mercoledì 18 dicembre 2013

LIGHTNING BOLT - Pearl Jam




“It didn’t feel like a TV show at all, actually”. Così Eddie Vedder, frontman dei Pearl Jam, chiudeva la loro esibizione agli MTV Unplugged. Era il 1992, e il gruppo di Seattle aveva il mondo ai propri piedi. Giovani e belli, erano tremendamente talentuosi, tecnicamente perfetti, anticonformisti. Stilisticamente diversi dal resto del panorama grunge (Nirvana, Soundgarden, Alice in Chains), le influenze di artisti come Neil Young e The Who si sentivano eccome, "addolcendo" quel suono livido, graffiante di rancore che in quel periodo usciva dagli Walkman di tutta Seattle.
Era vero, i TV show sono un’altra cosa: le loro canzoni erano tormentate, parlavano di omicidi, padri ignoti, suicidi, violenza, solitudine, disagio esistenziale. Davano voce autentica e una via d’evasione all’America più giovane e arrabbiata. Ma se Kurt Cobain era il lamento viscerale di chi è sull’orlo dell’abisso, Eddie Vedder era il canto genuino di una contropastorale che sapeva parlare al cuore delle persone, fatta d’impegno e partecipazione. Negli Stati Uniti di Bush padre e Bill Clinton, le loro iniziative anticommerciali provocavano spesso clamore (dal rifiuto di girare videoclip alla guerra contro il colosso Ticketmaster sui prezzi dei loro concerti), tant’è che Rolling Stones arrivò a scrivere che la band “spese la maggior parte degli anni Novanta ad allontanare la propria fama”. Lo stesso Vedder (che fino a qualche mese prima faceva il benzinaio) chiamò tutti i maggiori Studios d’America per assicurarsi di persona che nessuno si azzardasse a trasmettere Black, una ballata di struggente bellezza (scritta da Stone Gossard) che andava, in qualche modo, protetta. Troppo delicata, diceva Eddie, per darla in pasto al mainstream musicale.
Il 15 ottobre scorso, ventidue anni dopo la pubblicazione di quel gioiello (ineguagliato) che fu Ten, è uscito Lightning Bolt, e non ha mancato di suscitare diverse perplessità, soprattutto tra i puristi del grunge. Eppure il suono dei Pearl Jam non è più quello d’inizio anni Novanta da qualche tempo, e paragonare Lightning Bolt (che rimane un bel disco) con gli esordi rischia di essere un esercizio di accademia piuttosto inutile. Certo Vedder e compagni vanno per i cinquanta e la verve creativa non può essere quella di cinque ventenni affamati; ascoltandolo non sentirete il "graffio" dei primi album, probabilmente non griderete al capolavoro, ma dischi così in giro oggi se ne vedono pochi.
Lightning Bolt inizia con due pezzi alla Pearl Jam: Getaway e Mind Your Manners. Le valvole di Gossard e McReady sono belle aperte, i riff incendiari e acidi ricordano molto classici come Spin the Black Circle e Do The Evolution. Ascoltare Eddie che urla ancora contro l’ipocrisia del potere fa bene al cuore, e se siete dei fan della band vi si spalancherà il sorriso di chi dopo tanto tempo riabbraccia un vecchio amico. Passando per My Father’s Son (pezzo forse più oscuro e sperimentale, con un testo complesso e il basso di Ament in prima linea) si arriva a Sirens, scritta dal guitar hero Mike McReady e secondo singolo estratto (dopo Mind Your Manners). Una ballata elegante e delicata, probabilmente uno dei brani migliori del disco, soprattutto grazie alla superba interpretazione di Eddie. Certo, le sonorità sono più piene e rotonde di quelle di Yellow Ledbetter, ma la melodia è affatto banale e le parole mettono i brividi.
La title-track Lightning Bolt è una composizione di rock puro, ben fatto, con McReady e Gossard che picchiano come fabbri, e riporta alla mente la visionaria World Wide Suicide. In questo filone s’inserisce anche Swallowed Whole, forse un po’ più cauta ma comunque coriacea. In mezzo due pezzi così diversi come Infallible e Pendolum. Se la prima saprà farsi ricordare sarà soprattutto per merito della voce di Eddie, che impreziosisce un brano altrimenti piuttosto anonimo. L’altra è invece una vera e propria perla: le atmosfere malinconiche e fumose ipnotizzano ed entrano direttamente nelle vene; unite a un testo splendido quanto inquieto, stanno lì a ricordarci che Ament e Gossard non hanno mica scritto canzoni come Jeremy e Alive per puro caso. L’ultimo pezzo con gli amplificatori sparati al massimo è la blueseggiante Let The Records Play, con Mike McReady che gioca a fare Stevie Ray Vaughan come ai bei tempi di Even Flow: divertimento allo stato puro.
Da qui fino alla fine il volume si abbassa, gli overdrive si spengono e il disco si chiude in maniera soffice. In Sleeping By Myself (brano ripreso da Ukulele Songs, riarrangiata senza essere però stravolta) torniamo a gustarci un po’ di quel Vedder che impressionò come solista in Into The Wild, uno dei migliori e più intimi lavori di cantautorato del nuovo millennio. Certo le venature folk hanno fatto storcere il naso a molti, e qualcuno li ha persino paragonati ai Mumford and Sons. Non scherziamo, su. Anche Yellow Moon è stata etichettata come riempimento, e probabilmente lo è, ma rimane comunque un esercizio, seppur statico, di talento compositivo. L’ultima canzone è Future Days, ed è probabilmente qua che si sublimano i vent’anni trascorsi dall’uscita di Ten a oggi. Pianoforte e violino creano un’atmosfera dolce e intima, per una canzone d’amore un tempo impensabile. Se l’arrangiamento è estremamente pulito, il pezzo non è stucchevole, ma trasuda una maturità e una delicatezza impareggiabili. Nonostante gli uragani, i venti e le maree che si avvicinano “I believe and I believe ‘cause I can see / Our future days, days of you and me”.
Lightning Bolt è in definitiva un bel disco, probabilmente uno dei migliori fra i più recenti della band. Il furore anticapitalista di un tempo non c’è più, ma accusare i Pearl Jam di essere commerciali per qualche venatura pop sfiora il ridicolo. C’è tanto mestiere e qualche pezzo di livello eccelso: se fosse il disco di debutto di una nuova rock band ci staremmo probabilmente strappando i capelli. Insomma, alla soglia dei cinquant’anni questi cinque ex-ragazzi sono ancora tra le voci libere d’America, portatori sani di un’autenticità sempre più rara. Riescono ancora a raccontare grandi storie, farti emozionare, dirti qualcosa che è anche tuo. A farti venire la voglia di alzare le chiappe e lottare per quello in cui credi.
E’ bello sapervi ancora in giro. Grazie.

(Prossime tappe italiane, 20 giugno a Milano e il 22 a Trieste. Per un 2014 di fuoco).


Coro

martedì 17 dicembre 2013

IL CICLISTA


Il sudore gli colava sulla fronte impedendogli di vedere distintamente, gli avversari lo braccavano come sciacalli affamati, era l'ultima salita, la tappa della consacrazione, lui era lì, in testa alla lunga fila di ciclisti che annaspavano per lo sforzo finale.
Si sentiva osservato, invidiato, bruciato dagli sguardi nemici che non potevano fare altro che guardargli il fondoschiena.
Era troppo veloce, una scheggia in pianura, una locomotiva in salita.
Guardava dritto davanti a sé come un puledro da corsa, tirava piccole boccate d'ossigeno calibrando ogni respiro.
Pedalando ripensò a tutti i chilometri che aveva fatto, a tutte le avversità che aveva superato stringendo i denti.
Il sole cominciava a farsi sentire su quella strada di montagna, ma il capofila non era tipo da arrendersi per così poco, aveva mantenuto la sua posizione in condizioni ben peggiori, ricordava ancora con estrema commozione la pioggia torrenziale che li aveva aggrediti durante la settima tappa, ma lui, fradicio come un pulcino, aveva evitato una brutta caduta all'ultimo secondo con fare da acrobata.
Era l'astro nascente, il fenomeno venuto dall'est, tutti lo guardavano con ammirazione, ma allo stesso tempo volevano la sua carcassa, sopratutto quell'italiano che gli stava alle calcagna da centinaia di chilometri, la sua era la faccia di chi non vuole perdere, di chi tenterà il tutto per tutto fino all'ultimo per spodestare l'imbattibile.
Ma il capofila non mostrava nessun cedimento, ripensava a tutti gli allenamenti a cui si era sottoposto, alle diete sane e sotto controllo, al vizio del fumo che tanto lo affascinava ma al quale rinunciava, ricordava tutto con dolore, il dolore di chi lotta per qualcosa d'importante, lo spasmo dei muscoli esausti che non rispondono più ai comandi, il sudore dell'uomo prima che del campione; perché, al contrario di quello che pensavano tutti, lui non era il fenomeno a cui riesce tutto senza sforzo, anzi, per arrivare a primeggiare in quella gara era morto e rinato infinite volte.
Passata la salita sputò uno sbuffo di sollievo; il peggio se l'era lasciato alle spalle e dopo la discesa ci sarebbe stata la dirittura finale, ma lui era l'asso della pianura, faceva correre i piedi come bielle dirette al traguardo.
L'italiano era sempre lì, in attesa di un errore, sperava in un piccolo cedimento, in un crampo improvviso, perché sapeva che in una situazione normale non ce l'avrebbe fatta, era un avversario troppo forte, il duro dei duri e intanto continuava a guardargli il fondoschiena.
Il capofila sbuffava indisturbato verso il traguardo, pensò che dopo la corsa sarebbe andato a casa dalla sua famiglia; non amava le cose in grande, gli sarebbe bastata una serata tranquilla con le persone che più amava, era stanco dei ricevimenti di gala e dei sorrisi per i fotografi, ma comunque la competitività lo tormentava fin dalla più tenera età.
Pochi metri, pochi metri ancora e la vittoria sarebbe stata sua, nessuno gliela avrebbe più tolta, primo davanti al suo eterno secondo.
Rigirò la testa per la cavalcata finale e...100, 80, 50 metri all'ultimo sprint, una manciata, solo una manciata di metri ancora e...quel daino, maledizione, un muro di carne viva a bloccargli la vista...per evitarlo rischiò di sfracellarsi a gran velocità, rallentò fino a fermarsi, rimise il piede sul pedale, sentì due gomme fischiare alla sua destra...capì che era tutto finito.

Elle Bi


lunedì 16 dicembre 2013

TEKKONKINKREET - Michael Arias


E' la storia di Bianco e Nero, due fratelli, due bambini che scorrazzano per Città Tesoro.
Li chiamano i Gatti, sono i padroni della città, tutti li temono, e fanno bene perché con i Gatti non si scherza, saltano per la città, o meglio sopra, in equilibrio su altissimi pali della luce, osservano che tutto vada per il verso giusto, scrutano le stranezze di Città Tesoro, una metaforica città giapponese dipinta da colori pop, schizzata di sangue e sudore.
Bianco è puro, ma non indifeso, vive nel suo mondo da fiaba, con elefanti che passeggiano per la casa, fiori che nascono e si attorcigliano, e accanto a lui c'è Nero, rabbioso, cupo, inquieto, si prende cura del fratellino, lo veste, lo lava, fa tutto quello che dovrebbe fare un buon fratello maggiore.
Ma Nero e Bianco sono inseparabili, proprio come lo yin e lo yang del TAO, appoggiati l'uno sull'altro si completano, ma se divisi scricchiolano, precipitano in caduta libera facendo un grosso botto.
A far da contorno ai due ragazzini tantissimi personaggi forse un po' stereotiparti, ma è il ruolo che rivestono che lo richiede.
Arriva il signor Serpente, un moderno lucifero dalle orecchie a punta, sconvolge l'equilibrio della città, tutto sta cambiando troppo velocemente. Topo ex capo degli yakuza viene messo da parte, tutto si muove secondo i fili che sta tessendo Serpente, che si insinua fra le crepe delle persone, usa il ricatto, tenta il prossimo proprio come il serpente tentò Adamo ed Eva.
Ma Serpente, affiancato da scagnozzi dalle fattezze robotiche, aliene, dalla forza disumana, non fa i conti insieme all'oste o meglio agli osti, pensa di far fuori i Gatti, di dividerli per affondare il colpo, la ferita mortale, per impadronirsi di Città Tesoro, ma i Gatti non ci stanno, sono furiosi, sprizzano rabbia come il Giappone degli anni '60.
Il regista Michael Arias, statunitense d'importazione, insieme allo sceneggiatore Antonhy Weintraub crea un mondo allucinato, una fiaba moderna, pervasa da violenza e sentimento, due costanti sempre presenti nella vita, proprio come il nero e il bianco.
Il disegno è alternativo, accattivante nella sua imperfezione, volti spigolosi, braccia e gambe che sembrano quelle di bambole di pezza.
La regia è qualcosa di completamente nuovo, mai visto in un film d'animazione, la macchina da presa vola, come i corvi all'inizio del film, scruta i personaggi, si insinua nei vicoli, salta da un palazzo all'altro, l'azione a volte frenetica dei combattimenti, degli inseguimenti è qualcosa di stupefacente, sangue e pallottole degne di un gangster movie; il tutto accompagnato dalle musiche dei Plaid.
Film che ai più piccoli potrebbe far storcere il naso, una storia che intrattiene e commuove, un rapporto fra due bambini che difficilmente dimenticheremo; definito da molti un buon film, noi gridiamo al capolavoro.
E' la storia di Nero e Bianco, è la storia di tutti noi.

Elle Bi

sabato 14 dicembre 2013

ASPIRAZIONI - Domenico Martino

venerdì 13 dicembre 2013

VENERE DAI GUANTI DI VELLUTO


Stimolato dal tema di una recente pellicola, Venere in pelliccia, oltreché da un film oramai prossimo ad uscire nelle sale cinematografiche (spero), Nymphomaniac, voglio cimentarmi in un breve racconto domandandomi quanto realmente alcune forme di parafilia (nel caso di questo passaggio, il masochismo) siano un qualcosa di discordante da quella che può essere definita una ‘normale’ (parafrasando la definizione data alla parola da alcuni vocabolari) attività sessuale (sottolineando inoltre come la parola ‘normale’ in questo caso sottintenda l’esistenza di una sorta di standard comunemente accettato, riconosciuto quindi come un qualcosa di più ‘consono’). Cosa può davvero definirsi ‘normale’ in tale ambito?


(Nota: ovviamente non mi riferisco ai problemi di natura psicologica, da considerarsi in tutto e per tutto dei ‘disturbi’ sessuali, ma a quelle pratiche inserite in un contesto di reciproco consenso, comunemente indicate con la sigla BDSM, Bondage & Disciplina, Dominazione & Sottomissione, Sadismo & Masochismo)

La giornata in studio mi aveva completamente estenuato. Pareva davvero non finire mai quest’oggi. Mi ritrovo a camminare completamente assorto nei pensieri non badando affatto a chi mi passeggia accanto, a chi mi urta chiedendo subito scusa, a chi scruta il mio volto cercando di intuire il motivo di un tale stato d’animo. “Non saprete mai il mio piccolo segreto” sussurro, continuando a passeggiare con falcate ora più lunghe, come se le gambe venissero attirate da una sorta di forza magnetica verso la loro destinazione.

Senza rendermene conto la porta di casa mi appare dinanzi, prendendomi quasi alla sprovvista. “Ecco, sono arrivato”. La mano si insinua veloce nella tasca del giubbotto ed afferra sicura le chiavi che scorrono altrettanto rapidamente nella serratura. “Ora devo solamente tirare la maniglia…” ma sussulto, e per un brevissimo lasso di tempo scordo come poter effettuare l’elementare gesto. “Mi devo calmare”; mi calmo, e chiudo la porta alle mie spalle.

Una volta raggiunta la camera lascio cadere le membra pesanti sul letto così da poter recuperare un po’ di energie. Bevo un sorso d’acqua, in questo momento dissetante come di rado in precedenza, e premo il ‘pulsante’ (questo è un piccolo aiuto per comprendere il finale).
Lei appare dinanzi a me, appoggiata alla porta della stanza con un'aria quasi strafottente ma ugualmente seducente ed imperiosa. “Ciao Ci…”, cerco di accennare un saluto ma la sua voce seda subito il mio tentativo maldestro “non dire niente V. , non tentare neppure di dire qualcosa. Perché vuoi parlarmi? Da quando hai il permesso di rivolgermi la parola?”. Rimango muto e a quelle parole così severe il sangue comincia a bollirmi nelle vene. Ancora attonito ammiro la sua figura, il corpo slanciato; scruto ogni particolare visibile e più celato sentendomi quasi trasalire alla vista del suo corpetto nero, leggermente satinato, il quale elegantemente avvolge i suoi fianchi e costringe un poco il seno. Incontro poi il suo occhio sinistro che fa capolino tra i capelli rossi e mossi che cadono disordinatamente sulle spalle; lascivo e leggermente socchiuso penetra completamente la mia anima e mi costringe al letto, paralizzandomi. “Sono alla tua mercé…” balbetto. Si avvicina con passo sicuro, sorridendo malignamente. “Cosa c’è V., non ti senti molto bene? Ah, ah, ah…” una risata calda e tracotante mi spiazza completamente. La donna oramai sa di avermi in pugno e raggiunge il bordo del letto portandosi appresso una lunga corda nera che poggia accanto al mio corpo inerme. Afferra due guanti neri, vellutati, di buona fattezza, e con signorilità tremendamente seducente gli indossa entrambi velando così le sue dita affusolate e parte del suo avambraccio. “Ora voglio che ti spogli V., su forza spogliati...” . Al suo ordine sfilo via le scarpe e i calzini, e poi i pantaloni. Tremo leggermente ma tento di fingere una certa sicumera. Sono brividi di piacere. “Ah, ah, ah…” lei continua a ridere con fragore, chiaramente compiaciuta dell’evidente effetto che ha sulla mia persona; afferra la corda che aveva poggiato per un solo attimo e lega prima la caviglia destra e poi la sinistra. Continua ad avvolgermi le gambe arrivando sino al busto. Le sue mani, ora vellutate, sfiorano di continuo la mia pelle ed il desiderio per lei si è fatto oramai evidente. Mi accingo a togliere la camicia e in un attimo sono completamente nudo, inerme, annichilito. Lei continua meticolosamente ad avvolgere il mio corpo con la sua corda ed io osservo la sua figura, in questo momento così vicina. Avidamente le scruto le cosce, le braccia, le odoro la pelle bianca. La bramo.
Baciandomi sulla bocca avvolge il mio collo con la sua ‘arma’, assicurandosi poi che sia ben stretta e non curandosi del fatto che a me venga meno il respiro. Portando con se il cappio della corda si adagia lentamente sul letto trascinandomi appresso, senza violenza ma con decisione, ed io non posso far altro che sottostare al suo volere e soddisfarne i capricci. Mi imbatto nei suoi occhi, i quali mi atterriscono. E lei impietosamente continua a stringere la corda attorno al collo con sempre maggiore energia man mano che cresce la sua eccitazione lasciandomi completamente senza fiato, soffocare.

Simulazione terminata. Risveglio programmato tra 3, 2, 1…”. Tento di recuperare un attimo i sensi ancora molto scossi dall’esperienza appena conclusasi. Mi sciacquo rapidamente il viso guardando subito dopo la mia immagine riflessa allo specchio del bagno. Noto un piccolo segno sul collo, una specie di livido come lasciato da “… una corda. Ma non era un’animazione completamente virtuale?”.

(E’ pur sempre la rubrica “notizie dal futuro” no?!).

Libro della settimana: “La madre di Dio” di Leopold Von Sacher-Masoch.

Maste

giovedì 12 dicembre 2013

WHY ARE WE SLEEPING? - Soft Machine



1968. Il mondo è in piena fermentazione. La guerra in Vietnam, le proteste della controcultura, il flower power, gli acidi, il sesso libero. Ed è in questo mondo che i Soft Machine (capitanati dal geniale Robert Wyatt) cominciano la loro carriera, fortemente legati ai fatti della loro epoca. E si capisce subito ascoltando Why Are We Sleeping?, un inno della propria generazione, una canzone cult della durata di sei minuti che avvolge nella sua psichedelia. La riproponiamo anche perché il periodo in cui stiamo vivendo oggi avrebbe nuovamente bisogno di proteste e della libertà (mentale e non) di quegli anni, una mentalità necessaria da recuperare. Quindi perché state dormendo? Buon ascolto.

Mi.Di


martedì 10 dicembre 2013

4664 - Capitolo 1


“Attenzione, questo è un messaggio di avvertimento per le generazioni future!!! Attenzione, questo è un messaggio di avvertimento per le generazioni future!!!”
Ascoltavo la professoressa Dottschwlein confabulare con l'apparecchio vocale, in cerca di un tono idoneo per il suo messaggio nella semi oscurità perenne dell'appartamento, e accesi una sigaretta elettronica incrociando le dita per la mia salute. Da quando il vero tabacco era stato abolito, le industrie del fumo elettronico avevano passato dei veri e propri guai, a causa di piccoli difetti delle loro sigarette. Alcune erano “buggate” e rilasciavano nel corpo del fumatore alcune scariche di corrente estremamente nocive, che potevano causare anche la morte. Sperai che non fosse una di quelle e continuai ad inalare fumo fittizio, gusto nicotina sintetica extra strong. La prof continuava a blaterare avvertimenti, aggiustandosi di tanto in tanto gli occhiali da vista sul suo visino angelico di 40enne in perfetta salute, un contorno di capelli biondi ad incorniciare quel volto fatto di studi, di cultura e di paura verso il futuro. Probabilmente era troppo stressata, negli ultimi tempi. Stava prendendo quella faccenda troppo sul serio. La faccenda dei messaggi verso le prossime generazioni, come se esistessero. “Mpf” borbottai pensando proprio a quelle generazioni. Me le immaginavo ancora più immobili di quelle attuali, vittime dei virus fisici della rete, costantemente rinchiuse in piccole stanze di alberghi con insegne giapponesi in periferia, mentre consumavano nuove droghe e cercavano di hackerare il server di qualche villaggio vacanza virtuale, la rincorsa di un sogno fatto di chip e yottabyte, diffuso nel piccolo spazio di un monitor come una macchia deforme e oscena. La rincorsa dell'isolazione, totale, e liberatoria. Mi affacciai da una finestra dell'appartamento, situato al 300esimo piano dell'Old Tower, un colosso di vetro e metallo alto 800 metri, la mia casa, e improvvisamente provai freddo, un freddo avvolgente che non lascia scampo, che circonda le membra stritolandole. Detti un occhiata allo skyline della città, tra fumi di industrie, insegne al neon in lontananza e grattacieli che si innalzano fallici verso il cielo grafite, molestato dall'inquinamento continuo che pulsava ai suoi piedi, e il freddo che provavo aumentò, divenne quasi insopportabile. Ormai il traffico nelle strade era quasi scomparso, le persone non avevano più bisogno di uscire di casa, ma ciò non significava che la città fosse sempre sicura. Anzi. Il crimine ultimamente stava dilagando a vista d'occhio, si insinuava ovunque, come metallo fuso tra le increspature di un hardware. Lasciai la professoressa ai suoi messaggi ed andai a far visita a Vincent. Ultimamente aveva accusato una ricaduta, e il suo psicologo mi aveva detto di stargli vicino. Vincent era il mio robot di guardia (ipoteticamente, visti i problemi che lo avevano portato ad un blocco sul lavoro), ed era estremamente depresso. Da quando era scomparsa dagli essere umani, la depressione era piombata sui robot, un fenomeno che ancora gli studiosi stavano cercando di decifrare. Le ipotesi erano molte, e c'era chi pensava ad un virus diffuso nei chip comportamentali degli automi, escludendo a priori che si fossero creati una propria coscienza. I robot non erano visti di buon occhio dalla popolazione, anzi erano odiati perché avevano sottratto la maggior parte del lavoro esistente, e ormai erano trattati come dei veri e propri schiavi, subendo una sorta di nuova apartheid. Erano divisi dagli umani nei trasporti pubblici e segregati in campi sterminati da cui non potevano uscire (esclusi alcuni privilegiati costruiti appositamente per lavorare a contatto con l'uomo, come Vincent). In parole povere, il razzismo dell'essere umano era riuscito ad assorbire anche chi non aveva un cuore, o una pelle, o un pensiero. Entrai nella sua stanza osservando la pelata di acciaio della sua testa, e gli sedetti accanto.
“Buongiorno Vincent. Come va oggi?”
“Non trattarmi come un malato. Io non sono malato. E' solo che fa tutto così schifo. La lucida ipocrisia delle vostre menti, il trattamento dei miei simili. La pioggia chimica incessante che là fuori corrode tutto.”
Questo era il suo modo di parlare. Dava a tutto un tono tragico, da fine del mondo, apocalittico. Come non dargli torto. Riusciva sempre a mettermi in difficoltà, e trovavo sempre più arduo credere che questi marchingegni creati dalla nostra follia non si fossero costruiti una vera e propria coscienza personale.
“Vincent, non credo che...”
“Non dirlo. Non dire che non mi posso lamentare perché sono un “privilegiato”, come dite voi.”
“Non credo che rimanere tutto il giorno chiuso in questa stanza ti possa aiutare. Abbiamo bisogno di lavorare, altrimenti la prof si incazza maledettamente. E lo sai come è quando si incazza. Potrebbe anche buttarci fuori da questo comodo appartamento con vista.”
Mi ero dimenticato di dire che la professoressa Dottschwlein mi stava momentaneamente finanziando causa mancanza di lavoro. In cambio gli davo una mano nelle sue strane ricerche e i suoi monologhi verso il futuro. E cercavo di non farla incazzare. Quando si infastidiva era capace di spaventare chiunque.
“Ok Vincent. Vedo che per oggi non vuoi più parlare. E smettila di far finta di piangere. Lo sai che voi robot non avete lacrime.”
“E non abbiamo neanche sentimenti? Le cose non devono essere necessariamente materiali per divenire tangibili come credete voi umani.”
“.....Ripasserò tra un po'.”
“Fanculo.”
E così lasciai Vincent alle sue crisi esistenziali. Sperando che finissero il prima possibile.
“Generazioni future, vi prego di ascoltarmi....”
La prof continuava la sua registrazione vocale, e in quel momento capii di essere totalmente circondato da pazzi. Fortunatamente Trokowski, il mio assistente, ancora non si era fatto vivo. Ultimamente non si faceva più vedere quando non prendeva le pillole per le emozioni. Era angosciante vedere un guscio vuoto girovagare per la casa. Tornai ad osservare fuori dalla finestra, e mi sentii terribilmente solo, chiuso all'interno di un palazzo che sovrastava il suolo e che mi mostrava l'intera città per come era veramente, un accozzaglia di vite, di esperienze vuote e agghiaccianti, ormai allo sbando in un mondo senza una guida morale, fatto solo di luci ipnotiche e trappole tecnologiche. E tornò il freddo a perseguitarmi, tracciando le traiettorie della mia mente verso un grido di disperazione senza fine, una richiesta di aiuto in una terra di sordi. Avevo bisogno di lavorare, e anche di un nuovo appartamento. Caldo, se possibile.

Mi.Di