martedì 14 gennaio 2014

4664 - Capitolo 2

(Link al capitolo 1. http://il-cartello.blogspot.it/2013/12/4664-capitolo-1.html )

La prof. scriveva nel suo HC 6000.
La prof scriveva nel suo HC 6000 i risultati delle sue ricerche.
La prof scriveva nel suo HC 6000 i risultati delle sue ricerche e fuori il sole faticava a comparire coperto dallo smog e macchine metallizzate sfrecciavano su autostrade verticali. L'HC 6000 era il risultato dell'evoluzione tecnologica umana. Il motivo per cui intere generazioni vivevano ormai rinchiuse in casa, isolate dal resto del mondo. L'HC 6000 era una nuova forma di computer, che occupava una stanza intera, che permetteva di fare qualsiasi cosa comodamente seduti su una poltrona. I muscoli diminuivano, l'intelligenza si auto rinchiudeva sempre più in se stessa, stentando a fuoriuscire dalla materia grigia e le industrie degli hc (high computer) si arricchivano lobotomizzando il mondo intero. La prof naturalmente ne possedeva uno, e adesso stava conducendo ricerche sulla fine del mondo da consegnare alle generazioni future nella sua stanza-hc. Io, naturalmente, oziavo. In attesa di un lavoro.
Non starai prendendo troppo sul serio questa faccenda? Insomma, guardati le occhiaie...”
Fuoriuscivano quasi dal volto, due palle nere sotto gli occhi celesti dottschwleiniani.
Se sto prendendo sul serio questa faccenda? Certo che sì...qui parliamo del futuro del mondo, dovresti prendere in considerazione anche te la mia ricerca, non trovi?”
E non guardarmi così...stavo solo dicendo che magari potresti prenderti una pausa. Che so, usare il tuo HC per fare shopping, o per adottare un cucciolo di leone in rete, o per fare una piccola vacanza in un villaggio...”
Se fossi in te comincerei a cercarmi un'occupazione...la mia pazienza ha un limite, sai? E in più la tua apatia, il continuo uso di droghe e la negazione di qualsiasi sorta di attività sono chiari sintomi di depressione.”
E smettila con questa storia...la depressione ormai è stata sconfitta da molti anni...non sono mica un robot?”
Non ascoltare quello che dicono in tv...esiste sempre, è solo stata...”censurata”...le industrie farmaceutiche (e i politici) tendono a nascondere tutto...come per la malattia guscio.”
Le tue stanno diventando paranoie...e poi non sono l'unico ad avere i suoi problemi in questa stanza...anzi”
Non preoccuparti...so gestire da sola le mie difficoltà...e non stuzzicarmi troppo, sai che mi eccita”
Ecco ci risiamo...non riesci a stare da sola in una stanza con un uomo per più di mezz'ora senza che ti venga la voglia di scopare...ora che ci penso...sei mai stata da sola con Trokowski?”
Certo...”
No...non dirmi che...o mio dio...spero che non sia mai successo niente almeno con Vincent...”
Vincent? Lo sai che i robot non hanno organi riproduttivi...”
Meno male...comunque per tua informazione esistono robot da accompagnamento...comincia a fornirtene un centinaio...”
E comunque come ti ho detto...so pensare da sola ai miei problemi...”
Auto analizzarsi non è altro che un modo per accettare i nostri difetti, perché il nostro ego sarà sempre troppo smisurato per ritenerli sbagliati. Ma può sempre far comodo. Vero prof?”
Cos'è, improvvisamente vuoi farmi la morale? Senti, se vuoi facciamo una pausa, insieme...ti va?”
Meglio di no...”
Vincent era uscito per comprare alcune cose, e Trokowski era sicuramente nel suo mini appartamento ad aspettare che cominciassero a fare effetto le medicine. E la prof mi guardava minacciosa sotto gli occhiali, un angelo del peccato. Uscii dalla stanza sbattendo la porta, tornando ad osservare quello skyline che mi cacciava sempre davanti gli occhi la mia solitudine. La solitudine di milioni di vite. Una solitudine al neon. Mi stesi sul ghiaccio pavimento dell'Old Tower, e cominciai a guardare indietro nel tempo, malinconico. Ormai erano quasi venti anni che conoscevo la Dottschwlein. Proveniva da un oscura nazione di cui non ricordavo il nome, fredda e lontanissima. Era la figlia di un famoso (e ricchissimo) scienziato, che l'aveva mandata a fare fortuna nella grande città. Nel centro dell'economia mondiale. Nuovademia, la prima città-nazione costruita dall'uomo, un'immensa unione di pietra e metallo e persone, sangue, disperazione. Un colosso da sessanta milioni di abitanti senza una fine, in continua espansione, pronto ad ingurgitare qualsiasi cosa gli si pari davanti. Qui, in questa infinita coperta di edifici e fabbriche, ci eravamo conosciuti quasi casualmente. La prima volta che la vidi se ne stava in un love motel, seguita dallo sguardo attento della mia macchina fotografica ad alta definizione, zoom massimo, e se la spassava maledettamente. Si, la professoressa Dottshcwlein era sesso dipendente. Una vera e propria ninfomane. In passato aveva cercato di curarsi in vari SLAA, ma senza successo. Le terapie di gruppo la innervosivano, e finiva per diventare sempre più dipendente. Era stata anche in cura da famosi psicologi, che naturalmente si era portata a letto. Ormai aveva accettato il suo problema, anche se riconosceva che il suo desiderio continuo era un vero problema per la sua vita e, specialmente, per la sua carriera. Uscì dalla stanza-hc, seminuda, con delle manette in mano. Ci risiamo, pensai. Fortunatamente in quel momento entrarono Vincent e Trokowski, trovandomi steso a terra con la prof che mi sovrastava minacciosa a pochi metri di distanza.
Salve!!!” esclamò allegro Trokowski. Pasticca della felicità, pensai.
I soliti umani...sempre a desiderare qualcosa...” bofonchiò metallico Vincent.
Si era comprato una ventina di video giornali di protesta robotica e niente da mangiare. Ecco dove finivano i soldi che gli davo. La prof si ritirò nella sua stanza, silenziosa, cominciando a rivolgersi verso l'apparecchio vocale (e verso le generazioni future). Il lavoro continuava ad essere un miraggio lontano, intangibile. Le macchine e lo smog continuavano a sfrecciare, là fuori dalla finestra della mia scatola metallica personale. E, circondato da questo gruppo di pazzi, non riuscivo neanche a raccontare la mia storia. Questa storia.

Mi.Di


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