mercoledì 29 gennaio 2014

LA FATTORIA DEGLI ANIMALI - George Orwell


“Il signor Jones, della Fattoria Padronale, aveva chiuso a chiave i pollai per la notte, ma era troppo ubriaco per ricordarsi di fissare anche gli sportellini. Col cerchio di luce della sua lanterna che ballonzolava da una parte all'altra, attraversò con passo malfermo il cortile, si sbarazzò a calci degli stivali sulla porta del retro, si spillò un ultimo bicchiere di birra dal barilotto nel retrocucina e poi salì fino in camera da letto, dove la signora Jones già russava”.

Così inizia in modo quasi favolistico il romanzo di turbolenta pubblicazione La fattoria degli animali.
Errore ormai diffuso è quello di far leggere questa brillante satira orwelliana a studenti in tenera età che, non avendo gli strumenti per poter decifrare tutto quel sottosuolo narrativo che impervia per tutta l'opera, possono solamente apprezzarne la superficie, lo specchio della vera storia che Eric Athur Blair alias George Orwell vuole invece raccontare.
Sin dalle prime battute la magia orwelliana prende corpo, un vecchio maiale che tutti chiamano il Vecchio Maggiore, rispettato dagli altri animali per via della sua lunga età che gli ha conferito una grande saggezza, con scaltrezza arringa i suoi compagni di stalla con un bel discorso, introducendo i fondamenti della teoria marxista: il lavoro di un animale produce più valore di quello necessario al suo mantenimento e il surplus viene prosciugato dall'uomo parassita.
Potremmo identificare il Vecchio Maggiore anche con Lenin poiché riesce a ridurre una complessa filosofia in massime facilmente comprensibili al resto degli animali; ma tre giorni dopo aver gettato le basi e gli ideali su cui la rivoluzione si dovrà basare, ovvero l'Animalismo, il Vecchio Maggiore morirà, mentre Lenin riuscì a guidare la Rivoluzione d'ottobre.
Le chiavi del futuro sono state svelate, ora tocca agli altri animali applicarle nel migliore dei modi.
Ogni animale rappresentato da Orwell è studiato con cura, niente è lasciato al caso, il maiale Palladineve dalla parlantina vivace può essere identificato con Lev Trotsky, un rivoluzionario sincero che si batterà con valore nella battaglia della stalla (Rivoluzione d'ottobre del 1917) che porterà al rovesciamento della dittatura di Jones (zar), del padrone, del nemico da sconfiggere, lo sfruttatore di un popolo.
Napoleone (Stalin) è un maiale corpulento, dall'aria feroce, non si districa altrettanto bene come il compagno Palladineve nei discorsi ai suoi compagni, ma riesce a distinguersi per via del suo opportunismo, la mancanza di freni morali; è disposto a tutto per arrivare al potere, usa una demagogia spicciola lasciando che il maiale Piffero vero e proprio propagandista, indottrini le pecore (le masse facilmente manipolabili) affinché belino slogan da usare a proprio vantaggio che si possano insidiare nella testa degli altri animali come una litania che non va più via.
Altre figure interessanti sono quelle del corvo Mosè (chiesa ortodossa) che cerca di fare più adepti possibili inculcando agli altri animali strane idee riguardanti un luogo bellissimo chiamato la Montagna di Zucchero Candito dove tutti potranno andare dopo la morte e quella di Boxer, cavallo instancabile atto a rappresentare il lavoratore sovietico incarnato nella realtà dal minatore Aleksej Stachanov.
Palladineve diventerà ossessionato dal mulino a vento non rendendosi conto che gli altri animali non riescono a stare al passo delle sue idee per il rinnovamento della fattoria e per questo Napoleone lo bandirà trattandolo come un traditore, accusandolo di sabotaggio, scaricandogli addosso le colpe di ogni evento negativo.
Ma i tempi peggiorano, i maiali e i cani inizieranno ad essere privilegiati, sfrutteranno i loro compagni per oziare e mangiare a sbafo a più non posso.
Per mantenere la sua autorità Napoleone si circonderà di cani rabbiosi (la polizia politica e lo squadrismo) pronti a sbranare chiunque si opponga al volere del nuovo despota.
La situazione inizia a precipitare, tutti lavorano come schiavi, le parole che Orwell ci consegna attraverso la cavalla Trifoglio, figura materna della stalla, scivolano dritte al cuore, sono tempi difficili, il malcontento è all'ordine del giorno. “L'idea che Trifoglio si era fatta del futuro, se mai se n'era fatta una, era quella di una società di animali affrancati dalla fame e dalla frusta, una società di uguali in cui ciascuno avrebbe lavorato secondo le proprie capacità e i più forti avrebbero protetto i più deboli, come aveva fatto lei proteggendo con la zampa quella sperduta nidiata d'anatroccoli, la notte in cui il Maggiore aveva tenuto il suo discorso. Invece – e non capiva perché – erano arrivati tempi in cui nessuno osava dire ciò che pensava, in cui si aggiravano ovunque cani ringhiosi e crudeli, in cui si dovevano vedere i propri compagni fatti a pezzi dopo aver confessato delitti sconvolgenti. Non c'erano pensieri di rivolta o insubordinazione nella sua mente. Sapeva che, persino in quelle circostanze, adesso si stava molto meglio che ai tempi di Jones e che la necessità prioritaria era quella d'impedire il ritorno degli esseri umani. Qualsiasi cosa potesse accadere, lei sarebbe rimasta leale, avrebbe lavorato sodo, eseguendo gli ordini che le avrebbero impartito e accettando la guida di Napoleone. Eppure non era in questo che lei e gli altri animali avevano sperato, non era per questo che si erano tanto affannati. Non era per questo che avevano costruito il mulino a vento e sfidato le pallottole di Jones. Ecco quali erano i pensieri di Trifoglio, anche se le mancavano le parole per esprimerli”.
Sono pagine forti queste, la favola che molti ragazzi hanno letto si trasforma in un bagno di sangue, il terrore all'ordine del giorno, maiali che commerciano con gli uomini, birra che scorre a fiumi, fino ad arrivare alla tragica conclusione, la realizzazione del totalitarismo riassunta nel settimo comandamento dell'Animalismo appena modificato: Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali degli altri.
E' lo spettro della fine, maiali che si confondono fra gli uomini, per non scordare che spesso l'uomo è il più animale degli animali.

Elle Bi

lunedì 27 gennaio 2014

THE WOLF OF WALL STREET - Martin Scorsese


Dopo molti anni vede finalmente la luce il progetto della coppia Scorsese-Di Caprio di mettere in scena l’autobiografia di Jordan Belfort, fondatore della Stratton Oakmont, agenzia di brokeraggio con la quale è riuscito a costruirsi un’enorme patrimonio truffando numerosi investitori fino a quando, entrato nel mirino del bureau, viene smascherato e condannato.

Alle prese con un adattamento sicuramente ostico Scorsese da fondo a tutto il suo straordinario repertorio cinematografico regalando nuovi momenti da consegnare alla storia del cinema fra piani sequenza e carrelli mozzafiato il tutto sapientemente montato dal suo editor di fiducia (Thelma Schoonmaker). Conferma, se ancora ce ne fosse stato bisogno, di essere il miglior regista vivente.

Non da meno è la straordinaria performance di Leonardo Di Caprio (nuovo feticcio scorsesiano dopo De Niro) nel ruolo della vita che forse gli regalerà l’ambita statuetta, vera punta di diamante di un cast che funziona alla perfezione (menzione d’obbligo anche per la spalla Jonah Hill, anche lui in odore di statuetta).

Ma veniamo al film, partendo da una necessaria premessa: se da qualche parte si è ritenuto opportuno gridare allo scandalo per la rappresentazione troppo romanzata e vagamente idolatrante della vita di colui che rimane a tutti gli effetti un criminale (da questo punto di vista non ha certo giovato aver dato a Belfort il volto bello e carismatico di Leo) dal mio (e non solo) punto di vista il film riesce, in tutti i suoi quasi centottanta minuti, a mostrare, senza cadere in facili moralismi o gustizialismi, la parabola di un uomo che per inseguire il sogno della ricchezza ha deliberatamente scelto di percorrere vie che scorrono parallele a quelle della giustizia (innanzitutto americana: “fuck you, U.S.A.” si grida negli uffici della Stratton Oakmont). Parabola che ricorda, nella sua ascesa-discesa, quella dei gangster tanto cari al regista newyorkese, da Henry Hill a Sam Rothstein.

Quello di Scorsese è tuttavia un sottile ma nondimeno potente atto d’accusa ad un mondo, quello capitalista, in cui tutto è in vendita perché tutto ha un prezzo, dove si vende perché si è prima creato un bisogno ad hoc, dove i soldi sono la droga più potente. In un mondo così vince non chi fa soldi ma chi ne fa a spese degli altri, chi, per usare un’espressione più colorita, riesce a metterlo nel culo agli altri (emblematica a tal proposito, ed agghiacciante, è la cena in cui il protagonista mostra ai suoi colleghi novizi come fottere un cliente).

Ciò che è ancora più agghiacciante però è che il sogno di Jordan Belfort è, alla fine dei conti, il sogno di tutti. Nella scena che chiude il film, nella attentissima platea, dinanzi alla quale Belfort sta svolgendo la sua nuova occupazione di motivational speaker, ci sono persone comuni, nuovi adepti, che pendono dalle labbra di colui che “ce l’ha fatta”, concentrati per cercare di carpirne il segreto.

Il denaro (così come il sesso o la droga) rappresentano il bisogno primario, assolutamente animale, in un mondo totalmente asservito alle logiche del capitale. Il dollaro come unità di misura del successo americano, la ricchezza come spartiacque tra realizzazione e fallimento.

Per fortuna, in mezzo a cotanto baccanale Scorsese trova il tempo (breve e intenso) per mostrarci l’altro volto della grande illusione americana, il volto più vero, nei cui occhi è già spenta la fiaccola dell’american dream. È il volto dei passeggeri della metro; è il volto di Patrick Denham (Kyle Chandler), l’investigatore federale che ha dato la caccia a Jordan Belfort. Idealmente, noi ci sediamo al loro fianco.

Diccì

sabato 25 gennaio 2014

STORIA DI F. - Domenico Martino

venerdì 24 gennaio 2014

IL "LUPO" E' IN BUONA COMPAGNIA A WALL STREET


Forse alcuni di voi avranno letto la breve biografia di Jordan Belfort spinti dalla curiosità suscitata da una delle pellicole del momento: “The wolf of Wall Street”. Per quanti non lo avessero ancora fatto non svelerò alcun particolare in questa sede.

Ma vi assicuro che il tanto affamato ‘lupo’ di Wall Street può essere considerato un ragazzino se confrontato con qualche altro ‘animale’ un po’ più affamato di lui. E questi in prigione ancora non ci sono andati.

Guadagni) Giusto per cominciare con i numeri di alcuni grossi broker della Grande Mela, abbiamo un certo Luis Bacon, trader e fondatore della Moore Capital Management che prima della crisi finanziaria si portava a “casa” 400 milioni di dollari l’anno. Tanto? Come premesso, ho appena iniziato. Vi è infatti un ex-taxista, sempre di NY, che è riuscito ad essere più in gamba: Bruce Kovner, fondatore di Caxton Associates ‘gioca’ e raddoppia riuscendo ad intascare 800 milioni di bigliettoni. Non male. Ma si può fare di più. Steven Cohen, padre dell’hedge fund SAC Capital Advisor, durante gli anni precedenti la crisi poteva staccare un assegno da un miliardo di dollari. Ma il podio è saldamente nelle mani di Edward Lampert, fondatore, chairman and CEO di ESL Investments che trionfa sui suoi rivali con una cifra anche difficile da pensare: UN MILIARDO E MEZZO di dollari.

Shelter”) Ovviamente se lavori a Wall Street le dimore non possono essere da meno del tuo stipendio. Ed ecco che Stephen Schwarzman come ‘rifugio’ possiede 3 piani di un grattacielo di Manhattan composto da 35 stanze per un totale di 20000 piedi quadrati. Valore? 30 milioni di dollari. Ma c’è anche spazio per la nostalgia in questo articolo; e quale storia poteva essere più toccante di quella di un ex-professore di matematica del liceo che acquista nel centro di NY un intero dormitorio scolastico per 20 milioni di bigliettoni? Nessuna. Grazie Jeffrey Epstein per questo racconto commovente. Ed inoltre, con una superficie totale di oltre 51000 piedi quadrati fa apparire qualcosa di insignificante il Taj Mahal ed i suoi circa 31000 piedi quadrati.

Bonus) Ma il momento di strofinarsi le mani per questi gentiluomini arriva soprattutto a fine anno: il capo arriva a strappare l’assegno firmato e con una pacca sulla spalla dice: “Bravo James Cayne, ti sei guadagnato 34 milioni di dollari”. Ben fatto. E sapevate che nel 2006 i cinque primi fondi di investimento a Wall Street hanno letteralmente ricoperto i propri dipendenti di una valanga di denaro? 36 miliardi di dollari in premi aziendali. Non possiamo dire non siano stati generosi. E quindi non deve stupire se Lloyd Blankflein di Goldman si è portato a casa 53.4 milioni di dollari come regalo di Natale.

Trasporti) E certamente la cosiddetta ‘prima classe’ non è neanche contemplata da questi gentlemen. Fare il viaggio in compagnia di ‘sconosciuti’ e vicini di posto fin troppo socievoli? No way. Ad esempio il caro Alex Schneider, co-fondatore di Midland Group, col suo aereo da 45 milioni di dollari “Global express” ha oramai dimenticato cosa vuol dire fare la fila al check-in. E quando la voglia di volare scarseggia ed il mare lo permette, uno yacht da 170 piedi può fare comodo, soprattutto se dotato di una sala cinema. John Devaney poi, oltre al suo jet privato, possiede una vera e propria flotta di 10 navi dai nomi più bizzarri. Alcuni esempi: “A time for us” (118 piedi) e “The big easy” (129 piedi), regalo per la propria madre. What a good son!. E vi ricordate poi del nostro Jeffrey ex-insegnante ora multi miliardario? Il ‘nostalgico’ possiede un vero e proprio parco aereo tra cui spicca un Boeing 727! E che diavolo se ne fa di un Boeing? Ci porta a spasso persone del calibro di Bill Clinton per i loro safari in Africa ad esempio.

Spese pazze) Alex Schneider nel 2005 decide di comprarsi un intero team di formula 1 per 50 milioni di dollari rivendendola poi un anno dopo per oltre 106 milioni. Passione redditizia. Ma poi lo sapete chi è stato il prima turista spaziale della storia? E chi se non un broker cresciuto con la passione dello spazio. Dennis Tito bachelor in aeronautica e fondatore della Wilshire Associates ha pagato nel 2001 un biglietto con destinazione ‘spazio’ per 20 milioni di dollari. Stellare anche il prezzo direi.

Lovelife) Di cose curiose ce ne sarebbero da dire ma concludiamo questa breve carrellata di esagerazioni con un’ultima chicca. L’esistenza di un'agenzia di incontri per super bankers. Il pacchetto base per la ricerca della tua anima gemella ha il modico costo di 15000 dollari, ed arrivare alle sei cifre è davvero un attimo. La promessa in cambio di un tale costo? Percentuale di trovare la propria anima gemella al primo incontro del 35% ed un catalogo di sole top model e donne super hot tra cui scegliere. Coi soldi ed infelici? Non mi pare affatto.

Maste

giovedì 23 gennaio 2014

LION WITH A LAZER GUN - Hatcham Social



Alla parola "indie" associo immediatamente i primi anni 2000: se New York accese la miccia, è stata sicuramente Londra ad aver amplificato l'esplosione di un decennio quanto meno eccitante che ha riportato il rock indipendente in classifica. Si può sopravvivere ad un momento discograficamente prolifico e, nel bene o nel male, propositivo? Alcune band del periodo sfondano nel mainstream, altre scompaiono come meteore: gli HATCHAM SOCIAL fanno eccezione e mantengono nel passare degli anni un profilo indipendente, rispettato, con una proposta ben delineata. Infatuazioni newwave, songwiriting romantico e un sound ruvido li continuano a rendere riconoscibili. Tornano alle stampe con il terzo album "Cutting Up The Present Leaks Out The Future", anticipato dai due ottimi singoli "More Power To Live", energico con echi dei Velvet Underground più arrabbiati e "A Lion With A Lazer Gun". Nel secondo il quartetto inglese alterna linee vocali figlie di Ray Davies ad un incedere ritmato, dove la new wave incontra il songwriting, le chitarre i violini e le atmosfere si fanno rarefatte, grazie a reverberi ed echi mai invadenti. Dietro al banco siede Tim Burgess, leader dei The Charlatans, che licenzia l’album sulla sua O' Genesis Records.
Il 30 gennaio sbarcano a Firenze sul palco del COMBO. Imperdibili.

Radio

martedì 21 gennaio 2014

BOOMERANG - Capitolo 1, Rob


Le immagini irrompevano con tutta la loro fisicità sullo schermo al LED, Rob se ne stava in piedi con occhi da cane rabbioso, il respiro sbuffava come una locomotiva a vapore; la testa sgombra da ogni sorta di pensiero.
Due donne si stuzzicavano alla tivù, la bionda serpeggiava sul letto con occhi maliziosi e un enorme dildo ben stretto nella mano destra, la mora era immobile, in una posizione sacra, fino a quando la compagna non le infilava quel corpo estraneo all'interno della vagina; improvvisamente la mora cambiava espressione, il viso da passivo si colorava di stupore ricordando quello di Maria dopo la visita dell'Angelo annunziante.
Rob, pantaloni calati, mutande a mezza altezza, il membro stretto in pugno nella destra, sigaretta fumante nella sinistra, si smanettava nel bel mezzo del suo rituale liberatorio. Tutti i giorni ripeteva la parte a memoria, striscia di coca, lesbo porno, cazzo in una mano e cicca nell'altra.
Non fumava mai quella sigaretta, la teneva lì, a consumare lentamente, quasi come se la cenere fosse il testimone oculare della sua perversione.
“Vorrei essere sempre eccitato, sì, sì, sarebbe fantastica una vita così!” pensava con la bava alla bocca.
Da lontano si sentiva una musica fievole e raffinata, era Ravel, il Bolero, proveniva soave dalla casa dei vicini, i bassi sottofondi musicali di quel porno di serie B si contrapponevano alla musica “alta”, creando uno strano contrasto.
Il Bolero si impossesò della mente di Rob, lui lo riconobbe, non perché fosse un grande intenditore, ma perché mesi prima aveva effettuato una strana ricerca su Google: “Canzoni afrodisiache per fare sesso” aveva cercato sul Web.
Gli apparve una lunga lista, fra queste il Bolero spiccava come una bomba che si insinua nel basso ventre, una bomba che fa tremar le gambe, per questo motivo quando Rob riconobbe la canzone si eccitò ancora di più, iniziò a pensare che i vicini stessero facendo un su e giù selvaggio, come lo chiamava lui.
Su, giù, su, giù, su gi...
Driiiiiiin, il campanello ruppe quella magia.
“Cazzo, cazzo, cazzo!” bofonchiò rimettendosi i pantaloni.
Aprì la porta, Jo lo guardava con un sorriso diabolico.
“Ho portato un po' di scacciapensieri” disse tirando fuori una bustina.
“Oooookkeiii” rispose Rob come se nulla fosse.
I due si misero sul divano, incollati davanti alla tivù, fecero un po' di zapping sintonizzandosi su National Geographic, un ghepardo scorrazzava per la savana sbranando prede.
“Cazzo, i leopardi sono proprio una bomba! Tutta quell'agilità, quella cattiveria, pronti ad azzannare tutti” disse Jo animato da furia felina.
“E' un ghepardo, i leopardi hanno delle macchie più intense...e poi...non vedi com'è smilzo? Sembra una gazzella, i leopardi sono più come le tigri o i leoni”.
“Leopardo, ghepardo, che cazzo cambia? Sempre felini sono, no?”.
“Certo, anche il gatto è un felino ma non va a 100 chilometri orari” ribatté Rob.
“Rob, non me ne fotte un cazzo degli animali e della savana, se volevo la paternale me ne stavo a casa a sorbirmi le puttanate dei miei” rispose Jo svuotando la busta sul tavolo.
“E' roba buona” disse Rob leccando l'interno della busta.
“Il miglior scacciapensieri dall'alba dei tempi, eroina di prima qualità” rispose Jo con fare da moderno Cicerone.
Jo era molto orgoglioso dei suoi prodotti, ogni tanto se ne usciva con gemme rare che potevano fare la felicità di molti drogati, in questo momento avrebbero fatto la felicità di Rob.
Dopo qualche striscia Jo si rilassò sprofondando sul divano nel silenzio più totale, Rob invece aveva sensazioni contrastanti, la botta dell'eroina lo cullava dolcemente portandolo verso nuovi lidi, fantasticava su quel ghepardo, si immaginava di corrergli al fianco, ma la coca lo risvegliava prontamente tenendolo sull'attenti come un marines.
Gli piaceva quel doppio effetto, su, giù, su, giù, la sua vita era tutta così, altalenante fra momenti di massima eccitazione e altri di apatia, depressione, noia, stati dovuti sopratutto alla mancanza di quell'eccitazione che ricercava in continuazione.
“Certo che vivere da solo dev'essere uno sballo!” disse Jo dopo minuti di silenzio.
Rob, non rispose, annuì con il capo, e ripensò a quando era morta sua madre, a quando aveva ereditato quella casa di 70 mq, a quando era ancora un ragazzo per bene.
Era la casa del popolo, della tribù della scimmia, sì, così si facevano chiamare, fratelli di polvere bianca che si riunivano quasi tutti giorni in quella casa, parlando spesso del niente, o quando andava bene di qualcosa.
Guardando il ghepardo in tutta la sua elasticità, si eccitò, nella sua mente albergavano ancora le immagini libidinose delle due lesbiche, la mora e la bionda, improvvisamente il corpo del felino gli apparve sexy e provocante, fuse le due donne con l'animale, le macchie nere a rappresentare la mora e il resto del corpo chiaro come l'audace bionda.
Sentì il testosterone a mille, iniziò ad ansimare, la lingua appena fuori dalla bocca, gli occhi sbarrati, era una iena, o meglio appariva come tale.
Si girò verso l'amico, che era collassato in un buio mentale.
“Ehi Jo, Jo mi senti?”.
Nessuna risposta.
“Ehi Jo, avrei una cosa da sbrigare”.
Nessuna risposta.
“Joooo, mi senti? Cazzo Jo, svegliati...devo finire una pratica”.
“Mmmmm” emise Jo in trance.
“Ok, lo prendo per un sì, sei proprio un amico”.
Si alzò, rimise il porno nel momento in cui la mora riceveva il dildo, era il suo pezzo forte, amava vedere la faccia della tipa animarsi tutto d'un tratto, pitturarsi di gioia e commozione.
Accese una sigaretta, si tirò giù i pantaloni e continuò il suo rituale.

Elle Bi

lunedì 20 gennaio 2014

AMARCORD - Federico Fellini


A m’arcord è la traduzione in dialetto romagnolo della frase “Io mi ricordo” e già dal titolo il “romagnolo” Fellini dichiara i suoi intenti: ricordare gli anni dell’adolescenza trascorsi a Rimini. Quindi, un film della memoria nel quale il regista ricompone il suo universo adolescenziale attingendo soprattutto alla fantasia che l’aiuta a ricostruire il “magico” borgo in cui trascorse i primi vent’anni della sua vita come fosse un teatrino o la pista di un circo dove far muovere le sue marionette e i suoi clown.
Siamo negli anni Trenta, quelli del fascismo trionfante e della proclamazione dell’impero sabaudo-mussoliniano, e il contrasto fra le ambizioni di grandezza dell’Italia e la misera realtà della sua provincia genera situazioni paradossali.
Fellini utilizza proprio il paradosso per riesumare dal baule della sua memoria i luoghi, i personaggi e i fatti del suo vissuto. I primi resi fantastici dal passare degli anni, i secondi rivisti con il distacco del tempo e ridisegnati con tratti caricaturali, gli ultimi ricordati con immutato candido stupore di ragazzo.
Fondendo tutti questi ingredienti fra loro, Fellini cucina un tipico menù romagnolo condito con le musiche del grande Nino Rota. In Amarcord ritroviamo i sapori e gli umori di una terra sanguigna che l’autore racconta con amore e nostalgia. I personaggi sembrano arrivare sullo schermo direttamente dal carosello finale di Otto e mezzo.Sono caricature, macchiette, alcuni solo semplici fantasmi che sembrano usciti dalla matita del primo Fellini che lasciò la sua città natale proprio per fare il disegnatore satirico prima a Firenze e poi a Roma.
La barista Gradisca, la Volpina, l’avvocato, lo zio matto, don Balosa, il preside e i professori, il proprietario del cinema Fulgor, muovendosi come in una vignetta, conferiscono coralità al film che ha in Titta non un protagonista ma un filo conduttore a cui è affidato il compito di legare fra loro personaggi e situazioni.
Seppur visti con la tenerezza del ricordo, gli eventi che scandiscono la vita del Borgo sono rappresentati umoristicamente in netta contrapposizione al modo retorico e altisonante in cui venivano vissuti negli anni Trenta.
Il passaggio del transatlantico Rex, quello delle Mille Miglia, la festa per il Natale di Roma, la liturgia delle feste religiose vengono riproposte in maniera burlesca.
Fellini riesce a “suonare” in questo film tutte le corde a lui più congeniali passando con disinvoltura dalla poesia all’umorismo, dal fantastico al grottesco, dal magico al burlesco tanto da creare un universo irreale che si distacca dalle originarie storie della provincia romagnola per assumere i contorni di metafore dell’esistenza dal valore universale. Per questo il film fu fino alla sua uscita apprezzato in tutto il mondo ottenendo il premio Oscar come miglior film straniero nel 1974.

Elle Bi