sabato 8 marzo 2014

STORIA DI F. - Domenico Martino

venerdì 7 marzo 2014

FIDELIO


Prego, la parola d’ordine”.
Fidelio”.
Quella è la parola per entrare, ma non per giocare”.
Questa la scena clou dell’ultima pellicola firmata Stanley Kubrick, criticata e non sempre apprezzata, considerata quasi minore rispetto a capolavori del calibro di “2001 Odissea nello spazio” o di “Full metal Jacket”. “Eyes wide shut” è un dipinto onirico di un universo fatto di eccessi, di anarchica adulazione del proibito, celato agli occhi dei più, ma a soli pochi chilometri di distanza dal resto dell’umanità. Sappiate però che per rivivere le atmosfere a luci rosse del film non serve riuscire ad entrare in una setta segreta simile a quella disegnata dal regista americano; una mail ben scritta ed essere di bell’aspetto possono essere strumenti più che sufficienti per lo scopo. Esiste infatti un club elegante ed esclusivo alle porte di Roma dove i desideri più peccaminosi possono diventare realtà e numerose coppie da tutta Italia si incontrano, si conoscono ed in piena libertà si “scambiano” i propri partner. Stiamo parlando del Flirt Club, ubicato in una località segreta sul lago di Bracciano, a pochi chilometri dalla capitale.
Qui “non è un do ut des, c’è una condivisione delle emozioni allargata ad altre coppie. Un luogo dove le coppie possono incontrarsi tra loro e lo possono fare liberamente, senza pressioni, forzature” sono le parole di Genni a Repubblica, 46 anni, proprietario dell’esclusivo club e da 20 anni nel mondo del libertinaggio. In questo luogo infatti, perfetti sconosciuti si incontrano, parlano, bevono e ridono assieme per poi nascondersi da occhi indiscreti appartandosi in uno dei luoghi predisposti nella struttura per un vero e proprio scambio di coppia (c’è una regola però: non fare sesso nella piscina del locale per motivi di igiene).
Volete sapere come entrare a far parte del mondo libertino del Flirt club? Come già accennato, è necessario contattare il locale telefonicamente oppure mandare una mail all’indirizzo disponibile alla pagina web del Flirt. Verrà poi giudicato l’approccio verbale utilizzato dagli interessati oltreché delle foto personali di lui e di lei da allegare al messaggio di posta. I limiti di età sono 47 per lei e 48 per lui e la tessera d’iscrizione annuale costa 70 euro con possibilità di sconti ed agevolazioni per i soggetti più giovani.
All’inizio è come una festa. Niente fa presagire cosa succederà successivamente” prosegue Genni di fronte alle telecamere. Dei braccialetti colorati indossati prima di sedersi a tavola sono poi “la caratteristica del locale”: verde nel caso si sia alla ricerca di una donna per la propria partner, lilla quando la coppia è invece desiderosa di incontrare amanti un po’ più soft e grigio nel caso si voglia trasgredire assieme ad un duo più “open mind”. E quando scocca la mezzanotte (e Genni sorride) “arriva il fatidico momento: viene suonata una campanella e le donne devono cominciare a svestirsi e rimanere in lingerie”. Si continua a parlare, magari di fronte ad un drink e poi avviene lo “scambio” nel caso in cui si sia soddisfatti della compagnia durante la serata. Un’altra regola: ognuno deve provvedere autonomamente a portarsi i propri profilattici. E in caso di dimenticanza? E’ possibile chiedere al bar e la vostra serata non sarà rovinata (ci sono anche profilattici latex free per gli allergici).
Desiderosi di rivivere le atmosfere del film di Kubrick? Allora siete nel posto giusto.

Maste

giovedì 6 marzo 2014

FINGERTIPS - The Brian Jonestown Massacre



Sicuramente l'ecletticità è uno dei punti di forza dei The Brian Jonestown Massacre (già a partire dal nome del gruppo, che fonde il nome del leggendario Brian Jones - sì, quello dei Rolling Stones trovato morto nel fondo di una piscina, probabilmente il primo artista ad entrare nel famoso Club 27- con un orrorifico suicidio di massa avvenuto a Jonestown nel 1978). Ecletticità derivante dal folle leader Anton Newcombe, che riesce a rispecchiare tutto il suo carisma post-psichedelico nella musica. E che musica. Quella dei The Brian Jonestown Massacre è musica per pochi eletti, un incrocio tra shoegaze, acid rock e blues che lascia ipnotizzati. Fingertips (dall'appena ristampato Pol Pot's Pleasure Penthouse, album del 1991) è una ballata psicotica accerchiata da un Wall Of sound che quasi nasconde la voce, un puro esempio di shoegaze (genere che lo stesso anno verrà portato alla perfezione con il famoso Loveless dei My Bloody Valentine). Un vero e proprio masterpiece.

Mi.Di


martedì 4 marzo 2014

LE STATUE DI GHIACCIO


Mentre da ogni dove -spari- pensavamo alla vita passata, che si lasciava dietro di sé un accozzaglia di spazzatura e rimpianti, come fosse bava di lumaca. E, mentre gli spari scolpivano l'aria in sculture dalle fattezze ambigue, distruggendo i nostri sogni futuri, il piccolo fumo colante dal cielo giungeva al nostro sguardo importunando le nostre riflessioni pre-presunta morte. Il fumo era quello delle esplosioni, un'assurdità di boati che si infrangeva contro la barriera del suono traumatizzandola, estorsione del caos in pieno pomeriggio. Il sole, debole, veniva quasi coperto dalla nostra guerra, e i suoi raggi grigeggiavano ingenui, mentre al loro tocco si compiva una strage. A loro insaputa. Il ferro dei fucili, dei proiettili, si surriscaldava coprendo lo scopo della stella madre, scaldando anche i nostri corpi impauriti che in un'estasi di delirio oscillavano tra il tremare ed il cadere cadaveri. L'adrenalina captata dalle nostre menti poteva alimentare un'intera città, con i suoi alberi color combustibile, l'alternarsi delle figure pedonali sui semafori, le luci stroboscopiche a intermittenza delle pubblicità e con i suoi pederasti pronti ad ogni angolo per. Tutto si potrebbe risolvere con un semplice “attenzione”, ma chi ha il coraggio di scagliare la prima pietra, in questo mondo? Perché rischiare per niente, rischiare mentre le nostre vite avanzano fluide come ingranaggi verso una grande luce promessa nelle chiese? Così ci accontentiamo, cibi avariati in un catering perfetto. È un mondo di merda, ma non per noi. Quindi. Quindi continua il ronzio delle pallottole mentre i comandanti diluiscono la propria gola a colpi di birra, sotto fuoco nemico. La trincea lentamente viene erosa dal nostro passaggio, e intanto la propaganda per l'arruolamento si ripete nelle mie orecchie, mi sembra di sentirla adesso, convincente ed ipnotizzante dilagare dentro il mio inconscio che compie il suo lavoro, ed eccomi qui, convinto da ipocrite parole al borotalco. I neonati a casa aspettano la propria guerra sorseggiando latte dal seno delle madri, e i genitori assumono ansiolitici mentre i figli al fronte cadono come tessere di un domino. Mi immagino questa realtà socchiudendo gli occhi, mentre morte al mercurio schiude i suoi orizzonti davanti alla mia coscienza, accerchiandola lentamente. La prima volta che feci la guerra ero piccolo, circa dieci anni, e giocavo con gli amici nel cortile immacolato dell'infanzia. Le vere azioni venivano simulate dalla liscia bocca di bambini viziati, con in mano plastica cancerogena di fucili. Ricordo sempre come è facile pietrificare questi attimi innocenti e felici, cosa credete, sono diventato un animale, è vero, ma sparo quindi sono. E con una misteriosa bacchetta magica riesco a soffermare il tempo, secondi minuti scomparsi per un momento imprecisato, e nuoto all'interno della mia mente. Il fiume è sconnesso, pericoloso, pieno di rapide, ma mi addentro sempre più a fondo, fino a sentire l'acqua che bagna i miei piedi. In questo fluido memoriale riesco a vedermi, in piedi verso la superficie liscia del cielo, verso il costante battere del sole, con addosso una perfetta divisa da decenne, conquistare colline a colpi di fantasia, mentre il vento accarezza l'impassibilità della mia giovinezza. Ma improvvisamente le lancette ricominciano a scorrere, riprendendosi il tempo perduto, e mi trovo catapultato a terra, assordato dal rimbombo di una granata di nuova generazione, made in Taiwan, come le scarpe e le palle da calcio. In un primo momento penso morto? Incarnato nella sapiente figura di una lucertola? Polvere? Terra? Elettricità? Spavento.
Dissolto e cosparso nell'aria reintegrato nello spazio energia del mondo rovente sensazione di aldilà immacolata visione del nulla improvvisa trasportazione in un telequiz in prima serata? Giuro. Sono i primi pensieri che mi vengono. Fortunatamente, forse, sono tutti sbagliati. E dopo un primo momento di disorientamento, pulsante nelle tempie, mi rialzo e mi rendo conto. Vedo un compagno trinciato a metà e distolgo lo sguardo, sforzandomi concentrandomi tentando di ritornare all'interno del mio flusso di coscienza, che mi riporti indietro, giù fino agli albori. Ma adesso non è facile, lo spavento copre tutto, così fermo, accucciato in trincea parandomi dagli orrori che questo mondo ha creato per noi, aspetto che ritorni la freddezza giusta per concentrarmi sulla mia fuga. La freddezza che si può trovare ovunque, a basso costo, grazie. La freddezza che si può trovare mentre camminiamo all'interno delle nostre città, forti costruiti appositamente per difenderci da un ordine. La freddezza che si può trovare negli sguardi delle persone che ti camminano accanto, una freddezza che quasi ti fa pensare di essere solo. Ti proietti in un luogo deserto, carrelli abbandonati ai lati delle strade, fogli che svolazzano trasportati dall'onnipresenza del vento, eco di vite vissute che inquietano la traiettoria del silenzio che ti circonda, silenzio di ghiaccio, silenzio di metallo, di vetro, di cemento, silenzio al nylon all'etere, silenzio al polietilene al carbonio silenzio al vetriolo. E quando ritorni alla realtà, scopri inorridito che il luogo immaginato non è tanto diverso da quello reale, in cui stai camminando sommerso da litri e litri di statue di ghiaccio. Al sodio. I ricami negli elmetti rimandano ironicamente a ciò che sta succedendo adesso, ma senza la sottile simpatia velata nel sorriso degli amici, e io continuo a stare rannicchiato, ripetendomi come un Bob Dylan “io non sono qui”.

MI.Di

lunedì 3 marzo 2014

12 ANNI SCHIAVO - Steve McQueen


Dopo lo sconvolgente esordio (Hunger) e il mezzo passo falso di Shame, Steve McQueen accetta l’ardua sfida (premiata con la vittoria dell'Oscar come miglior film) di mettere in scena l’autobiografia di Solomon Northup, uno dei tanti americani neri liberi fatti prigionieri e venduti come schiavi negli Stati Uniti pre guerra di secessione e pre tredicesimo emendamento; uno dei pochi a testimoniare il personale dramma vissuto.

Un adattamento, dunque, particolarmente complicato per la materia trattata, ricordando che quando si parla di schiavitù negli States si va a toccare il vero e proprio convitato di pietra della storia e della coscienza americane, il retaggio di un passato di cui ancora non ci si è vergognati abbastanza. Lo sguardo di McQueen, regista ed artista di colore, è quello di chi, dopo centocinquant'anni, sente ancora l’esigenza di mostrare ai nostri occhi ciò che è stato e che non avrebbe dovuto essere. E se il tema della schiavitù non è più attuale, cosa dire del razzismo e più in generale della discriminazione nei confronti delle minoranze?

Stato di New York, 1841. Solomon Northup (Chiwetel Ejiofor) è impegnato a vivere la propria esistenza. È un uomo, un musicista, ha una bella famiglia, è libero ed è nero. Quest’ultimo dettaglio sarà la ragione per la quale un giorno verrà rapito, fatto prigioniero, incatenato e venduto come schiavo. Passerà di proprietà tra diversi padroni (latifondisti, schiavisti, o comunque li si voglia chiamare) finché non riotterrà la libertà dopo dodici anni di schiavitù. Particolarmente dura sarà soprattutto la permanenza presso la piantagione di cotone, in Louisiana, del sadico schiavista interpretato da Michael Fassbender (tre film su tre con McQueen).

In una messa in scena riuscita, la bellezza del film non sta tanto nel cosa è rappresentato ma nel come; è il modo, particolarmente crudo, in cui ci viene mostrata la tragica odissea del protagonista a rendere il film intenso e toccante. La durissima ma struggente poetica di McQueen raggiunge il suo apice nello straordinario piano sequenza in cui, sullo sfondo di una quotidianità apparentemente tranquilla, accompagnata nel suo incedere dal canto degli uccellini, Solomon lotta con affanno tra la vita e la morte, il collo stretto ad un cappio, i piedi alla disperata ricerca di un appiglio salvifico. E mostrandoci (e per questo rendendoci testimoni e in un certo senso complici) la mostruosa normalità di una pratica abominevole, il film sprigiona così tutto il suo senso.

Alla fine del cammino, che ha fatto conoscere a Solomon altre vite sfruttate e violentate (indimenticabile la schiava Patsey, interpretata da Lupita Nyong’o, premiata con l'Oscar alla migliore attrice non protagonista), avverrà l’incontro con la persona che condurrà il protagonista verso la propria libertà e il film verso un finale che può sembrare consolatorio ma che consolatorio non è e del resto non potrebbe essere. Negli occhi di Solomon, specchio di un’anima martoriata, la consapevolezza che nulla potrà più essere come prima.

Diccì

sabato 1 marzo 2014

CAPE TOWN - NUMBERS GANG


Finalmente è sabato. Niente lavoro, niente impegni, niente di niente. C’è un compleanno che ci aspetta e una fantastica giornata di relax al mare si prospetta. Prendiamo il treno (non è comune prendere i trasporti pubblici qua in Sudafrica, specie se sei bianco) e ci dirigiamo verso Kalk Bay, piccolo villaggio di pescatori in direzione di Cape Point (per intendersi, dove c’è Capo di Buona Speranza, difficile ostacolo sulla antica rotta verso le Indie, superato per la prima volta da Vasco da Gama). Il ristorante è enorme e la location spettacolare: sul mare, popolato da qualche coraggioso surfista, e accanto al porto, popolato invece da pescatori, foche e pinguini. La giornata passa superlativamente tra un bloody mary e uno shot di tequila, fino a quando, verso le 18, decidiamo di tornare indietro con lo stesso trenino colorato che ci aveva portato all'andata. In realtà la vera storia inizia qua, e non riguarda me ma N. N, tipico ragazzone sudafricano simpatico e alla mano, era alla festa con noi. La sua ragazza decide di tornare in treno col gruppo, scordandosi di rendergli le chiavi della sua macchina. N, un po’ perché era ubriaco un po’ perché il paesaggio è bellissimo, decide di tornare a piedi fino a Cape Town (una decina di km circa che attraversano la periferia della città). Dopo circa dieci minuti che camminava, quattro ragazzi lo avvicinano. “Hey, dove vai?”. N li osserva velocemente e fiuta subito il pericolo. E’ solo dopo qualche altro passo che i ragazzi si presentano. “Siamo dei twentysixers” dice quello alto. A sentire quelle parole, una goccia di sudore ghiacciato scende per la schiena di N. Sono dei membri della Numbers Gang, la gang più pericolosa di Cape Town.

Purtroppo la criminalità è uno degli aspetti negativi del Sudafrica: non te ne senti oppresso, ma devi sempre stare in guardia. Banalmente, l’alto tasso di criminalità che affligge questo paese origina dall’alto tasso di povertà e dall’estrema disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza. In particolare, sebbene le cose stiano cambiando, uno degli aspetti che fa si che la criminalità si mantenga pressoché costante, è che chi nasce povero in una baraccopoli non ha nessuna opportunità di fronte a sé (cosa principalmente legata a fattori culturali e al basso tasso di istruzione). La criminalità si divide in due macro gruppi: da un lato ci sono i poveri che rubano per sopravvivere, dall’altro la criminalità organizzata. La storia di N ha a che fare con il secondo gruppo. La Numbers Gang è una banda che opera principalmente all’interno delle prigioni sudafricane, sebbene i suoi tentacoli si estendano anche al di fuori di queste. I numeri rappresentano diverse divisioni della gang e i compiti assegnati ad ognuna di queste. Ogni numero ha una sua struttura interna costituita da tanto di tribunali e pseudo primi ministri della gang (datevi un’occhiata alla pagina di Wikipedia). La gang persegue una sorta di strategia del terrore e tramite questa si fa rispettare. Il terrore è nelle file della gang stessa: omicidi gratuiti come prova di coraggio, stupri e disponibilità a farsi stuprare dal capo diventando la sua lady-boy in carcere, furti e sequestri. Queste tra le attività preferite dai Numbers boys.

I 26 si occupano di accumulare ricchezza per la gang: chi meglio di N come pollo da spennare? N è tuttavia tutt’altro che desideroso di farsi fottere. Così decide di giocare la “carta dell’amicone”: inizia a fare conversazione e a scherzare con i quattro, che iniziano a camminare con lui. “Che fai nella vita? Guidi una macchina?” dice quello con la cicatrice sull’occhio, N mente spudoratamente e vola basso: lavoro malpagato e utilitaria. Appena si crea un po’ di silenzio N inizia a parlare del più e del meno, a dare pacche sulle spalle e abbracci. Solo quando ha finito tutti i numeri in repertorio chiede “Voi che fate?”. E’ qua che la seconda goccia di sudore, ghiacciata come la punta di una lama d’acciaio, attraversa la schiena di N. E’ il capo dei quattro a prendere la parola, racconta di come ha stuprato una donna che non voleva dargli i soldi e di come ha ammazzato un uomo su commissione della gang. N è ormai certo che da un momento all’altro arriverà il fatidico momento in cui dicono: “Ok bello caccia tutti i soldi!”. Un benzinaio spunta all’orizzonte: un’oasi nel deserto. I ragazzi gli fanno capire che gli è andata bene, lo lasciano là e gli dicono di non muoversi fino a quando la sua ragazza verrà a prenderlo. Gli dicono anche di non guardare nessuno negli occhi, perché potrebbe essere meno fortunato di quanto è stato con loro.

Quando i quattro se ne vanno il benzinaio esce e gli urla “Cosa hai in quella testa?! Giusto un mese fa ho dovuto soccorrere un ragazzo brutalmente accoltellato a quell’angolo della strada”. Quando N ci ha raccontato la storia era ancora evidentemente scosso, non so quando si rifarà una passeggiata fuori dal centro della città…

Video consigliato: Ross Kemp on Gangs – South Africa

IT

venerdì 28 febbraio 2014

SHONAN JUNAI GUMI - LA BANDA DELL'AMORE PURO DI SHONAN


Shonan Junai Gumi, creato da Tohru Fujisawa, altro non è che la narrazione delle vicende di Eikichi Onizuka e Riuji Danma ai tempi del liceo. In Italia tale opera è stata spesso spacciata come un “filler” del più noto Gto, facendola passare per un qualcosa creato in maniera a sé stante e successiva al grande successo riscosso dal manga in questione. In realtà, l'autore ha creato prima lo Shonan Junai Gumi e poi il Gto che ben conosciamo, in quello che è a tutti gli effetti un lavoro che è stato si diviso in due “spezzoni”, ma facenti parte dello stesso storyboard. La storia raccontata è tanto semplice quanto ben sapientemente gestita: i protagonisti sono conosciuti come gli Oni-Baku ( Oni sta per “demone” e indica le iniziali di Onizuka, mentre Baku indica “bomba”, il soprannome di Danma che è definito “la bomba umana”) e sono un noto duo di teppisti che cerca di vivere una vita liceale normale; la loro personalità e la loro “bravura” nel mettersi nei guai li porta però inevitabilmente a finire sempre in risse o comunque in situazioni al limite del grottesco. Il tutto inizia con i due che fingono di essere stati espulsi da un liceo maschile al fine di farsi ammettere all'istituto Tsujikuo; la scuola in questione è nota per l'abbondante presenza di compiacenti fanciulle, e quindi l'obiettivo dei nostri protagonisti è quello di iscriversi da quelle parti con la speranza di perdere la loro verginità. La loro fama di teppisti giungerà però immediatamente anche lì, con il risultato che Onizuka e Riuji incapperanno ben presto in scontri con i delinquenti dell'istituto, Saejima e Kamata, fino a sfociare in scontri sanguinolenti con le più rinomate bande di teppisti della città; tutto questo integrato con sketch esilaranti (l'ossessione della ricerca della ragazza è un “must” ricorrente) e l'immancabile moto, guidata rigorosamente senza casco. Riuji riuscirà a un certo punto anche a trovare la sua anima gemella (Nagisa) facendo precipitare nello sconforto Onizuka, il quale comincerà a frequentare personaggi e ragazze male intenzionate ignorando di piacere molto alla sua amica Shinomi. Con il proseguire della storia lo status dei due teppisti cresce esponenzialmente fino a portarli a diventare delle vere e proprie leggende, con la narrazione che si conclude con una mega-rissa (condita da armi di ogni genere) in cui sono presenti tutti i protagonisti principali del fumetto. La prima cosa che salta all'occhio del lettore è il miglioramento progressivo della qualità del disegno: i primi volumi, infatti, mostrano un disegno particolarmente grezzo, ma con l'evolversi della storia si delinea quello stile che poi renderà celebre Gto, con le mitiche “faccine” di Onizuka che fanno capolino verso la fine del racconto. Shonan Junai Gumi è molto utile per comprendere appieno alcuni aspetti poco chiari di Gto: ad esempio, nella storia “principale” non ci vengono spiegati bene i trascorsi tra Ryuma e Saejima, nonché da dove nasca la tanto decantata leggenda degli Oni-Baku. In questa prima parte tutto viene spiegato a dovere, con sketch in alcuni casi addirittura superiori a Gto ( imperdibile la scena in cui, dopo uno scontro di rilievo, si mettono a confrontarsi i peni) nonché una profonda cura della caratterizzazione dei due protagonisti. Consiglio assolutamente la lettura di tale opera per apprezzare ancora di più Gto e comprendere appieno l' intero arco narrativo delle vicende; da segnalare anche l'ottima riuscita dell'anime che ripercorre in maniera molto buona la storia raccontata dall'opera originale. Uno dei pochi casi in cui l'anime non svilisce il racconto fatto dal manga, e dunque un “bonus” a favore del lavoro che è stato fatto dal maestro Fujisawa e dal suo staff.

Tommy