martedì 4 marzo 2014

LE STATUE DI GHIACCIO


Mentre da ogni dove -spari- pensavamo alla vita passata, che si lasciava dietro di sé un accozzaglia di spazzatura e rimpianti, come fosse bava di lumaca. E, mentre gli spari scolpivano l'aria in sculture dalle fattezze ambigue, distruggendo i nostri sogni futuri, il piccolo fumo colante dal cielo giungeva al nostro sguardo importunando le nostre riflessioni pre-presunta morte. Il fumo era quello delle esplosioni, un'assurdità di boati che si infrangeva contro la barriera del suono traumatizzandola, estorsione del caos in pieno pomeriggio. Il sole, debole, veniva quasi coperto dalla nostra guerra, e i suoi raggi grigeggiavano ingenui, mentre al loro tocco si compiva una strage. A loro insaputa. Il ferro dei fucili, dei proiettili, si surriscaldava coprendo lo scopo della stella madre, scaldando anche i nostri corpi impauriti che in un'estasi di delirio oscillavano tra il tremare ed il cadere cadaveri. L'adrenalina captata dalle nostre menti poteva alimentare un'intera città, con i suoi alberi color combustibile, l'alternarsi delle figure pedonali sui semafori, le luci stroboscopiche a intermittenza delle pubblicità e con i suoi pederasti pronti ad ogni angolo per. Tutto si potrebbe risolvere con un semplice “attenzione”, ma chi ha il coraggio di scagliare la prima pietra, in questo mondo? Perché rischiare per niente, rischiare mentre le nostre vite avanzano fluide come ingranaggi verso una grande luce promessa nelle chiese? Così ci accontentiamo, cibi avariati in un catering perfetto. È un mondo di merda, ma non per noi. Quindi. Quindi continua il ronzio delle pallottole mentre i comandanti diluiscono la propria gola a colpi di birra, sotto fuoco nemico. La trincea lentamente viene erosa dal nostro passaggio, e intanto la propaganda per l'arruolamento si ripete nelle mie orecchie, mi sembra di sentirla adesso, convincente ed ipnotizzante dilagare dentro il mio inconscio che compie il suo lavoro, ed eccomi qui, convinto da ipocrite parole al borotalco. I neonati a casa aspettano la propria guerra sorseggiando latte dal seno delle madri, e i genitori assumono ansiolitici mentre i figli al fronte cadono come tessere di un domino. Mi immagino questa realtà socchiudendo gli occhi, mentre morte al mercurio schiude i suoi orizzonti davanti alla mia coscienza, accerchiandola lentamente. La prima volta che feci la guerra ero piccolo, circa dieci anni, e giocavo con gli amici nel cortile immacolato dell'infanzia. Le vere azioni venivano simulate dalla liscia bocca di bambini viziati, con in mano plastica cancerogena di fucili. Ricordo sempre come è facile pietrificare questi attimi innocenti e felici, cosa credete, sono diventato un animale, è vero, ma sparo quindi sono. E con una misteriosa bacchetta magica riesco a soffermare il tempo, secondi minuti scomparsi per un momento imprecisato, e nuoto all'interno della mia mente. Il fiume è sconnesso, pericoloso, pieno di rapide, ma mi addentro sempre più a fondo, fino a sentire l'acqua che bagna i miei piedi. In questo fluido memoriale riesco a vedermi, in piedi verso la superficie liscia del cielo, verso il costante battere del sole, con addosso una perfetta divisa da decenne, conquistare colline a colpi di fantasia, mentre il vento accarezza l'impassibilità della mia giovinezza. Ma improvvisamente le lancette ricominciano a scorrere, riprendendosi il tempo perduto, e mi trovo catapultato a terra, assordato dal rimbombo di una granata di nuova generazione, made in Taiwan, come le scarpe e le palle da calcio. In un primo momento penso morto? Incarnato nella sapiente figura di una lucertola? Polvere? Terra? Elettricità? Spavento.
Dissolto e cosparso nell'aria reintegrato nello spazio energia del mondo rovente sensazione di aldilà immacolata visione del nulla improvvisa trasportazione in un telequiz in prima serata? Giuro. Sono i primi pensieri che mi vengono. Fortunatamente, forse, sono tutti sbagliati. E dopo un primo momento di disorientamento, pulsante nelle tempie, mi rialzo e mi rendo conto. Vedo un compagno trinciato a metà e distolgo lo sguardo, sforzandomi concentrandomi tentando di ritornare all'interno del mio flusso di coscienza, che mi riporti indietro, giù fino agli albori. Ma adesso non è facile, lo spavento copre tutto, così fermo, accucciato in trincea parandomi dagli orrori che questo mondo ha creato per noi, aspetto che ritorni la freddezza giusta per concentrarmi sulla mia fuga. La freddezza che si può trovare ovunque, a basso costo, grazie. La freddezza che si può trovare mentre camminiamo all'interno delle nostre città, forti costruiti appositamente per difenderci da un ordine. La freddezza che si può trovare negli sguardi delle persone che ti camminano accanto, una freddezza che quasi ti fa pensare di essere solo. Ti proietti in un luogo deserto, carrelli abbandonati ai lati delle strade, fogli che svolazzano trasportati dall'onnipresenza del vento, eco di vite vissute che inquietano la traiettoria del silenzio che ti circonda, silenzio di ghiaccio, silenzio di metallo, di vetro, di cemento, silenzio al nylon all'etere, silenzio al polietilene al carbonio silenzio al vetriolo. E quando ritorni alla realtà, scopri inorridito che il luogo immaginato non è tanto diverso da quello reale, in cui stai camminando sommerso da litri e litri di statue di ghiaccio. Al sodio. I ricami negli elmetti rimandano ironicamente a ciò che sta succedendo adesso, ma senza la sottile simpatia velata nel sorriso degli amici, e io continuo a stare rannicchiato, ripetendomi come un Bob Dylan “io non sono qui”.

MI.Di

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