Dopo
lo sconvolgente esordio (Hunger) e il mezzo passo falso di Shame,
Steve McQueen accetta l’ardua sfida (premiata con la vittoria
dell'Oscar come miglior film) di mettere in scena
l’autobiografia di Solomon Northup, uno dei tanti americani neri
liberi fatti prigionieri e venduti come schiavi negli Stati Uniti pre
guerra di secessione e pre tredicesimo emendamento; uno dei pochi a
testimoniare il personale dramma vissuto.
Un
adattamento, dunque, particolarmente complicato per la materia
trattata, ricordando che quando si parla di schiavitù negli States
si va a toccare il vero e proprio convitato di pietra della storia e
della coscienza americane, il retaggio di un passato di cui ancora
non ci si è vergognati abbastanza. Lo sguardo di McQueen, regista ed
artista di colore, è quello di chi, dopo centocinquant'anni, sente
ancora l’esigenza di mostrare ai nostri occhi ciò che è stato e
che non avrebbe dovuto essere. E se il tema della schiavitù non è
più attuale, cosa dire del razzismo e più in generale della
discriminazione nei confronti delle minoranze?
Stato
di New York, 1841. Solomon Northup (Chiwetel Ejiofor) è impegnato a
vivere la propria esistenza. È un uomo, un musicista, ha una bella
famiglia, è libero ed è nero. Quest’ultimo dettaglio sarà la
ragione per la quale un giorno verrà rapito, fatto prigioniero,
incatenato e venduto come schiavo. Passerà di proprietà tra diversi
padroni (latifondisti, schiavisti, o comunque li si voglia chiamare)
finché non riotterrà la libertà dopo dodici anni di schiavitù.
Particolarmente dura sarà soprattutto la permanenza presso la
piantagione di cotone, in Louisiana, del sadico schiavista
interpretato da Michael Fassbender (tre film su tre con McQueen).
In
una messa in scena riuscita, la bellezza del film non sta tanto nel
cosa è rappresentato ma nel come; è il modo, particolarmente crudo,
in cui ci viene mostrata la tragica odissea del protagonista a
rendere il film intenso e toccante. La durissima ma
struggente poetica di McQueen raggiunge il suo apice nello
straordinario piano sequenza in cui, sullo sfondo di una quotidianità
apparentemente tranquilla, accompagnata nel suo incedere dal canto
degli uccellini, Solomon lotta con affanno tra la vita e la morte, il
collo stretto ad un cappio, i piedi alla disperata ricerca di un
appiglio salvifico. E mostrandoci (e per questo rendendoci testimoni
e in un certo senso complici) la mostruosa normalità di una pratica
abominevole, il film sprigiona così tutto il suo senso.
Alla
fine del cammino, che ha fatto conoscere a Solomon altre vite
sfruttate e violentate (indimenticabile la schiava Patsey,
interpretata da Lupita Nyong’o, premiata con l'Oscar alla migliore
attrice non protagonista), avverrà l’incontro con la persona che
condurrà il protagonista verso la propria libertà e il film verso
un finale che può sembrare consolatorio ma che consolatorio non è e
del resto non potrebbe essere. Negli occhi di Solomon, specchio di
un’anima martoriata, la consapevolezza che nulla potrà più essere
come prima.
Diccì







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