“It
didn’t feel like a TV show at all, actually”. Così Eddie Vedder,
frontman dei Pearl Jam, chiudeva la loro esibizione agli MTV
Unplugged. Era il 1992, e il gruppo di Seattle aveva il mondo ai
propri piedi. Giovani e belli, erano tremendamente talentuosi,
tecnicamente perfetti, anticonformisti. Stilisticamente diversi dal
resto del panorama grunge (Nirvana, Soundgarden, Alice in Chains), le
influenze di artisti come Neil Young e The Who si sentivano eccome,
"addolcendo" quel suono livido, graffiante di rancore che
in quel periodo usciva dagli Walkman di tutta Seattle.
Era
vero, i TV show sono un’altra cosa: le loro canzoni erano
tormentate, parlavano di omicidi, padri ignoti, suicidi, violenza,
solitudine, disagio esistenziale. Davano voce autentica e una via
d’evasione all’America più giovane e arrabbiata. Ma se Kurt
Cobain era il lamento viscerale di chi è sull’orlo dell’abisso,
Eddie Vedder era il canto genuino di una contropastorale che sapeva
parlare al cuore delle persone, fatta d’impegno e partecipazione.
Negli Stati Uniti di Bush padre e Bill Clinton, le loro iniziative
anticommerciali provocavano spesso clamore (dal rifiuto di girare
videoclip alla guerra contro il colosso Ticketmaster sui prezzi dei
loro concerti), tant’è che Rolling Stones arrivò a scrivere che
la band “spese la maggior parte
degli anni Novanta ad allontanare la propria fama”.
Lo stesso Vedder (che fino a qualche mese prima faceva il benzinaio)
chiamò tutti i maggiori Studios d’America per assicurarsi di
persona che nessuno si azzardasse a trasmettere Black,
una ballata di struggente bellezza (scritta da Stone Gossard) che
andava, in qualche modo, protetta. Troppo delicata, diceva Eddie, per
darla in pasto al mainstream musicale.
Il
15 ottobre scorso, ventidue anni dopo la pubblicazione di quel
gioiello (ineguagliato) che fu Ten,
è uscito Lightning Bolt,
e non ha mancato di suscitare diverse perplessità, soprattutto tra i
puristi del grunge. Eppure il suono dei Pearl Jam non è più quello
d’inizio anni Novanta da qualche tempo, e paragonare Lightning
Bolt (che rimane un bel disco) con
gli esordi rischia di essere un esercizio di accademia piuttosto
inutile. Certo Vedder e compagni vanno per i cinquanta e la verve
creativa non può essere quella di cinque ventenni affamati;
ascoltandolo non sentirete il "graffio" dei primi album,
probabilmente non griderete al capolavoro, ma dischi così in giro
oggi se ne vedono pochi.
Lightning
Bolt inizia con due pezzi alla Pearl
Jam: Getaway
e Mind Your Manners.
Le valvole di Gossard e McReady sono belle aperte, i riff incendiari
e acidi ricordano molto classici come Spin
the Black Circle e Do
The Evolution. Ascoltare Eddie che
urla ancora contro l’ipocrisia del potere fa bene al cuore, e se
siete dei fan della band vi si spalancherà il sorriso di chi dopo
tanto tempo riabbraccia un vecchio amico. Passando per My
Father’s Son (pezzo forse più
oscuro e sperimentale, con un testo complesso e il basso di Ament in
prima linea) si arriva a Sirens,
scritta dal guitar hero
Mike McReady e secondo singolo estratto (dopo Mind
Your Manners). Una ballata elegante
e delicata, probabilmente uno dei brani migliori del disco,
soprattutto grazie alla superba interpretazione di Eddie. Certo, le
sonorità sono più piene e rotonde di quelle di Yellow
Ledbetter, ma la melodia è affatto
banale e le parole mettono i brividi.
La
title-track Lightning Bolt
è una composizione di rock puro, ben fatto, con McReady e Gossard
che picchiano come fabbri, e riporta alla mente la visionaria World
Wide Suicide. In questo filone
s’inserisce anche Swallowed Whole,
forse un po’ più cauta ma comunque coriacea. In mezzo due pezzi
così diversi come Infallible
e Pendolum.
Se la prima saprà farsi ricordare sarà soprattutto per merito della
voce di Eddie, che impreziosisce un brano altrimenti piuttosto
anonimo. L’altra è invece una vera e propria perla: le atmosfere
malinconiche e fumose ipnotizzano ed entrano direttamente nelle vene;
unite a un testo splendido quanto inquieto, stanno lì a ricordarci
che Ament e Gossard non hanno mica scritto canzoni come Jeremy
e Alive
per puro caso. L’ultimo pezzo con gli amplificatori sparati al
massimo è la blueseggiante Let The
Records Play, con Mike McReady che
gioca a fare Stevie Ray Vaughan come ai bei tempi di Even
Flow: divertimento allo stato puro.
Da
qui fino alla fine il volume si abbassa, gli overdrive si spengono e
il disco si chiude in maniera soffice. In Sleeping
By Myself (brano ripreso da Ukulele
Songs, riarrangiata senza essere
però stravolta) torniamo a gustarci un po’ di quel Vedder che
impressionò come solista in Into The
Wild, uno dei migliori e più intimi
lavori di cantautorato del nuovo millennio. Certo le venature folk
hanno fatto storcere il naso a molti, e qualcuno li ha persino
paragonati ai Mumford and Sons. Non scherziamo, su. Anche Yellow
Moon è stata etichettata come
riempimento, e probabilmente lo è, ma rimane comunque un esercizio,
seppur statico, di talento compositivo. L’ultima canzone è Future
Days, ed è probabilmente qua che si
sublimano i vent’anni trascorsi dall’uscita di Ten
a oggi. Pianoforte e violino creano un’atmosfera dolce e intima,
per una canzone d’amore un tempo impensabile. Se l’arrangiamento
è estremamente pulito, il pezzo non è stucchevole, ma trasuda una
maturità e una delicatezza impareggiabili. Nonostante gli uragani, i
venti e le maree che si avvicinano “I
believe and I believe ‘cause I can see / Our future days, days of
you and me”.
Lightning
Bolt è in definitiva un bel disco,
probabilmente uno dei migliori fra i più recenti della band. Il
furore anticapitalista di un tempo non c’è più, ma accusare i
Pearl Jam di essere commerciali per qualche venatura pop sfiora il
ridicolo. C’è tanto mestiere e qualche pezzo di livello eccelso:
se fosse il disco di debutto di una nuova rock band ci staremmo
probabilmente strappando i capelli. Insomma, alla soglia dei
cinquant’anni questi cinque ex-ragazzi sono ancora tra le voci
libere d’America, portatori sani di un’autenticità sempre più
rara. Riescono ancora a raccontare grandi storie, farti emozionare,
dirti qualcosa che è anche tuo. A farti venire la voglia di alzare
le chiappe e lottare per quello in cui credi.
E’
bello sapervi ancora in giro. Grazie.
(Prossime
tappe italiane, 20 giugno a Milano e il 22 a Trieste. Per un 2014 di
fuoco).
Coro







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