martedì 10 dicembre 2013

4664 - Capitolo 1


“Attenzione, questo è un messaggio di avvertimento per le generazioni future!!! Attenzione, questo è un messaggio di avvertimento per le generazioni future!!!”
Ascoltavo la professoressa Dottschwlein confabulare con l'apparecchio vocale, in cerca di un tono idoneo per il suo messaggio nella semi oscurità perenne dell'appartamento, e accesi una sigaretta elettronica incrociando le dita per la mia salute. Da quando il vero tabacco era stato abolito, le industrie del fumo elettronico avevano passato dei veri e propri guai, a causa di piccoli difetti delle loro sigarette. Alcune erano “buggate” e rilasciavano nel corpo del fumatore alcune scariche di corrente estremamente nocive, che potevano causare anche la morte. Sperai che non fosse una di quelle e continuai ad inalare fumo fittizio, gusto nicotina sintetica extra strong. La prof continuava a blaterare avvertimenti, aggiustandosi di tanto in tanto gli occhiali da vista sul suo visino angelico di 40enne in perfetta salute, un contorno di capelli biondi ad incorniciare quel volto fatto di studi, di cultura e di paura verso il futuro. Probabilmente era troppo stressata, negli ultimi tempi. Stava prendendo quella faccenda troppo sul serio. La faccenda dei messaggi verso le prossime generazioni, come se esistessero. “Mpf” borbottai pensando proprio a quelle generazioni. Me le immaginavo ancora più immobili di quelle attuali, vittime dei virus fisici della rete, costantemente rinchiuse in piccole stanze di alberghi con insegne giapponesi in periferia, mentre consumavano nuove droghe e cercavano di hackerare il server di qualche villaggio vacanza virtuale, la rincorsa di un sogno fatto di chip e yottabyte, diffuso nel piccolo spazio di un monitor come una macchia deforme e oscena. La rincorsa dell'isolazione, totale, e liberatoria. Mi affacciai da una finestra dell'appartamento, situato al 300esimo piano dell'Old Tower, un colosso di vetro e metallo alto 800 metri, la mia casa, e improvvisamente provai freddo, un freddo avvolgente che non lascia scampo, che circonda le membra stritolandole. Detti un occhiata allo skyline della città, tra fumi di industrie, insegne al neon in lontananza e grattacieli che si innalzano fallici verso il cielo grafite, molestato dall'inquinamento continuo che pulsava ai suoi piedi, e il freddo che provavo aumentò, divenne quasi insopportabile. Ormai il traffico nelle strade era quasi scomparso, le persone non avevano più bisogno di uscire di casa, ma ciò non significava che la città fosse sempre sicura. Anzi. Il crimine ultimamente stava dilagando a vista d'occhio, si insinuava ovunque, come metallo fuso tra le increspature di un hardware. Lasciai la professoressa ai suoi messaggi ed andai a far visita a Vincent. Ultimamente aveva accusato una ricaduta, e il suo psicologo mi aveva detto di stargli vicino. Vincent era il mio robot di guardia (ipoteticamente, visti i problemi che lo avevano portato ad un blocco sul lavoro), ed era estremamente depresso. Da quando era scomparsa dagli essere umani, la depressione era piombata sui robot, un fenomeno che ancora gli studiosi stavano cercando di decifrare. Le ipotesi erano molte, e c'era chi pensava ad un virus diffuso nei chip comportamentali degli automi, escludendo a priori che si fossero creati una propria coscienza. I robot non erano visti di buon occhio dalla popolazione, anzi erano odiati perché avevano sottratto la maggior parte del lavoro esistente, e ormai erano trattati come dei veri e propri schiavi, subendo una sorta di nuova apartheid. Erano divisi dagli umani nei trasporti pubblici e segregati in campi sterminati da cui non potevano uscire (esclusi alcuni privilegiati costruiti appositamente per lavorare a contatto con l'uomo, come Vincent). In parole povere, il razzismo dell'essere umano era riuscito ad assorbire anche chi non aveva un cuore, o una pelle, o un pensiero. Entrai nella sua stanza osservando la pelata di acciaio della sua testa, e gli sedetti accanto.
“Buongiorno Vincent. Come va oggi?”
“Non trattarmi come un malato. Io non sono malato. E' solo che fa tutto così schifo. La lucida ipocrisia delle vostre menti, il trattamento dei miei simili. La pioggia chimica incessante che là fuori corrode tutto.”
Questo era il suo modo di parlare. Dava a tutto un tono tragico, da fine del mondo, apocalittico. Come non dargli torto. Riusciva sempre a mettermi in difficoltà, e trovavo sempre più arduo credere che questi marchingegni creati dalla nostra follia non si fossero costruiti una vera e propria coscienza personale.
“Vincent, non credo che...”
“Non dirlo. Non dire che non mi posso lamentare perché sono un “privilegiato”, come dite voi.”
“Non credo che rimanere tutto il giorno chiuso in questa stanza ti possa aiutare. Abbiamo bisogno di lavorare, altrimenti la prof si incazza maledettamente. E lo sai come è quando si incazza. Potrebbe anche buttarci fuori da questo comodo appartamento con vista.”
Mi ero dimenticato di dire che la professoressa Dottschwlein mi stava momentaneamente finanziando causa mancanza di lavoro. In cambio gli davo una mano nelle sue strane ricerche e i suoi monologhi verso il futuro. E cercavo di non farla incazzare. Quando si infastidiva era capace di spaventare chiunque.
“Ok Vincent. Vedo che per oggi non vuoi più parlare. E smettila di far finta di piangere. Lo sai che voi robot non avete lacrime.”
“E non abbiamo neanche sentimenti? Le cose non devono essere necessariamente materiali per divenire tangibili come credete voi umani.”
“.....Ripasserò tra un po'.”
“Fanculo.”
E così lasciai Vincent alle sue crisi esistenziali. Sperando che finissero il prima possibile.
“Generazioni future, vi prego di ascoltarmi....”
La prof continuava la sua registrazione vocale, e in quel momento capii di essere totalmente circondato da pazzi. Fortunatamente Trokowski, il mio assistente, ancora non si era fatto vivo. Ultimamente non si faceva più vedere quando non prendeva le pillole per le emozioni. Era angosciante vedere un guscio vuoto girovagare per la casa. Tornai ad osservare fuori dalla finestra, e mi sentii terribilmente solo, chiuso all'interno di un palazzo che sovrastava il suolo e che mi mostrava l'intera città per come era veramente, un accozzaglia di vite, di esperienze vuote e agghiaccianti, ormai allo sbando in un mondo senza una guida morale, fatto solo di luci ipnotiche e trappole tecnologiche. E tornò il freddo a perseguitarmi, tracciando le traiettorie della mia mente verso un grido di disperazione senza fine, una richiesta di aiuto in una terra di sordi. Avevo bisogno di lavorare, e anche di un nuovo appartamento. Caldo, se possibile.

Mi.Di

0 commenti:

Posta un commento