Kim Ki-duk è un regista atipico
nel panorama cinematografico mondiale, è una meteora che si scaglia
sul grande schermo nel non troppo lontano 1996 con Crocodile,
suo primo film realizzato all'età di trentasei anni. Kim arriva al
cinema attraverso la pittura, attraverso l'Europa che lo accoglie in
quella Parigi di inizio anni Novanta che lo forma come artista, ma
anche come uomo.
E' proprio dalla pittura che
nascono i suoi film, perché ogni inquadratura sembra scelta con
cura, ci appare disegnata come dal pennello di un pittore che cerca
di spiegare la vita, o meglio ciò che della vita spesso non capiamo.
Ferro 3 si apre con
l'immagine di una statua offuscata da una rete verde. La statua
ovviamente è il simulacro di un simulacro dell'uomo, e la rete è
quello schermo che continuamente nella vita di tutti i giorni si pone
fra le cose, facendoci interrogare su tutto, facendoci dubitare di
tutto. E' una perplessità che ci attanaglia per tutto il film e che
viene esplicata soltanto alla fine: “Difficile dire se il mondo in
cui viviamo sia sogno o realtà”. Sono sempre stato restio nel fare
una recensione di questo film proprio perché quello che ci chiede il
regista è di lasciarci abbandonare alle immagini più che alla
parola. Immagini di una forza e di una delicatezza sconcertante.
Tae-Suk è un ragazzo che ha la
bizzarra abitudine di entrare nelle case vuote. Si accerta che i
proprietari non siano in casa lasciando dei volantini di un
ristorante sulla maniglia della porta, per poi entrarvi e “abitarle”
avendo cura di tutto: cucina, rigoverna, lava i vestiti e addirittura
ripara le cose già rotte prima del suo arrivo.
Entrando in una delle case
incontra Sun-Hwa, una donna triste che viene maltrattata dal marito e
che continua a vivere un matrimonio che ormai è soltanto la
messinscena dell'amore.
I due si osservano, si sfiorano e
non si parlano per tutto il film. Sun-Hwa decide di seguire Tae-Suk
nella sua vita anarchica, che sfugge dalla routine e da tutti gli
schematismi in uso nelle società convenzionali.
Le loro anime si incontrano, si
toccano e si fanno forza l'un l'altra lungo un cammino tortuoso che
improvvisamente sembra diventare un po' meno accidentato.
Kim Ki-duk si interroga su tanti
dei temi a lui cari: amore, tempo, spazio e incomunicabilità vanno a
fondersi in un magma vivido che riesce a farci dimenticare che siamo
davanti ad uno schermo.
L'amore è il pretesto che Kim usa
in tutti i suoi film, è il motore che fa girare l'ingranaggio del
suo mondo. I due protagonisti sono rimasti feriti così tanto da ciò che li circonda che non riescono più a rapportarcisi, hanno
la forza solo di stare insieme, uniti da un legame che va al di là
dei concetti di spazio e tempo, un legame che gli permette di andare
avanti senza guardarsi indietro.
L'assenza di parole da parte dei
due è compensata dai protagonisti secondari che gravitano intorno al
loro microcosmo. É un contorno piuttosto rumoroso, fatto di urli,
pianti, bugie e tanta violenza, un mondo che non li accetta, ma li
respinge.
Il ferro numero 3 nel golf è la
mazza meno usata, e all'interno del film assume di volta in volta
significati diversi. All'inizio si instaura un rapporto uditivo con
questo oggetto poiché fa da cornice alla scena iniziale, quasi a
rappresentare il rumore del mondo, ma col passare del tempo
acquisisce la simbologia di strumento di liberazione e sopraffazione.
La vita in tutta la sua
imprevedibilità cerca di dividere i due amanti, che continueranno a
strisciare in piccoli angoli bui, a ondeggiare nelle case, a danzare
fianco a fianco nella buona e nella cattiva sorte.
Dostoevskij disse che la bellezza
salverà il mondo, e guardando Ferro 3 posso capire a cosa si
riferisse.
di Elle Bi per la rubrica "CINEMA"








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