lunedì 4 novembre 2013

CINEMA: "LA VITA DI ADELE - Abdellatif Kechiche"

di Diccì per la rubrica "CINEMA".


È finalmente arrivato nelle sale italiane il film vincitore dell’ultimo festival di Cannes, La vita di Adele, quinto lungometraggio del regista franco-tunisino Abdellatif Kechiche che ritorna ai temi a lui più cari (momentaneamente accantonati negli ultimi due film Cous Cous e Venere Nera) quelli degli esordi, quelli, per intenderci, di Tutta colpa di Voltaire e, soprattutto, de La schivata. Protagonista, oggi come allora, è l’adolescenza (meglio, gli adolescenti) vivisezionata con chirurgica destrezza (l’identicità di contenuto, per la verità, non si esaurisce qui. Ritornano, infatti, Marivaux e il determinismo classista). Le doti di Kechiche come indagatore delle relazioni umane e come abile tessitore di veri e propri romanzi di formazione (i suoi film potrebbero sembrare quasi dei trattati antropologici) ci erano già ben note e si erano mostrate con assoluta chiarezza nello straordinario La schivata, dove nello squallido teatro delle banlieu parigine il giovane Krimò viveva l’esperienza di un amore non corrisposto. Se già quello poteva sembrare un film pressoché perfetto, dobbiamo (con piacere) constatare che Kechiche è riuscito a fare meglio condensando in quasi tre ore di puro cinema (anche le doti di narratore oltre che dialoghista sono ormai una certezza) una storia che toglie il fiato per quanto è bella, vera, commovente.

La giovane studentessa liceale Adele (Adèle Exarchopoulos) scopre lentamente, e noi insieme con lei, la sua identità omosessuale perdendosi (ed allo stesso tempo ritrovandosi) in una appassionante storia d’amore con la più matura ed esperta Emma (Léa Seydoux). Storia d’amore che è catturata e restituita in splendide sequenze di corpi che si avvinghiano, mani che si toccano, occhi che si cercano (da vedere e rivedere all’infinito la sequenza in cui Adele entra in un bar gay con la speranza di ritrovare la ragazza dai capelli blu che ha incendiato il suo cuore). Nessun dettaglio è precluso alla nostra vista, Kechiche ci mostra tutto, ma proprio tutto (qualcuno ha storto il naso, specie per le lunghissime scene di sesso lesbico; altri hanno addirittura parlato di voyeurismo) e pur tuttavia niente di quello che vediamo sembra sovrabbondante, di troppo; ma tutto pertinente, necessario. E questo è vero sia per quanto riguarda le scene degli amplessi (mostrate con dovizia di particolari) sia per quelle apparentemente meno importanti (dal punto di vista diegetico) come ad esempio un pranzo in famiglia.
Alla fine, come tutti sappiamo, è la vita che da ed è la vita che toglie; ma i ricordi, indelebili, quelli restano, cosi come restano le opere d’arte, soprattutto se raffiguranti un momento, un attimo, eterno, di felicità. E ad Adele, diversamente da Krimò, quell’attimo, è stato concesso di viverlo. Ed è con questa consapevolezza che alla fine Adele si allontana dal suo presente che è già passato, incamminandosi verso un nuovo inizio. Un altro capitolo di quella (stra)ordinaria storia che è la vita.
Che bello, il cinema, quando riesce semplicemente a raccontare storie, stupendoci, commuovendoci. Grazie dunque a Monsieur Abdel per averci concesso lo straordinario privilegio di essere stati testimoni della nascita, della maturazione e della fine del sentimento più bello e più intenso che il cinema possa raccontare: l’amore. Che poi sia anche omosessuale non fa alcuna differenza; anzi, forse lo rende ancor più prezioso.


sabato 2 novembre 2013

DEATH NOTE - MORIRE PER UN QUADERNO


Il manga di Obata è una di quelle opere che non conosce mezze misure: o uno se ne innamora o non riesce a farselo piacere a prescindere, tanta è la pienezza dei dialoghi per ogni capitolo del fumetto. Difatti, c'è chi lo definisce un “mattone”, insostenibile da leggere, e chi invece lo ritiene una delle trame meglio sviluppate, considerando anche la grande storia raccontata, ovvero lo scontro tra il “male” , rappresentato da Light Yagami, voglioso di costruire un mondo migliore eliminando attraverso il death note tutti coloro che ritiene malvagi, e il “bene””, rappresentato dall'eccentrico L., un detective le cui reali generalità permangono nel mistero,  che decide di collaborare con la polizia giapponese allo scopo di catturare il misterioso Kira.  A mio parere la rivalità tra questi due personaggi è una dei migliori confronti tra personalità opposte mai viste in un fumetto giapponese;caratterizzati in maniera sublime, il loro scontro è costruito come  una lunga partita a scacchi dove ogni mossa di Light-Kira viene contrastata da L e viceversa. Ottima l'intuizione di costruire una storia sfruttando il credo popolare giapponese dell'esistenza di alcuni dei della morte, chiamati Shinigami, e altrettanto buona la costruzione dei co-protagonisti, a partire dallo Shinigami che accompagna il protagonista (Riuk), al secondo Kira e finta fidanzata di Light, Misa.  Dovessimo dare un giudizio critico non potremmo fare altro che dividere l'opera in 2 storie diverse, con 2 opinioni ben distinte: una prima parte, fino al volume 7 ( ovvero fino al momento della dipartita di L per mano di Rem), che entra, secondo me, nella storia dei manga giapponesi  per  coerenza e sviluppo, tra l'altro con un tema, quello della morte, particolarmente delicato e di difficile gestione narrativa; una seconda parte, ovvero la sequenza successiva alla morte di L con l'avvento di Near e Mellow, che è invece da dimenticare, costruita male e che inserisce nella storia personaggi poco accattivanti e che poco interesse suscitano nel lettore (l'ex dei tempi universitari di Light e Mikami, ad esempio, sono tutto fuorchè personaggi interessanti).  L'intento dell'autore di far intendere che possedere un potere terribile come quello di far morire a proprio piacimento le persone possa portare solo alla pazzia è stata costruita sapientemente, non altrettanto il modo con cui si arriva alla morte del protagonista, eccessivamente affrettata e senza il necessario pathos. Chi scrive sostiene che Death Note doveva rimanere semplicemente“L vs Light” e non diventare “L vs successori di Light”. Questa è stata secondo me la grande pecca di questa opera, che doveva concludersi con la vittoria di L contro Light dopo una estenuante battaglia, come quella che si stava svolgendo almeno fino al volume 7; se Obata avesse deciso di perseguire questa linea non staremo a raccontare di un  manga che ha raccolto grandi consensi esclusivamente in una nicchia di appassionati, ma probabilmente di uno dei migliori manga mai concepiti, almeno per quanto riguarda la gestione delle situazioni e la caratterizzazione dei personaggi.


Tommy

venerdì 1 novembre 2013

"J. LO SAI QUALI SONO LE REGOLE"


Tentare di alzare quel telefono non era mai stato così difficile prima d’ora. In realtà si tratta di poche centinaia di grammi; l’ultimo modello, ultra leggero, ultra piatto, ultra veloce, ultra pieghevole, ultra….“sono stanco”. Ma lo sforzo fisico richiesto è davvero pari a zero: “Dai, ce la posso fare questa sera”. Il mio ‘nemico’ è lì, riposto sul tavolo al centro della stanza, baldanzoso, fiero, con tutti quei led colorati, luccicanti, ipnotizzanti, bagliori continui che sembrano dire “io sono qui, afferrami e fai ciò che devi, dai”. “Viscido, dissimulatore, tentatore, credi sia facile? Credi sia una cosa da poco, eh? Ma che ne sai, ma che vuoi…” Brr, brr, brr … brr, brr, brr…“Oh cazzo sta vibrando! Chi può essere ora? Chi a quest’ora della notte?” Con una torsione dell’intero corpo degna di uno sportivo mi lancio come in un assalto alla baionetta e lo afferro. “Pronto…“, suspense, “no guardi, ha sbagliato numero, mi spiace…buona serata anche a lei”. Non ero davvero pronto, ma credo si sia notato.


Non posso però continuare a procrastinare la cosa. “No, non più…ma uscire almeno per una boccata d’aria fresca prima di…?”. Non termino neanche la frase. L’album di Rino riposto in bella vista sul comodino vicino allo stereo sembra tuonare “resta vile maschio dove vai?”; è la mia fantasia si, solo la mia fantasia, ma stasera forse non è proprio il caso di uscire. Compongo il numero a memoria, rapidamente, come se in tal modo potesse essere indolore; ahia.

Tuu, tuu, tuu, click…“La sua chiamata sarà monitorata dall’ufficio n.8030 della eaNSA, saluti”, una voce robotica la prima. “Ehi J., come stai?”, “…ragazzi, ragazzi c’è J. in linea! Ciao J. come te la passi eh?”, voci familiari le altre. “Ehm…si, ecco, ciao a tutti…”, questa proprio non ci voleva, la eaNSA proprio non ci voleva in un momento come questo. “Stai chiamando F. a quest’ora? Che cosa vuoi combinare eh? Eh, eh…vecchio J., la tua ragazza dopo una dura giornata di lavoro sarà sicuramente felice di potersi ‘divertire’ un pochino … e tu lo sai cosa intendo vero?”. “No.. veramente io...scusate, vorrei rimanere un po’ in privato, stavolta. Dovrei parlare di una questione un po’ delicata e con tutti voi ad ascoltarmi...ecco, proprio non ci riesco e…“. Vengo subito interrotto: “ J., J., lo sai quali sono le regole. Niente sconti, noi dobbiamo ascoltare tutto. Noi dobbiamo sapere tutto. E’ la regola. Ed ora dai, fai come se non ci fossimo, rilassati prendendo un bel respiro a pieni polmoni e schiarisciti la voce che F. sta per rispondere”. Il sangue mi si è gelato nelle vene, e forse anche i pensieri mi si sono ‘gelati’ nella mente. No, quelli proprio no; anzi, la testa ora mi sta per esplodere per il sovraccarico di ragionamenti, congetture, sensazioni. Fermati, fermatevi, fermi!

Pronto? Qui è F. che parla, chi è?”

Forse se faccio abbastanza veloce quelli della eaNSA... forse non coglieranno le mie parole…

Amore sono J., amore sono gay.” Tuu, tuu.

Ehi ragazzi, ah, ah, ah, incredibile, J. ha fatto outing...”, “davvero? Incredibile! E pensare che quella F. è una gran bella donna …”, “ma chi lo avrebbe mai immaginato … così ho perso un’altra scommessa …”.

Singolo della settimana: “Fight the power”, Public enemy.

Maste

martedì 29 ottobre 2013

PASTORALE AMERICANA - Philip Roth


Di solito non scrivo recensioni su autori di cui ho letto soltanto un'opera, ma, prendendo in mano Pastorale Americana ho capito che mi trovavo davanti ad un romanzo che parla da solo, a pagine scritte con estrema chiarezza, a un autore che parla ad un'intera nazione e al mondo intero.

Philip Roth inizia la sua epopea in modo autentico e calibrato, ci introduce nella vita dello Svedese tramite gli occhi del suo alter ego Nathan Zuckerman, con uno sguardo che inizialmente è di spassionata ammirazione.
Lo Svedese brillava come estremo nel football, pivot nel basket e prima base nel baseball. Soltanto la squadra di basket combinò qualcosa di buono (vincendo per due volte il campionato cittadino con lui come marcatore principale), ma per tutto il tempo in cui eccelse lo Svedese il destino delle nostre squadre sportive non ebbe troppa importanza per una massa studentesca i cui progenitori – in gran parte poco istruiti, molto carichi di preoccupazioni – veneravano il primato accademico più di ogni altra cosa...Ciononostante, grazie allo Svedese, il quartiere cominciò a fantasticare su se stesso e sul resto del mondo, così come fantastica il tifoso di ogni paese...L'assunzione di Levov lo Svedese a domestico Apollo degli ebrei di Weequahic si può spiegare meglio, credo, con la guerra contro i tedeschi e i giapponesi e le paure che essa generò. Con lo Svedese che furoreggiava sul campo da gioco, l'insensata superficie della vita forniva una specie di bizzarro, illusorio sostentamento, il felice abbandono a una svedesiana innocenza, per coloro che vivevano nella paura di non rivedere mai più i figli, i fratelli o i mariti”.
Così Roth ci introduce nel mondo dello Svedese nelle prime pagine del romanzo, ci mostra un uomo indistruttibile, osannato da tutti, il giusto dei giusti, alto, biondo e dalla mascella sicura.
Questa prima parte intitolata Paradiso ricordato ci descrive in maniera maniacale i successi dello Svedese ai tempi del liceo, sempre presente sui campi da gioco, portato in voce dalle “ragazze pon pon che avevano un urrà apposta per” lui; e i successi ancora più grossi negli anni della maturità, l'aver sposato Miss New Jersey, la ragazza più bella del paese, l'aver preso in mano la gloriosa fabbrica del padre e l'essere riuscito a renderla ancora più grande, tutto questo sembrava assicurare allo Svedese un futuro roseo e senza intoppi, un destino segnato dalla nascita.
Ma il meccanismo perfetto di Roth, non dissimile ad un'operazione chirurgica incrina la vita ampollosa di Seymour Levov, perfettamente in tempo con il finale di questa prima parte arriva la bomba, improvvisamente tutto fa crack, la vita dello Svedese e di una nazione intera, un popolo che credeva nel sogno americano incarnato da questo biondo e slanciato ebreo.
Merry, figlia forse anche troppo amata, sempre tenuta sotto la grossa ala dorata del padre perfetto, piazza la bomba; un uomo a caso muore, è la terrorista di Old Rimrock, è lo scandalo di un villaggio, è la fine di un uomo.
La seconda parte La caduta (non poteva che intitolarsi così) dà quasi un po' di speranza allo Svedese, che in uno dei pezzi più belli e significativi del romanzo conosce una ragazza pallida e minuta, una presunta studentessa della Wharton School della Pennsylvania, che gli chiede tutto sul suo lavoro, sulla fabbricazione dei guanti, proprio all'interno della sua amata fabbrica.
Ovviamente non può sapere che quella Rita Coehn che sta ospitando in uno dei luoghi a lui più cari è l'origine di tutto, la “carnefice” di sua figlia, fautrice di tutto quello che Merry ha imparato sulla lotta alle oppressioni, sul ribellismo, e inevitabilmente sul sangue che dev'essere versato.
Ma poi, alla fine della visita alla fabbrica, tutto gli verrà svelato: “Vuole il suo album di Audrey Hepburn”. Sette semplici parole.
E da lì, quell'ammirazione spassionata che Roth ha avuto per il suo personaggio si trasformerà in spietatezza verso lo Svedese dalla vita perfetta, verso quell'uomo vissuto sotto una campana di borghesismo cieco, una spietatezza manifestata negli svariati incontri con Rita Cohen, che non gli chiederà più informazioni sulla fabbricazione dei guanti ma lo attaccherà verbalmente sbattendogli in faccia tutto quello che di guasto c'è nella sua vita, tutto quello che ha sbagliato nei confronti della giovane Merry, gli stereotipi di una vita intera.
Le aggressioni di Rita sono quanto di più crudele c'è nella vita, e lo Svedese incassa, crolla, ma cerca di resistere, tutto pur di rivedere quella figlia che ormai non gli appartiene.
E poi, l'incontro tanto atteso: dopo la sofferenza finalmente una speranza di riconciliazione. Ma Merry è troppo cambiata, Seymour Levov capisce che è una battaglia persa, ormai il lavaggio del cervello è già stato fatto, li separa una distanza incolmabile, la distanza dei tempi che sono passati, gli anni Cinquanta sono un sogno perduto, i Settanta impazzano in tutto il loro ardore e Merry è figlia di quegli anni, non appartiene alla generazione del padre, quando ancora il sogno americano conquistava i cuori e le speranze della gente.
Nella terza ed ultima parte Paradiso perduto, il crollo continua, alternato dai ricordi dell'innocenza perduta, a quando Merry apriva il cancello di casa con la punta di un bastone; ma la caduta non riguarda solo lo Svedese, si frantuma tutto quello che gli sta intorno.
La moglie Dawn, allevatrice e mungitrice di vacche che non disdegna un lifting a Ginevra di tanto in tanto, non ama più quella vita all'apparenza perfetta, e allora come se non bastasse si fa trovare china sul lavello col vicino Orcutt, lo Svedese osserva e non si rende conto di come stia crollando tutto a pezzi, di come non ci sia più nulla di integro intorno a lui.
Philip Roth trasforma la spietatezza in tenerezza guardando al suo personaggio con occhio vigile e disincantato, quell'occhio che osserva con compassione lo Svedese e lo specchio che fa del suo popolo e della sua nazione.

Elle Bi

lunedì 28 ottobre 2013

THE GRANDMASTER - Wong Kar-wai




Wong Kar-wai ci regala un film che all'apparenza può sembrare semplice (storia di Ip Man maestro di Wing Chun) ma in realtà cova al suo interno una complessità quasi disarmante.
Il protagonista (Tony Leung/Ip Man) ci anticipa una massima che fungerà da linea direttrice per tutto il film e cioè che il Kung fu è fatto di due sole parole, orizzontale e verticale, se vai giù perdi, se stai in piedi vinci.
Per molti potrebbe sembrare una frase come tante ma il cineasta cinese ci costruisce sopra l'intero film, forse l'intera sua poetica.
In The Grandmaster tutto è orizzontale e verticale, la pioggia incessante all'inizio del film (verticale), i corpi che volano a suon di pedate (orizzontale), gli sguardi che si incontrano (orizzontale), pavimenti calpestati da corpi eretti (orizzontale, verticale) e infine scale (verticale) e treni impossibili (orizzontale).
Ma il piano di Wong non finisce qui, è molto più ampio, è composto da linee infinite che partono da nord a sud (dalla Cina del nord degli anni '30 fino ad arrivare a Foshan nella Cina del sud fino ad arrivare a sud-est a Hong Kong), prende a pretesto la storia di Ip Man per ripercorrere le tappe fondamentali di trent'anni di storia cinese; nessun combattimento del film è superfluo, ogni goccia di sudore, ogni schizzo di sangue, ogni lacrima sta a rappresentare la sofferenza di tutti i momenti storici della Cina di quegli anni; l'invasione di Hong Kong da parte dei giapponesi, l'estrema povertà e la guerra civile.
Molti registi si sarebbero accontentati di fare un film su Ip Man che percorrendo la sua storia ripercorre la Storia, ma Wong no, non si accontenta e decide di mettere in ballo tutte le sue tematiche più care e allora The Grandmaster oltre che un film sul tempo diventa un film sugli amori impossibili, sugli amori sottotono, non urlati, velati come lo sono le tematiche di questo film.
Nella maggior parte dei suoi film Wong Kar-wai fa vivere ai suoi personaggi delle storie d'amore vissute a metà, o almeno ci fa vedere che il suo è un occhio disilluso, un occhio che mostra sempre l'inizio di una storia ma spesso non la fine, o meglio una fine forzata, un'interruzione, perché l'amore all'inizio avvampa, ma poi inevitabilmente arrivano le complicazioni, arriva il tempo, il tempo che brucia pian piano tutto quello che trova.
Ma in The Grandmaster abbiamo un'eccezione. Ci troviamo davanti ad uno dei tanti amori impossibili cari al regista: i due si incontrano, si sfiorano (i loro corpi si toccano solo durante un combattimento), le loro anime si toccano, ma qui, la storia d'amore non finisce proprio perché non inizia.
Il regista sembra quasi non voler intaccare quel che di bello che c'è fra di loro, anime perse, anime sole, si guardano, si salutano continuando il loro cammino verso il domani.
E immancabilmente tornano le linee orizzontali e verticali, perché gli uomini e le donne cari al regista si incontrano, si amano, si odiano ma poi dopo quell'incontro breve e intenso, quelle fragili linee devono continuare la loro strada, continuando a sporcarsi nel caos della vita.

Elle Bi

sabato 26 ottobre 2013

BERLIN - Matilde Spinelli


Matilde Spinelli nasce il 17 luglio 1989 a Prato.
Si forma come autodidatta nel corso degli anni entrando a contatto con tutto ciò che la circonda, trasformando le sensazioni che prova in immagini.
Il 27 aprile 2013 espone ben otto fotografie tra le quali la seguente nella mostra “Destrutturazione del soggetto” al Meykadeh in via dei Pepi.
E' una fotografia del Memoriale dell'Olocausto, un'immagine muta, è la storia che deve parlare, il silenzio di milioni di ebrei, il silenzio necessario per contemplare quest'opera.

Elle Bi

venerdì 25 ottobre 2013

SE(G)NI DI PROTESTA


Quei seni nudi e perfetti catturarono di colpo la mia attenzione. Qualche istante dopo questa si spostò sulle ragazze stesse. Erano belle, bellissime e feroci. Solo in un secondo momento le urla, il caos intorno alle giovani ribelli e la telecamera a spalla che trasmetteva riprese molto mosse mi fecero capire che era un blitz di protesta. Il mio interesse si spostò allora sui messaggi che le giovani donne avevano scritto sui toraci nudi. Feci in tempo a leggere ‘Religion is slavery’ e ‘Free women’, prima che la polizia coprisse le attiviste da subito, e le facesse salire in macchina successivamente. Anche il cameraman venne ‘portato via’. Sorrisi. Erano riuscite ad ottenere il loro obiettivo, pensai. I loro corpi nudi avevano attratto la mia attenzione (e, suppongo, quella degli altri spettatori) e, infine, mi ero soffermato a leggere i loro messaggi.


Trovai la forma di quella protesta geniale e decisi di informarmi. Le ragazze appartengono al gruppo di attiviste ‘Femen’. Femen nasce dalla mente di Anna Hutsol nel 2008 in Ucraina come ‘movimento femminista del terzo millennio’. Le ragazze si dicono portavoce della filosofia del sextremism. In breve, nella società moderna, considerata da esse fallocentrica, il potere e i soldi sono concentrati nelle mani degli uomini mentre le donne sono poste in una posizione d’inferiorità. Parlano di società patriarcale e questa vogliono combattere. Da qui nasce lo strumento della nudità. La nudità rievoca il sesso e questo è il modo migliore per accendere i riflettori su di sé e far si che il proprio grido di malcontento (contro l’oppressione della donna e, più in generale, contro tutte le forme di oppressione, dalla religione ai regimi politici dittatoriali) venga ascoltato da una platea più ampia. Non solo, una protesta aggressiva e d’impatto come quella messa in atto dalle ragazze, che include anche arresti e problemi con la legge, ha la capacità di attrarre l’interesse del pubblico. Creando supporters, nuove attiviste e donatori.

Da quando conobbi il movimento seguii con piacere queste guerriere amazzoni moderne tramite le notizie che la stampa nazionale ed estera riportava frequentemente. Degne di nota sono le proteste contro Putin, contro Berlusconi durante le elezioni e tra le nevi di Davon, in Svizzera.

Recentemente una notizia diversa dalle altre ha riportato le Femen sulla scena. Non si parlava di blitz, proteste o arresti. Questa volta le ribelli stavano percorrendo il tappeto rosso del Festival di Venezia da invitate e non da manifestanti. Kitty Green, 28enne di madre ucraina e padre australiano, ha presentato al Festival (fuori concorso) un film-documentario dal titolo ‘L’Ucraina Non E’ Un Bordello’. Leggere le recensioni del lungometraggio è stato uno shock. La pellicola della Green (che ha convissuto con le ragazze per più di un anno) scava lentamente nell’organizzazione. Il colpo di scena si ha quando ne giunge alle viscere: la Hutsol non è la fondatrice, il gruppo non ha una madre fondatrice, ma bensì un padre. Viktor Svyatskiy è il cervello delle Femen. Nel film Viktor dichiara di aver creato il gruppo per avere delle donne intorno e affinché queste imparino, dal suo comportamento patriarcale, cosa è ciò contro cui combattono.
La visione mi lasciò confuso e perplesso. Avevo anche perso parte del mio rispetto per le ragazze. Solo in un secondo momento capii. Lessi altri articoli sulle ragazze. Nuove iniziative di Femen si sono diffuse a giro per l’Europa e il quartier generale dell’organizzazione è ora stato spostato dalla repressiva Kiev alla (più) libertina Parigi. Infine, il movimento è arrivato anche in Italia. Conclusi dunque che, sebbene la presenza di Svyarskiy dietro al movimento fosse paradossale, il movimento si è evoluto, ha cambiato forma ed è, ogni giorno di più, uno strumento per far sentire la voce delle donne.

Ma perché parlare di Femen? Lo spunto nasce dalla diffusione in rete di foto riguardanti attiviste italiane. Devo ammetterlo, non mi ero mai reso conto di quanto il problema della violenza sulle donne fosse di rilievo in Italia. Il mio cervello registrava le notizie di violenza sotto la voce ‘cronaca’ o ‘cronaca nera’ senza realizzare che spesso, troppo spesso, il nome della vittima era al femminile. Fu L. a farmelo notare. Lei è straniera, e mentre parlavamo mi disse che era allibita dal numero di notizie di cronaca e cronaca nera che riguardavano le donne. Iniziai a farci caso. In Italia ogni 2,5 giorni viene ammazzata una donna. Anche l’ONU ha scritto un rapporto che dipinge uno scenario drammatico e che richiede all’Italia di fare qualcosa per fermare questo fenomeno inaccettabile. Lo stato (nella Grande Società) si muove molto lento. E ancora non è riuscito a creare un disegno di legge che protegga efficacemente la donna. Per questo ho deciso di parlarvi di Femen. Femen permette di parlare del problema senza scadere nella retorica. Femen sensibilizza e, colpendo con i suoi seni ribelli, smuove l’opinione pubblica riportando a galla le grida delle vittime di violenza. Go Femen!

Ukraine is not a brothel’ è il film da guardare.

IT