Qui il link alla Parte 1 scritta da Mi.Di.
Quando
presi in mano la chitarra per la prima volta ero oramai cresciutello e di
musica non sapevo quasi niente. “Il 90
per cento dei chitarristi comincia a suonare una sei corde per una ragazza”;
queste le parole del mio maestro, un tipo eccentrico dal carattere non facile,
ma che la sapeva sicuramente molto lunga. Credo di potermi considerare facente
parte di quel 90 per cento.
Ricordo un
pomeriggio d’estate piuttosto torrido, in cui il maestro mi disse con tono
deciso: “Ok Maste, credo tu sia pronto
per una piccola improvvisazione blues; ti accompagno con un 12/8 in Mi minore,
fammi vedere un po’ cosa sai fare”. Imbracciai l’artiglieria elettrica e
feci scivolare le dita sulle corde di metallo. Quello che il mio maestro non
sapeva è che avevo trascorso gli ultimi mesi a divorare tutorial di blues su Youtube
(versione moderna del “budello” di locali dove Hendrix perfezionò in gioventù
la sua tecnica) e mi feci forza. Cominciai con qualche fraseggio piuttosto
impacciato e il risultato che ne venne fuori fu, sulle prime, molto deludente.
“Non voglio guardare cosa è in grado di
fare la tua mano, ma voglio sentire cosa hai dentro Maste”; mi interruppe
così e lo guardai con un sorrisetto timido. Sospirai e decisi di chiudere gli
occhi: mi dimenticai per un attimo di regole e note e drizzai l’orecchio verso
ciò che mi scuoteva dentro. Il risultato fu un lungo, ostinato, dolorante “Mi”
che riecheggiò per tutta la stanza: “Bene”,
mi disse, “cominci a capire”.
Il blues è un fiore che affonda le sue radici nel periodo
della schiavitù delle comunità nere del Sud degli Stati Uniti, e che germinò dalla confluenza di due tradizioni: da una
parte i canti di lavoro degli antichi popoli di agricoltori dell'Africa
occidentale, dall'altra, i salmi degli immigrati provenienti dal vecchio mondo.
Chiave di volta fu l'epilogo della guerra
di secessione e la fine formale della schiavitù. L'uomo di colore ora è libero,
ma la sua condizione materiale non cambia; ecco che allora il blues diviene un canto
individuale, con lo scopo non di esprimere il bisogno di liberazione di una
collettività, ma la disperazione, la solitudine e lo smarrimento del singolo,
la condizione dolorosa dell'uomo di colore, formalmente integrato, ma di fatto
represso in una società egemonizzata dai bianchi.
Un nome, forse più di altri, si fece
portavoce di questo strazio, pochi anni prima dell’inizio del secondo conflitto
mondiale: Robert Johnson, archetipo dell'artista
maledetto, l'uomo a cui il diavolo ha donato la chitarra e rubato l'anima,
compositore di litanie malate, polvere, corvi, prigioni e ferrovie, spose
violate e ira, avventure, sentimenti, disperazione. Da principio non
particolarmente capace di suonare, Johnson scomparve (a seguito della morte
della moglie), per riapparire un anno dopo nelle vesti di fenomeno della sei
corde. Le credenze
dell'epoca raccontano di un incontro tra il bluesman
e un misterioso uomo in nero, che allo scoccare della mezzanotte gli propose lo
scambio anima\talento chitarristico.
E se il nostro collaboratore Mi.Di.,
nella parte 1 dello speciale sull’imperiale concerto dei Rolling Stones, parla
di porte dell’inferno che si spalancano e di una “presenza scenica […] quasi faustiana”, chissà se, come Jonhson,
anche le quattro pietre rotolanti abbiano incontrato sul loro lungo cammino un
demone vestito di nero. Sympathy for the
devil sembra non troppo velatamente descrivere un fatidico, quanto
leggendario, incontro: “Please allow me
to introduce myself, I am a man of wealth and taste” suonano dalla bocca di
Jagger così realisticamente diaboliche che si fatica ad immaginarle frutto solo
della fantasia del frontman. Provate
ad immaginare: durante una notte molto lisergica di quei lontanissimi anni 60’
forse proprio il diavolo apparve dinanzi ai quattro proponendogli un accordo: “voi suonerete riff di chitarra che
rimarranno impressi per sempre nella storia della musica e attraverserete i
tempi d’oro del Rock sempre “giovani” come foste divinità immortali. Io, in
cambio di tutto questo vi chiederò una sola cosa: la vostra anima”.
Quella sorta di benedizione al contrario, quel lascito
testamentario, quell’investitura dannata, vale ancora. E, 52 anni dopo quel
primo riff, suonato da uno
sconclusionato inglesotto del Kent (che aveva imparato a suonare la sei corde
che la madre gli aveva regalato per provare ad incanalare nell’arte i suoi
bollenti spiriti), uno studentello borghese della London School of Economics
(anch’esso del Kent) e ammorbiditi dai beats
del più anziano Charlie (unitosi dopo un paio di anni), quei riff vengono suonati ancora. E io,
Maste e la ragazza di quest'ultimo (più tardi raggiungeremo Mi.Di e gli altri ragazzi), che non abbiamo neanche la metà degli anni di
questi diavoli, siamo qua seduti ad un ristorante di Testaccio a scaldarci per
il concerto. Fresco vino nei bicchieri e, come sottofondo musicale, proprio gli
Stones, dati intelligentemente in pasto allo stereo da parte del proprietario
del locale …
Ma non è questo a colpirmi o a confermare l’esistenza di
quel patto satanico di sangue. È l’ammasso di carne che mi scorre accanto che è
impressionante. Avere il biglietto per il “concerto dell’anno” significava
essere parte di un fiume umano colorato da irridenti maglie con la linguaccia
che, scorrendo lento come il Tevere, si muove verso il Circo Massimo come
incantato da un invisibile pifferaio magico. Alla fine gli organizzatori hanno
stimato più di 70000 presenze, ancora, un vero e proprio ammasso di carne. Un meltingpot generazionale unito da una
religione: il Rock‘n’Roll. Continuavo a
notare, mentre lenti il vino, i cocktails e gli amari scendevano giù, il placido
scorrere di migliaia di faccioni che facevano la linguaccia e che sembravano
aver voglia di ridere della vita, di prenderne il bello e gettare il brutto – o
soffocarlo con qualche sostanza come per molto tempo hanno fatto i guru
musicali che ci apprestavamo ad ascoltare.
Una volta pagato il conto, ci siamo uniti alla massa
informe e ne siamo divenuti un tutt’uno. Abbiamo lasciato in ufficio o sui
libri o in negozio le nostre personalità per fonderci in quella collettiva del
grande spirito del Blues. Scannerizzati i biglietti ai security check e preso postazione sotto al palco. Fiumi di rhum e
emozioni liquide. Ma questo ve lo ha già raccontato ieri Mi.Di. C’è poco altro
da dire. C’è chi ha criticato questo museo-musicale-vivente-sforna-soldi sotto
vari punti di vista. Stronzate. I Rolling Stones erano e sono ancora la voce
della ribellione, dello scommettere su te stesso e sui tuoi sogni (pure quando
tutti ti danno per spacciato o morto), sono i bluesmen disposti a tutto pur di
lanciare il loro grido irriverente... disposti pure a fare un patto con il diavolo.
È stato puro Rock’n’Roll. Può andare a farsi fottere chi
sostiene il contrario.
di Maste e IT per la rubrica "NEWS DAL FUTURO".








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