
A
m’arcord è la traduzione in dialetto romagnolo della frase “Io
mi ricordo” e già dal titolo il “romagnolo” Fellini dichiara i
suoi intenti: ricordare gli anni dell’adolescenza trascorsi a
Rimini. Quindi, un film della memoria nel quale il regista ricompone
il suo universo adolescenziale attingendo soprattutto alla fantasia
che l’aiuta a ricostruire il “magico” borgo in cui trascorse i
primi vent’anni della sua vita come fosse un teatrino o la pista di
un circo dove far muovere le sue marionette e i suoi clown.
Siamo
negli anni Trenta, quelli del fascismo trionfante e della
proclamazione dell’impero sabaudo-mussoliniano, e il contrasto fra
le ambizioni di grandezza dell’Italia e la misera realtà della sua
provincia genera situazioni paradossali.
Fellini
utilizza proprio il paradosso per riesumare dal baule della sua
memoria i luoghi, i personaggi e i fatti del suo vissuto. I primi
resi fantastici dal passare degli anni, i secondi rivisti con il
distacco del tempo e ridisegnati con tratti caricaturali, gli ultimi
ricordati con immutato candido stupore di ragazzo.
Fondendo
tutti questi ingredienti fra loro, Fellini cucina un tipico menù
romagnolo condito con le musiche del grande Nino Rota. In Amarcord
ritroviamo i sapori e gli umori di una terra sanguigna che l’autore
racconta con amore e nostalgia. I personaggi sembrano arrivare sullo
schermo direttamente dal carosello finale di Otto e mezzo.Sono
caricature, macchiette, alcuni solo semplici fantasmi che sembrano
usciti dalla matita del primo Fellini che lasciò la sua città
natale proprio per fare il disegnatore satirico prima a Firenze e poi
a Roma.
La
barista Gradisca, la Volpina, l’avvocato, lo zio matto, don Balosa,
il preside e i professori, il proprietario del cinema Fulgor,
muovendosi come in una vignetta, conferiscono coralità al film che
ha in Titta non un protagonista ma un filo conduttore a cui è
affidato il compito di legare fra loro personaggi e situazioni.
Seppur
visti con la tenerezza del ricordo, gli eventi che scandiscono la
vita del Borgo sono rappresentati umoristicamente in netta
contrapposizione al modo retorico e altisonante in cui venivano
vissuti negli anni Trenta.
Il
passaggio del transatlantico Rex, quello delle Mille Miglia, la festa
per il Natale di Roma, la liturgia delle feste religiose vengono
riproposte in maniera burlesca.
Fellini
riesce a “suonare” in questo film tutte le corde a lui più
congeniali passando con disinvoltura dalla poesia all’umorismo, dal
fantastico al grottesco, dal magico al burlesco tanto da creare un
universo irreale che si distacca dalle originarie storie della
provincia romagnola per assumere i contorni di metafore
dell’esistenza dal valore universale. Per questo il film fu fino
alla sua uscita apprezzato in tutto il mondo ottenendo il premio
Oscar come miglior film straniero nel 1974.
Elle
Bi







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