(link alla parte 4)
Giorno
8
Apro
un occhio prima che la sveglia suoni, drizzo le orecchie e sento un
rumore di pioggia incessante. Guardo l'orologio, sono le otto, è
l'ora di andare.
“Non
ho sentito il suono della sveglia” dice F mezzo tramortito.
“Non
è suonata, mancano pochi minuti, ma dobbiamo andare. Fuori c'è un
nubifragio”.
“Cazzo”
esclama F alzandosi di scatto.
Decidiamo
di saltare colazione, o meglio di farla quando saremo alla stazione
dei bus.
Scendendo
incontriamo la ragazza più gentile della reception, ma
sopratutto quella che parla il miglior inglese. La salutiamo
dicendole che ci siamo trovati davvero bene.
Per
strada scrosci d'acqua si schiantano sull'asfalto creando pozze
enormi, macchine impazzite cercano di superarsi l'un l'altra, un
concerto di clacson violenta le nostre orecchie stanche, e noi cerchiamo disperatamente un taxi muniti del nostro
K-way.
I
pochi taxi che passano non si fermano, sfrecciano verso chissà dove
trasportando vite, ma noi non demordiamo e continuiamo la nostra
ricerca alzando le mani, sbracciandoci a più non posso, e urlando
frasi al cielo. Niente di niente.
Dopo
mezzora iniziamo a disperare. Non abbiamo tutto il tempo del mondo,
il bus che dobbiamo prendere impiegherà circa sette ore per arrivare
a Kangding, quindi dobbiamo muoverci o arriveremo a tarda sera.
Lasciamo
i bagagli sotto una tettoia e iniziamo a darci da fare sul serio. I
taxi sono pochissimi, sembrano sfuggire al nostro richiamo. Decine e
decine di ciclisti muniti di K-way colorati ci passano a un palmo dal naso formando un arcobaleno umano.
Iniziamo
a sentire le scarpe pesanti, siamo fradici, ma non possiamo
arrenderci. Mi avvicino a tutti i passanti che incontro sulla mia
strada pronunciando la parola stazione dei bus in cinese. Alcuni
cercano di spiegarmelo, ma non capisco, provo un tentativo di
ribattuta in inglese, ma è tutto inutile. F capisce che l'unica cosa
da fare è piazzarsi davanti alla fermata dei bus e chiedere agli
autisti se il loro veicolo è diretto alla stazione.
Passa
il primo bus. Niente da fare.
Passa
il secondo bus, che ci schizza un po' d'acqua da una pozza. Niente da
fare.
Al
terzo bus, l'autista ci guarda e ci dice di sì, ci dice di saltare
su. Almeno è quello che pensiamo abbia detto.
Siamo
in piedi, eretti come colonne, bagnati come dopo un tuffo in piscina.
Sono così bagnato che lentamente inizia a formarsi una piccola pozza
sotto i miei piedi, la gente mi guarda, io faccio finta di niente e
guardo avanti, in direzione del nostro futuro prossimo.
Al
segnale dell'autista scendiamo e non capiamo ciò che ci dice.
“Non
vedo nessuna stazione” dico ad F.
“Cazzo,
cazzo, cazzo. Non ci voleva”.
Dopo
essersi tranquillizzato F chiede in inglese a svariate persone
indicazione per la stazione dei bus. Dopo molte incomprensioni, una
ragazza si avvicina, apre la bocca...Dio sia lodato, parla inglese e
si propone di accompagnarci a piedi. Ci guarda, sorride, dobbiamo
farle proprio pena.
Dopo
pochi minuti siamo dentro la stazione, compriamo il primo biglietto
per Kangding che partirà a mezzogiorno.
Mangiamo
qualche plumcake cinese e un po' di latte per creare un tappo ai
nostri stomaci, che probabilmente dovranno arrivare fino all'ora di
cena. Partiamo.
Le
sette ore di viaggio non sono un problema perché ho con me della
buona musica, un romanzo e il taccuino su cui annoto tutto quello
che provo, che vedo e che sento durante quest'esperienza. E' la
testimonianza scritta del mio passaggio in terra cinese. F è munito
delle mie stesse armi anti noia, si infila le cuffie nelle orecchie e
chiude gli occhi cercando di recuperare un po' del sonno che abbiamo
perso strada facendo in questi sette giorni frenetici.
Poco
dopo prendo esempio da lui e schiaccio il tasto play. Vengo
trasportato in un mondo speciale, come mi succede sempre quando
ascolto della musica ad alto volume. Guardo fuori dal finestrino e
osservo Chengdu scomparire piano piano dietro al tubo di
scappamento.
Quando
il paesaggio inizia a cambiare sento il bisogno di tirare fuori il
taccuino. La musica inizia a fondersi con la natura al di la del
finestrino. E' una foresta verde quella che si impone davanti al mio
sguardo osservatore. Inizio a scrivere una parte di questo diario, la
mano si muove come impossessata dal ritmo della musica, scrivo
qualche pagina quando ad un tratto il bus si ferma.
“Proprio
adesso...” dico ad F.
“Ispirato?”.
“Già”.
Scendiamo. Sono le due e scopriamo che è la pausa pranzo. Non abbiamo troppa
fame, quindi decidiamo di mangiare un piatto in due. E' un pasto
tipico, con riso, verdure, patate e carne tagliata a fettine spesse
come foglie.
Uscendo
ci fumiamo una sigaretta e notiamo che tutti ci guardano, ma proprio
tutti. La gente ha una carnagione più scura qui, siamo in una landa
desolata, sappiamo solo che è due ore più vicina al nostro arrivo.
Ci
rimettiamo in moto dopo neanche mezzora.
All'interno
del bus fa caldo, capisco che è il modo migliore perché mi si
asciughino un po' i vestiti, rimetto le cuffie nelle orecchie e mi
estraneo da tutto ciò che mi circonda.
Sono
le cinque quando ad un certo punto il bus si ferma di nuovo.
“No
dai, adesso basta però” dice F.
Mi
affaccio e noto che c'è una coda interminabile davanti a noi.
L'autista
apre le portiere e fa scendere un po' di gente.
“Forse
siamo arrivati” dico ad F.
“Macché,
magari”.
Proviamo
a chiedere all'autista, ma non capiamo, l'unica cosa che riusciamo a
dedurre è che c'è stato un incidente. Le sue mani che si scontrano
sono un gesto che ci è familiare.
“Vabbè roba da poco. Staremo fermi un'ora al massimo” dico.
“Non
lo dire, non lo dire. In Nepal per un incidente ci schiacci delle
ore” risponde F.
Passa
un'ora. Tutto è immobile.
Passano
due ore. Tutto è immobile.
“Sto
impazzendo, dentro il bus fa caldo, qui fuori inizia a fare fresco.
Cerchiamo di capire, almeno” dico alzando la voce.
Prendo
la guida, la sfoglio e cerco di unire le nozioni base del cinese di
sopravvivenza al mio intuito.
Creo
delle frasi un po' sgangherate per far capire a qualcuno quanto tempo
ancora dobbiamo aspettare. Nessuno sembra capirmi. Scendendo vado da
un altro autista di un bus che, sembra un po' più sveglio del
nostro. Gli chiedo la stessa cosa indicandogli l'orologio per fargli
capire il passaggio del tempo e con l'altra mano mimo una camminata.
Sì, ho perso la testa, l'attesa mi distrugge, ho deciso di andare a
piedi.
Dopo
qualche incomprensione ci dice che ci vorranno più o meno due ore.
“Ce
la possiamo fare” dico ad F.
“Abbiamo
anche le valigie”.
“Già”.
Il
tempo sembra non passare mai, inizio a scattare qualche foto per
cercare di ammazzare l'attesa.
Ci
incamminiamo verso il luogo dell'incidente notando che un ragazzo in
moto ci è rimasto secco. In Cina il casco non viene usato da
nessuno, solo le forze dell'ordine lo indossano, quasi a dare il
buono esempio, ma nessuno li segue.
Suoni
di ambulanze, vento, stanchezza, gente che sbadiglia, gente che si
incammina con le valigie verso il villaggio più vicino, sembra di
essere in trincea, il tempo è dilatato in un modo strano, quasi
sadico.
A un certo punto le macchine iniziano a muoversi, ci guardiamo e corriamo
verso il bus. Partiamo. Sono le nove, siamo rimasti intrappolati cinque ore in una valle dimenticata da Dio.
Arriviamo
alle undici e come d'incanto è ricominciato a piovere fortissimo.
“E
tu che volevi andare a piedi...” dice F.
“E
che ne sapevo? Quel pazzo dell'autista mi ha detto due ore...che ne
potevo sapere che era il tempo necessario per arrivare a Kangding in
bus” rispondo ridendo. Anche F ride, sono risate di disperazione,
cerchiamo di sdrammatizzare una situazione davvero pesante. Dobbiamo
trovare l'ostello, ma non sappiamo dove cercare.
Ci
facciamo strada nella notte piovigginosa di Kangding chiedendo
indicazioni a chiunque: brutti ceffi che cercano di sistemarci in
alberghi di ogni genere, vecchi che ci depistano, ristoratori che ci
invitano ad entrare ed altri ancora; sembra un circo dell'assurdo,
nessuno sa niente, o meglio nessuno sa di preciso dove sia il nostro
ostello.
Troviamo
una volante della polizia e mai mi sarei aspettato che sarebbe stato
proprio uno sbirro l'artefice della nostra salvezza. Ci guarda,
sorride, chiama l'ostello e parte. Arriviamo alle undici passate
davanti ad una specie di locanda, salutiamo l'agente ed entriamo.
La
vecchia alla reception ci dice che pensava che non saremmo arrivati
vista la tarda ora, ma noi, disperati come dopo una traversata oceanica,
stanchi e bagnati insistiamo che non ce ne andremo senza un letto
sotto la schiena.
La
donna manda un suo galoppino da noi che ci dice di seguirlo. Ci
porterà in minivan in un'altra struttura affiliata.
Arrivati
vogliamo solo una doccia calda e un pasto. Subito dopo crolliamo
distrutti. E' stata una giornata piuttosto massacrante.
di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA"








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