di Diccì per la rubrica "CINEMA".
È
finalmente arrivato nelle sale italiane il film vincitore dell’ultimo
festival di Cannes, La vita di Adele, quinto lungometraggio del
regista franco-tunisino Abdellatif Kechiche che ritorna ai temi a lui
più cari (momentaneamente accantonati negli ultimi due film Cous
Cous e Venere Nera) quelli degli esordi, quelli, per intenderci, di
Tutta colpa di Voltaire e, soprattutto, de La schivata. Protagonista,
oggi come allora, è l’adolescenza (meglio, gli adolescenti)
vivisezionata con chirurgica destrezza (l’identicità di contenuto,
per la verità, non si esaurisce qui. Ritornano, infatti, Marivaux e
il determinismo classista). Le doti di Kechiche come indagatore delle
relazioni umane e come abile tessitore di veri e propri romanzi di
formazione (i suoi film potrebbero sembrare quasi dei trattati
antropologici) ci erano già ben note e si erano mostrate con
assoluta chiarezza nello straordinario La schivata, dove nello
squallido teatro delle banlieu parigine il giovane Krimò viveva
l’esperienza di un amore non corrisposto. Se già quello poteva
sembrare un film pressoché perfetto, dobbiamo (con piacere)
constatare che Kechiche è riuscito a fare meglio condensando in
quasi tre ore di puro cinema (anche le doti di narratore oltre che
dialoghista sono ormai una certezza) una storia che toglie il fiato
per quanto è bella, vera, commovente.
La
giovane studentessa liceale Adele (Adèle Exarchopoulos) scopre
lentamente, e noi insieme con lei, la sua identità omosessuale
perdendosi (ed allo stesso tempo ritrovandosi) in una appassionante
storia d’amore con la più matura ed esperta Emma (Léa Seydoux).
Storia d’amore che è catturata e restituita in splendide sequenze
di corpi che si avvinghiano, mani che si toccano, occhi che si
cercano (da vedere e rivedere all’infinito la sequenza in cui Adele
entra in un bar gay con la speranza di ritrovare la ragazza dai
capelli blu che ha incendiato il suo cuore). Nessun dettaglio è
precluso alla nostra vista, Kechiche ci mostra tutto, ma proprio
tutto (qualcuno ha storto il naso, specie per le lunghissime scene di
sesso lesbico; altri hanno addirittura parlato di voyeurismo) e pur
tuttavia niente di quello che vediamo sembra sovrabbondante, di
troppo; ma tutto pertinente, necessario. E questo è vero sia per
quanto riguarda le scene degli amplessi (mostrate con dovizia di
particolari) sia per quelle apparentemente meno importanti (dal punto
di vista diegetico) come ad esempio un pranzo in famiglia.
Alla
fine, come tutti sappiamo, è la vita che da ed è la vita che
toglie; ma i ricordi, indelebili, quelli restano, cosi come restano
le opere d’arte, soprattutto se raffiguranti un momento, un attimo,
eterno, di felicità. E ad Adele, diversamente da Krimò,
quell’attimo, è stato concesso di viverlo. Ed è con questa
consapevolezza che alla fine Adele si allontana dal suo presente che
è già passato, incamminandosi verso un nuovo inizio. Un altro
capitolo di quella (stra)ordinaria storia che è la vita.
Che
bello, il cinema, quando riesce semplicemente a raccontare storie,
stupendoci, commuovendoci. Grazie dunque a Monsieur Abdel per averci
concesso lo straordinario privilegio di essere stati testimoni della
nascita, della maturazione e della fine del sentimento più bello e
più intenso che il cinema possa raccontare: l’amore. Che poi sia
anche omosessuale non fa alcuna differenza; anzi, forse lo rende
ancor più prezioso.








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