non se ne parla, ma del resto la cassaforte è piena. Sente però che gli manca qualcosa, una donna, l’amore. Che puntualmente arriva (Audrey Tautou). La vita gli sorride in tutta la sua bellezza, il mondo è un grande giardino colorato. Fino a quando dentro la ragazza si insinua un male incurabile. Una ninfea (un tumore?) le cresce dentro un polmone e lentamente la consuma. Insieme con lei si spegne lentamente il mondo che la circonda: i colori da sgargianti si fanno sempre più cupi fino a scomparire del tutto lasciando il posto a un bianco e nero cupo e deprimente. Gli spazi rimpiccioliscono (letteralmente) e il tempo adesso scorre più velocemente lasciando sugli uomini e sulle cose i segni di un precoce invecchiamento. La vita, dicevamo. E la morte, che è parte di essa, in un mondo che sartrianamente (il grande filosofo francese del novecento è del resto chiaramente citato) non ha senso. 

Diccì

martedì 17 settembre 2013

CHI SIAMO

Non ti conosco bene, e non so come sono fatti i tuoi amici. Ma a me sembra che questa sia una generazione più triste, e più affamata. E la cosa che mi fa paura è che, quando arriveremo noi al potere, quando saremo noi quelli di quarantacinque, cinquant'anni, non ci sarà nessuno... nessuno più anziano... non ci saranno persone più anziane di noi che si ricorderanno la Grande Depressione, o la guerra, persone che hanno alle spalle sacrifici considerevoli. E non ci sarà nessun limite ai nostri, come dire, appetiti. E anche alla nostra smania di sperperare le cose. (David Foster Wallace).




Il cARTEllo è un blog collettivo nato dall'esigenza di far sentire la voce di giovani arrabbiati, disgustati dalla situazione artistica italiana in continuo declino. Ormai i giovani non hanno più modo di esprimersi, le case editrici puntano sull'usato sicuro piuttosto che sulle nuove leve, ma noi no, crediamo nel futuro, crediamo nella nostra generazione, crediamo che le cose potranno cambiare, basta crederci. Il nome del blog è nato quasi per caso, grazie al Cartello di Medellín, perché noi ci riteniamo dei trafficanti d'arte, di cultura. Agiamo sotto false spoglie, quasi segretamente con nomi celati da pseudonimi. Il nostro obiettivo è quello di stimolare la gente, ormai pigra, alla lettura, tramite articoli di ogni genere.
Il lunedì è il giorno dedicato al cinema con recensioni di novità presenti nelle sale e magnifici cult.
Il martedì tocca alla letteratura con nostri scritti e un'analisi dettagliata di un libro ogni mese.
Il giovedì è riservato alla musica con il singolo della settimana consigliato caldamente per le vostre orecchie, mentre a fine mese sarà sempre presente uno speciale su un album o su un live recensito dalla nostra troupe.
Il venerdì è un giorno particolare, esce la rubrica Notizie dal futuro, un modo di affrontare tematiche di attualità ipotizzando scenari futuri.
Il sabato è il giorno più distensivo della settimana, la gente stacca dal lavoro stanca e per questo alterniamo sempre fumetti d'autore a fotografie artistiche.
Infine il nostro scopo non è solo quello di far sentire le nostre voci, ma anche quello di coinvolgere tutti coloro che vorranno partecipare come freelance al nostro blog, inviando recensioni, fotografie, disegni e racconti di ogni genere. Accettiamo volentieri nuovi personaggi da aggiungere alla nostra famiglia. Basta inviare del materiale inedito all'indirizzo email: ilcartelloblog@gmail.com. Semplice no? E allora svegliamoci, svegliatevi da questo torpore generale e continuiamo la nostra battaglia.

Il cARTEllo

Il cartello è un'idea notturna che si intrufola nella tua stanza,
il cartello è la sosta giornaliera dal nostro mondo,
il cartello è l'immagine di una legge pura come il vento,
il cartello è la pioggia che ti coglie di sorpresa,
il cartello è la lacrima versata per un libro, per un film, una canzone,
il cartello è l'incredulità dinanzi a,
momenti incerti,
lacune lunari,
abissi di classe,
il cartello è il pugno che ti colpisce,
il cartello è la mano che accarezza l'erba,
il cartello è la sensazione di cadere che hai mentre sogni,
il cartello è la sigaretta delle tre di notte,
è l'alba inchiodata nel sole,
il tramonto evaporato tra le nuvole,
la ribellione assaporata in afosi pomeriggi,
la scopa che spazza la tua mente,
il ricordo di un'emozione già provata,
neve chimica cadente da un cielo bugiardo,
oscurato,
il cartello è la memoria dell'inchiostro, della pellicola,
il cartello è il bambino che gioca per strada,
il cartello è rabbia
e amore
e abnegazione
e gioia,
paura
stupidità
follia
finzione
rumore
amicizia
rimpianti,
e tutto il resto che può assalire la tua immaginazione.
E,
    infine,
              il cartello è la tua arte


Benvenuti, welcome, bienvenu,willkommen,welkom, bienvenidos, bemvindo, 欢迎, добро пожаловать, youkoso, velkommen, καλωσόρισμα, powitanie, välkommen,
환영, karşılama, fogadtatás, laukiamas , Exspectata, fáilte roimh, selamat datang, teretulnud ,
dobrodošli, i mirëpritur, vítejte.

Mi.Di