
Dopo
molti anni vede finalmente la luce il progetto della coppia
Scorsese-Di Caprio di mettere in scena l’autobiografia di Jordan
Belfort, fondatore della Stratton Oakmont, agenzia di brokeraggio con
la quale è riuscito a costruirsi un’enorme patrimonio truffando
numerosi investitori fino a quando, entrato nel mirino del bureau,
viene smascherato e condannato.
Alle
prese con un adattamento sicuramente ostico Scorsese da fondo a tutto
il suo straordinario repertorio cinematografico regalando nuovi
momenti da consegnare alla storia del cinema fra piani sequenza e
carrelli mozzafiato il tutto sapientemente montato dal suo editor di
fiducia (Thelma Schoonmaker). Conferma, se ancora ce ne fosse stato
bisogno, di essere il miglior regista vivente.
Non
da meno è la straordinaria performance di Leonardo Di Caprio (nuovo
feticcio scorsesiano dopo De Niro) nel ruolo della vita che forse gli
regalerà l’ambita statuetta, vera punta di diamante di un cast che
funziona alla perfezione (menzione d’obbligo anche per la spalla
Jonah Hill, anche lui in odore di statuetta).
Ma
veniamo al film, partendo da una necessaria premessa: se da qualche
parte si è ritenuto opportuno gridare allo scandalo per la
rappresentazione troppo romanzata e vagamente idolatrante della vita
di colui che rimane a tutti gli effetti un criminale (da questo punto
di vista non ha certo giovato aver dato a Belfort il volto bello e
carismatico di Leo) dal mio (e non solo) punto di vista il film
riesce, in tutti i suoi quasi centottanta minuti, a mostrare, senza
cadere in facili moralismi o gustizialismi, la parabola di un uomo
che per inseguire il sogno della ricchezza ha deliberatamente scelto
di percorrere vie che scorrono parallele a quelle della giustizia
(innanzitutto americana: “fuck you, U.S.A.” si grida negli uffici
della Stratton Oakmont). Parabola che ricorda, nella sua
ascesa-discesa, quella dei gangster tanto cari al regista newyorkese,
da Henry Hill a Sam Rothstein.
Quello
di Scorsese è tuttavia un sottile ma nondimeno potente atto d’accusa
ad un mondo, quello capitalista, in cui tutto è in vendita perché
tutto ha un prezzo, dove si vende perché si è prima creato un
bisogno ad hoc, dove i soldi sono la droga più potente. In un mondo
così vince non chi fa soldi ma chi ne fa a spese degli altri, chi,
per usare un’espressione più colorita, riesce a metterlo nel culo
agli altri (emblematica a tal proposito, ed agghiacciante, è la cena
in cui il protagonista mostra ai suoi colleghi novizi come fottere un
cliente).
Ciò
che è ancora più agghiacciante però è che il sogno di Jordan
Belfort è, alla fine dei conti, il sogno di tutti. Nella scena che
chiude il film, nella attentissima platea, dinanzi alla quale Belfort
sta svolgendo la sua nuova occupazione di motivational speaker, ci
sono persone comuni, nuovi adepti, che pendono dalle labbra di colui
che “ce l’ha fatta”, concentrati per cercare di carpirne il
segreto.
Il
denaro (così come il sesso o la droga) rappresentano il bisogno
primario, assolutamente animale, in un mondo totalmente asservito
alle logiche del capitale. Il dollaro come unità di misura del
successo americano, la ricchezza come spartiacque tra realizzazione e
fallimento.
Per
fortuna, in mezzo a cotanto baccanale Scorsese trova il tempo (breve
e intenso) per mostrarci l’altro volto della grande illusione
americana, il volto più vero, nei cui occhi è già spenta la
fiaccola dell’american dream. È il volto dei passeggeri
della metro; è il volto di Patrick Denham (Kyle Chandler),
l’investigatore federale che ha dato la caccia a Jordan Belfort.
Idealmente, noi ci sediamo al loro fianco.
Diccì







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