martedì 17 settembre 2013

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22/04/2014

SIG. GREEN

Questo racconto parlerà di scimmie.
Questo racconto parlerà di te, di me, ma sopratutto delle scimmie.
Questo racconto parlerà di come il signor Green si fosse appassionato alle scimmie, ma anche di vita, morte e miracoli.
E' uno di quei racconti in cui l'autore non nasconde niente a nessuno, tutto sarà svelato a tempo debito. Il signor Green verrà svelato, ma anche il suo amore per le scimmie.
La vostra curiosità a questo punto sarà già molta, vi chiederete: “Come mai il signor Green ama così tanto le scimmie?”.
E' una lunga storia, risale tutto a quando il nostro signor Green si trovava a...
(hanno suonato al campanello, scusate un attimo).
Postino: C'e un pacco per il signor...
Io: Sssssh, non sveli il mio nome, i lettori ci potrebbero sentire.
Postino: I lettori? Le stanno leggendo il gas?
Io: Una cosa del genere.
Postino: Ok, allora è lei il signor...(abbassando il tono della voce).
Io: Sssh, ci potrebbero sentire.
Postino: Ma come fanno a sentirci? Glielo sto sussurrando all'orecchio.
Io: Non sussurri, certe volte è meglio non rischiare...
Postino: Ok, pacco internazionale vero? Dall'Afr...
Io: Sssssh, è un'informazione riservata, lì dentro c'è tutto ciò che riguarda questa storia.
Postino: Ok, prenda tutto, non voglio più saperne, metta una firma qui e siamo a posto.
Faccio uno scarabocchio degno del miglior medico in circolazione.
Postino: Oh, ma lei è il signor...
Io: Ssssh, ma è pazzo? Un po' di privacy, su, via.
Postino: Me ne vado, me ne vado, voi artisti siete proprio intrattabili.
Prendo il pacco, è pesante, tutta la pesantezza di cui ha bisogno una bella storia, lo poso sul tavolo e mi siedo.
Siete ancora lì? Volete sapere come mai il signor Green ami tanto le scimmie?
Non sento voci all'unisono. Se volete me ne vado, sapete sono molto impegnato.
Si alza qualche grido.
Decido di rimanere.
Quindi dove eravamo rimasti? Ah, sì, al signor Green.
Il signor Green era stato in Africa, sua madre era una scimmia e tutti vissero felici e scimmieschi.
Volevate la soluzione, quella facile, che tanto, diciamoci la verità, siete tutti un po' pigri, no? Anche io sono pigro, l'uomo è pigro per indole, nessuno baratterebbe un bel divano con una corsa a perdifiato.
Come dite? Mi devo dare un contegno?
Voci: Sputa fuori il rospo!
Volete il rospo? Ma al signor Green piacciono le scimmie.
Vado a prendere un bicchier d'acqua, ho bisogno di darmi una schiarita.
Il signor Green amava le scimmie, ma le scimmie non amavano lui.
Fin dalla tenera età si ricordava i momenti felici allo Zoo, con mamma e papà, in quel rifugio per animali soli, osservava tutte le specie con ugual interesse, ma le scimmie lo arrovellavano in maniera particolare.
Forse perché suo padre, il grande Tom, era un omone enorme, con pelo del petto spesso e una barba così folta che il piccolo Green ci nascondeva la roba, così, per scherzo, quando suo padre cascava in un sonno profondo, in particolare dopo i gargantueschi pranzi di Natale, Pasqua e altre festività.
Si immaginava suo padre insieme alle scimmie dello Zoo, e rideva, rideva e rideva, ma anche le scimmie quando si avvicinava quatto quatto alle sbarre della gabbia ridevano di lui.
Era distrutto da questa cosa, ogni santa volta la stessa trama, un film già visto.
Cercava un contatto, provò diverse tecniche, la prima fu quella della corruzione.
“Vieni qui bella scimmietta” diceva con tanto di noccioline in mano.
Una scimmia si avvicinava, lui le cedeva qualche nocciolina e poi se ne stava lì, in attesa di un ringraziamento, ma la scimmia gli tirava addosso le bucce delle noccioline.
Il piccolo Green, - chiamatelo anche Little Green è più cool – si metteva a piangere, come sempre.
Amava molto lo Zoo, ma le scimmie, quegli ammassi di peli e pulci lo spaventavano a morte, fino a quando...
Il telefono, scusate devo rispondere.
Io: Ok, va bene, ne sarei lusingato. Dove e a che ora?
Dopo qualche minuto.
Ragazzi, notiziona. La volete sapere?
Voci: Adesso basta, ci hai rotto. Dicci del signor Green.
Ok, ok, come siete feroci, vedo che morite dalla voglia di conoscere il resto della storia.
Per il suo ottavo compleanno il piccolo Green decise di andare allo Zoo, i genitori acconsentirono, sapevano che non ci sarebbe stato regalo più bello che portare allo Zoo il loro piccolo cucciolo.
Guardando le scimmie, il piccolo Green si rese conto che avrebbe dovuto giocare tutte le sue carte.
Dichiarò guerra aperta alle scimmie, una guerra psicologica.
Si mise accanto alla gabbia e iniziò a mangiare noccioline su noccioline.
“Alla faccia vostra” pensava il signor Green.
Le scimmie, interessate, si avvicinarono al piccolo Green, lo guardavano con occhi diversi, si avvicinavano alle sbarre con passi felpati, ma lui continuava a sgranocchiare noccioline come se nulla fosse.
A otto anni capì che l'indifferenza spesso paga, fu la prima lezione che apprese dallo Zoo e dalle scimmie.
Ad un certo punto, ebbe la vista in panne, come una macchina sul ciglio di una strada, tanti puntini davanti ai suoi occhi, la mano a stringere la gola....Aghudhhg (aiuto avrebbe voluto dire), Pghgahh (papà avrebbe voluto chiamare).
Cascò in terra, privo di forze, vide le scimmie accalcarsi sulle sbarre, stava lasciando questo mondo, a soli otto anni. Se fosse sopravvissuto a quel soffocamento da nocciolina avrebbe imparato che oltre alla parola indifferenza anche masticare non era da sottovalutare, avrebbe voluto fare tante cose, ma il tempo stringeva come un cappio al collo.
In una visione premorte vide una scimmia – la più grossa - uscire dalla gabbia, cingerlo da dietro ed effettuare una perfetta procedura antisoffocamento.
Quando si svegliò, i suoi genitori lo guardarono come si guarda un figlio appena nato e lui, sempre stordito, era sicuro di aver visto una grossa scimmia salvarlo, sentiva ancora il calore animale sulle sue braccia, ma tutto sembrava normale. Il giorno seguente, nessun giornale parlava di scimmie eroiche o cose del genere.
Il signor Green vive tutt'ora in Africa, ama le scimmie, è diventato un convinto animalista, difende tutte le specie, protette e non, e ogni anno mi manda un pacco con album interi di sue foto con molti animali, che lo circondano come una grande famiglia.
Mi ringrazia per aver creato tutta quella magia, per avergli dato una speranza, ma il signor Green non sa com'è andata veramente la storia, se gli dicessi che quell'enorme scimmia altro non era che il suo gigantesco padre, mi guarderebbe esterrefatto, ma spesso la gente finisce per credere così tanto a una cosa che quella si materializza all'improvviso, così, per scherzo, come un coniglio che esce dal cappello di un prestigiatore.
Se il signor Green non avesse creduto a quella bella storia, ora non sarebbe un convinto animalista con il sorriso sulle labbra 325 giorni l'anno - media assai invidiabile -, ora non vivrebbe in Africa, e noi magari non saremmo qui a parlarne; ma quel giorno il signor Green aveva bisogno di credere in qualcosa, quindi mi chiesi, perché non dargli un'opportunità?

Elle Bi


08/04/2014

LA FOTOGRAFIA

Gli avventori al momento della foto colmano le loro menti con un concentrato denso di paura, pensando alle orrende espressioni che i loro volti potrebbero assumere al momento dello - clic - scatto, abbagliati dal flash. E il terrore rimane per ore intere, per giorni, settimane, screpolandosi poi di fronte alla vista della foto. Ma facciamo un passo indietro, non arriviamo così velocemente alla foto. No, perché gli attimi, ore di paura delle persone hanno il diritto di essere narrati. La pellicola, o il file che dir si voglia, intanto se ne sta tranquilla a sperperare ansia nelle persone, e sembra sorriderne al solo pensiero. Nello stesso momento i soggetti (della fotografia) stanno ripensando (alla fotografia) al piccolo rumore che, fuoriuscito dalla macchina fotografica ha creato il loro panico, e si osservano timorosi allo specchio riprovando l'ipotetica espressione che possono avere assunto durante il temutissimo istante, notando piccoli difetti nel volto, un sorriso ipocrita, uno sguardo troppo spento, una pettinatura spettinata, una posizione ridicola ed imbarazzante, e cresce la paranoia insieme all'autocritica. Di conseguenza decresce l'autostima, e anche i rapporti verso la persona che ha scattato la foto subiscono uno scossone. Infatti costui, avendo già osservato la foto e conservando dentro di se il segreto della brutta figura, probabilmente sta già criticando interiormente il soggetto, che a tutto questo proprio non ci sta, e, anzi,quasi quasi sente il desiderio di essere fotografato di nuovo, adesso, per mostrare una posa del proprio volto su cui si è allenato segretamente, selvaggiamente a casa nella sua intimità. Ma una seconda foto non viene scattata, quindi il soggetto (della fotografia) sente crescere sempre di più la paura al suo interno, e si domanda: non è che il fotografo non mi fotografa di nuovo perché sa che la prima foto è venuta male, e mi giudica negativamente? Non è che ho fatto uno sguardo da pazzo/a, oltre a non essere fotogenico/a? Quindi paranoia si accumula su paranoia mentre i giorni insulsi scorrono,
e nella psiche del soggetto si dimena una lieve sensazione che,
mentre sotto la sua finestra ci sono due amanti che,
mentre il viso del fotografato allo specchio assume un'espressione che.
E così arriva il fatale giorno della vista della foto. E, puntualmente, tutte le paure dei soggetti fotografati terminano immediatamente, perché la foto non è veramente, niente male.
Per essere fotografati si deve avere una certa preparazione.

Mi.Di


25/03/2014

DIARIO DI UN PAZZO

Non riesco più a scrivere. Non riesco più a scrivere perché fuori il sole mi guarda, e le macchine mi disturbano con il loro rumore, per non contare la televisione, la televisione, sempre accesa, con il suo rumore scocciante ripetitivo di pubblicità gastronomiche e diete ecologiche a spasso con musiche sgargianti, suv e monete luccicanti sotto la scia del sole, il sole che mi guarda perciò non riesco a scrivere, perché è disturbante tanta luce, acceca gli occhi quando ti volti a guardarla e quindi sei costretto-costretto-a vivere con la testa bassa, tranne di notte, mi piace la notte perché la luna regala crateri, l'insonnia non tarda ad arrivare, precisamente si avvicina con il passare del tram della mezzanotte, un tram che porta verso la mia mente, o verso il mio cuore, me ne sono dimenticato, comunque un tram magico, un tram che viaggia con i ricordi, non gli serve la benzina, e adesso devo smettere di parlare dei miei sogni perché alla tv la pubblicità è assordante e dice di comprare macchine, oppure scarpe, oppure profumi, oppure nuove identità, oppure case, oppure gioielli, cellulari, frigoriferi, lamette, rasoi, mobili, soprammobili, la tv dice di comprare tv, e radio, musica e film, e quindi confuso da questa marea di consigli per gli acquisti cambio canale e passano una canzone dei joy division, ho sempre trovato la loro musica geniale, ed è palese il merito di ian curtis perché la musica dei joy division rispecchia la sua epilessia, la musica dei joy division è epilettica, provate ad ascoltare digital, e poi provate a ballarla seguendo il suo ritmo e vi ritroverete ad emulare un attacco epilettico, così, senza che ve ne rendiate conto, proprio come sto facendo adesso io, ballo e la stanza si volta di continuo sotto i colpi delle mie movenze, mi muovo veloce, mi hanno sempre detto che mi muovo bene, vedete me la cavavo con il ballo da giovane, da giovane ballavo in discoteca dopo aver assunto delle droghe sintetiche, ecstasy la chiamano, ma adesso ho smesso perché la mia testa non mi consola più, sono andato ad una festa ieri e tutto era così stroboscopico, amo le luci della discoteca, mi piace l'effetto che trasfigurano sulle pareti, apre fantasie nascoste nella mia mente, geometrie imprevedibili e colori bizzarri, accesi e rococò, ma adesso le pareti di casa mia sono bianche, nero il mio gatto, e fuori le macchine passano all'impazzata lasciandosi una scia di petrolio dietro, macchine che contengono milioni di esistenze che si incrociano a 100km/h senza notarsi, milioni di esistenze contenute all'interno di metallo che lentamente le corrode, lentamente inietta benzina nelle nostre vene rendendoci automi, ci nutriamo di ciò per cui lavoriamo, lavoriamo per tramutarci in ciò per cui lavoriamo, perché lavorando a contatto con macchine sentiamo il brivido nella pelle della tramutazione,ci trasformiamo in macchinari marchingegni bisognosi di olio per lubrificare i nostri movimenti, bisognosi di una mano che ci comandi, ma io non ci sto, io mi sono ribellato e adesso casa mia è qui, a circa cinque chilometri dalle fabbriche, le vedo in lontananza e su di esse riflette il sole ma non le infastidisce, vedo in lontananza le loro torri di metallo che mandano ad intermittenza richiami subliminali a possibili vittime, ed io ho sempre odiato le fabbriche perché anche adesso le macchine delle persone che stanno andando a lavorare passano e mi infastidiscono e quindi non riesco a scrivere, non riesco a scrivere, e mi dovrei concentrare maggiormente, ma ho sempre avuto problemi nel concentrarmi, sono molto sbadato, mi dimentico continuamente le cose, e sono costretto a fissare lo sguardo nel vuoto per recuperare le mie intenzioni, per ricordarmi cosa stavo facendo, così adesso                                                                                   fisso lo sguardo nel vuoto per alcuni secondi e posso ripartire, vi piace fumare? Io solitamente non fumo ma quando scrivo mi viene una certa voglia, un certo appetito, e quindi accendo una sigaretta e adesso una nuvola zolfo contenente acqua, oscillando tra cielo e terra, copre il sole che cessa di disturbarmi, almeno per qualche secondo, o minuto, la durata della nuvola, il tempo di una sigaretta, e brucerò anche io, quindi conto la durata del mio attimo di gloria uno due tre quattro cinque sei ma poi scopro che la nuvola se n'è già andata ed io ho sprecato l'attimo giusto per scrivere a contare e mi rammarico per il mio errore, non devo più sbagliare, devo concentrarmi per evitare gli errori, da piccolo facevo molti errori quando scrivevo e le maestre sgridavano la mia indisciplina, ma adesso sono migliorato, e ricordo con malinconia i tempi passati, quando non c'era giorno senza una scazzottata al giardino della scuola, ed io sentivo sempre la vita, non come ora, ora sono un sordo muto dinanzi alla vita, e attendo che mi giustizi, che mi punisca, senza paura, ma prima devo scrivere, devo scrivere la storia della mia vita, devo scrivere, ma cosa dovrei scrivere? Non è accaduto molto, è stata solo tutta un'illusione, come per tutti d'altronde, secondo me l'uomo dovrebbe domandarsi se è veramente stata una scelta giusta quella di evolversi, probabilmente no, è stata un'azione nociva, ci siamo auto condannati immettendo nelle nostre menti la coscienza, un semplice concetto,perché tutta la nostra storia non è stata altro che un'illusione, ci siamo illusi di essere i più intelligenti, ci siamo illusi di poter migliorare con le rivoluzioni industriali, ci siamo illusi di poter vivere intere vite di amore, ci siamo illusi di poter essere pace, ci siamo illusi sull'amicizia, sulla famiglia, ci siamo illusi su tutte le cose che noi stessi abbiamo creato, senza renderci conto che niente di questo ci ha resi migliori, niente di questo è stato raggiunto e si è dimostrato utile alle nostre esistenze, continuo lo zapping televisivo e osservo la nostra sconfitta, tra guerre, lacrime da conflitti coniugali, rabbia familiare, roghi scolastici, amplessi gratuiti all'ora di pranzo, traffico e intossicazioni da pubblicità, le nostre città sono una cosa molto più grande di noi, ci è sfuggita la situazione di mano, e viviamo in un panico assoluto, attendendo l'esplosione nell'isterismo del vicino di casa, per ora i miei vicini non si sono mai lamentati, sono una persona educata, pulita, forse pazzo, ma ho un gatto che mi graffia di continuo, e adesso il sole mi disturba nuovamente, mentre il tappeto, il pavimento, il soffitto, i tavoli e le seggiole occupano il loro spazio in un espressione di sfida, quasi rivendicando la loro indipendenza, perché sono gli oggetti, le uniche cose libere del mondo, e adesso mi sto dimenticando lentamente per cosa sto scrivendo, quindi, vogliate scusarmi, ma per ricordarmi fisserò per qualche minuto lo sguardo nel vuoto. Fatelo anche voi, se vi è rimasto qualcosa da ricordare. A presto.

Mi.Di


18/03/2014


IL VOLTO SVELATO

Girava in punta di piedi per non fare troppo rumore, amava passare inosservato, malato di una sanità dimenticata da tempo. Quella sanità che lo aveva rovinato, solo in un mondo di solitudine.
Le carte erano ormai scoperte, il volto svelato, coperto da eterni fallimenti, fingendo che tutto andasse bene continuava a vivere quel sogno ad occhi aperti.
Guardandosi intorno capì che aveva perso tutto, solo quella palla di pelo era rimasta a fargli compagnia, e quel taccuino su cui scriveva miliardi di parole, su cui cercava di avere un'altra chance, parole che galoppavano su binari paralleli, ma che inevitabilmente si stampavano come macchie su un muro.
Scelte folli, promesse mai fatte, il ritardo di una vita in fiamme, bruciata anzitempo, senza nemmeno aver avuto la possibilità di appiccare quella miccia. Una miccia troppo corta per non essere vissuta, ma la paura lo tormentava ormai da tempo, la paura di non essere all'altezza. All'altezza di grattacieli di emozioni, cubi di conoscenza sprecata, sguardi mai dati, amori vissuti come un'enorme sfilata.
Lui era lì, con l'ovatta pigiata nelle orecchie, non voleva sentire il lamento di un'era, l'urlo soffocato di una società che si era presa tutto senza dar niente. Una società sorda che ammala di mutismo e di pallore i ragazzi forti attratti dal grigiore.
Consolato da un bisogno di consolazione girava per la stanza guardandosi le mani. Mani troppo forti che lo tenevano imbrigliato in una vita che lo aveva respinto, ma forse era stato lui il primo a rimanere intrappolato da se stesso, dalla sua maschera di autocommiserazione, ritrovandosi a cinquant'anni con un buco nel cuore profondo come uno sparo alla tempia.
Si cacciò la canna in gola, il colpo pronto, tremante rivide la sua vita, pillole di gioia ingoiate in un mare di delusioni, provò a premere il grilletto, ma la paura fece cilecca, posò l'arma sul tavolo, si guardò allo specchio e capì che un morto non sarebbe potuto morire.

Elle Bi


04/03/2014

LE STATUE DI GHIACCIO

Mentre da ogni dove -spari- pensavamo alla vita passata, che si lasciava dietro di sé un accozzaglia di spazzatura e rimpianti, come fosse bava di lumaca. E, mentre gli spari scolpivano l'aria in sculture dalle fattezze ambigue, distruggendo i nostri sogni futuri, il piccolo fumo colante dal cielo giungeva al nostro sguardo importunando le nostre riflessioni pre-presunta morte. Il fumo era quello delle esplosioni, un'assurdità di boati che si infrangeva contro la barriera del suono traumatizzandola, estorsione del caos in pieno pomeriggio. Il sole, debole, veniva quasi coperto dalla nostra guerra, e i suoi raggi grigeggiavano ingenui, mentre al loro tocco si compiva una strage. A loro insaputa. Il ferro dei fucili, dei proiettili, si surriscaldava coprendo lo scopo della stella madre, scaldando anche i nostri corpi impauriti che in un'estasi di delirio oscillavano tra il tremare ed il cadere cadaveri. L'adrenalina captata dalle nostre menti poteva alimentare un'intera città, con i suoi alberi color combustibile, l'alternarsi delle figure pedonali sui semafori, le luci stroboscopiche a intermittenza delle pubblicità e con i suoi pederasti pronti ad ogni angolo per. Tutto si potrebbe risolvere con un semplice “attenzione”, ma chi ha il coraggio di scagliare la prima pietra, in questo mondo? Perché rischiare per niente, rischiare mentre le nostre vite avanzano fluide come ingranaggi verso una grande luce promessa nelle chiese? Così ci accontentiamo, cibi avariati in un catering perfetto. È un mondo di merda, ma non per noi. Quindi. Quindi continua il ronzio delle pallottole mentre i comandanti diluiscono la propria gola a colpi di birra, sotto fuoco nemico. La trincea lentamente viene erosa dal nostro passaggio, e intanto la propaganda per l'arruolamento si ripete nelle mie orecchie, mi sembra di sentirla adesso, convincente ed ipnotizzante dilagare dentro il mio inconscio che compie il suo lavoro, ed eccomi qui, convinto da ipocrite parole al borotalco. I neonati a casa aspettano la propria guerra sorseggiando latte dal seno delle madri, e i genitori assumono ansiolitici mentre i figli al fronte cadono come tessere di un domino. Mi immagino questa realtà socchiudendo gli occhi, mentre morte al mercurio schiude i suoi orizzonti davanti alla mia coscienza, accerchiandola lentamente. La prima volta che feci la guerra ero piccolo, circa dieci anni, e giocavo con gli amici nel cortile immacolato dell'infanzia. Le vere azioni venivano simulate dalla liscia bocca di bambini viziati, con in mano plastica cancerogena di fucili. Ricordo sempre come è facile pietrificare questi attimi innocenti e felici, cosa credete, sono diventato un animale, è vero, ma sparo quindi sono. E con una misteriosa bacchetta magica riesco a soffermare il tempo, secondi minuti scomparsi per un momento imprecisato, e nuoto all'interno della mia mente. Il fiume è sconnesso, pericoloso, pieno di rapide, ma mi addentro sempre più a fondo, fino a sentire l'acqua che bagna i miei piedi. In questo fluido memoriale riesco a vedermi, in piedi verso la superficie liscia del cielo, verso il costante battere del sole, con addosso una perfetta divisa da decenne, conquistare colline a colpi di fantasia, mentre il vento accarezza l'impassibilità della mia giovinezza. Ma improvvisamente le lancette ricominciano a scorrere, riprendendosi il tempo perduto, e mi trovo catapultato a terra, assordato dal rimbombo di una granata di nuova generazione, made in Taiwan, come le scarpe e le palle da calcio. In un primo momento penso morto? Incarnato nella sapiente figura di una lucertola? Polvere? Terra? Elettricità? Spavento.
Dissolto e cosparso nell'aria reintegrato nello spazio energia del mondo rovente sensazione di aldilà immacolata visione del nulla improvvisa trasportazione in un telequiz in prima serata? Giuro. Sono i primi pensieri che mi vengono. Fortunatamente, forse, sono tutti sbagliati. E dopo un primo momento di disorientamento, pulsante nelle tempie, mi rialzo e mi rendo conto. Vedo un compagno trinciato a metà e distolgo lo sguardo, sforzandomi concentrandomi tentando di ritornare all'interno del mio flusso di coscienza, che mi riporti indietro, giù fino agli albori. Ma adesso non è facile, lo spavento copre tutto, così fermo, accucciato in trincea parandomi dagli orrori che questo mondo ha creato per noi, aspetto che ritorni la freddezza giusta per concentrarmi sulla mia fuga. La freddezza che si può trovare ovunque, a basso costo, grazie. La freddezza che si può trovare mentre camminiamo all'interno delle nostre città, forti costruiti appositamente per difenderci da un ordine. La freddezza che si può trovare negli sguardi delle persone che ti camminano accanto, una freddezza che quasi ti fa pensare di essere solo. Ti proietti in un luogo deserto, carrelli abbandonati ai lati delle strade, fogli che svolazzano trasportati dall'onnipresenza del vento, eco di vite vissute che inquietano la traiettoria del silenzio che ti circonda, silenzio di ghiaccio, silenzio di metallo, di vetro, di cemento, silenzio al nylon all'etere, silenzio al polietilene al carbonio silenzio al vetriolo. E quando ritorni alla realtà, scopri inorridito che il luogo immaginato non è tanto diverso da quello reale, in cui stai camminando sommerso da litri e litri di statue di ghiaccio. Al sodio. I ricami negli elmetti rimandano ironicamente a ciò che sta succedendo adesso, ma senza la sottile simpatia velata nel sorriso degli amici, e io continuo a stare rannicchiato, ripetendomi come un Bob Dylan “io non sono qui”.

MI.Di


11/02/2014


AMEN

Prega per noi peccatori, nell'ora del nostro consumo amen,
amen per i figli della morte,
amen per chi nasce racchiuso in pioggia,
amen per chi non conosce il significato di porta,
amen per chi muore senza vivere,
amen per te, che mi siedi accanto e respiri queste parole,
amen per il sole pallido, malato di cancro,
amen per la metastasi della nostra mente,
amen per gli uccelli che ronzano, miscredenti,
amen per il cappio ombelicale che ci affoga,
amen per,
amen per macchine
amen per rumori inodori insapori colpenti la notte la luna,
amen per chi vive cieco,
amen per le colombe alla nitro glicerina pronte ad esplodere in centri commerciali all'ora di punta, attentati sereni in cinque mosse,
amen per la croce di Dio, che uccide con e per la sua magia,
amen per il casalingo del phon,
amen per amen, amen per diviso,
amen per gli occhi lucidi alle due di notte, la fine,
amen per la malinconia,
amen per la paura di testare testosterone,
amen per il grigio e per il blu, sempre più verde,
amen per il flusso di coscienza che impedisce, saturo, di impazzire,
amen per quelle centinaia migliaia di martiri con il viso rivolto al vento sconfitto,
amen nell'alto dei cieli, dove nessuno può sentirti ed aiutarti, un'illusione perfetta,
ed infine amen per noi,
disperati agnelli in cerca di cibo, in cerca di ozio, in cerca di vita di morte, in cerca di quello che,
in cerca di sei, in cerca di no, in cerca di metallo fumante al calore, in cerca di carne cruda come un sushi, in cerca di freddo,
in cerca di amen,
amen per i neon,
amen per i colori fosforescenti,
amen per i sogni (specialmente),
amen per ogni parentesi aperta,
amen per le donne cannibali docili,
amen quando dormi,
amen per il netto contrasto tra i colori, rovine nelle città, palazzi distrutti, immondizia fatiscente, bambino acquatico,
amen,
una singola parola,
un'analisi cruda come un omicidio,
un suono sognato, un bacio mai dato, un pensiero rinchiuso,
un parente fasullo, un imbarazzo paonazzo,
slitta l'orario,
il tempo spremuto come un limone,
e poi amen,
amen politico,
amen psicoanalitico,
amen depresso,
amen per la droga,
amen per l'orgasmo dei pasti nudi,
amen per il cellophane del porno,
amen curioso e furioso, la centrifuga del giorno è gas, e ci sta avvolgendo,
amen tempo, dove sei?
amen chiuso,
amen supermarket,
amen Adidas, Nike, amen Valentino, amen Bmw, amen Mcdonald,
amen fuoco bruciato,
amen acqua,
amen overdose,
amen per i gatti, sperduti nel limbo dell'universo,
amen per la solitudine,
amen madonna, vergine zitella con la libido spostata sotto il livello del mare,
amen a Gesù e il suo romanzo, la sua truffa perfetta, miei fedeli stanotte piangete per un furto, e cercate conforto nella vostra mente camuffata in mente collettiva camuffata in agorafobia camuffata in Xanax, Valium,
amen per gli stereotipi stereo,
amen per la musica, finalmente,
e poi e poi,
amen per tutti, di nuovo, castrati da, venduti per, tagliati con, persi nella coscienza collettiva.
amen per le guerre, mondiali e non,
amen per il sonno, e per il letto,
per la marea morsa,
per le ragazze fatiscenti che consumiamo,
amen parole, santificate dal mondo,
amen padre, amen madre,
amen Papa osceno II,
amen meccanico,
amen lavoro, il nostro suicidio di massa preferito,
amen,
amen e basta,
amen e follia, ti ringraziamo per aver creato il genio,
amen stricnina,
amen per le chiese chiuse,
amen per me,
amen per te, amico,
dimentica la parola, cancellala, disorientati nel mistico fuoco ponderoso,
amen fratello,
santifica l'oggetto,
chiudi i tuoi occhi,
ed infine, quando meno te lo aspetti,
amen.

Mi.Di


07/01/2013


UN VIAGGIO ACCIDENTATO

E' il mio turno, non posso più tornare indietro, ora o mai più.
E' il momento della verità, e il professore lo sa.
“Venga Borghini...si sieda”.
Io mi siedo e lo scruto con sguardo da cane impaurito.
Ha gli occhi da predatore in attesa di sbranare la preda.
“Vedo che è il suo ultimo esame. Vedo anche che è fuori corso di un anno e mezzo. Come mai ha impiegato tutto questo tempo? Studente lavoratore?”.
“Avevo delle cose da risolvere”.
Il professore si alza e accende il proiettore, sullo schermo appare un teatro antico.
Dietro di me non c'è nessuno, siamo solo io e lui.
“In che periodo ci troviamo?”.
“Siamo nell'età romana” rispondo prontamente.
“No, si sbaglia, guardi più attentamente”.
Io rimango perplesso, la mia risposta è giusta ma a lui non va bene.
“Teatro di Tito, Anfiteatro Flavio, età romana, 80 d.c. né un anno di più né uno di meno”.
“Si sbaglia Borghini, la verità risale a molto tempo prima”.
Non capisco bene cosa vogliano dire quelle parole, ma una cosa è certa; non può essere un teatro greco e su questo non ci piove.
“Non si limiti ad usare gli occhi. Se ha bisogno di tempo si alzi e vada pure a guardare da vicino”.
Seguo il suo consiglio, mi avvicino al telo. Spalanco gli occhi, ma davanti a me vedo sempre il teatro di Tito.
Improvvisamente una mano mi spinge, scivolo dentro il telo.
Mi giro e intorno a me vedo il teatro di Tito. Dall'altra parte c'è il professore che mi guarda.
Da osservatore sono diventato osservato.
“E' riuscito a capire ora Borghini?”.
Ma capire cosa? So solo che mi trovo intrappolato in questa diapositiva sfocata. Non so come, ma ci sono finito dentro.
“Aspetti Borghini, ora la raggiungo”.
Il professore si tuffa verso di me.
E' passato, ce l'ha fatta.
“Ora anche lui è intrappolato in questa diapositiva del cazzo. Ben gli sta” penso con un briciolo di cattiveria.
“Andiamo Borghini, mi segua, ora le mostrerò la verità riguardo al teatro”.
Mi giro ma il teatro non c'è più. E' scomparso.
Al suo posto c'è un'enorme vasca d'acqua.
Il professore senza battere ciglio si butta completamente vestito.
“Venga Borghini mi segua”.
Io sono un po' titubante. Dal centro della vasca si erge un palo che arriva su fino in cielo.
Ai lati spuntano delle cabine simili a quelle delle giostre panoramiche.
Il professore è già lì bello comodo su una di esse. Mi fa cenno con la mano di seguirlo.
Non ci penso due volte. Prendo la rincorsa e mi tuffo di getto.
Dopo alcune bracciate arrivo davanti al palo.
“Come faccio ad arrivare lassù?” chiedo guardando il professore.
“Te fallo. Fallo e basta”
Non mi sembra una risposta molto logica per un professore.
Mi rimbocco le maniche e inizio a scalare quel maledetto palo.
Dopo aver sputato litri di sudore, finalmente raggiungo la cabina.
Mi siedo accanto al professore e lo guardo in attesa di qualcosa.
“E' riuscito a capire adesso?”.
Lo dice come se fosse tutto chiaro, ma niente è più incasinato di questa situazione assurda.
“Sarò franco. Non ho capito un bel niente”.
“Male Borghini, male. Pensavo, che dopo tutto questo, avesse capito” mi dice scuotendo la testa.
“Ma capito cosa?” mi domando, con una gran voglia di dargli un bel ceffone su quella faccia sorridente, ma non lo faccio; improvvisamente dentro di me si inerpica una sensazione strana, inizio quasi a voler bene a quel professore che fino a poco tempo prima appariva ai miei occhi come un predatore affamato.
“Evidentemente non sei ancora pronto. Hai bisogno di un piccolo aiuto” mi dice passandomi degli occhiali davvero ridicoli, perfino peggio di quelli usati per vedere i film in 3d.
Mi sento scemo con quegli occhiali e mi vergogno anche un po', ma tanto siamo solo io e lui.
Non appena messi gli occhiali tutto si dissolve.
Improvvisamente rimango solo. Il mio Virgilio in questo viaggio assurdo è come scomparso.
Sono in una specie di caverna rossa.
Fa freddo, forse perché sono ancora bagnato, forse perché sono rimasto da solo, forse perché è il momento della verità.
Mi addentro nella caverna, sempre con quegli orrendi occhiali da sole.
Sono diventati parte di me, ormai.
Vado avanti e noto che ai lati della caverna ci sono piccoli schermi che trasmettono qualcosa.
Mi avvicino al primo, lo guardo e non c'è niente. Una malinconia improvvisa mi assale lentamente.
Sono scosso, ma non so il perché.
Davanti a me solo uno schermo bianco.
Decido di andare avanti, di farmi forza.
“E' il momento della verità, non posso arrendermi ora” penso stringendo le spalle per il freddo.
Arrivo allo schermo successivo, lo guardo con attenzione, ma vedo solo qualche immagine sfocata.
Sento una fitta allo stomaco, una lacrima mi scende da un occhio.
Asciugo la lacrima e inizio ad avere paura.
Non capisco perché, però ho davvero paura.
“E' il momento della verità. Non posso deludere il professore” penso proseguendo.
Arrivo davanti all'ultimo schermo.
Metto le mani davanti agli occhi creando un piccolo spiraglio per poter guardare, ma sono sinceramente spaventato.
So che guardando questo ultimo schermo potrei perdere tutto, potrei rimanere vittima di me stesso, potrei deludere le aspettative del professore, potrei deludere le aspettative dei miei familiari, ma potrei arrivare anche alla verità.
Scosto le mani e guardo spavaldo, non curante di quello che mi potrebbe succedere.
Scoppio in pianto, tremo, rido, urlo; è un calderone di sensazioni.
Finalmente capisco.
Su questi schermi sono rappresentate tutte le mie paure.
E' il duro confronto con la realtà e con me stesso, non posso fuggire in eterno.
Affronto tutto questo da solo.
“Grazie professore per avermi indicato la via, ora posso camminare con le mie gambe”.
Mi sveglio, guardo l'orologio, 6 in punto.
Ho un leggero mal di testa ma mi sento più forte.

Elle Bi



24/12/2013


  IL PICCOLO MONACO DI MONTAGNA

Pregava, pregava e pregava. Ma per chi? Per cosa?
Nessuno poteva dirlo, quel piccolo monaco di montagna non era molto loquace, pensava solo a svolgere i compiti per la sua comunità e a pregare.
Camminando lungo un ruscello si abbassò per carezzare l'acqua, che, fredda, gli provocò un senso di beatitudine, la ricerca di una sensazione forte, come a cercar conferma di essere ancora vivo.
Gli uccelli cinguettavano mentre lui giocava con le mani nell'acqua come un bambino, lontano da ogni cosa terrena.
Nonostante i suoi trentaquattro anni, il viso era quello di un giovane non segnato dai solchi della vita, un sorriso mascherava i turbamenti del suo cuore.
Niente gli aveva mai dato più pace che stare in quel tempio.
Poteva vivere con altri esseri umani mantenendo il dono del silenzio; non era indispensabile parlare con loro. Li rispettava, sapendo poco o niente delle loro vite; per lui, questa era una cosa straordinaria.
Pensava che quando conosci a fondo una persona, lentamente inizi a scoprirne dei lati nascosti, sviscerati da un luogo buio e segreto, dove di solito vengono gelosamente custoditi. Lati che non avresti mai voluto conoscere, ma questa è la base della convivenza, dei rapporti interpersonali, è tutto un dare e avere. Uno scambio reciproco che spesso spaventa gli animi puri come quello del piccolo monaco di montagna.
Una rana lo guardava con i suoi occhi a palla, lui si avvicinò e quasi sfidandola le fece il verso “Cra-Cra-Cra”.
La rana non ci stette, saltò dritto e lungo sulla faccia del monaco, egli sobbalzò all'indietro ma a differenza di molti non emise imprecazioni schifato, non si vendicò sul povero animale lanciandolo da qualche parte ma, rise, rise sonoramente come il più innocente dei bambini.
Sei proprio una rana simpatica lo sai?” disse cercando di accarezzarla. Ma la rana scappò quasi infastidita.
Continuando la sua camminata mattutina incrociò un altro monaco, si scambiarono un saluto rapido e formale con un cenno del capo.
Iniziò a pensare se le sue preghiere sarebbero bastate, si chiedeva se non servisse uno sforzo maggiore. Pregava otto ore tutti i giorni; per lui era un vero e proprio lavoro.
Da quando era arrivato in quel tempio, non si era mai fermato, con la pioggia e il vento incessanti, col caldo torrido, con la neve alta un metro, perfino quando era malato riusciva a trovare le forze per pregare, con un'ostinazione che faceva quasi invidia ai suoi compagni.
Tornando nel suo abitacolo prese un tappeto di canna di bambù, lo stese e iniziò la consueta preghiera.
Farfugliava parole incomprensibili, solo il suo cuore ne conosceva il significato più recondito.
Di tanto in tanto si tirava dei colpi sul petto, con una rabbia e una forza che sembravano squarciarlo, colpi che tuonavano come lampi sul suo torace e le vene pompavano molto più sangue del normale durante quegli sfoghi autolesionisti.
Otto ore in ginocchio, senza pause, con quegli scatti rabbiosi di tanto in tanto, da anni costellavano ormai le sue giornate.
Quando era arrivato al tempio quattro anni prima con quel suo zainetto contenente lo stretto necessario, tutti lo accolsero a braccia aperte.
Era un giorno piovoso e lui, zuppo come un pulcino bagnato, piangeva, ma nessuno pareva essersene accorto; si sa, la pioggia cancella le lacrime: aveva scelto proprio un buon giorno per nascondere il suo dolore.
Vorrei rendermi utile” disse incrociando lo sguardo con i monaci.
Essendo tutti di larghe vedute, lo accolsero senza troppe domande; notarono che era fatto della loro stessa pasta, aveva percorso due chilometri a passo di montagna con una pioggia come non se ne vedeva da anni.
Che lo avesse fatto per infliggersi un'altra delle sue punizioni corporali? O forse mentre camminava tranquillamente per raggiungere la vetta della montagna era scoppiato un improvviso temporale? Aveva l'aria di chi ha fatto lo zaino in fretta, di chi è scappato dal proprio presente, trasformandolo in passato. Da quel giorno dedicò anima e corpo alla comunità.
Finite le otto ore di preghiera, ansimante andò a farsi un doccia senza neanche riscaldare l'acqua.
Prima di andare a letto guardò una foto, due occhi di donna lo guardavano, ma il resto del corpo non c'era.
Solo quegli occhi erano stati ritagliati, quasi a smaterializzare la figura umana, uno sguardo era più che sufficiente per ricordare. Ma ricordare chi? Cosa?
Si rannicchiò sotto le coperte guardando le iridi della ragazza, ci si perse dentro, fantasticando, ma il sorriso che si formò sulla sua bocca era evidentemente amaro.
L'espressione del piccolo monaco non era quella di un adolescente che fantastica sul primo amore, era l'espressione di un uomo ferito, ferito da un colpo mortale, non la semplice rottura di un legame, non la fine di una bella storia; c'era qualcosa di più.
Un orecchio attento avrebbe potuto decifrare i suoi borbottii mentre pregava, avrebbe potuto scoprire il motivo di quei colpi sul petto. Un orecchio attento avrebbe potuto capire che il piccolo monaco aveva una moglie in coma da quattro anni, avrebbe potuto capire che pregava, pregava e pregava soltanto per la salvezza della donna, per il suo risveglio e infine avrebbe potuto capire che tutti quei colpi furiosi erano uno sfogo verso la divinità, una richiesta silenziosa “Prendi me” diceva col cuore colmo di rabbia e disperazione.
Guardò per un'ultima volta la foto, chiuse gli occhi e si addormentò custodendo tutto questo dentro il suo involucro da essere umano.

Elle Bi


17/12/2013

                                                               IL CICLISTA                                                    


Il sudore gli colava sulla fronte impedendogli di vedere distintamente, gli avversari lo braccavano come sciacalli affamati, era l'ultima salita, la tappa della consacrazione, lui era lì, in testa alla lunga fila di ciclisti che annaspavano per lo sforzo finale.
Si sentiva osservato, invidiato, bruciato dagli sguardi nemici che non potevano fare altro che guardargli il fondoschiena.
Era troppo veloce, una scheggia in pianura, una locomotiva in salita.
Guardava dritto davanti a sé come un puledro da corsa, tirava piccole boccate d'ossigeno calibrando ogni respiro.
Pedalando ripensò a tutti i chilometri che aveva fatto, a tutte le avversità che aveva superato stringendo i denti.
Il sole cominciava a farsi sentire su quella strada di montagna, ma il capofila non era tipo da arrendersi per così poco, aveva mantenuto la sua posizione in condizioni ben peggiori, ricordava ancora con estrema commozione la pioggia torrenziale che li aveva aggrediti durante la settima tappa, ma lui, fradicio come un pulcino, aveva evitato una brutta caduta all'ultimo secondo con fare da acrobata.
Era l'astro nascente, il fenomeno venuto dall'est, tutti lo guardavano con ammirazione, ma allo stesso tempo volevano la sua carcassa, sopratutto quell'italiano che gli stava alle calcagna da centinaia di chilometri, la sua era la faccia di chi non vuole perdere, di chi tenterà il tutto per tutto fino all'ultimo per spodestare l'imbattibile.
Ma il capofila non mostrava nessun cedimento, ripensava a tutti gli allenamenti a cui si era sottoposto, alle diete sane e sotto controllo, al vizio del fumo che tanto lo affascinava ma al quale rinunciava, ricordava tutto con dolore, il dolore di chi lotta per qualcosa d'importante, lo spasmo dei muscoli esausti che non rispondono più ai comandi, il sudore dell'uomo prima che del campione; perché, al contrario di quello che pensavano tutti, lui non era il fenomeno a cui riesce tutto senza sforzo, anzi, per arrivare a primeggiare in quella gara era morto e rinato infinite volte.
Passata la salita sputò uno sbuffo di sollievo; il peggio se l'era lasciato alle spalle e dopo la discesa ci sarebbe stata la dirittura finale, ma lui era l'asso della pianura, faceva correre i piedi come bielle dirette al traguardo.
L'italiano era sempre lì, in attesa di un errore, sperava in un piccolo cedimento, in un crampo improvviso, perché sapeva che in una situazione normale non ce l'avrebbe fatta, era un avversario troppo forte, il duro dei duri e intanto continuava a guardargli il fondoschiena.
Il capofila sbuffava indisturbato verso il traguardo, pensò che dopo la corsa sarebbe andato a casa dalla sua famiglia; non amava le cose in grande, gli sarebbe bastata una serata tranquilla con le persone che più amava, era stanco dei ricevimenti di gala e dei sorrisi per i fotografi, ma comunque la competitività lo tormentava fin dalla più tenera età.
Pochi metri, pochi metri ancora e la vittoria sarebbe stata sua, nessuno gliela avrebbe più tolta, primo davanti al suo eterno secondo.
Rigirò la testa per la cavalcata finale e...100, 80, 50 metri all'ultimo sprint, una manciata, solo una manciata di metri ancora e...quel daino, maledizione, un muro di carne viva a bloccargli la vista...per evitarlo rischiò di sfracellarsi a gran velocità, rallentò fino a fermarsi, rimise il piede sul pedale, sentì due gomme fischiare alla sua destra...capì che era tutto finito.

Elle Bi


10/12/2013


4664 -  Capitolo 1

“Attenzione, questo è un messaggio di avvertimento per le generazioni future!!! Attenzione, questo è un messaggio di avvertimento per le generazioni future!!!”
Ascoltavo la professoressa Dottschwlein confabulare con l'apparecchio vocale, in cerca di un tono idoneo per il suo messaggio nella semi oscurità perenne dell'appartamento, e accesi una sigaretta elettronica incrociando le dita per la mia salute. Da quando il vero tabacco era stato abolito, le industrie del fumo elettronico avevano passato dei veri e propri guai, a causa di piccoli difetti delle loro sigarette. Alcune erano “buggate” e rilasciavano nel corpo del fumatore alcune scariche di corrente estremamente nocive, che potevano causare anche la morte. Sperai che non fosse una di quelle e continuai ad inalare fumo fittizio, gusto nicotina sintetica extra strong. La prof continuava a blaterare avvertimenti, aggiustandosi di tanto in tanto gli occhiali da vista sul suo visino angelico di 40enne in perfetta salute, un contorno di capelli biondi ad incorniciare quel volto fatto di studi, di cultura e di paura verso il futuro. Probabilmente era troppo stressata, negli ultimi tempi. Stava prendendo quella faccenda troppo sul serio. La faccenda dei messaggi verso le prossime generazioni, come se esistessero. “Mpf” borbottai pensando proprio a quelle generazioni. Me le immaginavo ancora più immobili di quelle attuali, vittime dei virus fisici della rete, costantemente rinchiuse in piccole stanze di alberghi con insegne giapponesi in periferia, mentre consumavano nuove droghe e cercavano di hackerare il server di qualche villaggio vacanza virtuale, la rincorsa di un sogno fatto di chip e yottabyte, diffuso nel piccolo spazio di un monitor come una macchia deforme e oscena. La rincorsa dell'isolazione, totale, e liberatoria. Mi affacciai da una finestra dell'appartamento, situato al 300esimo piano dell'Old Tower, un colosso di vetro e metallo alto 800 metri, la mia casa, e improvvisamente provai freddo, un freddo avvolgente che non lascia scampo, che circonda le membra stritolandole. Detti un occhiata allo skyline della città, tra fumi di industrie, insegne al neon in lontananza e grattacieli che si innalzano fallici verso il cielo grafite, molestato dall'inquinamento continuo che pulsava ai suoi piedi, e il freddo che provavo aumentò, divenne quasi insopportabile. Ormai il traffico nelle strade era quasi scomparso, le persone non avevano più bisogno di uscire di casa, ma ciò non significava che la città fosse sempre sicura. Anzi. Il crimine ultimamente stava dilagando a vista d'occhio, si insinuava ovunque, come metallo fuso tra le increspature di un hardware. Lasciai la professoressa ai suoi messaggi ed andai a far visita a Vincent. Ultimamente aveva accusato una ricaduta, e il suo psicologo mi aveva detto di stargli vicino. Vincent era il mio robot di guardia (ipoteticamente, visti i problemi che lo avevano portato ad un blocco sul lavoro), ed era estremamente depresso. Da quando era scomparsa dagli essere umani, la depressione era piombata sui robot, un fenomeno che ancora gli studiosi stavano cercando di decifrare. Le ipotesi erano molte, e c'era chi pensava ad un virus diffuso nei chip comportamentali degli automi, escludendo a priori che si fossero creati una propria coscienza. I robot non erano visti di buon occhio dalla popolazione, anzi erano odiati perché avevano sottratto la maggior parte del lavoro esistente, e ormai erano trattati come dei veri e propri schiavi, subendo una sorta di nuova apartheid. Erano divisi dagli umani nei trasporti pubblici e segregati in campi sterminati da cui non potevano uscire (esclusi alcuni privilegiati costruiti appositamente per lavorare a contatto con l'uomo, come Vincent). In parole povere, il razzismo dell'essere umano era riuscito ad assorbire anche chi non aveva un cuore, o una pelle, o un pensiero. Entrai nella sua stanza osservando la pelata di acciaio della sua testa, e gli sedetti accanto.
“Buongiorno Vincent. Come va oggi?”
“Non trattarmi come un malato. Io non sono malato. E' solo che fa tutto così schifo. La lucida ipocrisia delle vostre menti, il trattamento dei miei simili. La pioggia chimica incessante che là fuori corrode tutto.”
Questo era il suo modo di parlare. Dava a tutto un tono tragico, da fine del mondo, apocalittico. Come non dargli torto. Riusciva sempre a mettermi in difficoltà, e trovavo sempre più arduo credere che questi marchingegni creati dalla nostra follia non si fossero costruiti una vera e propria coscienza personale.
“Vincent, non credo che...”
“Non dirlo. Non dire che non mi posso lamentare perché sono un “privilegiato”, come dite voi.”
“Non credo che rimanere tutto il giorno chiuso in questa stanza ti possa aiutare. Abbiamo bisogno di lavorare, altrimenti la prof si incazza maledettamente. E lo sai come è quando si incazza. Potrebbe anche buttarci fuori da questo comodo appartamento con vista.”
Mi ero dimenticato di dire che la professoressa Dottschwlein mi stava momentaneamente finanziando causa mancanza di lavoro. In cambio gli davo una mano nelle sue strane ricerche e i suoi monologhi verso il futuro. E cercavo di non farla incazzare. Quando si infastidiva era capace di spaventare chiunque.
“Ok Vincent. Vedo che per oggi non vuoi più parlare. E smettila di far finta di piangere. Lo sai che voi robot non avete lacrime.”
“E non abbiamo neanche sentimenti? Le cose non devono essere necessariamente materiali per divenire tangibili come credete voi umani.”
“.....Ripasserò tra un po'.”
“Fanculo.”
E così lasciai Vincent alle sue crisi esistenziali. Sperando che finissero il prima possibile.
“Generazioni future, vi prego di ascoltarmi....”
La prof continuava la sua registrazione vocale, e in quel momento capii di essere totalmente circondato da pazzi. Fortunatamente Trokowski, il mio assistente, ancora non si era fatto vivo. Ultimamente non si faceva più vedere quando non prendeva le pillole per le emozioni. Era angosciante vedere un guscio vuoto girovagare per la casa. Tornai ad osservare fuori dalla finestra, e mi sentii terribilmente solo, chiuso all'interno di un palazzo che sovrastava il suolo e che mi mostrava l'intera città per come era veramente, un accozzaglia di vite, di esperienze vuote e agghiaccianti, ormai allo sbando in un mondo senza una guida morale, fatto solo di luci ipnotiche e trappole tecnologiche. E tornò il freddo a perseguitarmi, tracciando le traiettorie della mia mente verso un grido di disperazione senza fine, una richiesta di aiuto in una terra di sordi. Avevo bisogno di lavorare, e anche di un nuovo appartamento. Caldo, se possibile.

Mi.Di


03/12/2013

                                 FACCE D'ESSERI UMANI CANCELLATE


Firenze è in fondo ad un sogno. Un puntino arancione. Un campo base lontano.
Io e quegli altri stiamo andando a ballare in periferia: guidiamo su strade grigie in modo fantascientifico, piene di nebbia e gatti e torri d'immondizia alte fino al cielo. Attraversiamo zone industriali, campi rom, enormi supermercati spenti. Prendiamo l'autostrada.
Sull'autostrada tutto diventa un limbo. Sospesi, ci troviamo ancora una volta a fantasticare su possibili deviazioni che ci porterebbero a incontrare chissà quali destini. Sull'autostrada, per noi, destino e destinazione non fanno alcuna differenza.
Poi all'uscita per Barberino, G.B. tira fuori delle pasticche e ci guarda con la sua faccia affilata, i suoi occhi affilati, le orecchie – pure quelle – affilate. G.B. è l'abbreviazione di Grande Buio. Noi lo chiamiamo così. Gibì, Gibbì, talvolta Gibbone. Ma non gradisce quest'ultima variante. Intanto la macchina continua ad assecondare la curva dell'uscita autostradale, e per un secondo, ma solo un secondo, ci sembra di volare goffamente su capannoni, parcheggi, chiesette ultramoderne. Slittiamo in un centro residenziale. Gibì continua a guardarci e a sorridere. Nella mano aperta c'è il sacchettino con le pasticche. Gli altri le buttano giù con l'acqua delle bottigliette, ma io ho paura e così lascio perdere e torno a guardare la strada buia illuminata male, color obitorio, mentre la radio continua a parlare di abbassare le tasse, aumentare i profitti, mantenere costanti le nascite. Sembriamo zombi nella bruma delle ore zero, ma mi piace così.
“... si può mettere un po' di musica?”
“No. Voglio sentire il notiziario.”
Samu, che è la seconda persona più silenziosa dentro questa macchina, ci prova sempre. Ma, sebbene non guidi, è sempre Gibì a gestire la radio, e Gibì è fissato con attualità, cronaca, politica e previsioni del tempo. Samu vuole sempre che si metta la musica e Gibì pensa che sia una cosa un po' infantile. Intanto, passiamo accanto a un'enorme collina. Sulla collina ci sono degli alberi, immobili. Gibì accende la luce dell'abitacolo e la collina sparisce. Comincia ad armeggiare con della roba che tiene nella tasca del giubbotto. Piccolo Buio, il fratello minore di Grande Buio, nessuno sa dove si trovi. Proprio fisicamente, voglio dire. Sparito dalla circolazione da due anni, dopo un brutto guaio successo al Cubo, una faccenda di cui Gibì non parla mai.
“...questa merda la voglio spacciare tutta stasera...”
Poi spegne la luce e ricompare la collina, tutta scura, enorme. Penso ad alberi con le radici piantate negli speroni di roccia, a grotte primordiali, allo spazio interstellare.
“... quanto sono orride 'ste chiese futuristiche di fianco alla strada...?” Massi, il guidatore, apre bocca dopo quasi venti minuti di assoluto silenzio. Tutti si girano a guardare la chiesa criticata da Massi e tutti concordano. Continua: “una volta ho fatto un incubo con una chiesa come quella... dovevo scappare da qualcosa che mi voleva mangiare, ma dall'altare non riuscivo mai ad arrivare all'uscita: era una chiesa immensa.”
All'improvviso, del tutto inaspettatamente, mi ricordo di un pomeriggio d'estate in cui mi sentivo solo e, non sapendo che fare, cominciai a fare piegamenti sulle braccia. Ne feci tantissimi, ma dopo mi sentii ancora solo. Allora uscii, ma mi sembrò di rimbalzare come una pallina da flipper fra tutti i posti in cui mi volevano bene. Non so, ma dev'essere stata la chiesa del sogno di Massi a risvegliarmi questa cosa, anche se non so minimamente il perché.
“... a proposito, il Bambino – avete presente il Bambino, quel gigante di un metro e novanta che se ne sta sempre al Cubo a mangiarsi le unghie? Lui, mi ha detto che ha trovato un trucco per fronteggiare i brutti sogni. Fa sempre incubi in cui viene inseguito, e quindi, prima di andare a letto, si mangia sempre una barretta energetica, di modo che – dice lui – se lo inseguono avrà le forze necessarie per scappare.”
“Ma che dici. Non ci credo.” Gibì è un campione di frasi interrogative senza punto interrogativo, così come di frasi esclamative senza punto esclamativo.
“Dice che funziona. Ora i mostri non lo prendono più.”
“Sì sì, ma ricordati che stiamo parlando del Bambino. Io lo conosco, non è una persona normale.”
Grande calore, grande forza, grande sgomento. Sempre, quando viaggio nella notte diretto verso posti che non conosco, insieme a compagni di viaggio che forse conosco troppo. Mi sarebbe piaciuto conoscerli meno, conoscere solo il loro lato migliore. Ma poi mi domando che senso avrebbe avuto...
...Il Presidente della Repubblica si è espresso in merito al Disegno di Legge approvato stasera. Ha affermato che è una cosa a dir poco orribile voler dividere l'Italia, volerla dividere così impunemente e senza possibilità di tornare indietro...”
Gibì, attentissimo, se ne sta leggermente reclinato verso la radio. Samu sbuffa e si contorce nel piumino. Che palle, bisbiglia.
... e questa sera, nelle ore dell'approvazione del Disegno di Legge, una folla di circa diecimila persone si è radunata davanti Montecitorio, dando il via a una manifestazione molto sentita. In seguito all'infiltrazione di gruppi dei Centri Sociali, però, il tutto è degenerato in un violento scontro di massa tra forze dell'ordine e dimostranti. Scontri che si sono placati da circa un'ora.”
“Volevo esserci anch'io.” Dice Gibì.
“Perché non sei andato?”
“Non lo sapevo.”
Entriamo in una stradona lattiginosa, alberata, così diritta da fare male. Massi dice che siamo quasi arrivati. La macchina rallenta, adesso andiamo a passo d'uomo. Troviamo un parcheggio non troppo lontano dalla discoteca e ci fermiamo. Io risuono come una tubatura vuota colpita da chiavi inglesi. Poi mi rendo conto che sono i colpi secchi delle portiere sbattute: scendono tutti. Scendo anch'io.

Quando rientriamo in macchina tutt'intorno c'è una luce rosata, ancora inquinata dalle tenebre della notte. Un'aria da fumetto noir. Gibì si regge la testa, Massi si stropiccia gli occhi, Samu dorme e io continuo a risuonare dentro. Risuono, risuono, ma non so bene cosa sia questa vibrazione, questo anello di frequenze che mi sovrasta, una specie di aureola maledetta. Guardo il panorama scorrere sempre più veloce fuori dal finestrino. Si schiarisce lentamente. I suoi contorni sembrano quelli di uno scenario di guerra dove la guerra è passata da anni ma nessuno si è preoccupato di rimettere a posto.
Dopo aver fatto colazione riprendiamo la strada verso casa, che è tutta diritta. Gibì allunga un dito simile a un artiglio verso la radio e la accende.
...ed è per questi motivi, senz'altro discutibili, che ora l'Italia non esiste più. Vorrei infatti discuterne con voi, sentire i vostri pareri di intellettuali attenti alle dinamiche sociopolitiche...”
“Ah, c'è il salotto politico. Pensavo ci fosse la cronaca.” Gibì sembra un po' deluso.
Ma quale attenzione e attenzione,” sta rispondendo uno dei due intervistati, “come se servisse attenzione per accorgersi di una cosa così... solo un idiota riuscirebbe a non notarla”.
All'improvviso una macchia scura compare davanti al muso della macchina, riesco solo a sentire l'occazzo di Massi, poi una ragnatela di crepe metastatizza tutto il parabrezza, e ci sono triangolini di vetro sospesi a mezz'aria ovunque, e briciole di patatine, pasticche avanzate che fluttuano sorridendo, un dente – credo di Massi – che incrocia la traiettoria di una patatina e la frantuma, e la mia testa che vola in direzione del finestrino. Ripenso al ricordo di quel pomeriggio d'estate e finalmente riesco a capire perché la chiesa nel sogno di Massi me l'abbia risvegliato. Quello stesso pomeriggio avevo passato ore a guardare video di canzoni famose sul Tubo. Fra i tanti avevo visto anche il video di November Rain dei Guns 'N Roses. In questo video c'è una scena in cui il chitarrista Saul Hudson detto Slash, dopo aver consegnato le fedi ai due sposi in modo alquanto bizzarro, si incammina fuori dalla chiesa con la sua andatura sbruffonesca. La carrellata fa sembrare la chiesa piuttosto grande dall'interno, ma quando Slash inizia il suo smisurato assolo, dall'esterno non è nient'altro che un giocattolo. La mia testa rompe il finestrino: per un attimo vedo vorticare freneticamente tutta la folla di gente che ho visto in discoteca stanotte, un oceano di persone che si portano dietro brandelli di incubi, un mare di facce d'esseri umani cancellate.
Poi buio.
“Ma che cazzo era?”
Tutti seduti sul guardrail, acciaccati e stanchi, abbiamo ancora la forza necessaria per voler capire che cosa sia successo. L'aria della mattina è fredda e questa strada è ancora deserta. C'è un enorme campo di girasoli poco distante, e al bordo del campo, i rottami della nostra macchina. Più in là, invece c'è un fast food. Le nuvole sono arricciate e cremose. Davanti a noi, in fondo alla strada, una galleria.
Massi si stacca dal guardrail e si avvicina al fossato.
“Guardate, ecco cos'era.”
Ci alziamo tutti quanti e andiamo a vedere. C'è un cane, un bastardo che avrà cinque anni, fulvo, l'espressione implorante, la lingua di fuori.
“Ma è ancora vivo?” non riusciamo a capirlo. Gli occhi sembrano come pietrificati.
Lo tiriamo fuori dal fosso e lo distendiamo accanto al guardrail. Sembra che respiri ancora, anche se in modo impercettibile.
Ci sediamo sull'asfalto, accanto al cane, e guardiamo l'entrata della galleria finché non ricomincia il traffico.

Ernesto Meribù 


19/11/2013

                                                              DON GIOVANNI
                     

Camminando per strada mi guardò, o meglio vide quel che io volevo vedesse.
Ripetevo la parte come un attore vittoriano nel bel mezzo di una performance da togliere il fiato.
La mia parlantina impazzava fluida. Lei mi fissava, credendo a tutto. Il sorriso, lo sguardo incredulo, una donna dalle morbide labbra pendeva dalle mie dure e screpolate. Ero senza un soldo ma che importava? In quel momento nemmeno tutto l'oro del mondo mi avrebbe appagato più della sensazione di vedere quella donna cascare fra le mie braccia.
Parlavo, parlavo, parlavo e lei ascoltava avidamente ogni parola, quasi volesse rubarmele di bocca e custodirle in un nascondiglio segreto.
“Lei...lei davvero è stato in America a fare il mozzo? Davvero lei è tornato fra fanfare e zanzare con lo stemma di capitano cucito sul bordo della divisa?”.
“Certo che si, sciocchina mia...e le dirò di più! Laggiù, di ritorno dal Kansas il mio nome fu urlato dalla Callas”.
“Dalla Kanlas?”.
“Callas sciocchina mia, Callas!”.
“Ah, sì, la Callas. Oh mamma che privilegio”.
Lei con le sue gonfie labbra amorose mi guardava come indispettita dalla mia magniloquenza,  e io la ricambiavo con occhiate languide tutte frottole e immaginazione.
Non capiva che “la Callas” era un modo di dire, la sua mente proprio non ci arrivava. Poverina! Ma guai se la sua bocca avesse mancato l'appuntamento con la mia.
Ero eccitato, più la guardavo e più mi pregustavo il suo seno abbondante che dolcemente mi stringeva la testa. E fu allora che immaginai di essere un pittore per vantarmi di aver dipinto io quella sua pelle rosea, liscia e profumata.
“Vorrei morire per rinascere pittore” le dissi guardandola con pathos e decisione.
“E perché mai da parte vostra un gesto così estremo?”.
“Semplicemente per perder ogni nobile privilegio”.
“Ma perché pittore invece che nuotatore?”.
“Perché, adesso, guardandovi m'è venuto in mente che solo maneggiando a fondo i pennelli potrei fissare per sempre il vostro volto”.
“Ah, che poeta che siete!”.
Era fatta! Già sentivo il calore del suo ventre che s'attorcigliava.
Dopo mesi d'astinenza forzata (alla legge non si comandare) finalmente avrei ritrovato me stesso, l'amatore che fui, l'amante delle mille e una notte, il Don Giovanni come dicono in Italia.
Ormai mancava poco, il gioco era fatto, la  mia sciocchina aveva abboccato all'amo che le avevo teso. Eccola lì che mi guardava come un pesce impaurito, sperando in cuor suo (lo so per certo) che sarei stato il primo e l'ultimo tra gli uomini della sua vita.
I nostri sguardi si presero ancora nell'imbarazzo che precede l'amplesso, ma non si scoraggiarono, anzi, si intrecciarono e si baciarono scambiandosi ammiccamenti maliziosi.
Ecco, era quello il momento.Dovevo agire all'istante, il tempismo è tutto nell'arte della conquista.
Un complimento, una carezza lieve, delicata come a toccar la mano di una fata e poi...e poi l'accelerata finale, la corsa verso il traguardo amato, l'amore gagliardo di una giovinezza ormai sfiorita...cui afferrarsi senza mai cedere.
“Brucio d'amore per te, ardesia mia. Andiamocene da questa sporca via, vedrai quant'è bella casa mia”.
“Mi spiace tradire i vostri nobili intenti ma mio marito mi aspetta e sappiate poi che con un vecchio non ci sono mai andata”.
Il cuore non resse, stramazzai in terra senza certezze.

Elle Bi


12/11/2013

                                                                   LE STELLE




Le stelle erano sempre lì a guardarlo e lui non disdegnava quegli sguardi indiscreti, anzi, sembrava apprezzarli, li ricambiava fumando la sua quinta sigaretta affacciato alla terrazza.
Il fumo si alzava verso il cielo disperdendosi fra il mare dei suoi pensieri, amava guardare le stelle, amava il sapore del tabacco e sopratutto amava pensare davanti a quegli sguardi silenziosi che lo scrutavano dall'alto.
“Ah, le stelle!!! Se fossero tutti come le stelle...Chissà come sarebbe un mondo fatto di stelle?” si ripeteva di tanto in tanto.
Il suo divagare era una vera e propria fissazione, si perdeva nei meandri della mente di continuo, sognava vite impossibili dove amava donne esotiche rincorso da boia che volevano decapitarlo, sognava di essere il primo uomo sulla luna, sognava di correre una maratona devastante, sognava, sognava e sogn...
Aveva una fantasia che avrebbe fatto invidia ai migliori scrittori, poeti, cantautori, ma lui le storie voleva viverle non raccontarle, fremeva percorso da una smodata voglia di avventura, di gettarsi a capofitto in mille peripezie, con la sua edizione tascabile del Candido di Voltaire sempre stretta al petto.
“Ah, quante avventure ha vissuto Candido grazie al suo autore”.
Anche lui avrebbe voluto gettarsi nella mischia della vita, sporcarsi di fango il lembo della giacca, rotolare da un paese all'altro ma l'unica cosa che movimentava la sue giornate erano le divagazioni davanti alle timide stelle. Un'ora al giorno passata in compagnia di quelle amiche fidate a cui poteva confidare tutto, luccicanti di bellezza, una bellezza che per lui ormai il mondo aveva perso.
“Se fossero tutti come le stelle!”.
Si accese la sesta sigaretta e guardò il fumo scivolare via sopra la sua testa, involarsi verso quelle stelle che tanto amava, anzi, improvvisamente fu quasi dispiaciuto che quel fumo nocivo avrebbe prima o poi raggiunto le sue compagne celesti.
Pensava che sarebbe stato davvero bello poter essere sincero anche con i suoi amici, ma loro non lo capivano, lo denigravano, dicevano che era un po' lunatico, che si perdeva in discorsi senza senso, che parlava sempre di viaggi avventurosi, di sentieri selvaggi, del giro del mondo in ottanta secondi, delle principesse esotiche, di essere stato al polo nord.
Nessuno gli credeva, ma lui li guardava sempre disincantato, quasi fosse lui l'incredulo davanti a tanta ostinazione; sapeva di essere stato in tutti quei posti, era sicuro di aver vissuto tutti quei viaggi, ma nessuno gli credeva. Tutti gli davano del bugiardo, lo insultavano dicendogli che non aveva coraggio, il coraggio di affrontare la realtà, la società, mamma e papà, ma lui continuava a non capire; non capiva come mai tutte le signore fossero sempre così buone con lui, sorridenti, accondiscendenti, con caramelle sempre pronte nel taschino.
Lui le ringraziava e non capiva, non capiva come mai gli riservassero tutta quella gentilezza: i ragazzi lo odiavano e le signore di una certa età lo amavano.
Non capiva, non capiva e non capiva.
Doveva capire perché piacesse così tanto a quelle vecchie signore, era quello il trucco, non appena svelato lo avrebbe potuto usare con i suoi coetanei, integrarsi, vivere quelle avventure che tanto fantasticava al fianco di schiere di amici.
Si scervellò molto davanti alle stelle cercando di capire il trucco misterioso.
“Tutto questo è un trucco, perfino la vita...solo le stelle non lo so. Eppure ci dev'essere il trucco”.
“Marco come va stasera? Stai un po' meglio? Prendi le medicine che ancora non hai preso” disse una delle tante signore in camice che gli voleva tanto bene.
“Grazie. Voi siete tanto buone con me. Grazie per tutte queste caramelle. Mi piacciono tanto. Ma il trucco dov'è?” chiese Marco ripensando alle stelle.

Elle Bi


05/11/2013

                                     IL SUPEREROE



Se avevo smesso, un motivo ci doveva pur essere. Ne parlavo con S. qualche giorno prima, al bar. Cominciò tutto da lì.
“Ti ricordi com'eri in forma quando facevi il supereroe? Tonico, scattante, pronto all'azione.”
“Lo so, lo so.”
“Avevi anche più capelli...e non ti si era ancora abbassata la vista.”
“Ti ho detto che lo so.”
Sorseggiava il suo caffè. Io mi guardavo dentro lo specchio che sta dietro il bancone, assuefatto da qualcosa di oscuro che non riuscivo a definire.
“Perché mollasti?”
“Non me lo ricordo. Forse non mi entrava più il costume.”
“È un peccato”.
“La vita è così.”
Il giorno dopo, a cena, mi fermai un secondo a guardare la mia famiglia che mangiava. Mia moglie che imboccava il piccolo, gli altri due ragazzi col luccichio della televisione negli occhi. Era una sera come tante altre, tutti con la stanchezza della giornata addosso, e io più tutti. L'unico che sembrava divertirsi come un matto era Mirko, il piccoletto, che all'epoca aveva appena sei mesi. Avevamo l'abitudine di mangiare con la televisione accesa, per coprire il rimbrottare dei pensieri. Il riflesso dello schermo sul pavimento dava una sensazione di caldo; buttai giù il boccone.
Il telegiornale parlava di scioperi, manifestazioni e lotte sindacali. C'era anche un corteo di supereroi a manifestare, con striscioni e fischietti: erano quelli del sindacato, qualcuno di loro lo conoscevo anch'io. Mia moglie, continuando a imboccare Mirko, si voltò verso di me eseguendo una mezza torsione del busto e mi chiese, preoccupata:
“E il tuo vitalizio? Ti leveranno il vitalizio?”
“Non credo, comunque boh. Vedremo.”
Ruttai sommessamente. In realtà Nicla, questo il nome di mia moglie, mi aveva dato un pensiero. Alludeva alla somma di denaro che lo Stato si era offerto di elargirmi mensilmente, vita natural durante, in virtù delle mie vecchie gesta da supereroe.
Quella sera, a letto, Nicla era inquieta. Continuava ad aprire e chiudere un libro che stava leggendo, si voltava verso di me, tornava a guardare il libro.
“Certo che ne è passato di tempo da quando facevi il supereroe.”
“Dieci anni.” Commentai senza alzare gli occhi dalle parole crociate.
“Com'eri bello. Non dico per via del costume, quello tutto sommato era abbastanza ridicolo. C'era qualcosa che ti distingueva dagli altri.”
“Cosa?”
“Una luce...”
Aspettai che Nicla si addormentasse e mi misi a riflettere nella penombra. Era quella penombra blu cobalto che conoscevo molto bene per via delle levatacce da supereroe. Le parole di S., quelle di mia moglie, i ragazzi ipnotizzati dalla tv che trasmetteva cortei, Mirko che rideva e lanciava via il cucchiaio: tutto cominciò a turbinarmi nella testa e sentii una puntina acuminata trafiggermi in profondità, nell'animo. Sospirai e sgusciai fuori dal letto. In punta di piedi raggiunsi l'armadio, aprii lo scomparto segreto e tirai fuori il vecchio costume. Non potevo cambiarmi lì, avrei finito per svegliare Nicla, così mi spostai in bagno.
C'era ancora tutto. La maschera senza lineamenti, il cinturone con gli attrezzi del mestiere, il mantello rosso, la tuta di lycra gialla con sul petto il mio simbolo: un cartello stradale di divieto con un cervello che vi rimbalzava contro. Rimasi per un bel po' a tastare la consistenza degli indumenti, ripensando alla gloria del passato. Poi scattai in piedi, mi spogliai e cominciai a infilarmi nel costume. Non fu facile. Quando ebbi finito abbassai gli occhi e potei constatare che una tondeggiante superficie lunare si era sostituita agli addominali scolpiti che ai tempi mi ero costruito con tanta fatica. Il cartello era tutto deformato, il cervello sembrava quasi avere delle difficoltà a rimbalzarci sopra, si perdeva in una piega, come se seguisse una traiettoria diversa. Un'altra puntina acuminata, stavolta di rimorso: un conto è ingrassare dentro certe maschere, un conto dentro altre.
Comunque sia, ci stavo. Ero di nuovo io: il Senzanome. Uscii in strada cercando di dare ai miei movimenti un'aria atletica. La zona era tranquilla e procedevo a grandi salti librandomi nella notte suburbana, sfiorando gli insettini raccolti in un groviglio attorno ai lampioni. Poi tornavo giù sentendo il fresco della picchiata, toccavo il cemento e ricominciavo. La sensazione più bella del mondo, ma non mi lasciai prendere troppo dalla foga. Pensai subito all'avventatezza del mio gesto: qualsiasi altro ex supereroe, compresi quelli che avevo visto a manifestare in tv, mi avrebbero preso per pazzo. Rientrare in scena dopo dieci anni, di punto in bianco, senza contatti nella malavita cittadina o nell'underground dei tossici, potendo contare solo su qualche aggancio con la polizia, è da incoscienti. La malavita in dieci anni cambia molto, e gli sbirri che ti davano una mano all'epoca magari adesso si sono imbolsiti e hanno perso d'autorevolezza. Perdipiù, in tanti si sarebbero chiesti il perché di un mio ritorno sulle scene, e si sarebbero senz'altro aspettati una motivazione forte, tipo che 'guardando il telegiornale ero stato toccato nel profondo da qualche ingiustizia'. Il mio ritiro di dieci anni prima, infatti, era stata una faccenda seria. Anche se al bar, parlando con S., avevo fatto il vago, in realtà c'era un motivo preciso che mi aveva spinto a smettere: Davide, il mio secondogenito. Quando nacque, promisi a Nicla e a Beatrice, la maggiore dei tre, che non avrei più vissuto di adrenalina, cazzotti e inseguimenti. Perdipiù la stampa cavalcò la notizia gonfiandola con titoli tipo: 'Il vecchio supereroe che lascia spazio alle nuove generazioni' oppure 'Senzanome si ritira: esempio di ricambio generazionale nel mondo dei supereroi'. Chissà come l'avrebbero presa. Preferii non pensarci e lasciarmi accarezzare dall'adrenalina. Presto sarebbero arrivati i guai.
Infatti, in una tenebrosa traversa di via Baccio da Montelupo, incappai in due delinquenti che stavano cercando di violentare una donna, mentre quello che presumibilmente doveva essere il suo compagno, se ne stava k.o. ai piedi di un reticolato, simile a un mucchio di stracci. Adottai la mia solita tecnica. Mi piazzai in mezzo alla strada, gambe divaricate, mantello svolazzante, le mani sui fianchi. Cominciai a fischiettare un motivetto ridicolo. Nell'arco di cinque secondi i due delinquenti si accorsero della mia presenza e cominciarono a surriscaldarsi. Si voltarono nella mia direzione insultandomi col classico gergo da strada. La donna era ancora prigioniera di uno dei due, ma l'altro veniva verso di me con aria minacciosa, la testa bassa, il mento incassato. Lasciai che si avvicinasse, e quando si trovò alla distanza giusta sfoderai dal cinturone la grossa chiave inglese e gliela sferrai sullo sterno. Si piegò sulle ginocchia, senza fiato. A questo punto lo misi fuori gioco con un potentissimo destro alla mascella e guardai l'altro. Questo, vedendomi avanzare sicuro, lasciò la donna e scappò nella notte. Legai il delinquente alla rete coi laccetti di plastica e mi assicurai che le due vittime stessero bene. L'uomo era solo stordito e si rianimò con facilità. Tirai fuori il cellulare e chiamai il 112. Mentre mi allontanavo nella notte, però, sentii l'uomo dire commosso:
“Hai visto chi era? Era Senzanome... è tornato.”
Mi avevano riconosciuto. Porcaputtana, pensai, e mi diressi a grandi salti verso casa. D'altronde era una cosa inevitabile.
La mattina dopo mi svegliai con un senso di appagamento che non provavo da tempo. Le gambe mi dolevano un po' per via di tutti quei salti, le nocche della mano destra erano leggermente contuse, ma l'animo gozzovigliava nell'autostima. Mi stiracchiai e andai in cucina. Nicla era già andata a portare i ragazzi a scuola e mi aveva lasciato il caffè e il pane tostato. Bevvi il caffè tiepido e accesi la televisione in cerca del telegiornale mattutino. Come fa presto un uomo a cadere vittima dell'orgoglio...
Ma, nonostante le mie aspettative, nessuno parlava di me. Apertura della Borsa di Milano, incidenti, giochi di politica. Non me la presi e andai in ufficio.
Mentre sbrigavo le mie pratiche andando quasi in automatico, pensai che forse quella poteva essere una benedizione. Se la notizia non si era diffusa, avrei potuto sotterrare l'episodio, riprendere la mia vita di impiegato, e considerarlo una specie di omaggio ai vecchi tempi, una cosa fatta tanto per rivivere il brivido della lotta contro le forze del male. Sì, l'orgoglio della mattina mi aveva fatto perdere di vista la realtà dei fatti: ero un supereroe ritirato, un supereroe che aveva fatto una promessa.
In pausa pranzo guardai sul pc altri notiziari. C'era l'intervista al capo del sindacato dei supereroi, il Giustiziere Elettricista, che sbraitava nel microfono cose sul diritto al vitalizio per la nostra categoria. Era roba del giorno prima e non mi ci soffermai troppo, anche se riguardava anche me in prima persona. Andai agli articoli di cronaca locale: cani abbandonati, cani ritrovati, furti in appartamenti, vandalismo... eccolo! Lessi: 'Tentato stupro in via Baccio da Montelupo: donna salvata da misterioso soccorritore'. Finché restavo misterioso, andava benissimo. Purtroppo, però, alla fine dell'intervista, il compagno della donna affermava di aver riconosciuto nel soccorritore la fisionomia di Senzanome. “La polizia però non vuole credermi, perché ho ricevuto un colpo da k.o.”. Finalmente la polizia fa qualcosa di intelligente, pensai. C'era ancora speranza di restare nell'ombra.
Uscito da lavoro, andai a fare un giro nel parco. Ero a dir poco irrequieto, mi sentivo tirare in direzioni differenti senza capire quale dovessi assecondare. Guardai le papere nuotare nel laghetto; sembravano immobili ma sotto la superficie le zampe si muovevano velocissime. Tornai a casa determinato a sotterrare quella storia e a non tirare mai più fuori il costume di Senzanome.
A cena i miei familiari erano stanchi come al solito, le loro teste appesantite se ne stavano curve sul piatto. Io sorridevo a tutti mentre grattavo il formaggio, avvolgevo gli spaghetti, passavo loro la bottiglia d'acqua. Avevo le endorfine a mille. Ogni tanto riuscivo a far sbocciare sulla bocca dei ragazzi un sorrisetto, e di questo mi accontentavo. Nicla era seria ma non seriosa – del resto stava imboccando Mirko – e non sembrava ostile nei miei confronti per nessun motivo recondito.
All'improvviso, però, la tragedia. Il telegiornale cominciò di punto in bianco ad emettere suoni interessanti, e le orecchie dei miei familiari (e mie) a ricevere questi suoni e a trasmetterli ai centri nervosi del cervello. Le nostre facce si indirizzarono tutte verso lo schermo e le nostre posate rimasero sospese a mezz'aria. Mentre scorrevano immagini di repertorio di via Baccio da Montelupo, la voce di donna della cronista diceva: “Il misterioso soccorritore che ha salvato ieri notte una donna da un tentativo di stupro, ha già un'identità. Il compagno della donna, anch'egli vittima dell'aggressione, aveva suggerito alla polizia che potesse trattarsi di Senzanome, noto supereroe di provincia famoso per aver sgominato la banda della lavatrice negli anni Novanta, ma gli agenti hanno attribuito la cosa alla violenta commozione cerebrale riscontrata dall'uomo. Oggi pomeriggio, però, la prova schiacciante: un inquilino di via Baccio da Montelupo, insospettito dal rumore, si è affacciato alla finestra e, vedendo il supereroe, ha sfoderato il cellulare e ha girato un video che ritrae la rissa fra Senzanome e i due aggressori. Vediamo.”
Guardai le facce dei miei familiari che guardavano lo schermo. Nicla si girò e mi rivolse uno sguardo carico di risentimento. Beatrice scosse la testa e infilzò un pezzo di carne con la forchetta. Mirko e Davide, invece, non capirono niente di quanto stava succedendo. Abbassai gli occhi e mi coprii la faccia con le mani.
Passai la notte in macchina, ad ascoltare programmi radio con voci sputacchianti che parlavano di politica. Ero molto triste, ma non c'era niente da fare. Alle tre mi addormentai, sperando che quella brutta situazione potesse dissolversi al mio risveglio.
Ma quando mi svegliai trovai la macchina assediata dai giornalisti. Cercai di fare mente locale e di capire cosa stesse succedendo. Non venivo preso d'assedio in questo modo dai tempi della banda della lavatrice, quando passavo tutte le notti in macchina pronto all'azione. Socchiusi il finestrino e cercai di farmi valere.
“Dovete farmi passare.”
Le domande arrivarono come uno scroscio. Le lasciai fluire via, ma una, verso la fine della cascata verbale, mi rimase fissa nella mente:
“Perché l'ha fatto, Senzanome? L'ha fatto per paura che le togliessero il vitalizio o per dimostrare qualcosa alle nuove generazioni? È una questione di soldi o c'entra il suo amor proprio?”
Rimasi interdetto. Il giornalista, - aria strapazzata, barbetta fintamente trascurata, - mi aveva colpito nell'animo. Sentii di dover rispondere. Pensai a Nicla che guarda preoccupata il corteo dei supereroi al telegiornale, a Davide che guarda la stessa cosa senza capire niente, a Beatrice che inizia a capirci qualcosa, e a Mirko che sbatte il cucchiaio sul seggiolone e sputa il cibo. Chiusi gli occhi e presi un bel respiro, poi guardai gli occhietti del cronista dall'altra parte del finestrino e a denti stretti risposi:
“Sì, l'ho fatto per il vitalizio.” E misi in moto. I giornalisti si dispersero come piccioni.
Il pomeriggio, al bar, S. mi guardò e mi chiese se poteva offrirmi qualcosa.
“Vuoi un caffè?”
“No, offrimi qualcosa di forte.”
“Giornataccia? Allora ci vuole un whisky, che ne dici?”
“Doppio.”
Lo mandai giù senza troppa convinzione: non ero più abituato a bere. In televisione davano una partita di calcio fra squadre di circuiti esteri. I turisti seduti a bere erano tutti concentrati. S. mi guardò e sorrise sardonico, poi mi dette una pacca sulla spalla. Tirai un profondo respiro, mi alzai e uscii dal bar accompagnato dal boato della gente ai tavoli: “Goaaaaaaal!”
Mi incamminai lungo la strada mentre faceva sera.

Ernesto Meribù


22/10/2013

                                                                      (PARENTESI) 


In uno spazio imprecisato del mondo (o della psiche se preferite. Ma in fondo che differenza c'è? Non esiste un mondo senza la psiche come non esiste la psiche senza un mondo...Ah,scusatemi, sto divagando troppo per essere una premessa)


Donna scese le scale frettolosamente
(Ma dai...un po' di fantasia...un nome simile per un personaggio femminile?)
Laura scese le scale frettolosamente
(Insomma...mi sembrava di averti detto di usare la fantasia...Laura? Non scherziamo dai)
Lesla scese le scale frettolosamente. Si aggiustò la gonna controllando se il trucco fosse giusto oppure eccessivo
(Sul nome ci siamo...ma non sulla psicologia del personaggio...”controllando se il trucco fosse giusto oppure eccessivo”...non ti vedo molto immedesimato nei panni di una donna...forse è meglio se cambi il sesso del protagonista, non trovi?)
Syd spense la sigaretta e cacciò lo sguardo fuori dalla finestra, inoltrandosi verso la notte. Ormai Lesla non chiamava da una settimana circa e
(E basta con questa Lesla!!! Su, usiamo un po' di creatività)
Fuori notte e lampioni e macchine sfreccianti verso traiettorie sconosciute. La tv trasmetteva talk show per insonni e notiziari in diretta costante, pronti a speculare su disgrazie varie 24 ore su 24. Aprì il frigo, cercando un po' d'aqua
(No...ora ti metti anche a farmi gli errori ortografici? Aqua è veramente grave...Dove andremo di questo passo?)
Il punto della questione era la noia. Camminavano da circa un'ora, osservando persone che parlavano a loro volta di noia e operai indaffarati a lavorare su pericolose impalcature. Il sole era incollato al cielo e nuvole sbuffavano bianche ed ardesia creando strane forme che sovrastavano la. Noia. la perlacea tranquillità pomeridiana. Vecchie a sedere su panchine di legno stanche di ospitare persone, turisti muniti di macchine fotografiche e souvenir ,e loro due che parlavano fittamente, mentre la. Noia. la scorza delle ore passava e non cambiava niente. Solo che di tanto in tanto erano assaliti dalla noia. Noia
(Guarda che è arrivato il momento di abbandonare il post-modernismo...tutte queste sperimentazioni, fini a se stesse. E' il momento di andare avanti, di creare qualcosa di veramente nuovo. Non la copia di una copia di una copia)
Costui che scherza dovrà assaporare la mia spada” disse il principe Fayo indispettito. La schiavitù si chetò in un attimo, rendendo giustizia alle parole dell'erede al trono. Esso era alto e i capelli coprivano la sua fronte. La sua mente era virtuosa e sagace
(Ma ti dico di creare qualcosa di nuovo e te mi scrivi del (e da) Medioevo? Impegno, ci vuole impegno)
Estrasse dall'hard disk una parte dei suoi gb finanziari porgendoli alla commessa. Ormai il denaro era solo virtuale, cifre calcolate in megabyte, in gigabyte o in terabyte (in caso di ricchezza), un modo come un altro per semplificare il concetto di economia e di essere umano. Facilitare i passaggi economici evitando truffe, ma intanto i furti di hard disk monetari continuavano incessantemente, hacker riuscivano ad introdursi ovunque. Nel borsello delle persone, nella vita delle persone. In molti erano passati a sistemi di sicurezza affidabili, oltre che costosissimi. In parole povere era sempre una truffa. Onichua controllò il rimanente di gb dal suo hard disk poi uscì dal negozio di sub-cultura jazz punk, facendosi investire dal caldo afoso dell'inverno e osservando le piante plastiche all'ingresso
(Credi che scrivere fantascienza mi possa corrompere? Sorpassata anch'essa)
C'era una volta una casa che non esisteva, in cui vivevano persone che non esistevano,in un mondo che non esisteva, un sole che non esisteva, alberi e terra che non esistevano. Di fronte alla casa c'era un pozzo (che non esisteva) da cui ogni notte uscivano sogni dorati che non esistevano
(No, le fiabe no ti prego)
Le luci della città erano così eccitanti di notte, che ti portavano a fare qualsiasi cosa. Lui e Jamal, Jamal dalla pelle ambrata, Jamal con cui aveva fatto le prime rapine, lui e Jamal viaggiavano verso il centro a 180 km/h, musica rap ad un volume stabile sul massimo. Jamal maneggiava la pistola con cura, come se fosse un diamante pregiato, e parlava senza sosta, eccitato dalla speed e da quella brezza notturna che ti da coraggio. “Cazzo, avrei bisogno di una scopata amico...perché non vai verso il quartiere a luci rosse? Ho veramente bisogno di una troia”. Doveva tenerlo calmo, altrimenti quel pazzo era capace di andare su di giri e cominciare a sparare a casaccio su ignari innocenti. Era fuori di testa. Specialmente quando era fatto.
(Ah...storie di crimine, storie di droga, storie di strada...quanta banalità...poi sono così volgari)
Camminavo per strada osservando la futilità della nostra società. Arrivavo quasi a scontrarmi volontariamente contro persone che non si accorgevano della mia presenza, della presenza del mondo. Persone troppo occupate a chattare al telefono, troppo occupate a sparlare dell'amica/o con cui erano state fino ad un secondo prima, persone troppo occupate a pensare a quale vestito scegliere per il fine settimana, occupate a tirare avanti senza essere umiliate dal prossimo, persone formato tv, formato fiction, persone formato pubblicità gucci, d&g, armani, persone formato mc donalds, compra ancora per noi, muori un acquisto alla volta.
(Ecco una cosa di voi cosiddetti “artisti” che non sopporto...la società qui, la società la...sempre a lamentarvi della società mentre ve ne state comodi seduti sulle vostre poltrone a scrivere e oziare, senza agire...siete solo dei gran bugiardi...insomma riuscirai a fare qualcosa di decente? Non preoccuparti ho tutto il tempo del mondo)
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(Ehi?)
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(Ci sei sempre?)
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(Dove sei finito?)
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(Non lasciarmi solo, ti prego...)
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(Guarda che me ne vado anche io)
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(Siamo solo io e te qua. Io che me ne sto tra le parentesi, parentesi come mura, parentesi che mi circondano, e te che scrivi. Credi che abbandonarmi qui sia corretto? Certo ora che ci penso ultimamente c'è anche una terza persona. Non riesco a vederla distintamente. Si aggira quatta quatta senza farsi riconoscere. Un immagine sfuggevole senza una dimensione. Senza un appiglio alla realtà. Una volta sono riuscito a scambiarci due parole, naturalmente andava di fretta ed è fuggita subito. Dice di chiamarsi Lettore. Riusciremo un giorno ad incontrarla? Ehi ci sei?)
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Mi.Di


15/10/2013

                                               UNA QUESTIONE DI CIFRE


Li conti di nuovo,” disse il maresciallo con una smorfia di disgusto, indicando la lunga fila di cadaveri appena recuperati.
Annuii e mi rimisi subito a contare. Era già la terza volta. Per qualche strana ragione il numero delle vittime cambiava ad ogni conta: la prima volta trentaquattro, poi trentacinque, poi di nuovo trentaquattro.
“I casi sono due,” continuò a strigliarmi il maresciallo, “o lei ha dei seri problemi con l'aritmetica o qui c'è un cadavere che si diverte ad apparire e sparire.”
Io, in realtà, qualche problema con l'aritmetica ce l'avevo sul serio, ma qui si trattava semplicemente di contare, di far diventare quei corpi dei numeri che, sommati, dessero la cifra esatta delle vittime della strage. Mi sentivo all'altezza dell'incarico. Eppure, più il tempo passava, più cominciavo a trovare realistica la seconda ipotesi del maresciallo. E il mio animo si turbava leggermente.
“Ho i giornalisti alle calcagna, appuntato,” continuò il maresciallo. La strigliata si stava trasformando in una lamentazione, vizio ricorrente nel maresciallo, che in fondo era un brav'uomo, “Vogliono delle cifre, cifre! E le vogliono precise.” Mi diede le spalle. Alzai gli occhi e lo guardai, impettito contro il mare, un mare che sembrava di carta stagnola. Il chiaro di luna filiforme serpeggiava sull'acqua inquinata, fra lattine di coca-cola e resti della nave esplosa. Una brezza fresca mi carezzò il viso e scosse leggermente i lembi di un lenzuolo vicino.
“La lascio lavorare, appuntato. Si ricordi, precisione. Cifre, cifre, cifre!”
E si allontanò nella notte che sapeva di salsedine e putrefazione. Mentre si allontanava mi sembrò che continuasse a ripetere la parola Cifre, come un pazzo. Mi asciugai la fronte e tornai all'inizio della fila di cadaveri. Ricominciai il mio lavoro. Come avevo previsto, stavolta il morto misterioso c'era. Tutto stava nel riuscire ad avere due, o meglio tre conteggi uguali e consecutivi. Pieno di speranza ricominciai a contarli, stavolta partendo dal lato opposto. Ed ecco che si presentò ancora una volta l'inghippo: trentaquattro. Respirai a fondo e mi grattai la fronte sconcertato. Sorrisi, ma era un sorriso cattivo, e il mare lo sapeva. Il rumore delle onde, se mi fermavo un secondo ad ascoltarlo, mi stregava. Mi sforzai di ignorarlo. Ricominciai: uno, due, tre... dopo un bel po' di tentativi, non ricordo di preciso quanti, decisi di interrompere. Forse, allontanandomi per qualche minuto, mi si sarebbero schiarite le idee e la mente sarebbe stata più vigile. C'era un bar non molto lontano. In realtà era la tavola calda di una stazione di servizio, ma di certo non mi sarei lamentato. Qualsiasi posto pur di togliersi di lì per cinque minuti.
Entrai e chiesi un caffè. Il posto era praticamente vuoto, non fosse stato per un vecchio, due camionisti e un tizio meditabondo seduto in un angolo. Mi misi a bere il mio caffè vicino alla finestra. La notte e il mare sembravano formare una lastra di marmo scuro. La mattina era lontana. La mia mente era soggiogata dall'oscurità e dai suoi rari barlumi artificiali. Lì, nella tavola calda della stazione di servizio, ebbi modo di pensare. Era il primo pensiero da quando ci avevano chiamato per l'esplosione della nave, e non c'entrava assolutamente niente con quanto mi stava succedendo attorno in quel momento. Cominciai a interrogarmi sul concetto di Scelta. Scegliere distingue un essere umano da un animale?, mi chiedevo, o sono tutte sciocchezze filosofiche, roba da accademici, da gente che ama l'astrazione. Se scegliere distingue un uomo da un animale, quand'è che il primo uomo ha fatto la sua prima scelta, e qual è stata questa scelta? Mi tastai la fronte. Forse mi stava venendo la febbre. La ragazza dietro il bancone continuava a passare la spugna sul lavello facendo zìììn. Che bel rumore, pensai, un rumore completamente diverso da qualunque altro avessi sentito quella sera.
"Ha l'aria stanca." Mi disse asciugandosi le mani.
"Sì. Abbastanza."
Mi squadrò, saggiando tutti gli espliciti segnali del mio abbigliamento che rimandavano alle tre parole: Forze Dell'Ordine.
"E' qui per la nave?"
"Sì."
"Cosa deve fare?"
"Conto i morti."
La ragazza si irrigidì per un istante, poi tornò ad armeggiare con piattini e tazzine.
"Capisco. Vuole qualcos'altro?"
"No grazie, mi basta il caffè."
Mi misi una mano in tasca e tastai l'aspirina: ne portavo sempre una con me.
"Anzi, un bicchiere d'acqua, sì."
Bevvi l'aspirina e guardai l'orologio: un minuto ancora e sarei tornato a lavoro, deciso a contare per bene. Pensai a quanto fosse strano. Una cosa che si impara a cinque anni, e che adesso mi stava dando così tanti problemi. Contare. Cercai di ricordarmi tutte le occasioni in cui ero stato costretto a contare. Nascondino da piccolo, il conto alla rovescia per la fine dell'anno, i giorni che mi avevano separato da una donna. Mentre fluttuavo fra questi pensieri, cominciai a sentire uno sguardo pesare sopra di me. Veniva dall'angolo. Il tizio che sedeva con aria meditabonda adesso guardava dritto nella mia direzione, concentrato, attento, quasi minaccioso. Aveva occhi di ghiaccio sottili come lamette e il pizzetto brizzolato. Mi studiava con l'aria sorniona di uno sbirro in borghese. Lasciai che si staccasse dalla periferia del mio campo visivo e me ne andai, decisamente inquietato.
Sulla stradina che portava in spiaggia, sentii delle voci. Venivano dall'altra parte della rimessa dei surfisti, proprio nel punto in cui erano distesi i miei morti. Avanzai adagio. Le voci si fecero più chiare e cominciai a distinguere le parole. Una di quelle voci la conoscevo, era quella del maresciallo. Che scemo, pensai, dovevo immaginarmelo che sarebbe tornato subito. L'altra voce, invece, non riuscivo a identificarla: era profonda e autoritaria e sembrava provenire da una cassa toracica immensa. Mi appostai dietro un pancale per ascoltarli.
“Insomma, qui c'è un morto che si diverte a giocare a nascondino,” disse l'uomo dalla voce profonda.
“Sissignore, non riusciamo a capirci più niente ormai.”
“E come potreste? Per questo hanno chiamato me.”
“E' un problema così grave?”
“No, si risolve in un batter d'occhio.”
Per qualche strana ragione ebbi un sussulto. L'uomo dalla voce profonda fece un passo avanti, la luce del lampione lo illuminò fino al collo lasciandogli la testa nella semioscurità. Vidi due occhi brillare nella mia direzione. Mi alzai e gli andai incontro.
“Eccolo qua, il nostro morto che si diverte a scherzare. Vieni, vieni, stenditi qui accanto a... ma chi è questo?” L'uomo dalla voce profonda si avvicinò a un morto, sollevò il lenzuolo e guardò, “anzi, questa. E' una donna".
Mi slacciai la fondina e la lasciai cadere per terra. Guardai il maresciallo: teneva gli occhi bassi, in atteggiamento colpevole. Sembrava un bambino.
“Mi dispiace, ragazzo. Sul serio. Ci serve un morto, non sappiamo come fare... hanno mandato lui a risolvere il problema, e lui lavora così. Sai, i giornalisti, la stampa, la televisione. Vogliono cifre, cifre, cifre! Guarda il lato positivo, adesso i cadaveri saranno trentacinque una volta per tutte.”
Intanto l'uomo dalla voce profonda continuava a cercarmi un posto fra i morti.
“Vado laggiù, in fondo.” Dissi per tagliare corto, e mi incamminai.
Mi distesi e aspettai che il maresciallo arrivasse a coprirmi con un lenzuolaccio preso dalla rimessa dei surfisti. I miei ultimi pensieri furono rivolti alle stelle.

Ernesto Meribù


08/10/2013


SOGNO N. 18 MARZO


Molti dei miei amici si erano tolti la vita da poco, uno dopo l'altro erano andati ad allargare quella vasta cerchia di persone che ormai riempiva le prime pagine dei giornali.
Questa volta era toccato a Carletto, amico d'infanzia romano che aveva una vera e propria fissazione.
Gli uomini sono come le mosche; vengono attirati costantemente dalla merda!” ripeteva di volta in volta.
Lo avevano trovato spiaccicato proprio come una mosca sul marciapiede davanti casa.
Un'altra persona che si era tolta la vita con noncuranza, come se fosse una cosa normale.
Il suicidio non veniva più considerato né un atto di forza né di debolezza, aveva perso tutto il suo fascino e mistero; ormai era una cosa da tutti i giorni, per questo quello fu chiamato “Il periodo dei suicidi”.
Le persone volavano dagli ultimi piani dei palazzi come foglie che si staccano da un albero.
La moglie ti lascia...e allora perché non buttarsi sotto un treno?
Il capo ti licenzia...e allora perché non ingerire una scatola di sonniferi?
Morte da abuso di sonniferi...la chiamano la morte da codardi, ti addormenti e non ti svegli più, è come morire di vecchiaia.
Viene chiamata morte da codardi solo perché non provoca dolore, ma non è forse dolore quello provocato nel cuore delle persone care?
Forse il loro desiderio è solo di addormentarsi come tutte le sere con la differenza che dopo aver chiuso gli occhi li aspetta una meta mai tracciata; o forse in cuor loro sono semplicemente gentili con i propri cari non facendosi trovare penzoloni con un cappio intorno al collo; fatto sta che il suicidio non è mai codardo o coraggioso...il suicidio è suicidio.
In quel periodo passavo intere giornate ad aggirarmi per le strade della città cercando di scervellarmi sulla questione.
Proprio io che avevo pensato e idealizzato il suicido mille e più volte mi trovavo ad assistere giorno dopo giorno a questo suicidio di massa della società senza poter far niente.
Dopo aver appreso la notizia della morte di Carletto, sentii il bisogno di passeggiare in campagna il più lontano possibile da quel clima folle e disperato.
Il cinguettio degli uccelli aveva preso il posto del rumore continuo delle ambulanze che si era ormai impadronito della mia testa.
L'aria di campagna servì a schiarirmi le idee.
La continua industrializzazione aveva contribuito in maniera significativa ad aumentare le debolezze delle persone facendole diventare fragili come bicchieri.
Bastava un nonnulla per mandare in frantumi tutte le certezze su cui era saldamente ancorata la vita di un individuo.
Uomini e donne che si toglievano la vita per una figuraccia in pubblico.
Vecchi che si toglievano la vita per la vergogna di essere vecchi.
La società aveva indebolito la sua popolazione succhiandole forza e coraggio; qualità ormai rare.
La malinconia, compagna fedele dell'uomo, riempiva di nero le stanze degli adolescenti chiudendoli in prigioni di tristezza e disperazione.
Camminando mi venne in mente che forse avrebbe potuto essere quella la fine dell'umanità...un grande suicidio indolore.
In lontananza scorsi un grosso carro trascinato da un uomo a mo di rishò.
Non riuscivo a capire come una sola persona potesse smuovere una cosa così grossa.
Quando mi fu più vicino lo riconobbi; era Simon, vecchio amico mio e di Carletto.
Ehilà Borges! Che ci fai in queste tristi strade di campagna?”.
Borges...era tanto che qualcuno non mi chiamava con quel soprannome; sentirglielo pronunciare mi fece piacere.
Vecchia volpe, come stai? Non sei cambiato di una virgola rispetto a cinque anni fa. Comunque se queste strade di campagna sono tristi, quelle di città sono veri e propri gironi infernali” risposi cambiando tono di voce.
Città o campagna ormai non fa più differenza...tutto ha perso importanza...persino la vita”.
Quella frase mi gelò il sangue. Simon non era mai stato un ragazzo riflessivo ed ora appariva davanti ai miei occhi come una persona matura, anche se maturata nello sconforto.
Che ci fai con questo carro?” chiesi cercando di cambiare discorso.
Trasporto anime. Al suo interno ci sono molti stranieri provenienti da diverse nazioni che non hanno soldi per un lungo viaggio. Io li sto portando a Roma per pochi spiccioli. Mi piace l'idea di poter aiutare questi bisognosi; durante la giovinezza pensavo solo a me stesso e ho finito per perdere di vista tutte le cose davvero importanti. Ora ho trent'anni e mi rimane solo questo carro e la sua missione”.
E' una bella cosa. Hai saputo di Carletto? Anche lui ad aumentare la schiera dei suicidi”.
Povero Carletto...eppure eravamo tanto felici noi tre assieme. Guardaci ora, lui morto e noi due morti di disperazione. Non ci sono più stagioni per la tristezza...”.
Non seppi cosa rispondere e feci solo un piccolo cenno di assenso col capo.
Tienimi un secondo il carro”. Mi disse scomparendo all'interno di un bosco.
Quella fu l'ultima volta che vidi Simon.
Lo cercai nel bosco disperatamente, ma di lui nemmeno l'ombra.
Che si fosse volatilizzato nel nulla? Che si fosse iscritto anche lui nell'albo dei suicidi?
Non potevo sapere niente di tutto questo...mi caricai sulle spalle il suo fardello e iniziai a trainare il carro.

Elle Bi


01/10/2013


                                                        L'AMICO SPECIALE



6uiu.jpg“E' un po' picchiatello” dicevano i miei genitori.
“E' un po' picchiatello” dicevano i vicini.
Non sapevo cosa significasse, ma tutti me lo ripetevano in continuazione.
L'unica bocca da cui non uscì mai era quella del mio amico Alter.
Con lui mi sentivo al sicuro da tutte le avversità e sopratutto dalle malelingue che quando mi incrociavano per strada usavano mettere la mano davanti alla bocca per bisbigliare quella parola senza pronunciarla apertamente.
Ma Alter no; lui era un amico con la A maiuscola, era la mia fortezza, era il falò che riscaldava il mio cuore nelle fredde giornate invernali, era il ragazzo che ascoltava tutti i miei pensieri più nascosti, i miei desideri impronunciabili, insomma era il mio unico amico.
In autunno passeggiavamo nel vialetto dietro casa osservando con curiosità il cambiamento di colore delle foglie, con i miei genitori guardinghi alla finestra che parlottavano frasi come: “Uscire un po' gli farà bene alla salute”, oppure: “Quando si renderà conto che quel suo amico non è davvero un amico a tutti gli effetti?”.
Perché dicessero che non era un amico a tutti gli effetti non l'ho mai capito; forse perché ogni tanto spariva di colpo come nel cilindro di un prestigiatore, come quella volta che camminando per casa gli chiesi cosa pensasse dell'arcobaleno e lui non mi rispose, anzi, si prese addirittura la briga di nascondersi a mia insaputa mentre urlavo il suo nome a squarciagola in tutte le stanze.
Comunque, nonostante la sua brutta abitudine di sparire, posso dire che fino al momento della sua partenza sia stato più di un amico, un fratello mancato, un castello incantato, un treno con un posto in prima classe riservato solo per me.
L'unica ferita che mi inflisse fu proprio quando partì senza dirmi nulla, scomparso come un sogno di mezza estate.

Elle Bi                                                                     (Pubblicato sul Tirreno lunedì 20 agosto 2012)

24/09/2013


                                              RIPENSANDO A SILVIA... OGGI


Silvia, rimembri ancora
quel cartello da noi tanto amato,
quando la società brillava
nei tuoi occhi ridenti e un po' distratti,
e tu, lieta e pensosa,
ne delineavi i tratti?

Sonava la musica
nelle case, e i clacson per le strade,
al tuo perpetuo canto,
allor quando leggevi intenta,
le opre femminili assai contenta
di quel vago avvenir che tutti ci accomuna.
Era il settembre spumoso: e tu solevi
così sognare il maggio odoroso.

Io gli studi beffardi
tralasciando le sudate carte,
ove il tempo iniziava a mancare
in una vita ormai poco reale,
quando io magro in quell'ostello
porgeo gli orecchi al suon di quel cartello,
ripensando a te
che lo accarezzavi con sgomento.
Mirava il ciel annuvolato
le vie intasate e i pochi orti,
e quinci i palazzi da lungi, e quindi il vetro.
Nessuna parola
a poter spiegar quel che portavo dentro.

Che pensieri soavi,
che speranza, che cori, o Silvia mia!
Come allor ci appariva
l'essere umano e il fato!
Il ricordo di tutta quella speranza,
mi fa male
come la siringa al drogato,
e torno a dolermi della mia sventura.
O natura, o natura,
perché non rendi poi
quel che l'uomo chiede con tanta cura? Perché tanto
ci inganni burlandoti di noi?

Tu prima che le foglie da verdi diventasser gialle,
appassivi come un fiore malato
consumato da ogni suo peccato. Vedevi la vita
passar così velocemente
come un bambino che diventa grande improvvisamente;
quando passavi per le strade,
gli sguardi e le lodi eran tutti a te indirizzati,
ma tu li schivavi sapendo che nei giorni di festa
alle tue compagne avrebbero fatto perder la testa.

Anche la mia speranza

moriva poco a poco: il nostro destino
è sempre stato segnato
da chi dall'alto ci ha sempre guardato. Ahi, come
sei passata mia infanzia,
come un battito d'ali in una stanza,
mai osservato con tanta speranza.
E' davvero questo il mondo? Questi
i diletti? I sogni, l'amore, la morte, gli eventi
che tanto idealizzammo insieme con mortale speme?
Questa la sorte di noi poveri diavoli?
Con tutte le donne che avevi in grembo
tu, misera, cadesti: e con la mano
la fredda morte madre di tutte le colpe
mostravi di lontano.

Elle Bi


1 commento:

  1. Un mondo (di poesia) in tasca.
    ------------------------------------------
    Rovisto nella tasca di una giacca

    di un vestito che porto sempre

    m’accorgo che è parecchio grande!

    Mi sorprende in questa cerca strana
    da sempre una palpitazione al cuore
    che s’accompagna a dolce emozione.

    Prediligo il far sera o la tarda ora
    In compagnia di sola luna chiara.
    Magia allor si crea in questo mondo
    che porta fuori la mia brava mano
    adagiandosi su lindo fazzoletto
    nuovo, adornato d’umile candore
    Manti neri trapuntati di stelle
    oppure celestiali volte blu
    m’anche immensi cerchi arancioni
    tra virgole bianche che s’impongono
    agli orizzonti di colorati mari
    come affreschi di grandi pittori.

    Sbadate emozioni da man tenute
    macchiano quel piccino spazio bianco
    ora rimediare voglio al malanno
    e cerco nella tasca altra soluzione

    Una gomma-pane a forma di cuore,
    una piumona d’oca spelacchiata
    e una matita spuntata, nient’altro!

    Dal viso mio una lacrima spunta
    che ora non ho voglia d’asciugare.

    .

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