sabato 8 marzo 2014
venerdì 7 marzo 2014
FIDELIO
17:33
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“Prego,
la parola d’ordine”.
“Fidelio”.
“Quella
è la parola per entrare, ma non per giocare”.
Questa
la scena clou dell’ultima pellicola firmata Stanley Kubrick,
criticata e non sempre apprezzata, considerata quasi minore rispetto
a capolavori del calibro di “2001 Odissea nello spazio” o di
“Full metal Jacket”. “Eyes wide shut” è un dipinto onirico
di un universo fatto di eccessi, di anarchica adulazione del
proibito, celato agli occhi dei più, ma a soli pochi chilometri di
distanza dal resto dell’umanità. Sappiate però che per rivivere
le atmosfere a luci rosse del film non serve riuscire ad entrare in
una setta segreta simile a quella disegnata dal regista americano;
una mail ben scritta ed essere di bell’aspetto possono essere
strumenti più che sufficienti per lo scopo. Esiste infatti un club
elegante ed esclusivo alle porte di Roma dove i desideri più
peccaminosi possono diventare realtà e numerose coppie da tutta
Italia si incontrano, si conoscono ed in piena libertà si
“scambiano” i propri partner. Stiamo parlando del Flirt Club,
ubicato in una località segreta sul lago di Bracciano, a pochi
chilometri dalla capitale.
Qui
“non è un do ut des, c’è una condivisione delle emozioni
allargata ad altre coppie. Un luogo dove le coppie possono
incontrarsi tra loro e lo possono fare liberamente, senza pressioni,
forzature” sono le parole di Genni a Repubblica, 46 anni,
proprietario dell’esclusivo club e da 20 anni nel mondo del
libertinaggio. In questo luogo infatti, perfetti sconosciuti si
incontrano, parlano, bevono e ridono assieme per poi nascondersi da
occhi indiscreti appartandosi in uno dei luoghi predisposti nella
struttura per un vero e proprio scambio di coppia (c’è una regola
però: non fare sesso nella piscina del locale per motivi di igiene).
Volete
sapere come entrare a far parte del mondo libertino del Flirt club?
Come già accennato, è necessario contattare il locale
telefonicamente oppure mandare una mail all’indirizzo disponibile
alla pagina web del Flirt. Verrà poi giudicato l’approccio verbale
utilizzato dagli interessati oltreché delle foto personali di lui e
di lei da allegare al messaggio di posta. I limiti di età sono 47
per lei e 48 per lui e la tessera d’iscrizione annuale costa 70
euro con possibilità di sconti ed agevolazioni per i soggetti più
giovani.
“All’inizio
è come una festa. Niente fa presagire cosa succederà
successivamente” prosegue Genni di fronte alle telecamere. Dei
braccialetti colorati indossati prima di sedersi a tavola sono poi
“la caratteristica del locale”: verde nel caso si sia alla
ricerca di una donna per la propria partner, lilla quando la coppia è
invece desiderosa di incontrare amanti un po’ più soft e grigio
nel caso si voglia trasgredire assieme ad un duo più “open mind”.
E quando scocca la mezzanotte (e Genni sorride) “arriva il fatidico
momento: viene suonata una campanella e le donne devono cominciare a
svestirsi e rimanere in lingerie”. Si continua a parlare, magari di
fronte ad un drink e poi avviene lo “scambio” nel caso in cui si
sia soddisfatti della compagnia durante la serata. Un’altra regola:
ognuno deve provvedere autonomamente a portarsi i propri
profilattici. E in caso di dimenticanza? E’ possibile chiedere al
bar e la vostra serata non sarà rovinata (ci sono anche profilattici
latex free per gli allergici).
Desiderosi
di rivivere le atmosfere del film di Kubrick? Allora siete nel posto
giusto.
Maste
giovedì 6 marzo 2014
FINGERTIPS - The Brian Jonestown Massacre
20:02
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Sicuramente
l'ecletticità è uno dei punti di forza dei The Brian Jonestown
Massacre (già a partire dal nome del gruppo, che fonde il nome del
leggendario Brian Jones - sì, quello dei Rolling Stones trovato
morto nel fondo di una piscina, probabilmente il primo artista ad
entrare nel famoso Club 27- con un orrorifico suicidio di massa
avvenuto a Jonestown nel 1978). Ecletticità derivante dal folle
leader Anton Newcombe, che riesce a rispecchiare tutto il suo carisma
post-psichedelico nella musica. E che musica. Quella dei The Brian
Jonestown Massacre è musica per pochi eletti, un incrocio tra
shoegaze, acid rock e blues che lascia ipnotizzati. Fingertips
(dall'appena ristampato Pol Pot's Pleasure Penthouse, album del 1991)
è una ballata psicotica accerchiata da un Wall Of sound che quasi
nasconde la voce, un puro esempio di shoegaze (genere che lo stesso
anno verrà portato alla perfezione con il famoso Loveless dei My
Bloody Valentine). Un vero e proprio masterpiece.
Mi.Di
martedì 4 marzo 2014
LE STATUE DI GHIACCIO
19:20
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Mentre
da ogni dove -spari- pensavamo alla vita passata, che si lasciava
dietro di sé un accozzaglia di spazzatura e rimpianti, come fosse
bava di lumaca. E, mentre gli spari scolpivano l'aria in sculture
dalle fattezze ambigue, distruggendo i nostri sogni futuri, il
piccolo fumo colante dal cielo giungeva al nostro sguardo
importunando le nostre riflessioni pre-presunta morte. Il fumo era
quello delle esplosioni, un'assurdità di boati che si infrangeva
contro la barriera del suono traumatizzandola, estorsione del caos in
pieno pomeriggio. Il sole, debole, veniva quasi coperto dalla nostra
guerra, e i suoi raggi grigeggiavano ingenui, mentre al loro tocco si
compiva una strage. A loro insaputa. Il ferro dei fucili, dei
proiettili, si surriscaldava coprendo lo scopo della stella madre,
scaldando anche i nostri corpi impauriti che in un'estasi di delirio
oscillavano tra il tremare ed il cadere cadaveri. L'adrenalina
captata dalle nostre menti poteva alimentare un'intera città, con i
suoi alberi color combustibile, l'alternarsi delle figure pedonali
sui semafori, le luci stroboscopiche a intermittenza delle pubblicità
e con i suoi pederasti pronti ad ogni angolo per. Tutto si potrebbe
risolvere con un semplice “attenzione”, ma chi ha il coraggio di
scagliare la prima pietra, in questo mondo? Perché rischiare per
niente, rischiare mentre le nostre vite avanzano fluide come
ingranaggi verso una grande luce promessa nelle chiese? Così ci
accontentiamo, cibi avariati in un catering perfetto. È un mondo di
merda, ma non per noi. Quindi. Quindi continua il ronzio delle
pallottole mentre i comandanti diluiscono la propria gola a colpi di
birra, sotto fuoco nemico. La trincea lentamente viene erosa dal
nostro passaggio, e intanto la propaganda per l'arruolamento si
ripete nelle mie orecchie, mi sembra di sentirla adesso, convincente
ed ipnotizzante dilagare dentro il mio inconscio che compie il suo
lavoro, ed eccomi qui, convinto da ipocrite parole al borotalco. I
neonati a casa aspettano la propria guerra sorseggiando latte dal
seno delle madri, e i genitori assumono ansiolitici mentre i figli al
fronte cadono come tessere di un domino. Mi immagino questa realtà
socchiudendo gli occhi, mentre morte al mercurio schiude i suoi
orizzonti davanti alla mia coscienza, accerchiandola lentamente. La
prima volta che feci la guerra ero piccolo, circa dieci anni, e
giocavo con gli amici nel cortile immacolato dell'infanzia. Le vere
azioni venivano simulate dalla liscia bocca di bambini viziati, con
in mano plastica cancerogena di fucili. Ricordo sempre come è facile
pietrificare questi attimi innocenti e felici, cosa credete, sono
diventato un animale, è vero, ma sparo quindi sono. E con una
misteriosa bacchetta magica riesco a soffermare il tempo, secondi
minuti scomparsi per un momento imprecisato, e nuoto all'interno
della mia mente. Il fiume è sconnesso, pericoloso, pieno di rapide,
ma mi addentro sempre più a fondo, fino a sentire l'acqua che bagna
i miei piedi. In questo fluido memoriale riesco a vedermi, in piedi
verso la superficie liscia del cielo, verso il costante battere del
sole, con addosso una perfetta divisa da decenne, conquistare colline
a colpi di fantasia, mentre il vento accarezza l'impassibilità della
mia giovinezza. Ma improvvisamente le lancette ricominciano a
scorrere, riprendendosi il tempo perduto, e mi trovo catapultato a
terra, assordato dal rimbombo di una granata di nuova generazione,
made in Taiwan, come le scarpe e le palle da calcio. In un primo
momento penso morto? Incarnato nella sapiente figura di una
lucertola? Polvere? Terra? Elettricità? Spavento.
Dissolto
e cosparso nell'aria reintegrato nello spazio energia del mondo
rovente sensazione di aldilà immacolata visione del nulla improvvisa
trasportazione in un telequiz in prima serata? Giuro. Sono i primi
pensieri che mi vengono. Fortunatamente, forse, sono tutti sbagliati.
E dopo un primo momento di disorientamento, pulsante nelle tempie,
mi rialzo e mi rendo conto. Vedo un compagno trinciato a metà e
distolgo lo sguardo, sforzandomi concentrandomi tentando di ritornare
all'interno del mio flusso di coscienza, che mi riporti indietro, giù
fino agli albori. Ma adesso non è facile, lo spavento copre tutto,
così fermo, accucciato in trincea parandomi dagli orrori che questo
mondo ha creato per noi, aspetto che ritorni la freddezza giusta per
concentrarmi sulla mia fuga. La freddezza che si può trovare
ovunque, a basso costo, grazie. La freddezza che si può trovare
mentre camminiamo all'interno delle nostre città, forti costruiti
appositamente per difenderci da un ordine. La freddezza che si può
trovare negli sguardi delle persone che ti camminano accanto, una
freddezza che quasi ti fa pensare di essere solo. Ti proietti in un
luogo deserto, carrelli abbandonati ai lati delle strade, fogli che
svolazzano trasportati dall'onnipresenza del vento, eco di vite
vissute che inquietano la traiettoria del silenzio che ti circonda,
silenzio di ghiaccio, silenzio di metallo, di vetro, di cemento,
silenzio al nylon all'etere, silenzio al polietilene al carbonio
silenzio al vetriolo. E quando ritorni alla realtà, scopri
inorridito che il luogo immaginato non è tanto diverso da quello
reale, in cui stai camminando sommerso da litri e litri di statue di
ghiaccio. Al sodio. I ricami negli elmetti rimandano ironicamente a
ciò che sta succedendo adesso, ma senza la sottile simpatia velata
nel sorriso degli amici, e io continuo a stare rannicchiato,
ripetendomi come un Bob Dylan “io non sono qui”.
MI.Di
lunedì 3 marzo 2014
12 ANNI SCHIAVO - Steve McQueen
15:25
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Dopo
lo sconvolgente esordio (Hunger) e il mezzo passo falso di Shame,
Steve McQueen accetta l’ardua sfida (premiata con la vittoria
dell'Oscar come miglior film) di mettere in scena
l’autobiografia di Solomon Northup, uno dei tanti americani neri
liberi fatti prigionieri e venduti come schiavi negli Stati Uniti pre
guerra di secessione e pre tredicesimo emendamento; uno dei pochi a
testimoniare il personale dramma vissuto.
Un
adattamento, dunque, particolarmente complicato per la materia
trattata, ricordando che quando si parla di schiavitù negli States
si va a toccare il vero e proprio convitato di pietra della storia e
della coscienza americane, il retaggio di un passato di cui ancora
non ci si è vergognati abbastanza. Lo sguardo di McQueen, regista ed
artista di colore, è quello di chi, dopo centocinquant'anni, sente
ancora l’esigenza di mostrare ai nostri occhi ciò che è stato e
che non avrebbe dovuto essere. E se il tema della schiavitù non è
più attuale, cosa dire del razzismo e più in generale della
discriminazione nei confronti delle minoranze?
Stato
di New York, 1841. Solomon Northup (Chiwetel Ejiofor) è impegnato a
vivere la propria esistenza. È un uomo, un musicista, ha una bella
famiglia, è libero ed è nero. Quest’ultimo dettaglio sarà la
ragione per la quale un giorno verrà rapito, fatto prigioniero,
incatenato e venduto come schiavo. Passerà di proprietà tra diversi
padroni (latifondisti, schiavisti, o comunque li si voglia chiamare)
finché non riotterrà la libertà dopo dodici anni di schiavitù.
Particolarmente dura sarà soprattutto la permanenza presso la
piantagione di cotone, in Louisiana, del sadico schiavista
interpretato da Michael Fassbender (tre film su tre con McQueen).
In
una messa in scena riuscita, la bellezza del film non sta tanto nel
cosa è rappresentato ma nel come; è il modo, particolarmente crudo,
in cui ci viene mostrata la tragica odissea del protagonista a
rendere il film intenso e toccante. La durissima ma
struggente poetica di McQueen raggiunge il suo apice nello
straordinario piano sequenza in cui, sullo sfondo di una quotidianità
apparentemente tranquilla, accompagnata nel suo incedere dal canto
degli uccellini, Solomon lotta con affanno tra la vita e la morte, il
collo stretto ad un cappio, i piedi alla disperata ricerca di un
appiglio salvifico. E mostrandoci (e per questo rendendoci testimoni
e in un certo senso complici) la mostruosa normalità di una pratica
abominevole, il film sprigiona così tutto il suo senso.
Alla
fine del cammino, che ha fatto conoscere a Solomon altre vite
sfruttate e violentate (indimenticabile la schiava Patsey,
interpretata da Lupita Nyong’o, premiata con l'Oscar alla migliore
attrice non protagonista), avverrà l’incontro con la persona che
condurrà il protagonista verso la propria libertà e il film verso
un finale che può sembrare consolatorio ma che consolatorio non è e
del resto non potrebbe essere. Negli occhi di Solomon, specchio di
un’anima martoriata, la consapevolezza che nulla potrà più essere
come prima.
Diccì
sabato 1 marzo 2014
CAPE TOWN - NUMBERS GANG
15:53
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Finalmente
è sabato. Niente lavoro, niente impegni, niente di niente. C’è un
compleanno che ci aspetta e una fantastica giornata di relax al mare
si prospetta. Prendiamo il treno (non è comune prendere i trasporti
pubblici qua in Sudafrica, specie se sei bianco) e ci dirigiamo verso
Kalk Bay, piccolo villaggio di pescatori in direzione di Cape Point
(per intendersi, dove c’è Capo di Buona Speranza, difficile
ostacolo sulla antica rotta verso le Indie, superato per la prima
volta da Vasco da Gama). Il ristorante è enorme e la location
spettacolare: sul mare, popolato da qualche coraggioso surfista, e
accanto al porto, popolato invece da pescatori, foche e pinguini. La
giornata passa superlativamente tra un bloody mary e uno shot di
tequila, fino a quando, verso le 18, decidiamo di tornare indietro
con lo stesso trenino colorato che ci aveva portato all'andata. In
realtà la vera storia inizia qua, e non riguarda me ma N. N, tipico
ragazzone sudafricano simpatico e alla mano, era alla festa con noi.
La sua ragazza decide di tornare in treno col gruppo, scordandosi di
rendergli le chiavi della sua macchina. N, un po’ perché era
ubriaco un po’ perché il paesaggio è bellissimo, decide di
tornare a piedi fino a Cape Town (una decina di km circa che
attraversano la periferia della città). Dopo circa dieci minuti che
camminava, quattro ragazzi lo avvicinano. “Hey, dove vai?”. N li
osserva velocemente e fiuta subito il pericolo. E’ solo dopo
qualche altro passo che i ragazzi si presentano. “Siamo dei
twentysixers” dice quello alto. A sentire quelle parole, una goccia
di sudore ghiacciato scende per la schiena di N. Sono dei membri
della Numbers Gang, la gang più pericolosa di Cape Town.
Purtroppo
la criminalità è uno degli aspetti negativi del Sudafrica: non te
ne senti oppresso, ma devi sempre stare in guardia. Banalmente,
l’alto tasso di criminalità che affligge questo paese origina dall’alto tasso di povertà e dall’estrema disuguaglianza nella
distribuzione della ricchezza. In particolare, sebbene le cose stiano
cambiando, uno degli aspetti che fa si che la criminalità si
mantenga pressoché costante, è che chi nasce povero in una
baraccopoli non ha nessuna opportunità di fronte a sé (cosa
principalmente legata a fattori culturali e al basso tasso di
istruzione). La criminalità si divide in due macro gruppi: da un
lato ci sono i poveri che rubano per sopravvivere, dall’altro la
criminalità organizzata. La storia di N ha a che fare con il secondo
gruppo. La Numbers Gang è una banda che opera principalmente
all’interno delle prigioni sudafricane, sebbene i suoi tentacoli si
estendano anche al di fuori di queste. I numeri rappresentano diverse
divisioni della gang e i compiti assegnati ad ognuna di queste. Ogni
numero ha una sua struttura interna costituita da tanto di tribunali
e pseudo primi ministri della gang (datevi un’occhiata alla pagina
di Wikipedia).
La gang persegue una sorta di strategia del terrore e tramite questa
si fa rispettare. Il terrore è nelle file della gang stessa: omicidi
gratuiti come prova di coraggio, stupri e disponibilità a farsi
stuprare dal capo diventando la sua lady-boy in carcere, furti e
sequestri. Queste tra le attività preferite dai Numbers boys.
I
26 si occupano di accumulare ricchezza per la gang: chi meglio di N
come pollo da spennare? N è tuttavia tutt’altro che desideroso di
farsi fottere. Così decide di giocare la “carta dell’amicone”:
inizia a fare conversazione e a scherzare con i quattro, che iniziano
a camminare con lui. “Che fai nella vita? Guidi una macchina?”
dice quello con la cicatrice sull’occhio, N mente spudoratamente e
vola basso: lavoro malpagato e utilitaria. Appena si crea un po’ di
silenzio N inizia a parlare del più e del meno, a dare pacche sulle
spalle e abbracci. Solo quando ha finito tutti i numeri in repertorio
chiede “Voi che fate?”. E’ qua che la seconda goccia di sudore,
ghiacciata come la punta di una lama d’acciaio, attraversa la
schiena di N. E’ il capo dei quattro a prendere la parola, racconta
di come ha stuprato una donna che non voleva dargli i soldi e di come
ha ammazzato un uomo su commissione della gang. N è ormai certo che
da un momento all’altro arriverà il fatidico momento in cui
dicono: “Ok bello caccia tutti i soldi!”. Un benzinaio spunta
all’orizzonte: un’oasi nel deserto. I ragazzi gli fanno capire
che gli è andata bene, lo lasciano là e gli dicono di non muoversi
fino a quando la sua ragazza verrà a prenderlo. Gli dicono anche di
non guardare nessuno negli occhi, perché potrebbe essere meno
fortunato di quanto è stato con loro.
Quando
i quattro se ne vanno il benzinaio esce e gli urla “Cosa hai in
quella testa?! Giusto un mese fa ho dovuto soccorrere un ragazzo
brutalmente accoltellato a quell’angolo della strada”. Quando N
ci ha raccontato la storia era ancora evidentemente scosso, non so
quando si rifarà una passeggiata fuori dal centro della città…
Video
consigliato: Ross Kemp on Gangs – South Africa
IT
venerdì 28 febbraio 2014
SHONAN JUNAI GUMI - LA BANDA DELL'AMORE PURO DI SHONAN
18:36
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Shonan
Junai Gumi, creato da Tohru Fujisawa, altro non è che la narrazione
delle vicende di Eikichi Onizuka e Riuji Danma ai tempi del liceo. In
Italia tale opera è stata spesso spacciata come un “filler” del
più noto Gto, facendola passare per un qualcosa creato in maniera a
sé stante e successiva al grande successo riscosso dal manga in
questione. In realtà, l'autore ha creato prima lo Shonan Junai Gumi
e poi il Gto che ben conosciamo, in quello che è a tutti gli effetti
un lavoro che è stato si diviso in due “spezzoni”, ma facenti
parte dello stesso storyboard. La storia raccontata è tanto semplice
quanto ben sapientemente gestita: i protagonisti sono conosciuti come
gli Oni-Baku ( Oni sta per “demone” e indica le iniziali di
Onizuka, mentre Baku indica “bomba”, il soprannome di Danma che è
definito “la bomba umana”) e sono un noto duo di teppisti che
cerca di vivere una vita liceale normale; la loro personalità e la
loro “bravura” nel mettersi nei guai li porta però
inevitabilmente a finire sempre in risse o comunque in situazioni al
limite del grottesco. Il tutto inizia con i due che fingono di essere
stati espulsi da un liceo maschile al fine di farsi ammettere
all'istituto Tsujikuo; la scuola in questione è nota per
l'abbondante presenza di compiacenti fanciulle, e quindi l'obiettivo
dei nostri protagonisti è quello di iscriversi da quelle parti con
la speranza di perdere la loro verginità. La loro fama di teppisti
giungerà però immediatamente anche lì, con il risultato che
Onizuka e Riuji incapperanno ben presto in scontri con i delinquenti
dell'istituto, Saejima e Kamata, fino a sfociare in scontri
sanguinolenti con le più rinomate bande di teppisti della città;
tutto questo integrato con sketch esilaranti (l'ossessione della
ricerca della ragazza è un “must” ricorrente) e l'immancabile
moto, guidata rigorosamente senza casco. Riuji riuscirà a un certo
punto anche a trovare la sua anima gemella (Nagisa) facendo
precipitare nello sconforto Onizuka, il quale comincerà a
frequentare personaggi e ragazze male intenzionate ignorando di
piacere molto alla sua amica Shinomi. Con il proseguire della storia
lo status dei due teppisti cresce esponenzialmente fino a portarli a
diventare delle vere e proprie leggende, con la narrazione che si
conclude con una mega-rissa (condita da armi di ogni genere) in cui
sono presenti tutti i protagonisti principali del fumetto. La prima
cosa che salta all'occhio del lettore è il miglioramento progressivo
della qualità del disegno: i primi volumi, infatti, mostrano un
disegno particolarmente grezzo, ma con l'evolversi della storia si
delinea quello stile che poi renderà celebre Gto, con le mitiche
“faccine” di Onizuka che fanno capolino verso la fine del
racconto. Shonan Junai Gumi è molto utile per comprendere appieno
alcuni aspetti poco chiari di Gto: ad esempio, nella storia
“principale” non ci vengono spiegati bene i trascorsi tra Ryuma e
Saejima, nonché da dove nasca la tanto decantata leggenda degli
Oni-Baku. In questa prima parte tutto viene spiegato a dovere, con
sketch in alcuni casi addirittura superiori a Gto ( imperdibile la
scena in cui, dopo uno scontro di rilievo, si mettono a confrontarsi
i peni) nonché una profonda cura della caratterizzazione dei due
protagonisti. Consiglio assolutamente la lettura di tale opera per
apprezzare ancora di più Gto e comprendere appieno l' intero arco
narrativo delle vicende; da segnalare anche l'ottima riuscita
dell'anime che ripercorre in maniera molto buona la storia raccontata
dall'opera originale. Uno dei pochi casi in cui l'anime non svilisce
il racconto fatto dal manga, e dunque un “bonus” a favore del
lavoro che è stato fatto dal maestro Fujisawa e dal suo staff.
Tommy
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