martedì 15 aprile 2014

LETTERATURA: "BOOMERANG - Capitolo 6, La spesa"

(Link al capitolo 5)


La primavera era nell'aria, insieme ai vari fumi che, sputati fuori da tubi di scappamento inquinavano le strade e i polmoni della gente.
“Ehi Rob, che ne dici di una festa da te?” chiese David al telefono.
“Ragazzo, lo sai, casa mia è una festa continua, lo sanno addirittura i vicini, lo dovresti aver capito ormai, ci conosciamo da diversi anni” rispose Rob quasi annoiato.
“Sei il solito cazzone, non intendo la classica festa sfigata io-te-Jo-Jessy-Camille. Intendo una festa vera, una festa memorabile, da far tremare muri e cuori”.
“Ci stai dando degli sfigati?”.
“Dai Rob, nessuno ha detto che sei uno sfigato, sii elastico. Elasticità. Ti dice nulla?”.
In quel momento Rob si trovava sul suo tanto amato divano, annebbiato dalla dodicesima canna della giornata si immaginò elastico come un elastico. Avrebbe potuto saltare staccionate in corsa, o catapultarsi da una parte all'altra del globo schizzando a singhiozzi proprio come un elastico.
“Ehi Rob, ci sei? Rob, Rob, sei in linea?”.
“Certo che ci sono, stavo pensando, chissà come sarebbe se fossi elastico come un elastico, no?”.
“Cazzo, sei fuori di testa amico. Sei fatto? Quante? Sei, sette?”.
“Dodici”.
“Folle”.
“Elastico”.
“Che cazzo c'entra?”.
“E' la mia risposta, hai detto folle e io ti ho risposto elastico, è la prima cosa che mi è venuta in mente”.
“Sei proprio matto come un cavallo”.
“Elastico”.
“Basta Rob, metti da parte un secondo questa tua fissazione per gli elastici. Parliamo di cose serie. Allora la festa si fa o no?”.
“Che festa?”.
“Oh cazzo, dai, la festa”.
“Ah, ok, porta chi vuoi”.
“Cerco di portare qualche pollastra da urlo”.
“Grandissimo, ho proprio voglio di papparmi qualche bella pollastra, passo e chiudo” rispose Rob.
Il telefono squillò subito dopo.
“Ehi Rob, mi hai riattaccato in faccia, non abbiamo nemmeno fissato il giorno”.
“David, caro David, lo sai un giorno vale l'altro, non mi disturbare per cose da niente. Ti saluto, mi è venuto un certo appetito a forza di parlare di pollastre” disse Rob riattaccando il telefono e alzandosi in direzione frigo.
David prese il telefono e completò il giro di telefonate ai suoi fedelissimi, dovevano trovarsi per la spesa, era un mercoledì pomeriggio e all'unanimità decisero che si sarebbe fatta il venerdì seguente.
Si ritrovarono davanti al supermercato che fiancheggiava la casa di Rob.
Erano tutti eccitati, euforici per la possibilità di conoscere nuova gente, nuovi volti da scrutare, nuovi culi da palpare e la possibilità di fare un bel gruzzolo da parte di Jo, che già pregustava la sensazione di poter sfamare diversi nasi e diverse bocche con le sue droghe, ma sopratutto l'emozione del frusciare dei soldi che si accatastavano nel suo portafogli.
“Aloha gente” disse Jessy compiendo un cerchio col palmo della mano.
“Aloha? Sei fatta?” chiese David.
“Sei fatta di qui, sei fatta di là, per te David se uno non dice qualcosa di ordinario è sempre fatto. E' primavera, quindi sì, aloha mi sembra proprio in tema” rispose Jessy seccata.
“Dai ragazzi non azzannatevi subito, siamo appena arrivati” disse Camille.
“E' che...è che David è sempre così inquadrato” rispose Jessy.
“No, è che io sono normale” ribatté David.
“Basta, basta e basta. Se mandate ancora avanti questa diatriba del cazzo giuro che vi ammazzo” urlò Jo con occhi da predatore.
Entrando nel supermercato sembravano quattro palline sparate dentro un grande flipper colorato, sbattevano gli uni con gli altri, si catapultavano sui prodotti come attirati da un qualcosa, litigavano di continuo, ma un occhio attento come quello di una videocamera di sicurezza avrebbe detto che insieme sembravano un perfetto quartetto d'archi.
“Ragazzi come sto?” chiese David con due meloni infilati sotto la maglietta.
“Davidina mia, fammi dare una controllata al cuore” disse Jo toccandogli un melone.
“Allora? Il responso?” chiese David.
“Niente di anomalo, qualche battito accelerato, ma penso sia per via del mio sex appeal” rispose Jo ridacchiando.
“Ok, compriamoli” rispose David.
Tutti risero fragorosamente, come se i pensieri che li tormentavano costantemente fossero svaniti, come se si fossero nascosti fuori dal supermercato.
“Questa non può mancare” se ne uscì Jo stringendo in mano una bottiglia di ammoniaca.
“Jooooo” risposero tutti in coro.
“Ragazzi lo sanno tutti che una festa non può chiamarsi tale senza una bottiglia di ammoniaca sul tavolo” rispose Jo.
“Ma è profumata...sei proprio un tossico” rispose David.
“Buono no? Almeno quando fumeremo tutta quella coca che ho in casa ci sentiremo, ci sentiremo puliti no?” rispose Jo scimmiottando uno spot pubblicitario.
“Vada per l'ammoniaca profumata” rispose Jessy.
“Io e te ci intendiamo sempre al volo” disse Jo avvicinandosi come una biscia ai fianchi di Jessy.
“Smettila Jo, lo sai, mi da noia quando mi tocchi con le tue manacce”.
“Per ora, per ora” rispose Jo con tono mefistofelico.
Mentre gli altri sceglievano i vari liquori e stuzzichini per la festa, Jo fantasticava sul culo di Jessy, si ripeteva che quell'unica scopata non poteva e non doveva restare un caso isolato. Guardando la bottiglia di ammoniaca pensò a quanti soldi avrebbe potuto fare alla festa. Sapeva che la coca fumata finisce molto più velocemente, voleva vedere tutta la sua polvere bianca sparire in numerose boccate, e sopratutto voleva vedere montagne di bigliettoni uscire dalle tasche degli altri per finire nelle sue.
La gente nel supermercato li guardava con occhio inquisitore, sembravano una banda di pazzi, correvano su e giù, saltavano dentro al carrello della spesa, si abbracciavano e si leccavano come animali, come cuccioli in cerca di una propria identità.
Uscendo dal supermercato si guardarono intorno come leoni usciti dalla gabbia, fuori, un sole tiepido riscaldava ancora le strade, Jo tirò fuori da tasche e mutande diversa roba, era un taccheggiatore nato, tutti risero, si congratularono con lui per la sua grande abilità, ma sopratutto si chiesero in quale momento avesse fregato tutta quella roba.
“Andiamo da Rob” disse Jessy.
“Ok, posiamo la roba e usciamo, godiamoci questa giornata” disse David.
“Sinceramente io preferirei qualche striscia” ribatté Jo.
“Io sono dalla tua” rispose Jessy.
“Solo perché l'ho proposto io, cazzo non ti va bene niente Jess” disse David.
“Dai ragazzi calmi. Avete proprio bisogno di fare una bella scopata” disse Camille.
“Chi? Io?” chiese David.
“Io con lui?” chiese Jessy.
“Ti piacerebbe, è Jess? Quanto ti fa rabbia che io non mi ti sia mai filato eh?” disse David sentendosi importante.
“Puah, illuditi pure” rispose Jessy sorridendo.
Si azzuffavano di continuo, scoccavano eterne frecciatine di volta in volta, forse perché David era l'ultimo arrivato del gruppo o forse perché non avevano mai fatto sesso, nessuno riusciva a capire come mai fossero così incompatibili.
“Dai Jess, per una volta fammi felice, guarda, guarda che cielo, si sta benissimo, andiamo tutti in un parco a ridere e a scherzare, per una volta proviamo a prendere a pugni la vita” disse David tenendo la testa di Jessy con le mani a due palmi dal naso.
Jessy era una dura, non avrebbe mai voluto dargliela vinta, ma lo sguardo di David l'aveva colpita, era tanto che non vedeva quegli occhi, quella forza che spesso veniva infiacchita dalle droghe, ma sopratutto, per una volta anche lei era stufa di starsene passiva e allora sì, pensò, prendiamo a pugni la vita.

di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA".

lunedì 14 aprile 2014

CINEMA: "FATHER AND SON - Hirokazu Kore-eda"





La storia che Kore-eda racconta in questo film presentato a Cannes 2013 (dove ha vinto il Premio della Giuria presieduta da Steven Spielberg) non spicca certo per originalità, essendo tante le pellicole che hanno affrontato il tema, sempre delicato, dello scambio di neonati alla nascita. Uno degli ultimi fu, un paio d’anni fa, Il figlio dell’altra, dove per la verità l’accento era posato su questioni principalmente politiche essendo i ragazzi scambiati uno israeliano e l’altro palestinese. Tuttavia Father and son si smarca dai suoi predecessori e, sin dal titolo (Like father, like son, il titolo internazionale), testimonia l’intento di svolgere una riflessione diversa spostando l’ago della bilancia verso il rapporto tra un padre ed il proprio figlio.

Ryota Nonomiya è un architetto di successo molto stimato dal titolare dell'azienda per cui lavora, guida una Lexus di lusso, vive in un bellissimo appartamento insieme alla moglie Midori ed al loro figlio di sei anni Keita, che il padre cresce cercando di forgiargli un carattere ambizioso, scontrandosi però con la naturale indifferenza di un bambino che, perdendo una competizione al piano (al quale viene istruito, così come nello studio delle lingue straniere), riconosce la bravura della ragazzina che lo ha battuto. Il quieto trascorrere della quotidianità viene tuttavia interrotto da una chiamata dall’ospedale (quello in cui Keita è nato) che informa i coniugi Nonomiya che loro figlio è stato scambiato alla nascita con quello di un’altra famiglia e adesso, a distanza di sei anni propongono di far conoscere le due famiglie suggerendo la possibilità di procedere allo scambio. Le due famiglie opteranno per cominciare con dei fine settimana, per concedere a loro ma soprattutto ai bambini il tempo per familiarizzare con la nuova situazione; che comunque decideranno inizialmente di non rivelare loro.

Il regista giapponese ci pone (per mezzo dei suoi protagonisti) di fronte ad un interrogativo a cui è forse impossibile dare risposta: chi è un figlio? Quello che ha il tuo stesso sangue o quello che per sei anni è stato cresciuto come tale? L’incontro con l’altra famiglia (definita forse troppo in opposizione all’altra, tale da sfiorare un po’ lo stereotipo nell’incontro-scontro di classe) e con il figlio di sangue costringerà i Nonomiya a prendere una decisione difficilissima. Il padre, in particolare, con evidente arroganza borghese, arriverà anche a proporre all’altra famiglia di tenere con sé entrambi i figli (per intenderci, pagando il secondo).

Il padre, dicevamo. È attraverso le sue scelte che la storia procede, in una direzione e nell’altra. I dubbi si sostituiranno alle certezze nel momento in cui dovrà capire cosa significhi realmente essere padre. Fino all’attimo in cui, quando sembra aver già preso la sua decisione, si ritroverà immortalato, dormiente e ignaro, in alcune foto scattate dal figlio: scoprirà così con le lacrime l’autentico legame fortificato in sei anni di affetto e amore. E nel momento più bello del film il padre, al termine della siepe che separava il loro incedere, otterrà il perdono del figlio - solo per un attimo perso - e potrà finalmente riabbracciarlo.

di Diccì per la rubrica "CINEMA".

sabato 12 aprile 2014

FUMETTI: "WEBVOLUTION - Domenico Martino"




di Domenico Martino per la rubrica "FUMETTI".

venerdì 11 aprile 2014

NEWS: "EMERGENZA AVORIO E CORNI DI RINOCERONTE"


Quindici minuti. Probabilmente poco più del tempo speso per andare in ufficio stamani. Indubbiamente non abbastanza tempo per guardare il telegiornale serale. Ebbene, in Africa, questo è l’intervallo di tempo che intercorre tra l’uccisione di un elefante ed un altro. Viene ucciso un elefante ogni 15 minuti.

Sono 35000 gli elefanti uccisi ogni anno. Ironicamente, gli sforzi per frenare il bracconaggio hanno spinto la domanda per i prodotti di avorio verso l’alto perché, come insegnano le regole dell’economia, la scarsità aumenta il valore dei beni. Questi dati risultano ancor più allarmanti se letti prendendo in considerazione la previsione economico-demografica riguardante il futuro allargamento della ‘middle-class’ cinese (principale consumatore di avorio). Infatti stando alle statistiche, nei prossimi 10-15 anni almeno 250 milioni di persone faranno parte di questa. Dunque vi saranno approssimativamente 250 milioni di potenziali consumatori d’avorio in più. Risulta evidente l’esigenza di fare qualcosa per conservare e proteggere il patrimonio che questa fauna rappresenta per l’Africa e per il mondo intero. Come fermare allora il business del commercio di avorio?

Nonostante l’esistenza di soluzioni drastiche come quella che è stata presa da World Wildlife Fund che sta lavorando sullo sviluppo di droni e sensori high-tech per cacciare i cacciatori, la battaglia al bracconaggio va approcciata da un punto di vista comportamentale. Innanzitutto, è necessario prendere atto del fatto che una grande maggioranza della popolazione cinese non è al corrente dell’alto prezzo che gli animali devono pagare affinché vengano prodotti manufatti di avorio (e corni di rinoceronte – di cui diremo qualcosa più avanti). Dunque questo può essere un punto di partenza. Vi sono numerose organizzazioni, ad esempio WildAid, che si occupano di educare i consumatori asiatici riguardo alla necessità di tutelare questi animali. Per ottenere un impatto maggiore, varie organizzazioni hanno iniziato ad avvalersi di celebrità e famosi personaggi del mondo dello sport nelle loro campagne per sensibilizzare l’opinione pubblica perché, come riporta Joe Watson della Wildlife Conservation Society: “In Cina, non conta solo cosa viene detto, ma da chi viene detto”. WildAid, Save the Elephants e African Wildlife Foundation hanno recentemente annunciato che quest’anno trasmetteranno una campagna televisiva che vede nel suo cast l’attore americano Edward Norton, la starlet cinese Li Bingbing, e un gran numero di star del basket tra cui il congolese Dikembe Mutombo, l’ex olimpionico cinese Yao Ming e l’attuale giocatore del NBA, Jeremy Lin.

Due campagne simili, una con Jackie Chan e un’altra con David Beckham, sono state messe in atto come misure per ridurre il commercio di corni di rinoceronte. Le statistiche riguardanti questi pachidermi cornuti sono ancora più allarmanti di quelle riguardanti gli elefanti: questi enormi bestioni rischiano infatti di estinguersi a tutti gli effetti. In uno dei video si mostra come i rinoceronti in vita sono così pochi da non riuscire nemmeno a riempire lo stadio di Wembly. Nonostante ciò il numero di rinoceronti uccisi non accenna a diminuire nonostante le misure in atto. I corni di rinoceronte hanno un mercato diverso da quello dell’avorio. Questi grandi blocchi di cheratina (il corno è fatto dello stesso materiale delle nostre unghie e per di più ricresce!) transitano per il Laos per poter poi essere venduti in Vietnam come afrodisiaco naturale o come rimedio contro il cancro. Il bracconaggio avviene in modo molto violento: veri e proprio commando a bordo di elicotteri e armati fino ai denti attaccano nella notte gli animali, segano o staccano a colpi d’ascia il corno e scappano velocemente lasciando spesso e volentieri morire la loro vittima dissanguata.

Oltre alle svariate opzioni atte a determinare un cambiamento comportamentale citate sopra, nell’ambito dei rinoceronti si parla di sperimentare o introdurre misure drastiche come segare i corni alla nascita di questi, introdurre microchip nei corni che ne permettano la tracciabilità o addirittura introdurvi un veleno che colpisca i bracconieri una volta staccato il corno.
Il contatore di questi bellissimi animali (sono davvero stupendi, ve lo garantisco di persona!) gira velocemente verso lo zero ed è richiesta un'azione rapida ed efficace. Ora!

Di seguito potete trovare una serie di siti su cui potersi informare.




Nota: parte dell’articolo è stato tradotto da ‘The Big Issue South Africa’.

di IT per la rubrica "NEWS DAL FUTURO".

giovedì 10 aprile 2014

MUSICA: "ALL NIGHT PARTY - A Certain Ratio"



In piena era punk, nel 1978, un certo Tony Wilson (il conduttore che ha ospitato per la prima volta in tv i Sex Pistols) fonda la Factory Records, ispirata alla filosofia di Andy Warhol. La sede è a Manchester, che si trasformerà in quella Madchester da cui partiranno alcune tra le più importanti innovazioni musicali degli anni 80. Tutto grazie a questa casa discografica, che partendo dalle basi dell'Hacienda (probabilmente il primo vero club della storia, cose di cui quelli che si autodefiniscono clubber contemporanei non conoscono neanche l'esistenza) creerà un movimento che sfocerà nella new wave e successivamente nel dance rock, dando un contributo fondamentale nella nascita della cultura rave. Tra gli artisti prodotti dalla Factory figurano i Joy Division, i New Order, gli Happy Mondays e i Cabaret Voltaire. E, naturalmente, gli A Certain Ratio. Il singolo All Night Party è stata una delle prime uscite della casa discografica, e grazie a questa canzone ci accorgiamo come il punk sia stato rimodellato per tramutarsi in new wave. Infatti la base è strettamente punk (si deduce immediatamente dai primi accordi della canzone) ma l'uso ossessivo della batteria e della chitarra trasformano il genere in qualcosa di ballabile, portando il rock all'interno della discoteca. Da qui nasce la storia, con il successivo boom dei Joy Division che porterà a rivoluzionare tutta la musica seguente, fino ad arrivare ai giorni nostri. Infatti il lavoro di Tony Wilson è stato un vero e proprio input per il 90% della musica contemporanea, sospesa tra i richiami al post-punk e alla new wave (Joy Division, A Certain Ratio) e tra l'amalgamarsi dell'elettronica con il rock (New Order, Happy Mondays, Primal Scream).
Nel 92 l'avventura della Factory purtroppo si concluderà, rovinata dai debiti e da quell'industria musicale che tanto gli deve. Rimane solo la genialità nel rinnovare un genere musicale che senza quest'ondata di freschezza rischiava poi di decomporsi lentamente per poi finire. Una genialità che oltre che a rinnovare ha pure creato, ergendosi a capostipite di intere generazioni, passando dalle creste colorate del punk, alla camicia e alla danza epilettica di Ian Curtis, sino ad arrivare ai piercing e all'abbigliamento vistoso del popolo della discoteca. Altre storie, altri tempi. Che rimarranno purtroppo sconosciuti a tanti indie, hipster e clubber vari, destinati a sopravvivere nel sonnolento panorama attuale come una casa senza le fondamenta.

Film consigliati: Control, 24 Hour Party People


di Mi.Di per la rubrica "MUSICA".


martedì 8 aprile 2014

LETTERATURA: "LA FOTOGRAFIA"





Gli avventori al momento della foto colmano le loro menti con un concentrato denso di paura, pensando alle orrende espressioni che i loro volti potrebbero assumere al momento dello - clic - scatto, abbagliati dal flash. E il terrore rimane per ore intere, per giorni, settimane, screpolandosi poi di fronte alla vista della foto. Ma facciamo un passo indietro, non arriviamo così velocemente alla foto. No, perché gli attimi, ore di paura delle persone hanno il diritto di essere narrati. La pellicola, o il file che dir si voglia, intanto se ne sta tranquilla a sperperare ansia nelle persone, e sembra sorriderne al solo pensiero. Nello stesso momento i soggetti (della fotografia) stanno ripensando (alla fotografia) al piccolo rumore che, fuoriuscito dalla macchina fotografica ha creato il loro panico, e si osservano timorosi allo specchio riprovando l'ipotetica espressione che possono avere assunto durante il temutissimo istante, notando piccoli difetti nel volto, un sorriso ipocrita, uno sguardo troppo spento, una pettinatura spettinata, una posizione ridicola ed imbarazzante, e cresce la paranoia insieme all'autocritica. Di conseguenza decresce l'autostima, e anche i rapporti verso la persona che ha scattato la foto subiscono uno scossone. Infatti costui, avendo già osservato la foto e conservando dentro di se il segreto della brutta figura, probabilmente sta già criticando interiormente il soggetto, che a tutto questo proprio non ci sta, e, anzi,quasi quasi sente il desiderio di essere fotografato di nuovo, adesso, per mostrare una posa del proprio volto su cui si è allenato segretamente, selvaggiamente a casa nella sua intimità. Ma una seconda foto non viene scattata, quindi il soggetto (della fotografia) sente crescere sempre di più la paura al suo interno, e si domanda: non è che il fotografo non mi fotografa di nuovo perché sa che la prima foto è venuta male, e mi giudica negativamente? Non è che ho fatto uno sguardo da pazzo/a, oltre a non essere fotogenico/a? Quindi paranoia si accumula su paranoia mentre i giorni insulsi scorrono,
e nella psiche del soggetto si dimena una lieve sensazione che,
mentre sotto la sua finestra ci sono due amanti che,
mentre il viso del fotografato allo specchio assume un'espressione che.
E così arriva il fatale giorno della vista della foto. E, puntualmente, tutte le paure dei soggetti fotografati terminano immediatamente, perché la foto non è veramente, niente male.
Per essere fotografati si deve avere una certa preparazione.

di Mi.Di per la rubrica "LETTERATURA".

lunedì 7 aprile 2014

CINEMA: "ARANCIA MECCANICA - Stanley Kubrick"





Il film si apre con lo sguardo di Alex, l'antieroe kubrickiano, il protagonista del romanzo Clockwork Orange di Burgess, che ci guarda, con ghigno malefico, da cane rabbioso, quasi a dirci che assisteremo a qualcosa di tremendo, quasi ad avvertirci che il peggio deve arrivare.
Siamo in Inghilterra, in un futuro non troppo lontano; Alex e i suoi drughi se ne stanno al Korova Milk Bar, con facce interdette e stomaci pieni di Lattepiù - un mix di latte e mescalina - così da poter irrobustire corpo e anima per il tanto amato esercizio dell'ultraviolenza.
Alex e i suoi compagni si dilettano in pestaggi continui, stupri, torture fisiche e psicologiche; il mondo che li circonda strabocca di violenza da tutti i pori e loro ne fanno parte, sono figli del dolore della società che li circonda.
Il film di Kubrick è perfetto dal primo all'ultimo minuto, lo spettatore non ha un attimo di pausa, tutto si muove a ritmo di musica, la spirale di ingiustizia e violenza parte da Alex che commette i crimini più efferati a cuor leggero, felice e pienamente consapevole di ciò che sta facendo. E' un personaggio cattivo e spietato, ma onesto, non nasconde mai il piacere che prova nel far star male il prossimo, pensare e agire sono quindi strettamente legati da un nodo di purezza e autenticità seppur intinto nella malvagità.
La musica, oltre che da accompagnamento, funge pienamente da linea conduttrice del film, sarà addirittura un input scatenante reazioni e azioni da parte di Alex, come nella fantastica scena lungo i bordi del Tamigi, in cui il nostro antieroe, sentendosi tagliato fuori dalla leadership del gruppo, ci confessa in un monologo interiore che la musica udita da una finestra, la Gazza ladra di Rossini gli ha aperto gli occhi: ora sì che sa cosa fare e allora ciak, azione...ed ecco partire un ralenty mozzafiato in cui Alex ristabilirà le posizioni, picchierà i suoi drughi, li ferirà con bastone e coltello, quasi a marchiare col sangue un segno indelebile firmato Alex DeLarge.
A circa metà film la spirale si interrompe, arriva ad un punto critico, tutta l'energia negativa assimilata fino a quel momento verrà coagulata sul povero Alex, che, finito in prigione e condannato a quattordici anni di reclusione, si offrirà volontario per la cura Ludovico, un nuovo metodo studiato dallo stato, dai medici delle alte sfere, che sembrerebbe “guarire” i delinquenti dagli impulsi di violenza. La personalità di Alex verrà annientata, verrà privato del libero arbitrio, che, come ci dice il prete, è l'unica cosa che fa di un uomo un uomo. Alex non potrà più produrre violenza, ma neanche ribellarsi alla violenza stessa, non avrà più capacità di autodifesa in un mondo che si dimostra più violento di Alex stesso, una spietatezza mascherata, a differenza di quella onesta e pienamente consapevole del protagonista.
E allora eccoci arrivare al momento catartico, al ritorno della forza sprigionata da inizio film, che come un fulmine piomberà sul nostro “affezionatissimo” trascinandolo in un vortice di soprusi a cui non potrà ribellarsi. Tutto torna, la spirale ha compiuto il suo giro, la violenza è come un serpente che si morde la coda, un circolo vizioso di cui la società fa parte integrante e Alex e compagni ne sono dei degni prodotti.
Kubrick nel 1971- quasi dieci anni dopo il magnifico romanzo di Burgess - si prende sulle spalle il peso di trasferire sullo schermo un testo complesso, dal linguaggio immaginifico e sperimentale, consegnandoci un film dalla potenza disarmante, una sinfonia in immagini con protagonista una perfetta arancia meccanica, un frutto morbido all'esterno - perché costretto ad esserlo - ma duro all'interno, meccanizzato e composto da ingranaggi che nessuno vorrebbe avere, che nessuno vorrebbe masticare, perché difficili da digerire.

di Elle Bi per la rubrica "CINEMA".