mercoledì 18 dicembre 2013

LIGHTNING BOLT - Pearl Jam




“It didn’t feel like a TV show at all, actually”. Così Eddie Vedder, frontman dei Pearl Jam, chiudeva la loro esibizione agli MTV Unplugged. Era il 1992, e il gruppo di Seattle aveva il mondo ai propri piedi. Giovani e belli, erano tremendamente talentuosi, tecnicamente perfetti, anticonformisti. Stilisticamente diversi dal resto del panorama grunge (Nirvana, Soundgarden, Alice in Chains), le influenze di artisti come Neil Young e The Who si sentivano eccome, "addolcendo" quel suono livido, graffiante di rancore che in quel periodo usciva dagli Walkman di tutta Seattle.
Era vero, i TV show sono un’altra cosa: le loro canzoni erano tormentate, parlavano di omicidi, padri ignoti, suicidi, violenza, solitudine, disagio esistenziale. Davano voce autentica e una via d’evasione all’America più giovane e arrabbiata. Ma se Kurt Cobain era il lamento viscerale di chi è sull’orlo dell’abisso, Eddie Vedder era il canto genuino di una contropastorale che sapeva parlare al cuore delle persone, fatta d’impegno e partecipazione. Negli Stati Uniti di Bush padre e Bill Clinton, le loro iniziative anticommerciali provocavano spesso clamore (dal rifiuto di girare videoclip alla guerra contro il colosso Ticketmaster sui prezzi dei loro concerti), tant’è che Rolling Stones arrivò a scrivere che la band “spese la maggior parte degli anni Novanta ad allontanare la propria fama”. Lo stesso Vedder (che fino a qualche mese prima faceva il benzinaio) chiamò tutti i maggiori Studios d’America per assicurarsi di persona che nessuno si azzardasse a trasmettere Black, una ballata di struggente bellezza (scritta da Stone Gossard) che andava, in qualche modo, protetta. Troppo delicata, diceva Eddie, per darla in pasto al mainstream musicale.
Il 15 ottobre scorso, ventidue anni dopo la pubblicazione di quel gioiello (ineguagliato) che fu Ten, è uscito Lightning Bolt, e non ha mancato di suscitare diverse perplessità, soprattutto tra i puristi del grunge. Eppure il suono dei Pearl Jam non è più quello d’inizio anni Novanta da qualche tempo, e paragonare Lightning Bolt (che rimane un bel disco) con gli esordi rischia di essere un esercizio di accademia piuttosto inutile. Certo Vedder e compagni vanno per i cinquanta e la verve creativa non può essere quella di cinque ventenni affamati; ascoltandolo non sentirete il "graffio" dei primi album, probabilmente non griderete al capolavoro, ma dischi così in giro oggi se ne vedono pochi.
Lightning Bolt inizia con due pezzi alla Pearl Jam: Getaway e Mind Your Manners. Le valvole di Gossard e McReady sono belle aperte, i riff incendiari e acidi ricordano molto classici come Spin the Black Circle e Do The Evolution. Ascoltare Eddie che urla ancora contro l’ipocrisia del potere fa bene al cuore, e se siete dei fan della band vi si spalancherà il sorriso di chi dopo tanto tempo riabbraccia un vecchio amico. Passando per My Father’s Son (pezzo forse più oscuro e sperimentale, con un testo complesso e il basso di Ament in prima linea) si arriva a Sirens, scritta dal guitar hero Mike McReady e secondo singolo estratto (dopo Mind Your Manners). Una ballata elegante e delicata, probabilmente uno dei brani migliori del disco, soprattutto grazie alla superba interpretazione di Eddie. Certo, le sonorità sono più piene e rotonde di quelle di Yellow Ledbetter, ma la melodia è affatto banale e le parole mettono i brividi.
La title-track Lightning Bolt è una composizione di rock puro, ben fatto, con McReady e Gossard che picchiano come fabbri, e riporta alla mente la visionaria World Wide Suicide. In questo filone s’inserisce anche Swallowed Whole, forse un po’ più cauta ma comunque coriacea. In mezzo due pezzi così diversi come Infallible e Pendolum. Se la prima saprà farsi ricordare sarà soprattutto per merito della voce di Eddie, che impreziosisce un brano altrimenti piuttosto anonimo. L’altra è invece una vera e propria perla: le atmosfere malinconiche e fumose ipnotizzano ed entrano direttamente nelle vene; unite a un testo splendido quanto inquieto, stanno lì a ricordarci che Ament e Gossard non hanno mica scritto canzoni come Jeremy e Alive per puro caso. L’ultimo pezzo con gli amplificatori sparati al massimo è la blueseggiante Let The Records Play, con Mike McReady che gioca a fare Stevie Ray Vaughan come ai bei tempi di Even Flow: divertimento allo stato puro.
Da qui fino alla fine il volume si abbassa, gli overdrive si spengono e il disco si chiude in maniera soffice. In Sleeping By Myself (brano ripreso da Ukulele Songs, riarrangiata senza essere però stravolta) torniamo a gustarci un po’ di quel Vedder che impressionò come solista in Into The Wild, uno dei migliori e più intimi lavori di cantautorato del nuovo millennio. Certo le venature folk hanno fatto storcere il naso a molti, e qualcuno li ha persino paragonati ai Mumford and Sons. Non scherziamo, su. Anche Yellow Moon è stata etichettata come riempimento, e probabilmente lo è, ma rimane comunque un esercizio, seppur statico, di talento compositivo. L’ultima canzone è Future Days, ed è probabilmente qua che si sublimano i vent’anni trascorsi dall’uscita di Ten a oggi. Pianoforte e violino creano un’atmosfera dolce e intima, per una canzone d’amore un tempo impensabile. Se l’arrangiamento è estremamente pulito, il pezzo non è stucchevole, ma trasuda una maturità e una delicatezza impareggiabili. Nonostante gli uragani, i venti e le maree che si avvicinano “I believe and I believe ‘cause I can see / Our future days, days of you and me”.
Lightning Bolt è in definitiva un bel disco, probabilmente uno dei migliori fra i più recenti della band. Il furore anticapitalista di un tempo non c’è più, ma accusare i Pearl Jam di essere commerciali per qualche venatura pop sfiora il ridicolo. C’è tanto mestiere e qualche pezzo di livello eccelso: se fosse il disco di debutto di una nuova rock band ci staremmo probabilmente strappando i capelli. Insomma, alla soglia dei cinquant’anni questi cinque ex-ragazzi sono ancora tra le voci libere d’America, portatori sani di un’autenticità sempre più rara. Riescono ancora a raccontare grandi storie, farti emozionare, dirti qualcosa che è anche tuo. A farti venire la voglia di alzare le chiappe e lottare per quello in cui credi.
E’ bello sapervi ancora in giro. Grazie.

(Prossime tappe italiane, 20 giugno a Milano e il 22 a Trieste. Per un 2014 di fuoco).


Coro

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