venerdì 31 gennaio 2014

ITALICUM


Mi sembra doveroso cominciare con una premessa. Ho cambiato due volte classe nel corso delle superiori, ho cambiato svariati corsi durante l’università triennale e ho cambiato ateneo una volta ottenuta quest’ultima. Ho chiesto di cambiare ancora per il master. Ho cambiato città più di una volta e ho fatto tre esperienze di studio all'estero in un anno. Ho cambiato ‘diosaquanti’ lavori. Ho inoltre cambiato idee, look, stile, ho modificato il mio modo di fare e ho cambiato ragazza. Ho cambiato casa, gatto, ecc. Insomma, diciamo che sono uno che guarda al cambiamento con un certo favore e che quindi la mia visione possa essere distorta.

Premesso tutto ciò cercherò di esprimere quanto ho in mente in modo apolitico. Quel che mi preme dire è: non pensate che ci sia realmente bisogno di un cambiamento? Io penso che lo pensiate, sia se siete ancora studenti, sia se siete già nel mondo del lavoro. Lo penso perché alle ultime elezioni il Movimento 5 Stelle ha ottenuto circa il 25% dei voti promettendo una sorta di rivoluzione politica e culturale. Ezio Mauro al minuto 3:40 di un editoriale di settimana scorsa diceva: “[…] Noi siamo di fronte a un ultimo tentativo. C’è nel paese un’esigenza di cambiamento fortissima… È un allarme per tutti, è un allarme per quelli che hanno a cuore la democrazia del nostro paese, perché dietro la sfiducia alla politica si affaccia la sfiducia alla democrazia, perché la politica è quella che da forma quotidiana alla democrazia… Ci sono due strade. La prima è quella del caos, la seconda è invece quella di cercare di incanalare questa voglia di cambiamento dentro la democrazia rappresentativa e del sistema (con tutti i suoi limiti)…”

Diciamolo in modo chiaro, il nostro paese, la cara e bella penisola italica, non è messa bene. Tutt’altro, l’Italia è messa male. Lo ‘Stivale’ è completamente congelato e paralizzato dalla sua eccessiva burocratizzazione. Il sistema pubblico, cuore pulsante e anima di un paese, è fermo. Non si assume (qualche eccezione c’è, ad esempio, c’è un concorso al Ministero dell’Economia e delle Finanze che offre 179 posti), i costi della macchina burocratica sono elevati, eccessivi, il sistema giudiziario fa pena e la fiducia stessa nelle istituzioni è bassa. Come ho detto prima, questo post non vuole avere niente a che vedere con la politica. Non mi interessa e non la capisco. Sono uno che se deve andare da A a B cerca di andarci senza fare nessuna inutile sosta intermedia a C o a D o al bar. E’ un fatto però, che l’attuale legge elettorale non permette al partito di maggioranza di ottenere una legittimazione numerica tale da governare questo paese. E allora perché non si riesce a cambiare?

Il sistema di votazione perfetto non esiste. Toglietevelo dalla testa. Si può spaziare tra un sistema elettorale più o meno desiderabile, secondo le preferenze dello spettatore. Si può andare da un sistema che tenda a far valere più voci possibili (un po’ come il Porcellum insomma) ad un sistema che miri alla governabilità (un po’ tipo l’Italicum). Non voglio perdermi in nessuna arringa sul giusto e sullo sbagliato, voglio solo dire a voce alta che il momento storico che l’Italia sta attraversando richiede governabilità. Non importa da parte di chi, a patto che non sfoci in dittatura. Ho guardato con favore – alla luce della mia propensione al cambiamento e al fare – a come “l’Uomo del fare” abbia portato avanti le consultazioni politiche per raggiungere la stesura definitiva dell’Italicum. Ho guardato con favore all’incontro con Berlusconi, che questo venga condiviso o meno, è un grande segno di pragmatismo: un ponte tra sinistra e destra in favore di un paese governabile. Ho iniziato ad avere una certa aspettativa nei confronti della legge e ho lasciato perdere le news per circa una settimana, in attesa del testo finale.

Stamani, quando ho iniziato a buttare giù l’articolo, ho riletto bene il testo e mi sono confrontato con M., un caro amico. Alla fine della mattinata, una consistente parte del mio favore se ne era andata. Continuo a ritenere una priorità la governabilità, sperando che chiunque governi riesca almeno a far fare all’Italia un atterraggio di emergenza. Tuttavia, ho iniziato a credere che questa legge elettorale non vada bene. Non si adatta all’Italia, è un ibrido arrangiamento di una serie di sistemi elettorali di altri paesi, si presenta con la maschera del cambiamento radicale ma poi lascia spazio a sotterfugi per lasciar che i soliti noti siano ancora in parlamento. E’ poco democratica e obbliga partiti con idee differenti dai grandi partiti a fondersi in un’accozzaglia di idee. E’ infine pericolosa, c’è chi ha detto che la legge è stata disegnata per buttar fuori Grillo. Beh non è così, al massimo potrebbe marginalizzarlo. Tra l’altro se le pecore smarrite di Silvio tornassero all’ovile le odds che quest’ultimo, a prescindere dall’avatar che userà per mostrarsi in pubblico, vinca sono alte.

Dunque concludendo, definirei la proposta elettorale come una scommessa rischiosa, con effetti collaterali imprevedibili. Condivido sotto molti punti di vista l’approccio di Renzi alla politica, penso però che avrebbe potuto essere più cauto. Specialmente quando ero più giovane, i cambiamenti che ho fatto per ‘amor del cambiare’ o per ‘inquietudine adolescenziale’ non si sono rivelati sempre le scelte migliori. Mi auguro che Renzi non sia un adolescente inquieto perché il suo fallimento avrebbe conseguenze gravissime. Ora, non resta che aspettare la risposta di Montecitorio, sperando che venga rimanda al mittente con la richiesta di qualche accorgimento migliorativo. Il cambiamento è necessario, ma cambiare tanto per fare non è produttivo.

Lettura consigliata: Kenneth Arrow “Social Choice and Individual Value”.

IT

giovedì 30 gennaio 2014

IT FIT WHEN I WAS A KID - Liars



La prima volta che ho sentito questa canzone mi sono chiesto perplesso: cosa è? Cosa si nasconde all'interno delle note? Dove piazzarla nel vasto panorama di generi musicali esistenti? è una sorta di post new wave? O addirittura no wave? Oppure un derivato del post rock influenzato dall'elettronica tanto caro ai Radiohead? O un indie schizofrenica? Beh, sicuramente i Liars sono bravi (anzi bravissimi) a confondere l'ascoltatore, immergendolo in una folle atmosfera da sabba oscuro ritmato da tamburi maniaci e una voce quasi da filastrocca, semplice ma incisiva. Fuoriuscendo improvvisamente dai propri binari per portarci al termine in un immagine da fiaba nera e sanguinosa, scritta da dei Fratelli Grimm psicopatici e sotto l'effetto di una quiete quasi da morfina agghiacciante nella propria pazzia. Poi tutto finisce e inevitabilmente premiamo repeat, perché c'è qualcosa che sfugge. E, dopo ripetuti ascolti della canzone, scopriamo che ormai si è divulgata una grande bugia. E cioè che la musica debba per forza ispirarsi a qualcosa ed etichettarsi per poter sopravvivere (come qualsiasi arte), senza tentare di innovarsi ed andare avanti. Mai bugia è stata così grande. Grazie Liars.


Mi.Di

mercoledì 29 gennaio 2014

LA FATTORIA DEGLI ANIMALI - George Orwell


“Il signor Jones, della Fattoria Padronale, aveva chiuso a chiave i pollai per la notte, ma era troppo ubriaco per ricordarsi di fissare anche gli sportellini. Col cerchio di luce della sua lanterna che ballonzolava da una parte all'altra, attraversò con passo malfermo il cortile, si sbarazzò a calci degli stivali sulla porta del retro, si spillò un ultimo bicchiere di birra dal barilotto nel retrocucina e poi salì fino in camera da letto, dove la signora Jones già russava”.

Così inizia in modo quasi favolistico il romanzo di turbolenta pubblicazione La fattoria degli animali.
Errore ormai diffuso è quello di far leggere questa brillante satira orwelliana a studenti in tenera età che, non avendo gli strumenti per poter decifrare tutto quel sottosuolo narrativo che impervia per tutta l'opera, possono solamente apprezzarne la superficie, lo specchio della vera storia che Eric Athur Blair alias George Orwell vuole invece raccontare.
Sin dalle prime battute la magia orwelliana prende corpo, un vecchio maiale che tutti chiamano il Vecchio Maggiore, rispettato dagli altri animali per via della sua lunga età che gli ha conferito una grande saggezza, con scaltrezza arringa i suoi compagni di stalla con un bel discorso, introducendo i fondamenti della teoria marxista: il lavoro di un animale produce più valore di quello necessario al suo mantenimento e il surplus viene prosciugato dall'uomo parassita.
Potremmo identificare il Vecchio Maggiore anche con Lenin poiché riesce a ridurre una complessa filosofia in massime facilmente comprensibili al resto degli animali; ma tre giorni dopo aver gettato le basi e gli ideali su cui la rivoluzione si dovrà basare, ovvero l'Animalismo, il Vecchio Maggiore morirà, mentre Lenin riuscì a guidare la Rivoluzione d'ottobre.
Le chiavi del futuro sono state svelate, ora tocca agli altri animali applicarle nel migliore dei modi.
Ogni animale rappresentato da Orwell è studiato con cura, niente è lasciato al caso, il maiale Palladineve dalla parlantina vivace può essere identificato con Lev Trotsky, un rivoluzionario sincero che si batterà con valore nella battaglia della stalla (Rivoluzione d'ottobre del 1917) che porterà al rovesciamento della dittatura di Jones (zar), del padrone, del nemico da sconfiggere, lo sfruttatore di un popolo.
Napoleone (Stalin) è un maiale corpulento, dall'aria feroce, non si districa altrettanto bene come il compagno Palladineve nei discorsi ai suoi compagni, ma riesce a distinguersi per via del suo opportunismo, la mancanza di freni morali; è disposto a tutto per arrivare al potere, usa una demagogia spicciola lasciando che il maiale Piffero vero e proprio propagandista, indottrini le pecore (le masse facilmente manipolabili) affinché belino slogan da usare a proprio vantaggio che si possano insidiare nella testa degli altri animali come una litania che non va più via.
Altre figure interessanti sono quelle del corvo Mosè (chiesa ortodossa) che cerca di fare più adepti possibili inculcando agli altri animali strane idee riguardanti un luogo bellissimo chiamato la Montagna di Zucchero Candito dove tutti potranno andare dopo la morte e quella di Boxer, cavallo instancabile atto a rappresentare il lavoratore sovietico incarnato nella realtà dal minatore Aleksej Stachanov.
Palladineve diventerà ossessionato dal mulino a vento non rendendosi conto che gli altri animali non riescono a stare al passo delle sue idee per il rinnovamento della fattoria e per questo Napoleone lo bandirà trattandolo come un traditore, accusandolo di sabotaggio, scaricandogli addosso le colpe di ogni evento negativo.
Ma i tempi peggiorano, i maiali e i cani inizieranno ad essere privilegiati, sfrutteranno i loro compagni per oziare e mangiare a sbafo a più non posso.
Per mantenere la sua autorità Napoleone si circonderà di cani rabbiosi (la polizia politica e lo squadrismo) pronti a sbranare chiunque si opponga al volere del nuovo despota.
La situazione inizia a precipitare, tutti lavorano come schiavi, le parole che Orwell ci consegna attraverso la cavalla Trifoglio, figura materna della stalla, scivolano dritte al cuore, sono tempi difficili, il malcontento è all'ordine del giorno. “L'idea che Trifoglio si era fatta del futuro, se mai se n'era fatta una, era quella di una società di animali affrancati dalla fame e dalla frusta, una società di uguali in cui ciascuno avrebbe lavorato secondo le proprie capacità e i più forti avrebbero protetto i più deboli, come aveva fatto lei proteggendo con la zampa quella sperduta nidiata d'anatroccoli, la notte in cui il Maggiore aveva tenuto il suo discorso. Invece – e non capiva perché – erano arrivati tempi in cui nessuno osava dire ciò che pensava, in cui si aggiravano ovunque cani ringhiosi e crudeli, in cui si dovevano vedere i propri compagni fatti a pezzi dopo aver confessato delitti sconvolgenti. Non c'erano pensieri di rivolta o insubordinazione nella sua mente. Sapeva che, persino in quelle circostanze, adesso si stava molto meglio che ai tempi di Jones e che la necessità prioritaria era quella d'impedire il ritorno degli esseri umani. Qualsiasi cosa potesse accadere, lei sarebbe rimasta leale, avrebbe lavorato sodo, eseguendo gli ordini che le avrebbero impartito e accettando la guida di Napoleone. Eppure non era in questo che lei e gli altri animali avevano sperato, non era per questo che si erano tanto affannati. Non era per questo che avevano costruito il mulino a vento e sfidato le pallottole di Jones. Ecco quali erano i pensieri di Trifoglio, anche se le mancavano le parole per esprimerli”.
Sono pagine forti queste, la favola che molti ragazzi hanno letto si trasforma in un bagno di sangue, il terrore all'ordine del giorno, maiali che commerciano con gli uomini, birra che scorre a fiumi, fino ad arrivare alla tragica conclusione, la realizzazione del totalitarismo riassunta nel settimo comandamento dell'Animalismo appena modificato: Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali degli altri.
E' lo spettro della fine, maiali che si confondono fra gli uomini, per non scordare che spesso l'uomo è il più animale degli animali.

Elle Bi

lunedì 27 gennaio 2014

THE WOLF OF WALL STREET - Martin Scorsese


Dopo molti anni vede finalmente la luce il progetto della coppia Scorsese-Di Caprio di mettere in scena l’autobiografia di Jordan Belfort, fondatore della Stratton Oakmont, agenzia di brokeraggio con la quale è riuscito a costruirsi un’enorme patrimonio truffando numerosi investitori fino a quando, entrato nel mirino del bureau, viene smascherato e condannato.

Alle prese con un adattamento sicuramente ostico Scorsese da fondo a tutto il suo straordinario repertorio cinematografico regalando nuovi momenti da consegnare alla storia del cinema fra piani sequenza e carrelli mozzafiato il tutto sapientemente montato dal suo editor di fiducia (Thelma Schoonmaker). Conferma, se ancora ce ne fosse stato bisogno, di essere il miglior regista vivente.

Non da meno è la straordinaria performance di Leonardo Di Caprio (nuovo feticcio scorsesiano dopo De Niro) nel ruolo della vita che forse gli regalerà l’ambita statuetta, vera punta di diamante di un cast che funziona alla perfezione (menzione d’obbligo anche per la spalla Jonah Hill, anche lui in odore di statuetta).

Ma veniamo al film, partendo da una necessaria premessa: se da qualche parte si è ritenuto opportuno gridare allo scandalo per la rappresentazione troppo romanzata e vagamente idolatrante della vita di colui che rimane a tutti gli effetti un criminale (da questo punto di vista non ha certo giovato aver dato a Belfort il volto bello e carismatico di Leo) dal mio (e non solo) punto di vista il film riesce, in tutti i suoi quasi centottanta minuti, a mostrare, senza cadere in facili moralismi o gustizialismi, la parabola di un uomo che per inseguire il sogno della ricchezza ha deliberatamente scelto di percorrere vie che scorrono parallele a quelle della giustizia (innanzitutto americana: “fuck you, U.S.A.” si grida negli uffici della Stratton Oakmont). Parabola che ricorda, nella sua ascesa-discesa, quella dei gangster tanto cari al regista newyorkese, da Henry Hill a Sam Rothstein.

Quello di Scorsese è tuttavia un sottile ma nondimeno potente atto d’accusa ad un mondo, quello capitalista, in cui tutto è in vendita perché tutto ha un prezzo, dove si vende perché si è prima creato un bisogno ad hoc, dove i soldi sono la droga più potente. In un mondo così vince non chi fa soldi ma chi ne fa a spese degli altri, chi, per usare un’espressione più colorita, riesce a metterlo nel culo agli altri (emblematica a tal proposito, ed agghiacciante, è la cena in cui il protagonista mostra ai suoi colleghi novizi come fottere un cliente).

Ciò che è ancora più agghiacciante però è che il sogno di Jordan Belfort è, alla fine dei conti, il sogno di tutti. Nella scena che chiude il film, nella attentissima platea, dinanzi alla quale Belfort sta svolgendo la sua nuova occupazione di motivational speaker, ci sono persone comuni, nuovi adepti, che pendono dalle labbra di colui che “ce l’ha fatta”, concentrati per cercare di carpirne il segreto.

Il denaro (così come il sesso o la droga) rappresentano il bisogno primario, assolutamente animale, in un mondo totalmente asservito alle logiche del capitale. Il dollaro come unità di misura del successo americano, la ricchezza come spartiacque tra realizzazione e fallimento.

Per fortuna, in mezzo a cotanto baccanale Scorsese trova il tempo (breve e intenso) per mostrarci l’altro volto della grande illusione americana, il volto più vero, nei cui occhi è già spenta la fiaccola dell’american dream. È il volto dei passeggeri della metro; è il volto di Patrick Denham (Kyle Chandler), l’investigatore federale che ha dato la caccia a Jordan Belfort. Idealmente, noi ci sediamo al loro fianco.

Diccì

sabato 25 gennaio 2014

STORIA DI F. - Domenico Martino

venerdì 24 gennaio 2014

IL "LUPO" E' IN BUONA COMPAGNIA A WALL STREET


Forse alcuni di voi avranno letto la breve biografia di Jordan Belfort spinti dalla curiosità suscitata da una delle pellicole del momento: “The wolf of Wall Street”. Per quanti non lo avessero ancora fatto non svelerò alcun particolare in questa sede.

Ma vi assicuro che il tanto affamato ‘lupo’ di Wall Street può essere considerato un ragazzino se confrontato con qualche altro ‘animale’ un po’ più affamato di lui. E questi in prigione ancora non ci sono andati.

Guadagni) Giusto per cominciare con i numeri di alcuni grossi broker della Grande Mela, abbiamo un certo Luis Bacon, trader e fondatore della Moore Capital Management che prima della crisi finanziaria si portava a “casa” 400 milioni di dollari l’anno. Tanto? Come premesso, ho appena iniziato. Vi è infatti un ex-taxista, sempre di NY, che è riuscito ad essere più in gamba: Bruce Kovner, fondatore di Caxton Associates ‘gioca’ e raddoppia riuscendo ad intascare 800 milioni di bigliettoni. Non male. Ma si può fare di più. Steven Cohen, padre dell’hedge fund SAC Capital Advisor, durante gli anni precedenti la crisi poteva staccare un assegno da un miliardo di dollari. Ma il podio è saldamente nelle mani di Edward Lampert, fondatore, chairman and CEO di ESL Investments che trionfa sui suoi rivali con una cifra anche difficile da pensare: UN MILIARDO E MEZZO di dollari.

Shelter”) Ovviamente se lavori a Wall Street le dimore non possono essere da meno del tuo stipendio. Ed ecco che Stephen Schwarzman come ‘rifugio’ possiede 3 piani di un grattacielo di Manhattan composto da 35 stanze per un totale di 20000 piedi quadrati. Valore? 30 milioni di dollari. Ma c’è anche spazio per la nostalgia in questo articolo; e quale storia poteva essere più toccante di quella di un ex-professore di matematica del liceo che acquista nel centro di NY un intero dormitorio scolastico per 20 milioni di bigliettoni? Nessuna. Grazie Jeffrey Epstein per questo racconto commovente. Ed inoltre, con una superficie totale di oltre 51000 piedi quadrati fa apparire qualcosa di insignificante il Taj Mahal ed i suoi circa 31000 piedi quadrati.

Bonus) Ma il momento di strofinarsi le mani per questi gentiluomini arriva soprattutto a fine anno: il capo arriva a strappare l’assegno firmato e con una pacca sulla spalla dice: “Bravo James Cayne, ti sei guadagnato 34 milioni di dollari”. Ben fatto. E sapevate che nel 2006 i cinque primi fondi di investimento a Wall Street hanno letteralmente ricoperto i propri dipendenti di una valanga di denaro? 36 miliardi di dollari in premi aziendali. Non possiamo dire non siano stati generosi. E quindi non deve stupire se Lloyd Blankflein di Goldman si è portato a casa 53.4 milioni di dollari come regalo di Natale.

Trasporti) E certamente la cosiddetta ‘prima classe’ non è neanche contemplata da questi gentlemen. Fare il viaggio in compagnia di ‘sconosciuti’ e vicini di posto fin troppo socievoli? No way. Ad esempio il caro Alex Schneider, co-fondatore di Midland Group, col suo aereo da 45 milioni di dollari “Global express” ha oramai dimenticato cosa vuol dire fare la fila al check-in. E quando la voglia di volare scarseggia ed il mare lo permette, uno yacht da 170 piedi può fare comodo, soprattutto se dotato di una sala cinema. John Devaney poi, oltre al suo jet privato, possiede una vera e propria flotta di 10 navi dai nomi più bizzarri. Alcuni esempi: “A time for us” (118 piedi) e “The big easy” (129 piedi), regalo per la propria madre. What a good son!. E vi ricordate poi del nostro Jeffrey ex-insegnante ora multi miliardario? Il ‘nostalgico’ possiede un vero e proprio parco aereo tra cui spicca un Boeing 727! E che diavolo se ne fa di un Boeing? Ci porta a spasso persone del calibro di Bill Clinton per i loro safari in Africa ad esempio.

Spese pazze) Alex Schneider nel 2005 decide di comprarsi un intero team di formula 1 per 50 milioni di dollari rivendendola poi un anno dopo per oltre 106 milioni. Passione redditizia. Ma poi lo sapete chi è stato il prima turista spaziale della storia? E chi se non un broker cresciuto con la passione dello spazio. Dennis Tito bachelor in aeronautica e fondatore della Wilshire Associates ha pagato nel 2001 un biglietto con destinazione ‘spazio’ per 20 milioni di dollari. Stellare anche il prezzo direi.

Lovelife) Di cose curiose ce ne sarebbero da dire ma concludiamo questa breve carrellata di esagerazioni con un’ultima chicca. L’esistenza di un'agenzia di incontri per super bankers. Il pacchetto base per la ricerca della tua anima gemella ha il modico costo di 15000 dollari, ed arrivare alle sei cifre è davvero un attimo. La promessa in cambio di un tale costo? Percentuale di trovare la propria anima gemella al primo incontro del 35% ed un catalogo di sole top model e donne super hot tra cui scegliere. Coi soldi ed infelici? Non mi pare affatto.

Maste

giovedì 23 gennaio 2014

LION WITH A LAZER GUN - Hatcham Social



Alla parola "indie" associo immediatamente i primi anni 2000: se New York accese la miccia, è stata sicuramente Londra ad aver amplificato l'esplosione di un decennio quanto meno eccitante che ha riportato il rock indipendente in classifica. Si può sopravvivere ad un momento discograficamente prolifico e, nel bene o nel male, propositivo? Alcune band del periodo sfondano nel mainstream, altre scompaiono come meteore: gli HATCHAM SOCIAL fanno eccezione e mantengono nel passare degli anni un profilo indipendente, rispettato, con una proposta ben delineata. Infatuazioni newwave, songwiriting romantico e un sound ruvido li continuano a rendere riconoscibili. Tornano alle stampe con il terzo album "Cutting Up The Present Leaks Out The Future", anticipato dai due ottimi singoli "More Power To Live", energico con echi dei Velvet Underground più arrabbiati e "A Lion With A Lazer Gun". Nel secondo il quartetto inglese alterna linee vocali figlie di Ray Davies ad un incedere ritmato, dove la new wave incontra il songwriting, le chitarre i violini e le atmosfere si fanno rarefatte, grazie a reverberi ed echi mai invadenti. Dietro al banco siede Tim Burgess, leader dei The Charlatans, che licenzia l’album sulla sua O' Genesis Records.
Il 30 gennaio sbarcano a Firenze sul palco del COMBO. Imperdibili.

Radio

martedì 21 gennaio 2014

BOOMERANG - Capitolo 1, Rob


Le immagini irrompevano con tutta la loro fisicità sullo schermo al LED, Rob se ne stava in piedi con occhi da cane rabbioso, il respiro sbuffava come una locomotiva a vapore; la testa sgombra da ogni sorta di pensiero.
Due donne si stuzzicavano alla tivù, la bionda serpeggiava sul letto con occhi maliziosi e un enorme dildo ben stretto nella mano destra, la mora era immobile, in una posizione sacra, fino a quando la compagna non le infilava quel corpo estraneo all'interno della vagina; improvvisamente la mora cambiava espressione, il viso da passivo si colorava di stupore ricordando quello di Maria dopo la visita dell'Angelo annunziante.
Rob, pantaloni calati, mutande a mezza altezza, il membro stretto in pugno nella destra, sigaretta fumante nella sinistra, si smanettava nel bel mezzo del suo rituale liberatorio. Tutti i giorni ripeteva la parte a memoria, striscia di coca, lesbo porno, cazzo in una mano e cicca nell'altra.
Non fumava mai quella sigaretta, la teneva lì, a consumare lentamente, quasi come se la cenere fosse il testimone oculare della sua perversione.
“Vorrei essere sempre eccitato, sì, sì, sarebbe fantastica una vita così!” pensava con la bava alla bocca.
Da lontano si sentiva una musica fievole e raffinata, era Ravel, il Bolero, proveniva soave dalla casa dei vicini, i bassi sottofondi musicali di quel porno di serie B si contrapponevano alla musica “alta”, creando uno strano contrasto.
Il Bolero si impossesò della mente di Rob, lui lo riconobbe, non perché fosse un grande intenditore, ma perché mesi prima aveva effettuato una strana ricerca su Google: “Canzoni afrodisiache per fare sesso” aveva cercato sul Web.
Gli apparve una lunga lista, fra queste il Bolero spiccava come una bomba che si insinua nel basso ventre, una bomba che fa tremar le gambe, per questo motivo quando Rob riconobbe la canzone si eccitò ancora di più, iniziò a pensare che i vicini stessero facendo un su e giù selvaggio, come lo chiamava lui.
Su, giù, su, giù, su gi...
Driiiiiiin, il campanello ruppe quella magia.
“Cazzo, cazzo, cazzo!” bofonchiò rimettendosi i pantaloni.
Aprì la porta, Jo lo guardava con un sorriso diabolico.
“Ho portato un po' di scacciapensieri” disse tirando fuori una bustina.
“Oooookkeiii” rispose Rob come se nulla fosse.
I due si misero sul divano, incollati davanti alla tivù, fecero un po' di zapping sintonizzandosi su National Geographic, un ghepardo scorrazzava per la savana sbranando prede.
“Cazzo, i leopardi sono proprio una bomba! Tutta quell'agilità, quella cattiveria, pronti ad azzannare tutti” disse Jo animato da furia felina.
“E' un ghepardo, i leopardi hanno delle macchie più intense...e poi...non vedi com'è smilzo? Sembra una gazzella, i leopardi sono più come le tigri o i leoni”.
“Leopardo, ghepardo, che cazzo cambia? Sempre felini sono, no?”.
“Certo, anche il gatto è un felino ma non va a 100 chilometri orari” ribatté Rob.
“Rob, non me ne fotte un cazzo degli animali e della savana, se volevo la paternale me ne stavo a casa a sorbirmi le puttanate dei miei” rispose Jo svuotando la busta sul tavolo.
“E' roba buona” disse Rob leccando l'interno della busta.
“Il miglior scacciapensieri dall'alba dei tempi, eroina di prima qualità” rispose Jo con fare da moderno Cicerone.
Jo era molto orgoglioso dei suoi prodotti, ogni tanto se ne usciva con gemme rare che potevano fare la felicità di molti drogati, in questo momento avrebbero fatto la felicità di Rob.
Dopo qualche striscia Jo si rilassò sprofondando sul divano nel silenzio più totale, Rob invece aveva sensazioni contrastanti, la botta dell'eroina lo cullava dolcemente portandolo verso nuovi lidi, fantasticava su quel ghepardo, si immaginava di corrergli al fianco, ma la coca lo risvegliava prontamente tenendolo sull'attenti come un marines.
Gli piaceva quel doppio effetto, su, giù, su, giù, la sua vita era tutta così, altalenante fra momenti di massima eccitazione e altri di apatia, depressione, noia, stati dovuti sopratutto alla mancanza di quell'eccitazione che ricercava in continuazione.
“Certo che vivere da solo dev'essere uno sballo!” disse Jo dopo minuti di silenzio.
Rob, non rispose, annuì con il capo, e ripensò a quando era morta sua madre, a quando aveva ereditato quella casa di 70 mq, a quando era ancora un ragazzo per bene.
Era la casa del popolo, della tribù della scimmia, sì, così si facevano chiamare, fratelli di polvere bianca che si riunivano quasi tutti giorni in quella casa, parlando spesso del niente, o quando andava bene di qualcosa.
Guardando il ghepardo in tutta la sua elasticità, si eccitò, nella sua mente albergavano ancora le immagini libidinose delle due lesbiche, la mora e la bionda, improvvisamente il corpo del felino gli apparve sexy e provocante, fuse le due donne con l'animale, le macchie nere a rappresentare la mora e il resto del corpo chiaro come l'audace bionda.
Sentì il testosterone a mille, iniziò ad ansimare, la lingua appena fuori dalla bocca, gli occhi sbarrati, era una iena, o meglio appariva come tale.
Si girò verso l'amico, che era collassato in un buio mentale.
“Ehi Jo, Jo mi senti?”.
Nessuna risposta.
“Ehi Jo, avrei una cosa da sbrigare”.
Nessuna risposta.
“Joooo, mi senti? Cazzo Jo, svegliati...devo finire una pratica”.
“Mmmmm” emise Jo in trance.
“Ok, lo prendo per un sì, sei proprio un amico”.
Si alzò, rimise il porno nel momento in cui la mora riceveva il dildo, era il suo pezzo forte, amava vedere la faccia della tipa animarsi tutto d'un tratto, pitturarsi di gioia e commozione.
Accese una sigaretta, si tirò giù i pantaloni e continuò il suo rituale.

Elle Bi

lunedì 20 gennaio 2014

AMARCORD - Federico Fellini


A m’arcord è la traduzione in dialetto romagnolo della frase “Io mi ricordo” e già dal titolo il “romagnolo” Fellini dichiara i suoi intenti: ricordare gli anni dell’adolescenza trascorsi a Rimini. Quindi, un film della memoria nel quale il regista ricompone il suo universo adolescenziale attingendo soprattutto alla fantasia che l’aiuta a ricostruire il “magico” borgo in cui trascorse i primi vent’anni della sua vita come fosse un teatrino o la pista di un circo dove far muovere le sue marionette e i suoi clown.
Siamo negli anni Trenta, quelli del fascismo trionfante e della proclamazione dell’impero sabaudo-mussoliniano, e il contrasto fra le ambizioni di grandezza dell’Italia e la misera realtà della sua provincia genera situazioni paradossali.
Fellini utilizza proprio il paradosso per riesumare dal baule della sua memoria i luoghi, i personaggi e i fatti del suo vissuto. I primi resi fantastici dal passare degli anni, i secondi rivisti con il distacco del tempo e ridisegnati con tratti caricaturali, gli ultimi ricordati con immutato candido stupore di ragazzo.
Fondendo tutti questi ingredienti fra loro, Fellini cucina un tipico menù romagnolo condito con le musiche del grande Nino Rota. In Amarcord ritroviamo i sapori e gli umori di una terra sanguigna che l’autore racconta con amore e nostalgia. I personaggi sembrano arrivare sullo schermo direttamente dal carosello finale di Otto e mezzo.Sono caricature, macchiette, alcuni solo semplici fantasmi che sembrano usciti dalla matita del primo Fellini che lasciò la sua città natale proprio per fare il disegnatore satirico prima a Firenze e poi a Roma.
La barista Gradisca, la Volpina, l’avvocato, lo zio matto, don Balosa, il preside e i professori, il proprietario del cinema Fulgor, muovendosi come in una vignetta, conferiscono coralità al film che ha in Titta non un protagonista ma un filo conduttore a cui è affidato il compito di legare fra loro personaggi e situazioni.
Seppur visti con la tenerezza del ricordo, gli eventi che scandiscono la vita del Borgo sono rappresentati umoristicamente in netta contrapposizione al modo retorico e altisonante in cui venivano vissuti negli anni Trenta.
Il passaggio del transatlantico Rex, quello delle Mille Miglia, la festa per il Natale di Roma, la liturgia delle feste religiose vengono riproposte in maniera burlesca.
Fellini riesce a “suonare” in questo film tutte le corde a lui più congeniali passando con disinvoltura dalla poesia all’umorismo, dal fantastico al grottesco, dal magico al burlesco tanto da creare un universo irreale che si distacca dalle originarie storie della provincia romagnola per assumere i contorni di metafore dell’esistenza dal valore universale. Per questo il film fu fino alla sua uscita apprezzato in tutto il mondo ottenendo il premio Oscar come miglior film straniero nel 1974.

Elle Bi

sabato 18 gennaio 2014

NHK: UNA REALTA' ANIMATA


L'opera, tratta dal romanzo di Tatsuhiko Takimoto, rientra tra i manga assolutamente da leggere almeno una volta nella vita. La profondità con cui viene trattata la problematica dell'hikikomori ci ha colpiti fin dai primi numeri, e raramente ci è capitato di vedere una tale accuratezza nella trasmissione delle “intenzioni” dei personaggi protagonisti. Ma cosa sono gli hikikomori? Non sono altro che persone che avendo paura di essere giudicate e non comprese dal resto della società, finiscono per vivere da recluse in casa negandosi tutti i piaceri della vita. Nel nostro caso il protagonista della storia è Tatsuhiro Satō,un ragazzo di 22 anni che vive sigillato nel suo appartamento a Tokyo. Rappresenta il modello classico di hikikomori giapponese, ovvero un individuo che non riesce a reggere lo sguardo della gente, senza una compagnia o una ragazza, che si mantiene grazie ai soldi che gli vengono inviati dai genitori. A riportarlo molto gradualmente verso la retta via sarà una ragazza di nome Misaki, che lo convincerà a farsi dare delle lezioni private da lei per uscire da quella infelice situazione. I personaggi presenti nella storia sono pochi ma tutti ben caratterizzati: Satō non ha fiducia nelle proprie capacità, ritiene che ogni tentativo che potrà fare per uscire dal suo status sia vano, prova un misto tra odio e paura nei confronti delle altre persone; Yamazaki ha un amore viscerale per i videogiochi erotici, una passione nata dal suo rigetto verso le donne in carne ed ossa, che lui vede solo come strumento di piacere; Misaki non si fida del prossimo mascherando questa sua incapacità di relazionarsi cercando di ottenere l'attenzione degli altri, come nel nostro caso dove cerca di aiutare Satō per ottenere la sua approvazione. Kashiwa si droga, e si vuole suicidare; ha problemi con Jogasaki, il marito, perché pensa solo a se stesso; vuole aiutare Satō e allo stesso tempo vuole essere aiutata da lui. Megumi è costretta a fare lavori frustranti e truffaldini per mantenere Shiro, il fratello anch'egli hikikomori.

Tante personalità dalle sfaccettature più svariate: l'autore mostra di essere particolarmente abile nel trattare una tematica “pesante” attraverso vari momenti di leggerezza e altri, inevitabilmente, di grande spessore riflessivo. Nel raccontare le sensazioni provate da un hikikomori l'autore dimostra una grande maestria nel toccare altre problematiche che attanagliano la società odierna: la difficoltà e la precarietà del lavoro, il delicatissimo tema del suicidio, la droga, i videogiochi; tutti problemi che rappresentano un disperato tentativo di sfuggire dalla realtà che ci circonda, una realtà che non sempre è come vorremmo, e che per questo molte volte non riusciamo ad affrontare.

8 volumi che ci sono sembrati una vera eccellenza: per far capire che se vogliamo, con tanto sforzo e dedizione, possiamo davvero cambiare.

Tommy & Elle Bi

venerdì 17 gennaio 2014

L'UNIVERSITA' ITALIANA IN BILICO


Avevo in serbo delle belle storie da narrare per questo venerdì. Con tanto di morale conclusiva: commenti su cosa è giusto e cosa è sbagliato, che fanno salire i feedback dell’articolo facilmente. Avevo una storia su una prostituta in Tailandia; volevo parlare di Elon Musk - miliardario/filantropo/genio che, dopo una vita di successi, ora ha l’obiettivo d'impiantare una colonia su Marte entro il 2025. Avevo in mente di parlare del Ruanda per sviluppare poi il concetto di dittatura. Altri argomenti erano il ruolo della donna nello sviluppo economico di un paese e la legalizzazione della marijuana a scopi ricreativi in Colorado e nello stato di Washington (tra l’altro volevo menzionare i rilevanti progressi fatti in Italia, dove si è avuto un crescente favore nei confronti dell’utilizzo della ‘ganja’ a scopi terapeutici – sì, avete capito bene voi che postate su Facebook articoli di cui avete letto solo il titolo, in Italia non ci si può fare le canne ai giardini ma ti può essere prescritta in alcune regioni se hai, ad esempio, un tumore). Ma poi mi son ricreduto.


Mi sono ricreduto quando ho ricevuto il diploma universitario tradotto in inglese. In questo, oltre ad un riassunto della carriera, si spiega il funzionamento del sistema universitario di riferimento e si offrono statistiche riguardanti i laureati dell’ateneo in questione. Il 23.8% dei laureati triennali della facoltà di Economia di Firenze esce con una votazione pari a 110 e lode. Invece è addirittura il 50% dei dottori magistrali che conquista l’ambita votazione massima. Ancora, ben il 58% dei dottori magistrali della facoltà di Economia di Siena prendono 110 e lode. Ho riguardato il dato svariate volte, allibito. Provo a dirlo come lo direi a un bimbo di quattro anni: uno studente su quattro, o su due, è il meglio del meglio che quella università può offrire in quel campo. Un’enormità! Un’enormità che manda a farsi benedire tutto quello che riguarda la ‘segnalazione’ della qualità accademico-intellettuale di uno studente. Oltretutto, una così consistente produzione di dottori eccellenti, va a minare ulteriormente un già precario mercato del lavoro, dove la disoccupazione giovanile è altissima e dove la deprimente domanda: “ma se sono il meglio del meglio, perché non lavoro?” è sempre più diffusa tra le anime che popolano questo limbo. Con un brivido che mi percorreva la schiena mi sono messo a fare un po’ di ricerche.

Schivando abilmente le inutili informazioni sull’Italia e i suoi bassi posizionamenti nei ranking universitari, spesso e volentieri indicazione di massima sulla effettiva qualità di un ateneo, e non altro che meri strumenti di marketing per l’attrazione di iscrizioni e visualizzazioni delle home page delle varie facoltà, ho cercato fonti autorevoli per la stesura di un articolo informato e apoliticizzato. Una delle voci più qualificate in campo economico è quella dell’OECD (organizzazione per la cooperazione e sviluppo). Questi signori, producono diverse ricerche, perché vengano poi sfruttate dai policymakers di ogni stato. Nel 2013, hanno pubblicato “Education at a glance 2013”, versione aggiornata di un’analisi dei sistemi educativi dei paesi membri dell’organizzazione. Le conclusioni che si traggono dal rapporto (qui potete trovare una versione sintetizzata e commentata in italiano) sono agghiaccianti. I tratti salienti del rapporto sono i seguenti:

  • Per spesa universitaria (% del PIL), l’Italia è davanti solo a Repubblica Slovacca, Brasile (non-OECD) e Ungheria, posizionandosi così 30^ su 33. Mentre, per spesa per istruzione come percentuale della spesa pubblica l’Italia è ultima.
  • Per tagli all’istruzione (% del PIL), l’Italia è migliore solo dell’Ungheria (29^ su 30).
  • Dai dati risulta un marcato eccesso di professori, una mediocre spesa per studente e un sistema di tassazione alquanto insostenibile (i poveri pagano per i ricchi per amor di un principio di livellamento della tassazione ingiustificato e la spesa è quasi interamente privata – per via di una sostanziale assenza di borse di studio e di programmi di tutela per i meno abbienti).
  • Infine, la percentuale della popolazione che appartiene alla fascia 25-34 anni che è in possesso di un diploma di laurea è equivalente al 21% (media OECD, 39%).

Lascio ai curiosi il compito di guardare nel dettaglio la ricerca, dato che il messaggio mi sembra chiaro e altre parole mi sembrano sprecate: è uno sfascio culturale, anticamera di uno sfascio sociale. Come è possibile rilanciare un paese in crisi se non partendo da un solido sistema di educazione? Come non giustificare i pluricitati cervelli in fuga se l’Italia non è in grado di offrire opportunità? Purtroppo l’impatto negativo di tale fenomeno è ampliato dal fatto che non si ha nemmeno la capacità di attrarne di nuovi, questo fatto, unito al problema di invecchiamento della popolazione, regala prospettive piuttosto allarmanti.

Nonostante i toni disfattisti, non tutto è perduto. Siamo in un gran casino, questo è sotto gli occhi di tutti! Ma di persone che hanno a cuore questo paese ce ne sono, eccome! L’eccellenza non è perduta ovunque, e (ho imparato che) l’Italia è una realtà così particolare che la valutazione di dati aggregati fa spesso perdere molti punti di vista. Si deve guardare ai dipartimenti specifici di una università italiana, si deve guardare ai corsi specifici di una università italiana, si deve guardare ai singoli professori di una università italiana e agli interessi di questi… Ovviamente il tutto dovrebbe essere unito a chiare politiche di sostegno da parte del governo che si dovrebbe rendere pienamente conto che l’università è il futuro di un paese e che è una risorsa strategica fondamentale di questo.

Vi lascio con una perla finale di un ‘italiano vero’: “Why Should We Pay Scientis When We Make The Most Beautiful Shoes In The World?” – Silvio Berlusconi, 29 luglio 2010, European Voice.

IT

giovedì 16 gennaio 2014

FREEDOM AT 21 - Jack White



Mr. White dimostra di essere una delle grandi rockstar dell'era contemporanea, riuscendo a sfornare dalle macerie dei White Stripes un grande disco, forse uno dei migliori del 2012. Il suo è un rock blues fortemente ancorato alla tradizione del grande r'n'b e dell'heavy metal dei lontani 70's, ma allo stesso tempo incredibilmente attuale e moderno. I testi incazzati, i riff indimenticabili e accordi da altri tempi lo innalzano ad essere il vero grande rocker degli anni 2000.
Aspettando un  nuovo lavoro, applausi.

Mi.Di

martedì 14 gennaio 2014

4664 - Capitolo 2

(Link al capitolo 1. http://il-cartello.blogspot.it/2013/12/4664-capitolo-1.html )

La prof. scriveva nel suo HC 6000.
La prof scriveva nel suo HC 6000 i risultati delle sue ricerche.
La prof scriveva nel suo HC 6000 i risultati delle sue ricerche e fuori il sole faticava a comparire coperto dallo smog e macchine metallizzate sfrecciavano su autostrade verticali. L'HC 6000 era il risultato dell'evoluzione tecnologica umana. Il motivo per cui intere generazioni vivevano ormai rinchiuse in casa, isolate dal resto del mondo. L'HC 6000 era una nuova forma di computer, che occupava una stanza intera, che permetteva di fare qualsiasi cosa comodamente seduti su una poltrona. I muscoli diminuivano, l'intelligenza si auto rinchiudeva sempre più in se stessa, stentando a fuoriuscire dalla materia grigia e le industrie degli hc (high computer) si arricchivano lobotomizzando il mondo intero. La prof naturalmente ne possedeva uno, e adesso stava conducendo ricerche sulla fine del mondo da consegnare alle generazioni future nella sua stanza-hc. Io, naturalmente, oziavo. In attesa di un lavoro.
Non starai prendendo troppo sul serio questa faccenda? Insomma, guardati le occhiaie...”
Fuoriuscivano quasi dal volto, due palle nere sotto gli occhi celesti dottschwleiniani.
Se sto prendendo sul serio questa faccenda? Certo che sì...qui parliamo del futuro del mondo, dovresti prendere in considerazione anche te la mia ricerca, non trovi?”
E non guardarmi così...stavo solo dicendo che magari potresti prenderti una pausa. Che so, usare il tuo HC per fare shopping, o per adottare un cucciolo di leone in rete, o per fare una piccola vacanza in un villaggio...”
Se fossi in te comincerei a cercarmi un'occupazione...la mia pazienza ha un limite, sai? E in più la tua apatia, il continuo uso di droghe e la negazione di qualsiasi sorta di attività sono chiari sintomi di depressione.”
E smettila con questa storia...la depressione ormai è stata sconfitta da molti anni...non sono mica un robot?”
Non ascoltare quello che dicono in tv...esiste sempre, è solo stata...”censurata”...le industrie farmaceutiche (e i politici) tendono a nascondere tutto...come per la malattia guscio.”
Le tue stanno diventando paranoie...e poi non sono l'unico ad avere i suoi problemi in questa stanza...anzi”
Non preoccuparti...so gestire da sola le mie difficoltà...e non stuzzicarmi troppo, sai che mi eccita”
Ecco ci risiamo...non riesci a stare da sola in una stanza con un uomo per più di mezz'ora senza che ti venga la voglia di scopare...ora che ci penso...sei mai stata da sola con Trokowski?”
Certo...”
No...non dirmi che...o mio dio...spero che non sia mai successo niente almeno con Vincent...”
Vincent? Lo sai che i robot non hanno organi riproduttivi...”
Meno male...comunque per tua informazione esistono robot da accompagnamento...comincia a fornirtene un centinaio...”
E comunque come ti ho detto...so pensare da sola ai miei problemi...”
Auto analizzarsi non è altro che un modo per accettare i nostri difetti, perché il nostro ego sarà sempre troppo smisurato per ritenerli sbagliati. Ma può sempre far comodo. Vero prof?”
Cos'è, improvvisamente vuoi farmi la morale? Senti, se vuoi facciamo una pausa, insieme...ti va?”
Meglio di no...”
Vincent era uscito per comprare alcune cose, e Trokowski era sicuramente nel suo mini appartamento ad aspettare che cominciassero a fare effetto le medicine. E la prof mi guardava minacciosa sotto gli occhiali, un angelo del peccato. Uscii dalla stanza sbattendo la porta, tornando ad osservare quello skyline che mi cacciava sempre davanti gli occhi la mia solitudine. La solitudine di milioni di vite. Una solitudine al neon. Mi stesi sul ghiaccio pavimento dell'Old Tower, e cominciai a guardare indietro nel tempo, malinconico. Ormai erano quasi venti anni che conoscevo la Dottschwlein. Proveniva da un oscura nazione di cui non ricordavo il nome, fredda e lontanissima. Era la figlia di un famoso (e ricchissimo) scienziato, che l'aveva mandata a fare fortuna nella grande città. Nel centro dell'economia mondiale. Nuovademia, la prima città-nazione costruita dall'uomo, un'immensa unione di pietra e metallo e persone, sangue, disperazione. Un colosso da sessanta milioni di abitanti senza una fine, in continua espansione, pronto ad ingurgitare qualsiasi cosa gli si pari davanti. Qui, in questa infinita coperta di edifici e fabbriche, ci eravamo conosciuti quasi casualmente. La prima volta che la vidi se ne stava in un love motel, seguita dallo sguardo attento della mia macchina fotografica ad alta definizione, zoom massimo, e se la spassava maledettamente. Si, la professoressa Dottshcwlein era sesso dipendente. Una vera e propria ninfomane. In passato aveva cercato di curarsi in vari SLAA, ma senza successo. Le terapie di gruppo la innervosivano, e finiva per diventare sempre più dipendente. Era stata anche in cura da famosi psicologi, che naturalmente si era portata a letto. Ormai aveva accettato il suo problema, anche se riconosceva che il suo desiderio continuo era un vero problema per la sua vita e, specialmente, per la sua carriera. Uscì dalla stanza-hc, seminuda, con delle manette in mano. Ci risiamo, pensai. Fortunatamente in quel momento entrarono Vincent e Trokowski, trovandomi steso a terra con la prof che mi sovrastava minacciosa a pochi metri di distanza.
Salve!!!” esclamò allegro Trokowski. Pasticca della felicità, pensai.
I soliti umani...sempre a desiderare qualcosa...” bofonchiò metallico Vincent.
Si era comprato una ventina di video giornali di protesta robotica e niente da mangiare. Ecco dove finivano i soldi che gli davo. La prof si ritirò nella sua stanza, silenziosa, cominciando a rivolgersi verso l'apparecchio vocale (e verso le generazioni future). Il lavoro continuava ad essere un miraggio lontano, intangibile. Le macchine e lo smog continuavano a sfrecciare, là fuori dalla finestra della mia scatola metallica personale. E, circondato da questo gruppo di pazzi, non riuscivo neanche a raccontare la mia storia. Questa storia.

Mi.Di


lunedì 13 gennaio 2014

IL CAPITALE UMANO - Paolo Virzì


Il regista livornese Paolo Virzì passa dalla commedia a lui cara a un mix ben riuscito fra giallo, noir con qualche spruzzo di comicità qua e là.
Per chi era titubante riguardo questo esperimento, o per chi lo è ancora, il consiglio è di scrollarsi di dosso i pregiudizi e i timori sull'approccio del regista a un nuovo genere ed entrare sicuri in sala .
Con lo spegnersi delle luci ci troviamo immersi in un mondo malato, in un paese incancrenito, ben descritto dai fidi collaboratori di Virzì; gli sceneggiatori Francesco Bruni e Francesco Piccolo.
I tre, notando un romanzo del 2004 di Stephen Amidon ambientato nel Connecticut, capiscono che può fare al caso loro, prendono la palla al balzo ed ecco il Capitale umano.
Siamo in Brianza, la storia gravita intorno a due famiglie, i piccolo borghesi Ossola e i ricchissimi Bernaschi; il pretesto per unire le due famiglie è un omicidio di un “povero cristo”, come ci dirà il commissario, che permette al regista di sviscerare il mondo degli Ossola e dei Bernaschi, di mettere a nudo un'Italia che zoppica ormai da anni.
Dino Ossola (uno stupendo Fabrizio Bentivoglio) sfrutta la relazione della figlia Serena (l'esordiente rivelazione Matilde Gioli) con il rampollo della famiglia Bernaschi per entrare nel loro fondo fiduciario. Un padre disposto a tutto pur di vedere “il nostro comune amico”, il denaro, entrare in cassa, sentire il tintinnio delle monete riempirgli il cuore e l'anima.
Il capofamiglia Bernaschi (un azzeccatissimo Fabrizio Gifuni) è un broker divenuto ricchissimo grazie alle disgrazie altrui, prosciuga la linfa vitale a un paese che ne conserva già poca, incarna quella borghesia agghindata nel lusso sfrenato, cieca all'arte e a tutto ciò che non è concreto, quella borghesia capace di trasformare un antico teatro in un grigio lotto di appartamenti.
Carla Bernaschi è interessata all'arte, appassionata di teatro, sembra diversa dallo sciacallo del marito, ma la sua è solo apparenza perché non disdegna di essere viziata da giri in limousine con tanto di autista che la scarrozza di qua e di là per la città, fra manicure, negozi di tessuti pregiati e chi più ne ha più ne metta. La psicologa Roberta (Valeria Golino), compagna di Dino Ossola, fa da contraltare alla nullafacente Carla; sembra ascoltare e capire tutti, col suo sguardo tenero e innocente, sempre pronta ad aiutare chi ne ha bisogno. Ma proprio lei, che dovrebbe comprendere meglio di chiunque altro l'animo umano, scivola nella contraddizione di vivere accanto ad un essere viscido, senza alcun freno morale come Dino.
Serena e il disadattato Luca, si cercano, si trovano in un mondo corrotto, circondati da persone che pensano solo a se stesse, soli ma complici, dentro un paese scalcinato, in un plot che forse consegna a loro le chiavi del futuro; i giovani sì, forse loro possono...
Il regista ci mostra un panorama arido, sentimenti rarefatti, senza moralismi di alcun tipo: starà allo spettatore capire ciò che giusto o sbagliato.
Dopo questo imponente film, Virzì potrebbe ricevere una chiamata dagli studios più ambiti del mondo, da quella Hollywood che ha già attratto Muccino e Sorrentino. Ma, forse, il regista è troppo connotato con l'Italia e gli italiani; e, forse, è un bene perché dopo questa prova di maturità dobbiamo proteggere il nostro di capitale umano.
Virzì è un po' come il buon vino, più invecchia e più si apprezza.

Elle Bi

sabato 11 gennaio 2014

COMPLOTTI - Domenico Martino

venerdì 10 gennaio 2014

UNA CITTA' DI PAZZI NOSTALGICI


Con una percentuale di giovani senza lavoro oramai al di sopra del 40%, lo spettro della disoccupazione pare qualcosa di più di una semplice entità ‘fantasmatica’ in Italia. Anzi, questo acquista sempre maggiore consistenza quanto più la notizia rimbalza da un telegiornale all’altro, da ricerca statistica a ricerca statistica, da quotidiano a quotidiano.

Eppure esiste un luogo in questa zoppa e scalcinata Europa in cui il sogno utopico di una comunità dove nessuno è privato della possibilità di lavorare è divenuto realtà. Un luogo in cui il tasso di disoccupazione è allo 0%, e questo proprio alla faccia di quella “curva di Phillips” che non solo teorizza una relazione inversa tra inflazione e livello di occupazione (ad un decremento del saggio dei prezzi è associato un aumento della disoccupazione) ma in aggiunta postula un cosiddetto livello “naturale” di disoccupazione, al di sotto del quale il sistema non è in grado di dirigersi (cioè, qualcuno a braccia conserte ci deve stare per forza). A questo punto molti lettori penseranno che questa sorta di Eden può trovarsi solo in chissà quale ricca nazione scandinava o essere ubicato magari in un deserto mediorientale stracolmo di petrolio fino all’inverosimile.
In realtà non è proprio così. Anzi, la cittadina di cui stiamo parlando si trova nel cuore di una delle regioni del vecchio continente più colpite dalla crisi, precisamente in Andalusia, Spagna, a 100 chilometri da Siviglia. Il suo nome è Marinaleda, comunità rurale di circa 2700 abitanti dove il concetto di “piena occupazione” non è più soltanto un sogno nel cassetto di qualche convinto sindacalista o di un nostalgico politicante di sinistra.

In questo piccolo comune, sulla cui bandiera tricolore svetta l’eloquente scritta “Marinaleda: una utopia verso la pace”, un sindaco visionario di nome Juan Manuel Sanchez Gordillo è riuscito nel giro di 30 anni a costruire un sistema economico-sociale capace di garantire la sussistenza dell’intera cittadina e di fronteggiare la profonda crisi di questi ultimi anni. Qui si producono e conservano una grande varietà di ortaggi quali legumi, carciofi, peperoni. Tale produzione agricola poi, non solo raggiunge le tavole di tutta la penisola Iberica ma riesce persino a varcare l’oceano Atlantico, fino a toccare il lontano Venezuela.

Volendo scendere un po’ più nel dettaglio per comprendere quali sono i “numeri” di tale progetto, basti pensare che la disoccupazione è allo 0% contro una media nazionale del 30%. Non vi è inoltre alcuna differenza tra i redditi percepiti a Marinaleda qualunque sia la mansione svolta: 47 euro al giorno escludendo la domenica. E se un’annata è particolarmente magra per le imprese agricole della comunità, si lavora meno ma si lavora tutti. I politici non percepiscono alcun rimborso e la loro attività è ripagata solamente dalla soddisfazione di agire per il bene della propria comunità (uguale ai nostri no?!). Ancora, andare in piscina tutta l’estate a Marinaleda è possibile con soli 3 euro e la mensa scolastica ha un costo più che simbolico: 12 euro al mese. Ed ora arriva il “piatto forte”. A Marinaleda è possibile costruirsi una casa di circa 90 metri quadri anticipando solamente 15 euro. L’abitazione un miraggio nel deserto per tanti, troppi oggigiorno? Non in questa comunità andalusa. Basta mettere a disposizione la propria forza lavoro e non si è costretti a pagare mutui con interessi salatissimi: il denaro è dato in prestito dal governo andaluso a tasso zero.

Può dunque Marinaleda essere considerata una concreta alternativa al sistema di matrice neoliberista oggi predominante che in questi anni ha mostrato tutta la sua fragilità e iniquità nella distribuzione di ricchezze e sofferenze tra la popolazione mondiale? Basta davvero affermare che è giunto il momento di “porre l’uomo al centro delle idee e dei progetti, invece del profitto dei pochi a danno dei molti” per cambiare concretamente le cose?

Se qualche lettore è interessato all’opinione del sottoscritto si faccia pure avanti e commenti l’articolo.

Se vi dicessi però che il concetto di bene e male, di ciò che è giusto fare e giusto non fare, è molto più labile ed effimero di quello che al senso comune può spesso sembrare?

Maste

giovedì 9 gennaio 2014

WAH-WAH - George Harrison



Per molti l'unico ex Beatles a fare dei capolavori dopo lo scioglimento del gruppo è stato John Lennon. Ma non tutti hanno ascoltato "All Things Must Pass" di George Harrison (1971), vera perla del rock psichedelico. Un album continuamente attraversato dalle rivelazioni religiose fatte da Harrison durante la sua vita( e già introdotte, anche se timidamente, con i Fab Four) e, specialmente, un album fatto di scarti. Quegli scarti che non erano mai stati inseriti negli album dei Beatles, rifiutati da John e Paul, che comandavano l'intera società degli "scarafaggi". E che scarti. Un vero è proprio contenitore di piccoli capolavori, a partire da "Isn't it a Pity" per passare da "My sweet Lord" (ormai un classico) e dalla traccia che da il titolo all'album. Il tutto, perfettamente confezionato dal genio di Phil Spector (forse il più grande produttore della storia del rock) e dal suo "Wall Of Sound". La nostra scelta va su "Wah Wah", forse perchè rappresenta più delle altre la vera anima da chitarrista del compianto George. Come dice il titolo dell'album, con il tempo tutte le cose devono passare, tranne fortunatamente, i veri capolavori, la vera arte che riesce ad emozionare, questa arte. Film consigliato: George Harrison: Living in the material World.

Mi.Di

martedì 7 gennaio 2014

UN VIAGGIO ACCIDENTATO


E' il mio turno, non posso più tornare indietro, ora o mai più.
E' il momento della verità, e il professore lo sa.
“Venga Borghini...si sieda”.
Io mi siedo e lo scruto con sguardo da cane impaurito.
Ha gli occhi da predatore in attesa di sbranare la preda.
“Vedo che è il suo ultimo esame. Vedo anche che è fuori corso di un anno e mezzo. Come mai ha impiegato tutto questo tempo? Studente lavoratore?”.
“Avevo delle cose da risolvere”.
Il professore si alza e accende il proiettore, sullo schermo appare un teatro antico.
Dietro di me non c'è nessuno, siamo solo io e lui.
“In che periodo ci troviamo?”.
“Siamo nell'età romana” rispondo prontamente.
“No, si sbaglia, guardi più attentamente”.
Io rimango perplesso, la mia risposta è giusta ma a lui non va bene.
“Teatro di Tito, Anfiteatro Flavio, età romana, 80 d.c. né un anno di più né uno di meno”.
“Si sbaglia Borghini, la verità risale a molto tempo prima”.
Non capisco bene cosa vogliano dire quelle parole, ma una cosa è certa; non può essere un teatro greco e su questo non ci piove.
“Non si limiti ad usare gli occhi. Se ha bisogno di tempo si alzi e vada pure a guardare da vicino”.
Seguo il suo consiglio, mi avvicino al telo. Spalanco gli occhi, ma davanti a me vedo sempre il teatro di Tito.
Improvvisamente una mano mi spinge, scivolo dentro il telo.
Mi giro e intorno a me vedo il teatro di Tito. Dall'altra parte c'è il professore che mi guarda.
Da osservatore sono diventato osservato.
“E' riuscito a capire ora Borghini?”.
Ma capire cosa? So solo che mi trovo intrappolato in questa diapositiva sfocata. Non so come, ma ci sono finito dentro.
“Aspetti Borghini, ora la raggiungo”.
Il professore si tuffa verso di me.
E' passato, ce l'ha fatta.
“Ora anche lui è intrappolato in questa diapositiva del cazzo. Ben gli sta” penso con un briciolo di cattiveria.
“Andiamo Borghini, mi segua, ora le mostrerò la verità riguardo al teatro”.
Mi giro ma il teatro non c'è più. E' scomparso.
Al suo posto c'è un'enorme vasca d'acqua.
Il professore senza battere ciglio si butta completamente vestito.
“Venga Borghini mi segua”.
Io sono un po' titubante. Dal centro della vasca si erge un palo che arriva su fino in cielo.
Ai lati spuntano delle cabine simili a quelle delle giostre panoramiche.
Il professore è già lì bello comodo su una di esse. Mi fa cenno con la mano di seguirlo.
Non ci penso due volte. Prendo la rincorsa e mi tuffo di getto.
Dopo alcune bracciate arrivo davanti al palo.
“Come faccio ad arrivare lassù?” chiedo guardando il professore.
“Te fallo. Fallo e basta”
Non mi sembra una risposta molto logica per un professore.
Mi rimbocco le maniche e inizio a scalare quel maledetto palo.
Dopo aver sputato litri di sudore, finalmente raggiungo la cabina.
Mi siedo accanto al professore e lo guardo in attesa di qualcosa.
“E' riuscito a capire adesso?”.
Lo dice come se fosse tutto chiaro, ma niente è più incasinato di questa situazione assurda.
“Sarò franco. Non ho capito un bel niente”.
“Male Borghini, male. Pensavo, che dopo tutto questo, avesse capito” mi dice scuotendo la testa.
“Ma capito cosa?” mi domando, con una gran voglia di dargli un bel ceffone su quella faccia sorridente, ma non lo faccio; improvvisamente dentro di me si inerpica una sensazione strana, inizio quasi a voler bene a quel professore che fino a poco tempo prima appariva ai miei occhi come un predatore affamato.
“Evidentemente non sei ancora pronto. Hai bisogno di un piccolo aiuto” mi dice passandomi degli occhiali davvero ridicoli, perfino peggio di quelli usati per vedere i film in 3d.
Mi sento scemo con quegli occhiali e mi vergogno anche un po', ma tanto siamo solo io e lui.
Non appena messi gli occhiali tutto si dissolve.
Improvvisamente rimango solo. Il mio Virgilio in questo viaggio assurdo è come scomparso.
Sono in una specie di caverna rossa.
Fa freddo, forse perché sono ancora bagnato, forse perché sono rimasto da solo, forse perché è il momento della verità.
Mi addentro nella caverna, sempre con quegli orrendi occhiali da sole.
Sono diventati parte di me, ormai.
Vado avanti e noto che ai lati della caverna ci sono piccoli schermi che trasmettono qualcosa.
Mi avvicino al primo, lo guardo e non c'è niente. Una malinconia improvvisa mi assale lentamente.
Sono scosso, ma non so il perché.
Davanti a me solo uno schermo bianco.
Decido di andare avanti, di farmi forza.
“E' il momento della verità, non posso arrendermi ora” penso stringendo le spalle per il freddo.
Arrivo allo schermo successivo, lo guardo con attenzione, ma vedo solo qualche immagine sfocata.
Sento una fitta allo stomaco, una lacrima mi scende da un occhio.
Asciugo la lacrima e inizio ad avere paura.
Non capisco perché, però ho davvero paura.
“E' il momento della verità. Non posso deludere il professore” penso proseguendo.
Arrivo davanti all'ultimo schermo.
Metto le mani davanti agli occhi creando un piccolo spiraglio per poter guardare, ma sono sinceramente spaventato.
So che guardando questo ultimo schermo potrei perdere tutto, potrei rimanere vittima di me stesso, potrei deludere le aspettative del professore, potrei deludere le aspettative dei miei familiari, ma potrei arrivare anche alla verità.
Scosto le mani e guardo spavaldo, non curante di quello che mi potrebbe succedere.
Scoppio in pianto, tremo, rido, urlo; è un calderone di sensazioni.
Finalmente capisco.
Su questi schermi sono rappresentate tutte le mie paure.
E' il duro confronto con la realtà e con me stesso, non posso fuggire in eterno.
Affronto tutto questo da solo.
“Grazie professore per avermi indicato la via, ora posso camminare con le mie gambe”.
Mi sveglio, guardo l'orologio, 6 in punto.
Ho un leggero mal di testa ma mi sento più forte.

Elle Bi