martedì 5 novembre 2013

IL SUPEREROE


Se avevo smesso, un motivo ci doveva pur essere. Ne parlavo con S. qualche giorno prima, al bar. Cominciò tutto da lì.
“Ti ricordi com'eri in forma quando facevi il supereroe? Tonico, scattante, pronto all'azione.”
“Lo so, lo so.”
“Avevi anche più capelli...e non ti si era ancora abbassata la vista.”
“Ti ho detto che lo so.”
Sorseggiava il suo caffè. Io mi guardavo dentro lo specchio che sta dietro il bancone, assuefatto da qualcosa di oscuro che non riuscivo a definire.
“Perché mollasti?”
“Non me lo ricordo. Forse non mi entrava più il costume.”
“È un peccato”.
“La vita è così.”
Il giorno dopo, a cena, mi fermai un secondo a guardare la mia famiglia che mangiava. Mia moglie che imboccava il piccolo, gli altri due ragazzi col luccichio della televisione negli occhi. Era una sera come tante altre, tutti con la stanchezza della giornata addosso, e io più tutti. L'unico che sembrava divertirsi come un matto era Mirko, il piccoletto, che all'epoca aveva appena sei mesi. Avevamo l'abitudine di mangiare con la televisione accesa, per coprire il rimbrottare dei pensieri. Il riflesso dello schermo sul pavimento dava una sensazione di caldo; buttai giù il boccone.
Il telegiornale parlava di scioperi, manifestazioni e lotte sindacali. C'era anche un corteo di supereroi a manifestare, con striscioni e fischietti: erano quelli del sindacato, qualcuno di loro lo conoscevo anch'io. Mia moglie, continuando a imboccare Mirko, si voltò verso di me eseguendo una mezza torsione del busto e mi chiese, preoccupata:
“E il tuo vitalizio? Ti leveranno il vitalizio?”
“Non credo, comunque boh. Vedremo.”
Ruttai sommessamente. In realtà Nicla, questo il nome di mia moglie, mi aveva dato un pensiero. Alludeva alla somma di denaro che lo Stato si era offerto di elargirmi mensilmente, vita natural durante, in virtù delle mie vecchie gesta da supereroe.
Quella sera, a letto, Nicla era inquieta. Continuava ad aprire e chiudere un libro che stava leggendo, si voltava verso di me, tornava a guardare il libro.
“Certo che ne è passato di tempo da quando facevi il supereroe.”
“Dieci anni.” Commentai senza alzare gli occhi dalle parole crociate.
“Com'eri bello. Non dico per via del costume, quello tutto sommato era abbastanza ridicolo. C'era qualcosa che ti distingueva dagli altri.”
“Cosa?”
“Una luce...”
Aspettai che Nicla si addormentasse e mi misi a riflettere nella penombra. Era quella penombra blu cobalto che conoscevo molto bene per via delle levatacce da supereroe. Le parole di S., quelle di mia moglie, i ragazzi ipnotizzati dalla tv che trasmetteva cortei, Mirko che rideva e lanciava via il cucchiaio: tutto cominciò a turbinarmi nella testa e sentii una puntina acuminata trafiggermi in profondità, nell'animo. Sospirai e sgusciai fuori dal letto. In punta di piedi raggiunsi l'armadio, aprii lo scomparto segreto e tirai fuori il vecchio costume. Non potevo cambiarmi lì, avrei finito per svegliare Nicla, così mi spostai in bagno.
C'era ancora tutto. La maschera senza lineamenti, il cinturone con gli attrezzi del mestiere, il mantello rosso, la tuta di lycra gialla con sul petto il mio simbolo: un cartello stradale di divieto con un cervello che vi rimbalzava contro. Rimasi per un bel po' a tastare la consistenza degli indumenti, ripensando alla gloria del passato. Poi scattai in piedi, mi spogliai e cominciai a infilarmi nel costume. Non fu facile. Quando ebbi finito abbassai gli occhi e potei constatare che una tondeggiante superficie lunare si era sostituita agli addominali scolpiti che ai tempi mi ero costruito con tanta fatica. Il cartello era tutto deformato, il cervello sembrava quasi avere delle difficoltà a rimbalzarci sopra, si perdeva in una piega, come se seguisse una traiettoria diversa. Un'altra puntina acuminata, stavolta di rimorso: un conto è ingrassare dentro certe maschere, un conto dentro altre.
Comunque sia, ci stavo. Ero di nuovo io: il Senzanome. Uscii in strada cercando di dare ai miei movimenti un'aria atletica. La zona era tranquilla e procedevo a grandi salti librandomi nella notte suburbana, sfiorando gli insettini raccolti in un groviglio attorno ai lampioni. Poi tornavo giù sentendo il fresco della picchiata, toccavo il cemento e ricominciavo. La sensazione più bella del mondo, ma non mi lasciai prendere troppo dalla foga. Pensai subito all'avventatezza del mio gesto: qualsiasi altro ex supereroe, compresi quelli che avevo visto a manifestare in tv, mi avrebbero preso per pazzo. Rientrare in scena dopo dieci anni, di punto in bianco, senza contatti nella malavita cittadina o nell'underground dei tossici, potendo contare solo su qualche aggancio con la polizia, è da incoscienti. La malavita in dieci anni cambia molto, e gli sbirri che ti davano una mano all'epoca magari adesso si sono imbolsiti e hanno perso d'autorevolezza. Perdipiù, in tanti si sarebbero chiesti il perché di un mio ritorno sulle scene, e si sarebbero senz'altro aspettati una motivazione forte, tipo che 'guardando il telegiornale ero stato toccato nel profondo da qualche ingiustizia'. Il mio ritiro di dieci anni prima, infatti, era stata una faccenda seria. Anche se al bar, parlando con S., avevo fatto il vago, in realtà c'era un motivo preciso che mi aveva spinto a smettere: Davide, il mio secondogenito. Quando nacque, promisi a Nicla e a Beatrice, la maggiore dei tre, che non avrei più vissuto di adrenalina, cazzotti e inseguimenti. Perdipiù la stampa cavalcò la notizia gonfiandola con titoli tipo: 'Il vecchio supereroe che lascia spazio alle nuove generazioni' oppure 'Senzanome si ritira: esempio di ricambio generazionale nel mondo dei supereroi'. Chissà come l'avrebbero presa. Preferii non pensarci e lasciarmi accarezzare dall'adrenalina. Presto sarebbero arrivati i guai.
Infatti, in una tenebrosa traversa di via Baccio da Montelupo, incappai in due delinquenti che stavano cercando di violentare una donna, mentre quello che presumibilmente doveva essere il suo compagno, se ne stava k.o. ai piedi di un reticolato, simile a un mucchio di stracci. Adottai la mia solita tecnica. Mi piazzai in mezzo alla strada, gambe divaricate, mantello svolazzante, le mani sui fianchi. Cominciai a fischiettare un motivetto ridicolo. Nell'arco di cinque secondi i due delinquenti si accorsero della mia presenza e cominciarono a surriscaldarsi. Si voltarono nella mia direzione insultandomi col classico gergo da strada. La donna era ancora prigioniera di uno dei due, ma l'altro veniva verso di me con aria minacciosa, la testa bassa, il mento incassato. Lasciai che si avvicinasse, e quando si trovò alla distanza giusta sfoderai dal cinturone la grossa chiave inglese e gliela sferrai sullo sterno. Si piegò sulle ginocchia, senza fiato. A questo punto lo misi fuori gioco con un potentissimo destro alla mascella e guardai l'altro. Questo, vedendomi avanzare sicuro, lasciò la donna e scappò nella notte. Legai il delinquente alla rete coi laccetti di plastica e mi assicurai che le due vittime stessero bene. L'uomo era solo stordito e si rianimò con facilità. Tirai fuori il cellulare e chiamai il 112. Mentre mi allontanavo nella notte, però, sentii l'uomo dire commosso:
“Hai visto chi era? Era Senzanome... è tornato.”
Mi avevano riconosciuto. Porcaputtana, pensai, e mi diressi a grandi salti verso casa. D'altronde era una cosa inevitabile.
La mattina dopo mi svegliai con un senso di appagamento che non provavo da tempo. Le gambe mi dolevano un po' per via di tutti quei salti, le nocche della mano destra erano leggermente contuse, ma l'animo gozzovigliava nell'autostima. Mi stiracchiai e andai in cucina. Nicla era già andata a portare i ragazzi a scuola e mi aveva lasciato il caffè e il pane tostato. Bevvi il caffè tiepido e accesi la televisione in cerca del telegiornale mattutino. Come fa presto un uomo a cadere vittima dell'orgoglio...
Ma, nonostante le mie aspettative, nessuno parlava di me. Apertura della Borsa di Milano, incidenti, giochi di politica. Non me la presi e andai in ufficio.
Mentre sbrigavo le mie pratiche andando quasi in automatico, pensai che forse quella poteva essere una benedizione. Se la notizia non si era diffusa, avrei potuto sotterrare l'episodio, riprendere la mia vita di impiegato, e considerarlo una specie di omaggio ai vecchi tempi, una cosa fatta tanto per rivivere il brivido della lotta contro le forze del male. Sì, l'orgoglio della mattina mi aveva fatto perdere di vista la realtà dei fatti: ero un supereroe ritirato, un supereroe che aveva fatto una promessa.
In pausa pranzo guardai sul pc altri notiziari. C'era l'intervista al capo del sindacato dei supereroi, il Giustiziere Elettricista, che sbraitava nel microfono cose sul diritto al vitalizio per la nostra categoria. Era roba del giorno prima e non mi ci soffermai troppo, anche se riguardava anche me in prima persona. Andai agli articoli di cronaca locale: cani abbandonati, cani ritrovati, furti in appartamenti, vandalismo... eccolo! Lessi: 'Tentato stupro in via Baccio da Montelupo: donna salvata da misterioso soccorritore'. Finché restavo misterioso, andava benissimo. Purtroppo, però, alla fine dell'intervista, il compagno della donna affermava di aver riconosciuto nel soccorritore la fisionomia di Senzanome. “La polizia però non vuole credermi, perché ho ricevuto un colpo da k.o.”. Finalmente la polizia fa qualcosa di intelligente, pensai. C'era ancora speranza di restare nell'ombra.
Uscito da lavoro, andai a fare un giro nel parco. Ero a dir poco irrequieto, mi sentivo tirare in direzioni differenti senza capire quale dovessi assecondare. Guardai le papere nuotare nel laghetto; sembravano immobili ma sotto la superficie le zampe si muovevano velocissime. Tornai a casa determinato a sotterrare quella storia e a non tirare mai più fuori il costume di Senzanome.
A cena i miei familiari erano stanchi come al solito, le loro teste appesantite se ne stavano curve sul piatto. Io sorridevo a tutti mentre grattavo il formaggio, avvolgevo gli spaghetti, passavo loro la bottiglia d'acqua. Avevo le endorfine a mille. Ogni tanto riuscivo a far sbocciare sulla bocca dei ragazzi un sorrisetto, e di questo mi accontentavo. Nicla era seria ma non seriosa – del resto stava imboccando Mirko – e non sembrava ostile nei miei confronti per nessun motivo recondito.
All'improvviso, però, la tragedia. Il telegiornale cominciò di punto in bianco ad emettere suoni interessanti, e le orecchie dei miei familiari (e mie) a ricevere questi suoni e a trasmetterli ai centri nervosi del cervello. Le nostre facce si indirizzarono tutte verso lo schermo e le nostre posate rimasero sospese a mezz'aria. Mentre scorrevano immagini di repertorio di via Baccio da Montelupo, la voce di donna della cronista diceva: “Il misterioso soccorritore che ha salvato ieri notte una donna da un tentativo di stupro, ha già un'identità. Il compagno della donna, anch'egli vittima dell'aggressione, aveva suggerito alla polizia che potesse trattarsi di Senzanome, noto supereroe di provincia famoso per aver sgominato la banda della lavatrice negli anni Novanta, ma gli agenti hanno attribuito la cosa alla violenta commozione cerebrale riscontrata dall'uomo. Oggi pomeriggio, però, la prova schiacciante: un inquilino di via Baccio da Montelupo, insospettito dal rumore, si è affacciato alla finestra e, vedendo il supereroe, ha sfoderato il cellulare e ha girato un video che ritrae la rissa fra Senzanome e i due aggressori. Vediamo.”
Guardai le facce dei miei familiari che guardavano lo schermo. Nicla si girò e mi rivolse uno sguardo carico di risentimento. Beatrice scosse la testa e infilzò un pezzo di carne con la forchetta. Mirko e Davide, invece, non capirono niente di quanto stava succedendo. Abbassai gli occhi e mi coprii la faccia con le mani.
Passai la notte in macchina, ad ascoltare programmi radio con voci sputacchianti che parlavano di politica. Ero molto triste, ma non c'era niente da fare. Alle tre mi addormentai, sperando che quella brutta situazione potesse dissolversi al mio risveglio.
Ma quando mi svegliai trovai la macchina assediata dai giornalisti. Cercai di fare mente locale e di capire cosa stesse succedendo. Non venivo preso d'assedio in questo modo dai tempi della banda della lavatrice, quando passavo tutte le notti in macchina pronto all'azione. Socchiusi il finestrino e cercai di farmi valere.
“Dovete farmi passare.”
Le domande arrivarono come uno scroscio. Le lasciai fluire via, ma una, verso la fine della cascata verbale, mi rimase fissa nella mente:
“Perché l'ha fatto, Senzanome? L'ha fatto per paura che le togliessero il vitalizio o per dimostrare qualcosa alle nuove generazioni? È una questione di soldi o c'entra il suo amor proprio?”
Rimasi interdetto. Il giornalista, - aria strapazzata, barbetta fintamente trascurata, - mi aveva colpito nell'animo. Sentii di dover rispondere. Pensai a Nicla che guarda preoccupata il corteo dei supereroi al telegiornale, a Davide che guarda la stessa cosa senza capire niente, a Beatrice che inizia a capirci qualcosa, e a Mirko che sbatte il cucchiaio sul seggiolone e sputa il cibo. Chiusi gli occhi e presi un bel respiro, poi guardai gli occhietti del cronista dall'altra parte del finestrino e a denti stretti risposi:
“Sì, l'ho fatto per il vitalizio.” E misi in moto. I giornalisti si dispersero come piccioni.
Il pomeriggio, al bar, S. mi guardò e mi chiese se poteva offrirmi qualcosa.
“Vuoi un caffè?”
“No, offrimi qualcosa di forte.”
“Giornataccia? Allora ci vuole un whisky, che ne dici?”
“Doppio.”
Lo mandai giù senza troppa convinzione: non ero più abituato a bere. In televisione davano una partita di calcio fra squadre di circuiti esteri. I turisti seduti a bere erano tutti concentrati. S. mi guardò e sorrise sardonico, poi mi dette una pacca sulla spalla. Tirai un profondo respiro, mi alzai e uscii dal bar accompagnato dal boato della gente ai tavoli: “Goaaaaaaal!”
Mi incamminai lungo la strada mentre faceva sera.

Ernesto Meribù

0 commenti:

Posta un commento