Il nuovo film del canadese Cronenberg ruota attorno alla famiglia Weiss, una famiglia atipica, ma perfetta per l'attenta analisi che ci propone il regista. Il campo d'indagine è il mondo dello spettacolo, degli eccessi, dei soldi a palate e quindi il lato oscuro degli studios hollywoodiani.
Il
giovane Benjie Weiss è il classico enfant prodige che si muove alla
perfezione dietro ad una macchina da presa ma che fatica a muoversi
nella vita di tutti i giorni, complici le forti pressioni
psicologiche, complice l'insano atteggiamento dei genitori –
sopratutto la madre - che tutelano la loro gemma come veri e propri
imprenditori.
Il
padre (un perfetto John Cusack) è un essere squallido, un terapista
televisivo che si ciba dei problemi della gente – famosa –
illudendola con pratiche poco ortodosse di superare grossi problemi e
contrasti interiori.
In
questo enorme valzer di maschere di cera e fantasmi c'è anche Havana
Segrand (una magnifica Julianne Moore) figlia d'arte, attrice
inespressa con un pesante fardello da portarsi appresso.
Ad
un certo punto della storia entra in scena Agatha (Mia Wasikowska),
assunta come assistente personale da Havana Segrand che gira in
limousine percorrendo il viale di tutte le grandi stelle di
Hollywood, accompagnata da Jerome (Robert Pattinson) uno chaffeur col
sogno di diventare attore, ma anche sceneggiatore.
Con
l'arrivo di Agatha il mondo degli studios – già incrinato dalla
prima inquadratura – va a pezzi e insieme le vite di tutti i
componenti della famiglia Weiss e delle figure che ne gravitano
intorno.
Cronenberg
si dimostra regista cinico e sapiente nel calibrare un dramma moderno
con qualche venatura ironica ad allentare la tensione drammatica. La
crisi è evidente, l'attesa della fine ci tiene incollati davanti
allo schermo, come ipnotizzati da tanta atrocità. Il mondo dello
spettacolo messo in scena dal regista è qualcosa di peccaminoso, di
corrotto, così tanto da far male solo a guardarlo. Sbirciando da
quella fessura che Cronenberg apre e scava per quasi due ore ci
rendiamo conto di come normali esseri umani possano cambiare,
inaridire, mentire per restare al centro della scena, perché the
show must go on.
Molti
hanno attaccato il regista canadese, o meglio hanno attaccato gli
ultimi dieci anni della sua carriera, solo perché a parer loro,
negli ultimi film si è perso lo smalto di un tempo, si è persa la
violenza fisica e mentale insita nei suoi primi film, quelli più
cerebrali a dir loro.
Ma
come si può rimanere indifferenti a History of violence? A tutta
quella martoriazione della carne che è anche sangue versato da una
nazione, da quell'America folle mai rappresentata così lucidamente
dal regista. E come non notare la potenza delle immagini nella
Promessa dell'assassino? La scena del bagno turco è quanto di più
crudo ci abbia mostrato Cronenberg in tutti questi anni, è un
groviglio umano, carne lacerata, spasimi di dolore, contrazioni; e
lotta, lotta per sopravvivere. Quindi, sorvolando i pochi commenti
negativi, ci esponiamo e possiamo dire con grande calma e sicurezza
che sì, Cronenberg è cambiato nettamente rispetto a venti anni fa,
ma lo vediamo più come un pregio, un riuscire a rimpastare tutta la
sua arte, tutta la sua poetica per dire cose nuove in modi sempre più
sorprendenti.
di Elle Bi per la rubrica "CINEMA".
di Elle Bi per la rubrica "CINEMA".







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