martedì 5 novembre 2013

IL SUPEREROE


Se avevo smesso, un motivo ci doveva pur essere. Ne parlavo con S. qualche giorno prima, al bar. Cominciò tutto da lì.
“Ti ricordi com'eri in forma quando facevi il supereroe? Tonico, scattante, pronto all'azione.”
“Lo so, lo so.”
“Avevi anche più capelli...e non ti si era ancora abbassata la vista.”
“Ti ho detto che lo so.”
Sorseggiava il suo caffè. Io mi guardavo dentro lo specchio che sta dietro il bancone, assuefatto da qualcosa di oscuro che non riuscivo a definire.
“Perché mollasti?”
“Non me lo ricordo. Forse non mi entrava più il costume.”
“È un peccato”.
“La vita è così.”
Il giorno dopo, a cena, mi fermai un secondo a guardare la mia famiglia che mangiava. Mia moglie che imboccava il piccolo, gli altri due ragazzi col luccichio della televisione negli occhi. Era una sera come tante altre, tutti con la stanchezza della giornata addosso, e io più tutti. L'unico che sembrava divertirsi come un matto era Mirko, il piccoletto, che all'epoca aveva appena sei mesi. Avevamo l'abitudine di mangiare con la televisione accesa, per coprire il rimbrottare dei pensieri. Il riflesso dello schermo sul pavimento dava una sensazione di caldo; buttai giù il boccone.
Il telegiornale parlava di scioperi, manifestazioni e lotte sindacali. C'era anche un corteo di supereroi a manifestare, con striscioni e fischietti: erano quelli del sindacato, qualcuno di loro lo conoscevo anch'io. Mia moglie, continuando a imboccare Mirko, si voltò verso di me eseguendo una mezza torsione del busto e mi chiese, preoccupata:
“E il tuo vitalizio? Ti leveranno il vitalizio?”
“Non credo, comunque boh. Vedremo.”
Ruttai sommessamente. In realtà Nicla, questo il nome di mia moglie, mi aveva dato un pensiero. Alludeva alla somma di denaro che lo Stato si era offerto di elargirmi mensilmente, vita natural durante, in virtù delle mie vecchie gesta da supereroe.
Quella sera, a letto, Nicla era inquieta. Continuava ad aprire e chiudere un libro che stava leggendo, si voltava verso di me, tornava a guardare il libro.
“Certo che ne è passato di tempo da quando facevi il supereroe.”
“Dieci anni.” Commentai senza alzare gli occhi dalle parole crociate.
“Com'eri bello. Non dico per via del costume, quello tutto sommato era abbastanza ridicolo. C'era qualcosa che ti distingueva dagli altri.”
“Cosa?”
“Una luce...”
Aspettai che Nicla si addormentasse e mi misi a riflettere nella penombra. Era quella penombra blu cobalto che conoscevo molto bene per via delle levatacce da supereroe. Le parole di S., quelle di mia moglie, i ragazzi ipnotizzati dalla tv che trasmetteva cortei, Mirko che rideva e lanciava via il cucchiaio: tutto cominciò a turbinarmi nella testa e sentii una puntina acuminata trafiggermi in profondità, nell'animo. Sospirai e sgusciai fuori dal letto. In punta di piedi raggiunsi l'armadio, aprii lo scomparto segreto e tirai fuori il vecchio costume. Non potevo cambiarmi lì, avrei finito per svegliare Nicla, così mi spostai in bagno.
C'era ancora tutto. La maschera senza lineamenti, il cinturone con gli attrezzi del mestiere, il mantello rosso, la tuta di lycra gialla con sul petto il mio simbolo: un cartello stradale di divieto con un cervello che vi rimbalzava contro. Rimasi per un bel po' a tastare la consistenza degli indumenti, ripensando alla gloria del passato. Poi scattai in piedi, mi spogliai e cominciai a infilarmi nel costume. Non fu facile. Quando ebbi finito abbassai gli occhi e potei constatare che una tondeggiante superficie lunare si era sostituita agli addominali scolpiti che ai tempi mi ero costruito con tanta fatica. Il cartello era tutto deformato, il cervello sembrava quasi avere delle difficoltà a rimbalzarci sopra, si perdeva in una piega, come se seguisse una traiettoria diversa. Un'altra puntina acuminata, stavolta di rimorso: un conto è ingrassare dentro certe maschere, un conto dentro altre.
Comunque sia, ci stavo. Ero di nuovo io: il Senzanome. Uscii in strada cercando di dare ai miei movimenti un'aria atletica. La zona era tranquilla e procedevo a grandi salti librandomi nella notte suburbana, sfiorando gli insettini raccolti in un groviglio attorno ai lampioni. Poi tornavo giù sentendo il fresco della picchiata, toccavo il cemento e ricominciavo. La sensazione più bella del mondo, ma non mi lasciai prendere troppo dalla foga. Pensai subito all'avventatezza del mio gesto: qualsiasi altro ex supereroe, compresi quelli che avevo visto a manifestare in tv, mi avrebbero preso per pazzo. Rientrare in scena dopo dieci anni, di punto in bianco, senza contatti nella malavita cittadina o nell'underground dei tossici, potendo contare solo su qualche aggancio con la polizia, è da incoscienti. La malavita in dieci anni cambia molto, e gli sbirri che ti davano una mano all'epoca magari adesso si sono imbolsiti e hanno perso d'autorevolezza. Perdipiù, in tanti si sarebbero chiesti il perché di un mio ritorno sulle scene, e si sarebbero senz'altro aspettati una motivazione forte, tipo che 'guardando il telegiornale ero stato toccato nel profondo da qualche ingiustizia'. Il mio ritiro di dieci anni prima, infatti, era stata una faccenda seria. Anche se al bar, parlando con S., avevo fatto il vago, in realtà c'era un motivo preciso che mi aveva spinto a smettere: Davide, il mio secondogenito. Quando nacque, promisi a Nicla e a Beatrice, la maggiore dei tre, che non avrei più vissuto di adrenalina, cazzotti e inseguimenti. Perdipiù la stampa cavalcò la notizia gonfiandola con titoli tipo: 'Il vecchio supereroe che lascia spazio alle nuove generazioni' oppure 'Senzanome si ritira: esempio di ricambio generazionale nel mondo dei supereroi'. Chissà come l'avrebbero presa. Preferii non pensarci e lasciarmi accarezzare dall'adrenalina. Presto sarebbero arrivati i guai.
Infatti, in una tenebrosa traversa di via Baccio da Montelupo, incappai in due delinquenti che stavano cercando di violentare una donna, mentre quello che presumibilmente doveva essere il suo compagno, se ne stava k.o. ai piedi di un reticolato, simile a un mucchio di stracci. Adottai la mia solita tecnica. Mi piazzai in mezzo alla strada, gambe divaricate, mantello svolazzante, le mani sui fianchi. Cominciai a fischiettare un motivetto ridicolo. Nell'arco di cinque secondi i due delinquenti si accorsero della mia presenza e cominciarono a surriscaldarsi. Si voltarono nella mia direzione insultandomi col classico gergo da strada. La donna era ancora prigioniera di uno dei due, ma l'altro veniva verso di me con aria minacciosa, la testa bassa, il mento incassato. Lasciai che si avvicinasse, e quando si trovò alla distanza giusta sfoderai dal cinturone la grossa chiave inglese e gliela sferrai sullo sterno. Si piegò sulle ginocchia, senza fiato. A questo punto lo misi fuori gioco con un potentissimo destro alla mascella e guardai l'altro. Questo, vedendomi avanzare sicuro, lasciò la donna e scappò nella notte. Legai il delinquente alla rete coi laccetti di plastica e mi assicurai che le due vittime stessero bene. L'uomo era solo stordito e si rianimò con facilità. Tirai fuori il cellulare e chiamai il 112. Mentre mi allontanavo nella notte, però, sentii l'uomo dire commosso:
“Hai visto chi era? Era Senzanome... è tornato.”
Mi avevano riconosciuto. Porcaputtana, pensai, e mi diressi a grandi salti verso casa. D'altronde era una cosa inevitabile.
La mattina dopo mi svegliai con un senso di appagamento che non provavo da tempo. Le gambe mi dolevano un po' per via di tutti quei salti, le nocche della mano destra erano leggermente contuse, ma l'animo gozzovigliava nell'autostima. Mi stiracchiai e andai in cucina. Nicla era già andata a portare i ragazzi a scuola e mi aveva lasciato il caffè e il pane tostato. Bevvi il caffè tiepido e accesi la televisione in cerca del telegiornale mattutino. Come fa presto un uomo a cadere vittima dell'orgoglio...
Ma, nonostante le mie aspettative, nessuno parlava di me. Apertura della Borsa di Milano, incidenti, giochi di politica. Non me la presi e andai in ufficio.
Mentre sbrigavo le mie pratiche andando quasi in automatico, pensai che forse quella poteva essere una benedizione. Se la notizia non si era diffusa, avrei potuto sotterrare l'episodio, riprendere la mia vita di impiegato, e considerarlo una specie di omaggio ai vecchi tempi, una cosa fatta tanto per rivivere il brivido della lotta contro le forze del male. Sì, l'orgoglio della mattina mi aveva fatto perdere di vista la realtà dei fatti: ero un supereroe ritirato, un supereroe che aveva fatto una promessa.
In pausa pranzo guardai sul pc altri notiziari. C'era l'intervista al capo del sindacato dei supereroi, il Giustiziere Elettricista, che sbraitava nel microfono cose sul diritto al vitalizio per la nostra categoria. Era roba del giorno prima e non mi ci soffermai troppo, anche se riguardava anche me in prima persona. Andai agli articoli di cronaca locale: cani abbandonati, cani ritrovati, furti in appartamenti, vandalismo... eccolo! Lessi: 'Tentato stupro in via Baccio da Montelupo: donna salvata da misterioso soccorritore'. Finché restavo misterioso, andava benissimo. Purtroppo, però, alla fine dell'intervista, il compagno della donna affermava di aver riconosciuto nel soccorritore la fisionomia di Senzanome. “La polizia però non vuole credermi, perché ho ricevuto un colpo da k.o.”. Finalmente la polizia fa qualcosa di intelligente, pensai. C'era ancora speranza di restare nell'ombra.
Uscito da lavoro, andai a fare un giro nel parco. Ero a dir poco irrequieto, mi sentivo tirare in direzioni differenti senza capire quale dovessi assecondare. Guardai le papere nuotare nel laghetto; sembravano immobili ma sotto la superficie le zampe si muovevano velocissime. Tornai a casa determinato a sotterrare quella storia e a non tirare mai più fuori il costume di Senzanome.
A cena i miei familiari erano stanchi come al solito, le loro teste appesantite se ne stavano curve sul piatto. Io sorridevo a tutti mentre grattavo il formaggio, avvolgevo gli spaghetti, passavo loro la bottiglia d'acqua. Avevo le endorfine a mille. Ogni tanto riuscivo a far sbocciare sulla bocca dei ragazzi un sorrisetto, e di questo mi accontentavo. Nicla era seria ma non seriosa – del resto stava imboccando Mirko – e non sembrava ostile nei miei confronti per nessun motivo recondito.
All'improvviso, però, la tragedia. Il telegiornale cominciò di punto in bianco ad emettere suoni interessanti, e le orecchie dei miei familiari (e mie) a ricevere questi suoni e a trasmetterli ai centri nervosi del cervello. Le nostre facce si indirizzarono tutte verso lo schermo e le nostre posate rimasero sospese a mezz'aria. Mentre scorrevano immagini di repertorio di via Baccio da Montelupo, la voce di donna della cronista diceva: “Il misterioso soccorritore che ha salvato ieri notte una donna da un tentativo di stupro, ha già un'identità. Il compagno della donna, anch'egli vittima dell'aggressione, aveva suggerito alla polizia che potesse trattarsi di Senzanome, noto supereroe di provincia famoso per aver sgominato la banda della lavatrice negli anni Novanta, ma gli agenti hanno attribuito la cosa alla violenta commozione cerebrale riscontrata dall'uomo. Oggi pomeriggio, però, la prova schiacciante: un inquilino di via Baccio da Montelupo, insospettito dal rumore, si è affacciato alla finestra e, vedendo il supereroe, ha sfoderato il cellulare e ha girato un video che ritrae la rissa fra Senzanome e i due aggressori. Vediamo.”
Guardai le facce dei miei familiari che guardavano lo schermo. Nicla si girò e mi rivolse uno sguardo carico di risentimento. Beatrice scosse la testa e infilzò un pezzo di carne con la forchetta. Mirko e Davide, invece, non capirono niente di quanto stava succedendo. Abbassai gli occhi e mi coprii la faccia con le mani.
Passai la notte in macchina, ad ascoltare programmi radio con voci sputacchianti che parlavano di politica. Ero molto triste, ma non c'era niente da fare. Alle tre mi addormentai, sperando che quella brutta situazione potesse dissolversi al mio risveglio.
Ma quando mi svegliai trovai la macchina assediata dai giornalisti. Cercai di fare mente locale e di capire cosa stesse succedendo. Non venivo preso d'assedio in questo modo dai tempi della banda della lavatrice, quando passavo tutte le notti in macchina pronto all'azione. Socchiusi il finestrino e cercai di farmi valere.
“Dovete farmi passare.”
Le domande arrivarono come uno scroscio. Le lasciai fluire via, ma una, verso la fine della cascata verbale, mi rimase fissa nella mente:
“Perché l'ha fatto, Senzanome? L'ha fatto per paura che le togliessero il vitalizio o per dimostrare qualcosa alle nuove generazioni? È una questione di soldi o c'entra il suo amor proprio?”
Rimasi interdetto. Il giornalista, - aria strapazzata, barbetta fintamente trascurata, - mi aveva colpito nell'animo. Sentii di dover rispondere. Pensai a Nicla che guarda preoccupata il corteo dei supereroi al telegiornale, a Davide che guarda la stessa cosa senza capire niente, a Beatrice che inizia a capirci qualcosa, e a Mirko che sbatte il cucchiaio sul seggiolone e sputa il cibo. Chiusi gli occhi e presi un bel respiro, poi guardai gli occhietti del cronista dall'altra parte del finestrino e a denti stretti risposi:
“Sì, l'ho fatto per il vitalizio.” E misi in moto. I giornalisti si dispersero come piccioni.
Il pomeriggio, al bar, S. mi guardò e mi chiese se poteva offrirmi qualcosa.
“Vuoi un caffè?”
“No, offrimi qualcosa di forte.”
“Giornataccia? Allora ci vuole un whisky, che ne dici?”
“Doppio.”
Lo mandai giù senza troppa convinzione: non ero più abituato a bere. In televisione davano una partita di calcio fra squadre di circuiti esteri. I turisti seduti a bere erano tutti concentrati. S. mi guardò e sorrise sardonico, poi mi dette una pacca sulla spalla. Tirai un profondo respiro, mi alzai e uscii dal bar accompagnato dal boato della gente ai tavoli: “Goaaaaaaal!”
Mi incamminai lungo la strada mentre faceva sera.

Ernesto Meribù

lunedì 4 novembre 2013

CINEMA: "LA VITA DI ADELE - Abdellatif Kechiche"

di Diccì per la rubrica "CINEMA".


È finalmente arrivato nelle sale italiane il film vincitore dell’ultimo festival di Cannes, La vita di Adele, quinto lungometraggio del regista franco-tunisino Abdellatif Kechiche che ritorna ai temi a lui più cari (momentaneamente accantonati negli ultimi due film Cous Cous e Venere Nera) quelli degli esordi, quelli, per intenderci, di Tutta colpa di Voltaire e, soprattutto, de La schivata. Protagonista, oggi come allora, è l’adolescenza (meglio, gli adolescenti) vivisezionata con chirurgica destrezza (l’identicità di contenuto, per la verità, non si esaurisce qui. Ritornano, infatti, Marivaux e il determinismo classista). Le doti di Kechiche come indagatore delle relazioni umane e come abile tessitore di veri e propri romanzi di formazione (i suoi film potrebbero sembrare quasi dei trattati antropologici) ci erano già ben note e si erano mostrate con assoluta chiarezza nello straordinario La schivata, dove nello squallido teatro delle banlieu parigine il giovane Krimò viveva l’esperienza di un amore non corrisposto. Se già quello poteva sembrare un film pressoché perfetto, dobbiamo (con piacere) constatare che Kechiche è riuscito a fare meglio condensando in quasi tre ore di puro cinema (anche le doti di narratore oltre che dialoghista sono ormai una certezza) una storia che toglie il fiato per quanto è bella, vera, commovente.

La giovane studentessa liceale Adele (Adèle Exarchopoulos) scopre lentamente, e noi insieme con lei, la sua identità omosessuale perdendosi (ed allo stesso tempo ritrovandosi) in una appassionante storia d’amore con la più matura ed esperta Emma (Léa Seydoux). Storia d’amore che è catturata e restituita in splendide sequenze di corpi che si avvinghiano, mani che si toccano, occhi che si cercano (da vedere e rivedere all’infinito la sequenza in cui Adele entra in un bar gay con la speranza di ritrovare la ragazza dai capelli blu che ha incendiato il suo cuore). Nessun dettaglio è precluso alla nostra vista, Kechiche ci mostra tutto, ma proprio tutto (qualcuno ha storto il naso, specie per le lunghissime scene di sesso lesbico; altri hanno addirittura parlato di voyeurismo) e pur tuttavia niente di quello che vediamo sembra sovrabbondante, di troppo; ma tutto pertinente, necessario. E questo è vero sia per quanto riguarda le scene degli amplessi (mostrate con dovizia di particolari) sia per quelle apparentemente meno importanti (dal punto di vista diegetico) come ad esempio un pranzo in famiglia.
Alla fine, come tutti sappiamo, è la vita che da ed è la vita che toglie; ma i ricordi, indelebili, quelli restano, cosi come restano le opere d’arte, soprattutto se raffiguranti un momento, un attimo, eterno, di felicità. E ad Adele, diversamente da Krimò, quell’attimo, è stato concesso di viverlo. Ed è con questa consapevolezza che alla fine Adele si allontana dal suo presente che è già passato, incamminandosi verso un nuovo inizio. Un altro capitolo di quella (stra)ordinaria storia che è la vita.
Che bello, il cinema, quando riesce semplicemente a raccontare storie, stupendoci, commuovendoci. Grazie dunque a Monsieur Abdel per averci concesso lo straordinario privilegio di essere stati testimoni della nascita, della maturazione e della fine del sentimento più bello e più intenso che il cinema possa raccontare: l’amore. Che poi sia anche omosessuale non fa alcuna differenza; anzi, forse lo rende ancor più prezioso.


sabato 2 novembre 2013

DEATH NOTE - MORIRE PER UN QUADERNO


Il manga di Obata è una di quelle opere che non conosce mezze misure: o uno se ne innamora o non riesce a farselo piacere a prescindere, tanta è la pienezza dei dialoghi per ogni capitolo del fumetto. Difatti, c'è chi lo definisce un “mattone”, insostenibile da leggere, e chi invece lo ritiene una delle trame meglio sviluppate, considerando anche la grande storia raccontata, ovvero lo scontro tra il “male” , rappresentato da Light Yagami, voglioso di costruire un mondo migliore eliminando attraverso il death note tutti coloro che ritiene malvagi, e il “bene””, rappresentato dall'eccentrico L., un detective le cui reali generalità permangono nel mistero,  che decide di collaborare con la polizia giapponese allo scopo di catturare il misterioso Kira.  A mio parere la rivalità tra questi due personaggi è una dei migliori confronti tra personalità opposte mai viste in un fumetto giapponese;caratterizzati in maniera sublime, il loro scontro è costruito come  una lunga partita a scacchi dove ogni mossa di Light-Kira viene contrastata da L e viceversa. Ottima l'intuizione di costruire una storia sfruttando il credo popolare giapponese dell'esistenza di alcuni dei della morte, chiamati Shinigami, e altrettanto buona la costruzione dei co-protagonisti, a partire dallo Shinigami che accompagna il protagonista (Riuk), al secondo Kira e finta fidanzata di Light, Misa.  Dovessimo dare un giudizio critico non potremmo fare altro che dividere l'opera in 2 storie diverse, con 2 opinioni ben distinte: una prima parte, fino al volume 7 ( ovvero fino al momento della dipartita di L per mano di Rem), che entra, secondo me, nella storia dei manga giapponesi  per  coerenza e sviluppo, tra l'altro con un tema, quello della morte, particolarmente delicato e di difficile gestione narrativa; una seconda parte, ovvero la sequenza successiva alla morte di L con l'avvento di Near e Mellow, che è invece da dimenticare, costruita male e che inserisce nella storia personaggi poco accattivanti e che poco interesse suscitano nel lettore (l'ex dei tempi universitari di Light e Mikami, ad esempio, sono tutto fuorchè personaggi interessanti).  L'intento dell'autore di far intendere che possedere un potere terribile come quello di far morire a proprio piacimento le persone possa portare solo alla pazzia è stata costruita sapientemente, non altrettanto il modo con cui si arriva alla morte del protagonista, eccessivamente affrettata e senza il necessario pathos. Chi scrive sostiene che Death Note doveva rimanere semplicemente“L vs Light” e non diventare “L vs successori di Light”. Questa è stata secondo me la grande pecca di questa opera, che doveva concludersi con la vittoria di L contro Light dopo una estenuante battaglia, come quella che si stava svolgendo almeno fino al volume 7; se Obata avesse deciso di perseguire questa linea non staremo a raccontare di un  manga che ha raccolto grandi consensi esclusivamente in una nicchia di appassionati, ma probabilmente di uno dei migliori manga mai concepiti, almeno per quanto riguarda la gestione delle situazioni e la caratterizzazione dei personaggi.


Tommy

venerdì 1 novembre 2013

"J. LO SAI QUALI SONO LE REGOLE"


Tentare di alzare quel telefono non era mai stato così difficile prima d’ora. In realtà si tratta di poche centinaia di grammi; l’ultimo modello, ultra leggero, ultra piatto, ultra veloce, ultra pieghevole, ultra….“sono stanco”. Ma lo sforzo fisico richiesto è davvero pari a zero: “Dai, ce la posso fare questa sera”. Il mio ‘nemico’ è lì, riposto sul tavolo al centro della stanza, baldanzoso, fiero, con tutti quei led colorati, luccicanti, ipnotizzanti, bagliori continui che sembrano dire “io sono qui, afferrami e fai ciò che devi, dai”. “Viscido, dissimulatore, tentatore, credi sia facile? Credi sia una cosa da poco, eh? Ma che ne sai, ma che vuoi…” Brr, brr, brr … brr, brr, brr…“Oh cazzo sta vibrando! Chi può essere ora? Chi a quest’ora della notte?” Con una torsione dell’intero corpo degna di uno sportivo mi lancio come in un assalto alla baionetta e lo afferro. “Pronto…“, suspense, “no guardi, ha sbagliato numero, mi spiace…buona serata anche a lei”. Non ero davvero pronto, ma credo si sia notato.


Non posso però continuare a procrastinare la cosa. “No, non più…ma uscire almeno per una boccata d’aria fresca prima di…?”. Non termino neanche la frase. L’album di Rino riposto in bella vista sul comodino vicino allo stereo sembra tuonare “resta vile maschio dove vai?”; è la mia fantasia si, solo la mia fantasia, ma stasera forse non è proprio il caso di uscire. Compongo il numero a memoria, rapidamente, come se in tal modo potesse essere indolore; ahia.

Tuu, tuu, tuu, click…“La sua chiamata sarà monitorata dall’ufficio n.8030 della eaNSA, saluti”, una voce robotica la prima. “Ehi J., come stai?”, “…ragazzi, ragazzi c’è J. in linea! Ciao J. come te la passi eh?”, voci familiari le altre. “Ehm…si, ecco, ciao a tutti…”, questa proprio non ci voleva, la eaNSA proprio non ci voleva in un momento come questo. “Stai chiamando F. a quest’ora? Che cosa vuoi combinare eh? Eh, eh…vecchio J., la tua ragazza dopo una dura giornata di lavoro sarà sicuramente felice di potersi ‘divertire’ un pochino … e tu lo sai cosa intendo vero?”. “No.. veramente io...scusate, vorrei rimanere un po’ in privato, stavolta. Dovrei parlare di una questione un po’ delicata e con tutti voi ad ascoltarmi...ecco, proprio non ci riesco e…“. Vengo subito interrotto: “ J., J., lo sai quali sono le regole. Niente sconti, noi dobbiamo ascoltare tutto. Noi dobbiamo sapere tutto. E’ la regola. Ed ora dai, fai come se non ci fossimo, rilassati prendendo un bel respiro a pieni polmoni e schiarisciti la voce che F. sta per rispondere”. Il sangue mi si è gelato nelle vene, e forse anche i pensieri mi si sono ‘gelati’ nella mente. No, quelli proprio no; anzi, la testa ora mi sta per esplodere per il sovraccarico di ragionamenti, congetture, sensazioni. Fermati, fermatevi, fermi!

Pronto? Qui è F. che parla, chi è?”

Forse se faccio abbastanza veloce quelli della eaNSA... forse non coglieranno le mie parole…

Amore sono J., amore sono gay.” Tuu, tuu.

Ehi ragazzi, ah, ah, ah, incredibile, J. ha fatto outing...”, “davvero? Incredibile! E pensare che quella F. è una gran bella donna …”, “ma chi lo avrebbe mai immaginato … così ho perso un’altra scommessa …”.

Singolo della settimana: “Fight the power”, Public enemy.

Maste

martedì 29 ottobre 2013

PASTORALE AMERICANA - Philip Roth


Di solito non scrivo recensioni su autori di cui ho letto soltanto un'opera, ma, prendendo in mano Pastorale Americana ho capito che mi trovavo davanti ad un romanzo che parla da solo, a pagine scritte con estrema chiarezza, a un autore che parla ad un'intera nazione e al mondo intero.

Philip Roth inizia la sua epopea in modo autentico e calibrato, ci introduce nella vita dello Svedese tramite gli occhi del suo alter ego Nathan Zuckerman, con uno sguardo che inizialmente è di spassionata ammirazione.
Lo Svedese brillava come estremo nel football, pivot nel basket e prima base nel baseball. Soltanto la squadra di basket combinò qualcosa di buono (vincendo per due volte il campionato cittadino con lui come marcatore principale), ma per tutto il tempo in cui eccelse lo Svedese il destino delle nostre squadre sportive non ebbe troppa importanza per una massa studentesca i cui progenitori – in gran parte poco istruiti, molto carichi di preoccupazioni – veneravano il primato accademico più di ogni altra cosa...Ciononostante, grazie allo Svedese, il quartiere cominciò a fantasticare su se stesso e sul resto del mondo, così come fantastica il tifoso di ogni paese...L'assunzione di Levov lo Svedese a domestico Apollo degli ebrei di Weequahic si può spiegare meglio, credo, con la guerra contro i tedeschi e i giapponesi e le paure che essa generò. Con lo Svedese che furoreggiava sul campo da gioco, l'insensata superficie della vita forniva una specie di bizzarro, illusorio sostentamento, il felice abbandono a una svedesiana innocenza, per coloro che vivevano nella paura di non rivedere mai più i figli, i fratelli o i mariti”.
Così Roth ci introduce nel mondo dello Svedese nelle prime pagine del romanzo, ci mostra un uomo indistruttibile, osannato da tutti, il giusto dei giusti, alto, biondo e dalla mascella sicura.
Questa prima parte intitolata Paradiso ricordato ci descrive in maniera maniacale i successi dello Svedese ai tempi del liceo, sempre presente sui campi da gioco, portato in voce dalle “ragazze pon pon che avevano un urrà apposta per” lui; e i successi ancora più grossi negli anni della maturità, l'aver sposato Miss New Jersey, la ragazza più bella del paese, l'aver preso in mano la gloriosa fabbrica del padre e l'essere riuscito a renderla ancora più grande, tutto questo sembrava assicurare allo Svedese un futuro roseo e senza intoppi, un destino segnato dalla nascita.
Ma il meccanismo perfetto di Roth, non dissimile ad un'operazione chirurgica incrina la vita ampollosa di Seymour Levov, perfettamente in tempo con il finale di questa prima parte arriva la bomba, improvvisamente tutto fa crack, la vita dello Svedese e di una nazione intera, un popolo che credeva nel sogno americano incarnato da questo biondo e slanciato ebreo.
Merry, figlia forse anche troppo amata, sempre tenuta sotto la grossa ala dorata del padre perfetto, piazza la bomba; un uomo a caso muore, è la terrorista di Old Rimrock, è lo scandalo di un villaggio, è la fine di un uomo.
La seconda parte La caduta (non poteva che intitolarsi così) dà quasi un po' di speranza allo Svedese, che in uno dei pezzi più belli e significativi del romanzo conosce una ragazza pallida e minuta, una presunta studentessa della Wharton School della Pennsylvania, che gli chiede tutto sul suo lavoro, sulla fabbricazione dei guanti, proprio all'interno della sua amata fabbrica.
Ovviamente non può sapere che quella Rita Coehn che sta ospitando in uno dei luoghi a lui più cari è l'origine di tutto, la “carnefice” di sua figlia, fautrice di tutto quello che Merry ha imparato sulla lotta alle oppressioni, sul ribellismo, e inevitabilmente sul sangue che dev'essere versato.
Ma poi, alla fine della visita alla fabbrica, tutto gli verrà svelato: “Vuole il suo album di Audrey Hepburn”. Sette semplici parole.
E da lì, quell'ammirazione spassionata che Roth ha avuto per il suo personaggio si trasformerà in spietatezza verso lo Svedese dalla vita perfetta, verso quell'uomo vissuto sotto una campana di borghesismo cieco, una spietatezza manifestata negli svariati incontri con Rita Cohen, che non gli chiederà più informazioni sulla fabbricazione dei guanti ma lo attaccherà verbalmente sbattendogli in faccia tutto quello che di guasto c'è nella sua vita, tutto quello che ha sbagliato nei confronti della giovane Merry, gli stereotipi di una vita intera.
Le aggressioni di Rita sono quanto di più crudele c'è nella vita, e lo Svedese incassa, crolla, ma cerca di resistere, tutto pur di rivedere quella figlia che ormai non gli appartiene.
E poi, l'incontro tanto atteso: dopo la sofferenza finalmente una speranza di riconciliazione. Ma Merry è troppo cambiata, Seymour Levov capisce che è una battaglia persa, ormai il lavaggio del cervello è già stato fatto, li separa una distanza incolmabile, la distanza dei tempi che sono passati, gli anni Cinquanta sono un sogno perduto, i Settanta impazzano in tutto il loro ardore e Merry è figlia di quegli anni, non appartiene alla generazione del padre, quando ancora il sogno americano conquistava i cuori e le speranze della gente.
Nella terza ed ultima parte Paradiso perduto, il crollo continua, alternato dai ricordi dell'innocenza perduta, a quando Merry apriva il cancello di casa con la punta di un bastone; ma la caduta non riguarda solo lo Svedese, si frantuma tutto quello che gli sta intorno.
La moglie Dawn, allevatrice e mungitrice di vacche che non disdegna un lifting a Ginevra di tanto in tanto, non ama più quella vita all'apparenza perfetta, e allora come se non bastasse si fa trovare china sul lavello col vicino Orcutt, lo Svedese osserva e non si rende conto di come stia crollando tutto a pezzi, di come non ci sia più nulla di integro intorno a lui.
Philip Roth trasforma la spietatezza in tenerezza guardando al suo personaggio con occhio vigile e disincantato, quell'occhio che osserva con compassione lo Svedese e lo specchio che fa del suo popolo e della sua nazione.

Elle Bi

lunedì 28 ottobre 2013

THE GRANDMASTER - Wong Kar-wai




Wong Kar-wai ci regala un film che all'apparenza può sembrare semplice (storia di Ip Man maestro di Wing Chun) ma in realtà cova al suo interno una complessità quasi disarmante.
Il protagonista (Tony Leung/Ip Man) ci anticipa una massima che fungerà da linea direttrice per tutto il film e cioè che il Kung fu è fatto di due sole parole, orizzontale e verticale, se vai giù perdi, se stai in piedi vinci.
Per molti potrebbe sembrare una frase come tante ma il cineasta cinese ci costruisce sopra l'intero film, forse l'intera sua poetica.
In The Grandmaster tutto è orizzontale e verticale, la pioggia incessante all'inizio del film (verticale), i corpi che volano a suon di pedate (orizzontale), gli sguardi che si incontrano (orizzontale), pavimenti calpestati da corpi eretti (orizzontale, verticale) e infine scale (verticale) e treni impossibili (orizzontale).
Ma il piano di Wong non finisce qui, è molto più ampio, è composto da linee infinite che partono da nord a sud (dalla Cina del nord degli anni '30 fino ad arrivare a Foshan nella Cina del sud fino ad arrivare a sud-est a Hong Kong), prende a pretesto la storia di Ip Man per ripercorrere le tappe fondamentali di trent'anni di storia cinese; nessun combattimento del film è superfluo, ogni goccia di sudore, ogni schizzo di sangue, ogni lacrima sta a rappresentare la sofferenza di tutti i momenti storici della Cina di quegli anni; l'invasione di Hong Kong da parte dei giapponesi, l'estrema povertà e la guerra civile.
Molti registi si sarebbero accontentati di fare un film su Ip Man che percorrendo la sua storia ripercorre la Storia, ma Wong no, non si accontenta e decide di mettere in ballo tutte le sue tematiche più care e allora The Grandmaster oltre che un film sul tempo diventa un film sugli amori impossibili, sugli amori sottotono, non urlati, velati come lo sono le tematiche di questo film.
Nella maggior parte dei suoi film Wong Kar-wai fa vivere ai suoi personaggi delle storie d'amore vissute a metà, o almeno ci fa vedere che il suo è un occhio disilluso, un occhio che mostra sempre l'inizio di una storia ma spesso non la fine, o meglio una fine forzata, un'interruzione, perché l'amore all'inizio avvampa, ma poi inevitabilmente arrivano le complicazioni, arriva il tempo, il tempo che brucia pian piano tutto quello che trova.
Ma in The Grandmaster abbiamo un'eccezione. Ci troviamo davanti ad uno dei tanti amori impossibili cari al regista: i due si incontrano, si sfiorano (i loro corpi si toccano solo durante un combattimento), le loro anime si toccano, ma qui, la storia d'amore non finisce proprio perché non inizia.
Il regista sembra quasi non voler intaccare quel che di bello che c'è fra di loro, anime perse, anime sole, si guardano, si salutano continuando il loro cammino verso il domani.
E immancabilmente tornano le linee orizzontali e verticali, perché gli uomini e le donne cari al regista si incontrano, si amano, si odiano ma poi dopo quell'incontro breve e intenso, quelle fragili linee devono continuare la loro strada, continuando a sporcarsi nel caos della vita.

Elle Bi

sabato 26 ottobre 2013

BERLIN - Matilde Spinelli


Matilde Spinelli nasce il 17 luglio 1989 a Prato.
Si forma come autodidatta nel corso degli anni entrando a contatto con tutto ciò che la circonda, trasformando le sensazioni che prova in immagini.
Il 27 aprile 2013 espone ben otto fotografie tra le quali la seguente nella mostra “Destrutturazione del soggetto” al Meykadeh in via dei Pepi.
E' una fotografia del Memoriale dell'Olocausto, un'immagine muta, è la storia che deve parlare, il silenzio di milioni di ebrei, il silenzio necessario per contemplare quest'opera.

Elle Bi