martedì 8 luglio 2014

LETTERATURA: "CINA: DIARIO DI UN VIAGGIATORE SENTIMENTALE - parte 5"


(link alla parte 4)


Giorno 8

Apro un occhio prima che la sveglia suoni, drizzo le orecchie e sento un rumore di pioggia incessante. Guardo l'orologio, sono le otto, è l'ora di andare.
“Non ho sentito il suono della sveglia” dice F mezzo tramortito.
“Non è suonata, mancano pochi minuti, ma dobbiamo andare. Fuori c'è un nubifragio”.
“Cazzo” esclama F alzandosi di scatto.
Decidiamo di saltare colazione, o meglio di farla quando saremo alla stazione dei bus.
Scendendo incontriamo la ragazza più gentile della reception, ma sopratutto quella che parla il miglior inglese. La salutiamo dicendole che ci siamo trovati davvero bene.
Per strada scrosci d'acqua si schiantano sull'asfalto creando pozze enormi, macchine impazzite cercano di superarsi l'un l'altra, un concerto di clacson violenta le nostre orecchie stanche, e noi cerchiamo disperatamente un taxi muniti del nostro K-way.
I pochi taxi che passano non si fermano, sfrecciano verso chissà dove trasportando vite, ma noi non demordiamo e continuiamo la nostra ricerca alzando le mani, sbracciandoci a più non posso, e urlando frasi al cielo. Niente di niente.
Dopo mezzora iniziamo a disperare. Non abbiamo tutto il tempo del mondo, il bus che dobbiamo prendere impiegherà circa sette ore per arrivare a Kangding, quindi dobbiamo muoverci o arriveremo a tarda sera.
Lasciamo i bagagli sotto una tettoia e iniziamo a darci da fare sul serio. I taxi sono pochissimi, sembrano sfuggire al nostro richiamo. Decine e decine di ciclisti muniti di K-way colorati ci passano a un palmo dal naso formando un arcobaleno umano.
Iniziamo a sentire le scarpe pesanti, siamo fradici, ma non possiamo arrenderci. Mi avvicino a tutti i passanti che incontro sulla mia strada pronunciando la parola stazione dei bus in cinese. Alcuni cercano di spiegarmelo, ma non capisco, provo un tentativo di ribattuta in inglese, ma è tutto inutile. F capisce che l'unica cosa da fare è piazzarsi davanti alla fermata dei bus e chiedere agli autisti se il loro veicolo è diretto alla stazione.
Passa il primo bus. Niente da fare.
Passa il secondo bus, che ci schizza un po' d'acqua da una pozza. Niente da fare.
Al terzo bus, l'autista ci guarda e ci dice di sì, ci dice di saltare su. Almeno è quello che pensiamo abbia detto.
Siamo in piedi, eretti come colonne, bagnati come dopo un tuffo in piscina. Sono così bagnato che lentamente inizia a formarsi una piccola pozza sotto i miei piedi, la gente mi guarda, io faccio finta di niente e guardo avanti, in direzione del nostro futuro prossimo.
Al segnale dell'autista scendiamo e non capiamo ciò che ci dice.
“Non vedo nessuna stazione” dico ad F.
“Cazzo, cazzo, cazzo. Non ci voleva”.
Dopo essersi tranquillizzato F chiede in inglese a svariate persone indicazione per la stazione dei bus. Dopo molte incomprensioni, una ragazza si avvicina, apre la bocca...Dio sia lodato, parla inglese e si propone di accompagnarci a piedi. Ci guarda, sorride, dobbiamo farle proprio pena.
Dopo pochi minuti siamo dentro la stazione, compriamo il primo biglietto per Kangding che partirà a mezzogiorno.
Mangiamo qualche plumcake cinese e un po' di latte per creare un tappo ai nostri stomaci, che probabilmente dovranno arrivare fino all'ora di cena. Partiamo.
Le sette ore di viaggio non sono un problema perché ho con me della buona musica, un romanzo e il taccuino su cui annoto tutto quello che provo, che vedo e che sento durante quest'esperienza. E' la testimonianza scritta del mio passaggio in terra cinese. F è munito delle mie stesse armi anti noia, si infila le cuffie nelle orecchie e chiude gli occhi cercando di recuperare un po' del sonno che abbiamo perso strada facendo in questi sette giorni frenetici.
Poco dopo prendo esempio da lui e schiaccio il tasto play. Vengo trasportato in un mondo speciale, come mi succede sempre quando ascolto della musica ad alto volume. Guardo fuori dal finestrino e osservo Chengdu scomparire piano piano dietro al tubo di scappamento.
Quando il paesaggio inizia a cambiare sento il bisogno di tirare fuori il taccuino. La musica inizia a fondersi con la natura al di la del finestrino. E' una foresta verde quella che si impone davanti al mio sguardo osservatore. Inizio a scrivere una parte di questo diario, la mano si muove come impossessata dal ritmo della musica, scrivo qualche pagina quando ad un tratto il bus si ferma.
“Proprio adesso...” dico ad F.
“Ispirato?”.
“Già”.
Scendiamo. Sono le due e scopriamo che è la pausa pranzo. Non abbiamo troppa fame, quindi decidiamo di mangiare un piatto in due. E' un pasto tipico, con riso, verdure, patate e carne tagliata a fettine spesse come foglie.
Uscendo ci fumiamo una sigaretta e notiamo che tutti ci guardano, ma proprio tutti. La gente ha una carnagione più scura qui, siamo in una landa desolata, sappiamo solo che è due ore più vicina al nostro arrivo.


Ci rimettiamo in moto dopo neanche mezzora.
All'interno del bus fa caldo, capisco che è il modo migliore perché mi si asciughino un po' i vestiti, rimetto le cuffie nelle orecchie e mi estraneo da tutto ciò che mi circonda.
Sono le cinque quando ad un certo punto il bus si ferma di nuovo.
“No dai, adesso basta però” dice F.
Mi affaccio e noto che c'è una coda interminabile davanti a noi.
L'autista apre le portiere e fa scendere un po' di gente.
“Forse siamo arrivati” dico ad F.
“Macché, magari”.
Proviamo a chiedere all'autista, ma non capiamo, l'unica cosa che riusciamo a dedurre è che c'è stato un incidente. Le sue mani che si scontrano sono un gesto che ci è familiare.
“Vabbè roba da poco. Staremo fermi un'ora al massimo” dico.
“Non lo dire, non lo dire. In Nepal per un incidente ci schiacci delle ore” risponde F.
Passa un'ora. Tutto è immobile.
Passano due ore. Tutto è immobile.
“Sto impazzendo, dentro il bus fa caldo, qui fuori inizia a fare fresco. Cerchiamo di capire, almeno” dico alzando la voce.
Prendo la guida, la sfoglio e cerco di unire le nozioni base del cinese di sopravvivenza al mio intuito.
Creo delle frasi un po' sgangherate per far capire a qualcuno quanto tempo ancora dobbiamo aspettare. Nessuno sembra capirmi. Scendendo vado da un altro autista di un bus che, sembra un po' più sveglio del nostro. Gli chiedo la stessa cosa indicandogli l'orologio per fargli capire il passaggio del tempo e con l'altra mano mimo una camminata. Sì, ho perso la testa, l'attesa mi distrugge, ho deciso di andare a piedi.
Dopo qualche incomprensione ci dice che ci vorranno più o meno due ore.
“Ce la possiamo fare” dico ad F.
“Abbiamo anche le valigie”.
“Già”.
Il tempo sembra non passare mai, inizio a scattare qualche foto per cercare di ammazzare l'attesa.


Ci incamminiamo verso il luogo dell'incidente notando che un ragazzo in moto ci è rimasto secco. In Cina il casco non viene usato da nessuno, solo le forze dell'ordine lo indossano, quasi a dare il buono esempio, ma nessuno li segue.
Suoni di ambulanze, vento, stanchezza, gente che sbadiglia, gente che si incammina con le valigie verso il villaggio più vicino, sembra di essere in trincea, il tempo è dilatato in un modo strano, quasi sadico.
A un certo punto le macchine iniziano a muoversi, ci guardiamo e corriamo verso il bus. Partiamo. Sono le nove, siamo rimasti intrappolati cinque ore in una valle dimenticata da Dio.
Arriviamo alle undici e come d'incanto è ricominciato a piovere fortissimo.
“E tu che volevi andare a piedi...” dice F.
“E che ne sapevo? Quel pazzo dell'autista mi ha detto due ore...che ne potevo sapere che era il tempo necessario per arrivare a Kangding in bus” rispondo ridendo. Anche F ride, sono risate di disperazione, cerchiamo di sdrammatizzare una situazione davvero pesante. Dobbiamo trovare l'ostello, ma non sappiamo dove cercare.
Ci facciamo strada nella notte piovigginosa di Kangding chiedendo indicazioni a chiunque: brutti ceffi che cercano di sistemarci in alberghi di ogni genere, vecchi che ci depistano, ristoratori che ci invitano ad entrare ed altri ancora; sembra un circo dell'assurdo, nessuno sa niente, o meglio nessuno sa di preciso dove sia il nostro ostello.
Troviamo una volante della polizia e mai mi sarei aspettato che sarebbe stato proprio uno sbirro l'artefice della nostra salvezza. Ci guarda, sorride, chiama l'ostello e parte. Arriviamo alle undici passate davanti ad una specie di locanda, salutiamo l'agente ed entriamo.
La vecchia alla reception ci dice che pensava che non saremmo arrivati vista la tarda ora, ma noi, disperati come dopo una traversata oceanica, stanchi e bagnati insistiamo che non ce ne andremo senza un letto sotto la schiena.
La donna manda un suo galoppino da noi che ci dice di seguirlo. Ci porterà in minivan in un'altra struttura affiliata.
Arrivati vogliamo solo una doccia calda e un pasto. Subito dopo crolliamo distrutti. E' stata una giornata piuttosto massacrante.

di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA"

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