martedì 17 settembre 2013

RACCOLTA POST FUMETTI

22/03/2014

WEBVOLUTION - Domenico Martino



22/03/2014

STORIA DI F. (quarta parte) - Domenico Martino




08/03/2014

STORIA DI F. (terza parte) - Domenico Martino





22/02/2014

STORIA DI F. (terza parte) - Domenico Martino





08/02/2014

STORIA DI F. (seconda parte) - Domenico Martino

storia di f<br/><a href="http://oi62.tinypic.com/2mmfi9d.jpg" target="_blank">View Raw Image</a>


25/01/2014

STORIA DI F. (prima parte) - Domenico Martino




18/01/2014


NHK: UNA REALTA' ANIMATA

L'opera, tratta dal romanzo di Tatsuhiko Takimoto, rientra tra i manga assolutamente da leggere almeno una volta nella vita. La profondità con cui viene trattata la problematica dell'hikikomori ci ha colpiti fin dai primi numeri, e raramente ci è capitato di vedere una tale accuratezza nella trasmissione delle “intenzioni” dei personaggi protagonisti. Ma cosa sono gli hikikomori? Non sono altro che persone che avendo paura di essere giudicate e non comprese dal resto della società, finiscono per vivere da recluse in casa negandosi tutti i piaceri della vita. Nel nostro caso il protagonista della storia è Tatsuhiro Satō,un ragazzo di 22 anni che vive sigillato nel suo appartamento a Tokyo. Rappresenta il modello classico di hikikomori giapponese, ovvero un individuo che non riesce a reggere lo sguardo della gente, senza una compagnia o una ragazza, che si mantiene grazie ai soldi che gli vengono inviati dai genitori. A riportarlo molto gradualmente verso la retta via sarà una ragazza di nome Misaki, che lo convincerà a farsi dare delle lezioni private da lei per uscire da quella infelice situazione. I personaggi presenti nella storia sono pochi ma tutti ben caratterizzati: Satō non ha fiducia nelle proprie capacità, ritiene che ogni tentativo che potrà fare per uscire dal suo status sia vano, prova un misto tra odio e paura nei confronti delle altre persone; Yamazaki ha un amore viscerale per i videogiochi erotici, una passione nata dal suo rigetto verso le donne in carne ed ossa, che lui vede solo come strumento di piacere; Misaki non si fida del prossimo mascherando questa sua incapacità di relazionarsi cercando di ottenere l'attenzione degli altri, come nel nostro caso dove cerca di aiutare Satō per ottenere la sua approvazione. Kashiwa si droga, e si vuole suicidare; ha problemi con Jogasaki, il marito, perché pensa solo a se stesso; vuole aiutare Satō e allo stesso tempo vuole essere aiutata da lui. Megumi è costretta a fare lavori frustranti e truffaldini per mantenere Shiro, il fratello anch'egli hikikomori.

Tante personalità dalle sfaccettature più svariate: l'autore mostra di essere particolarmente abile nel trattare una tematica “pesante” attraverso vari momenti di leggerezza e altri, inevitabilmente, di grande spessore riflessivo. Nel raccontare le sensazioni provate da un hikikomori l'autore dimostra una grande maestria nel toccare altre problematiche che attanagliano la società odierna: la difficoltà e la precarietà del lavoro, il delicatissimo tema del suicidio, la droga, i videogiochi; tutti problemi che rappresentano un disperato tentativo di sfuggire dalla realtà che ci circonda, una realtà che non sempre è come vorremmo, e che per questo molte volte non riusciamo ad affrontare.

8 volumi che ci sono sembrati una vera eccellenza: per far capire che se vogliamo, con tanto sforzo e dedizione, possiamo davvero cambiare.

Tommy Elle Bi


11/01/2014


COMPLOTTI - Domenico Martino





28/12/2013


LA MOSCA EMO - Domenico Martino




14/12/2013



ASPIRAZIONI - Domenico Martino




30/11/2013

L'ATTACCO DEI GIGANTI - L'UMANITA' CHE RISCHIA DI SCOMPARIRE
                        


Nel momento in cui scrivo, il lavoro di Isayama si avvia verso la seconda metà (l'autore ha dichiarato la sua ferma intenzione di terminare l'opera al ventesimo volume) e per questo mi limiterò a giudicare quanto finora letto, ovvero fino al capitolo 50. Partiamo subito da un'asserzione quantomai scontata: l'idea della razza umana che rischia di estinguersi è stra-abusata, ma l'autore in questo shonen ha avuto il merito di renderla coinvolgente attraverso una trama fresca e piena di capovolgimenti di fronte; molte scene si leggono davvero con il fiato sospeso, e i personaggi principali (Eren, Mikasa e Armin) sono caratterizzati in maniera ben chiara e marcata, riuscendo egregiamente a coinvolgere il lettore nei momenti in cui vengono palesate le loro emozioni, sia quando mostrano terrore, sia quando mostrano il loro odio nei confronti dei titani (specialmente Eren, il cui disprezzo è riconducibile a quanto accade nel primo volume). Inoltre ho trovato apprezzabile l'idea  di fornire di capitolo in capitolo tutte le informazioni necessarie al lettore in modo da comprendere il contesto di riferimento, altrimenti di difficile inquadramento (nota a margine: il primo volume è di fatto un'infarinatura generale per il prosieguo della storia. Molti hanno giudicato il manga da quello, non fate lo stesso errore). Ottimo anche il ritmo con cui si susseguono le azioni, molto belli gli scenari in cui si svolge la trama ( ho particolarmente gradito il castello di Ustgard). Detto questo trovo che i difetti non manchino: in primis, sottolineerei che i personaggi principali sono poco carismatici rispetto agli standard dei manga giapponesi (paradossalmente, mi ha suscitato più interesse Mikasa di Eren), senza contare le innumerevoli forzature che si incontrano nel corso della storia: combatti da 100 anni i titani e ancora non conosci i loro punti deboli? Gli affronti da tempo immemore, sai della loro netta superiorità fisica, e continui a combatterli nello scontro frontale senza piazzare trappole e similari? Purtroppo i personaggi secondari non sono caratterizzati quanto quelli principali (lacuna enorme specialmente nel momento in cui viene rilevato il titano corazzato, che tecnicamente dovrebbe essere un vero e proprio punto di svolta nella trama) a differenza di altri shonen come One Piece e Naruto. A parte questo, la mancanza maggiore sono secondo me i flashback; sono stati, in generale, inseriti male nei capitoli. In diversi momenti il lettore rischia di perdersi, complice anche una rilegatura  non all'altezza, che non permette una lettura fluida in diversi frangenti. Trovo invece che il tanto criticato disegno di Isayama sia perfettamente adatto al contesto, anche se effettivamente una maggiore attenzione alle proporzioni sarebbe stata cosa gradita (ma vabbè, in questo neanche maestri come Oda hanno mai primeggiato). Trovo comunque la storyline dell'opera una delle migliori degli ultimi anni e, se non si è particolarmente sensibili alle immagini violente (le scene crude sono abitudinarie in questo shonen), ne consiglio assolutamente la lettura.


Tommy



02/11/2013

                     DEATH NOTE - MORIRE PER UN QUADERNO



Il manga di Obata è una di quelle opere che non conosce mezze misure: o uno se ne innamora o non riesce a farselo piacere a prescindere, tanta è la pienezza dei dialoghi per ogni capitolo del fumetto. Difatti, c'è chi lo definisce un “mattone”, insostenibile da leggere, e chi invece lo ritiene una delle trame meglio sviluppate, considerando anche la grande storia raccontata, ovvero lo scontro tra il “male” , rappresentato da Light Yagami, voglioso di costruire un mondo migliore eliminando attraverso il death note tutti coloro che ritiene malvagi, e il “bene””, rappresentato dall'eccentrico L., un detective le cui reali generalità permangono nel mistero,  che decide di collaborare con la polizia giapponese allo scopo di catturare il misterioso Kira.  A mio parere la rivalità tra questi due personaggi è una dei migliori confronti tra personalità opposte mai viste in un fumetto giapponese;caratterizzati in maniera sublime, il loro scontro è costruito come  una lunga partita a scacchi dove ogni mossa di Light-Kira viene contrastata da L e viceversa. Ottima l'intuizione di costruire una storia sfruttando il credo popolare giapponese dell'esistenza di alcuni dei della morte, chiamati Shinigami, e altrettanto buona la costruzione dei co-protagonisti, a partire dallo Shinigami che accompagna il protagonista (Riuk), al secondo Kira e finta fidanzata di Light, Misa.  Dovessimo dare un giudizio critico non potremmo fare altro che dividere l'opera in 2 storie diverse, con 2 opinioni ben distinte: una prima parte, fino al volume 7 ( ovvero fino al momento della dipartita di L per mano di Rem), che entra, secondo me, nella storia dei manga giapponesi  per  coerenza e sviluppo, tra l'altro con un tema, quello della morte, particolarmente delicato e di difficile gestione narrativa; una seconda parte, ovvero la sequenza successiva alla morte di L con l'avvento di Near e Mellow, che è invece da dimenticare, costruita male e che inserisce nella storia personaggi poco accattivanti e che poco interesse suscitano nel lettore (l'ex dei tempi universitari di Light e Mikami, ad esempio, sono tutto fuorchè personaggi interessanti).  L'intento dell'autore di far intendere che possedere un potere terribile come quello di far morire a proprio piacimento le persone possa portare solo alla pazzia è stata costruita sapientemente, non altrettanto il modo con cui si arriva alla morte del protagonista, eccessivamente affrettata e senza il necessario pathos. Chi scrive sostiene che Death Note doveva rimanere semplicemente“L vs Light” e non diventare “L vs successori di Light”. Questa è stata secondo me la grande pecca di questa opera, che doveva concludersi con la vittoria di L contro Light dopo una estenuante battaglia, come quella che si stava svolgendo almeno fino al volume 7; se Obata avesse deciso di perseguire questa linea non staremo a raccontare di un  manga che ha raccolto grandi consensi esclusivamente in una nicchia di appassionati, ma probabilmente di uno dei migliori manga mai concepiti, almeno per quanto riguarda la gestione delle situazioni e la caratterizzazione dei personaggi.


Tommy


19/10/2013

                       SLAM DUNK - UN CANESTRO PER LA VITA

L'opera di Inoue, nota in Italia soprattutto per il doppiaggio dell'anime decisamente fuori dai canoni a cui siamo abituati, rappresenta a parere di chi scrive forse il miglior manga di genere sportivo mai prodotto finora. I più celebri Capitan Tsubasa e EyeShield 21 peccano infatti di eccessiva messa in mostra del protagonista (pensiamo a Tsubasa che in tutta la storia, road to 2002 compresa, ha perso solo 1 partita) e poco realismo, fermo restando il loro essere delle pietre miliari dei manga sportivi. Slam Dunk è invece il massimo del realismo che si può trovare in fatto di fumetti sportivi, storia semplice, lineare e credibile: non il classico protagonista che incontra l'ostacolo insormontabile e poi puntualmente lo supera, ma un ragazzo dal talento nascosto, che prende schiaffi in faccia da tutti (soprattutto dall'eterno rivale Rukawa) per un sacco di tempo, e con forza di volontà immane riesce a migliorarsi sempre di più fino a diventare un perno dello Shohoku. Da questo punto di vista la maturazione del protagonista è raccontata in modo pressoché perfetto: alla crescita da giocatore corrisponde la crescita di Sakuragi persona, che da teppista si trasforma via via in un ragazzo quasi nella norma (non può essere considerato totalmente normale uno che si professa “Il genio del basket”, giocandoci appena da soli 3 mesi), grazie anche all'enorme amore che prova per Haruko, la sorella del capitano della squadra di basket, Akagi. Memorabile la sfida con il Kainan di Maki che si stampa nel nostro immaginario come un francobollo che non va più via (miglior pezzo del manga per distacco). Lascia un po' di amaro in bocca, invece, lo stop brusco dell'opera dopo la vittoria contro i campioni uscenti del Sannoh al secondo turno del campionato nazionale, a causa di diatribe tra Inoue e la casa di produzione. L'opera è comunque bella e avvincente fino alla fine, intere pagine lette col fiato sospeso in un'apnea di emozioni continue.


Ogni goccia di sudore, ogni sforzo, ogni incomprensione, ogni litigio visto sui campi di Slam Dunk ci fa ridere, piangere e sorridere proprio come la vita.

Tommy & Elle Bi


12/10/2013


                   SINDROME DI PETER PAN - Francesco Briganti





Una casa sull'albero, un rifugio sicuro, la stanza a cui tutti noi teniamo.
Nelle giornate invernali, quando fuori piove, quando fuori imperversano i problemi, tutti noi amiamo rintanarci al caldo da soli nella nostra intima stanza, ci sembra che nessuna cosa ci possa scalfire al suo interno, il freddo, il caldo, il malessere, niente di niente.
Ma poi man mano che cresci sei costretto ad abbandonarla, a trascurarla, il lavoro, lo studio e altre mille preoccupazioni ti allontanano sempre più dal tuo piccolo rifugio antiatomico e proprio per questo l'illustrazione è velata da un tono di malinconia evidente.
Gli uccelli, i rami secchi quasi a significare un dispiacere di lasciare la propria stanza, il proprio nido, per crescere, per entrare a pieno diritto nella vita vera, degli adulti, dei duri che non piangono mai ma soffrono tanto. 
Quel tronco d'albero posato su delle spalle dichiaratamente adulte, coperte da maglione, camicia e un'immancabile cravatta a soffocare la giovinezza che fu, la giovinezza perduta, che tutti noi vorremmo conservare e ritrovare.

Elle Bi


05/10/2013


                           SICK ANIMALS - Francesco Briganti


Questa settimana il nostro disegnatore di fiducia ci propone due tavole realizzate completamente a china, che dimostrano una grande padronanza del mezzo artistico. Disegni istintivi, senza niente di programmato, assenza del lapis che solitamente crea una griglia su cui lavorare; è come se i suoi animali fossero un unico grande flusso di membra e muscoli. Animali senza espressione, dai toni cupi, il tocco quasi arabico è preciso e marcato come fosse un'operazione chirurgica, uno smembramento dei tessuti dall'interno atto quasi a ricostruirli da zero.


Elle Bi











28/09/2013
                                                    
                                                             AUTORITRATTO 


Francesco Briganti nasce a Figline Valdarno il 23 giugno 1990. Attualmente è studente in graphic design e art direction alla NABA di Milano.




















RACCOLTA POST ARTE

05/04/2014


PARIS JE T'AIME - Elle Bi




29/03/2014


ORIZZONTI D'ACCIAIO - Mi.Di



Busan, Corea del Sud, il Ranbow Bridge, 7 km di ponte.


15/03/2014

SGUARDO INDISCRETO - Elle Bi




01/02/2014


BLU OLTREMARE - Mi.Di



Busan, Corea del Sud, due donne dinanzi l'infinità del mare.


21/12/2013


RED VAGINA - Matilde Spinelli    



                   
07/12/2013


TRAMPOLINO - Matilde Spinelli    




La fotografa Spinelli ci propone qualcosa che non è ciò che appare.
Ad un primo sguardo notiamo un trampolino che come in tutti i lavori dell'artista vuole essere perfetto, una cromia che crea forme tramite l'accostamento di un celeste ad un blu slavato, ma se fosse tutto qui sarebbe troppo facile, sarebbe alla portata di tutti.
L'occhio dell'osservatore attento scruta e si interroga sul trampolino, o meglio sul non-trampolino, perché in realtà quello che vediamo è un gioco delle forme, o meglio un ribaltamento.
Spinelli trasforma un obelisco che guarda al cielo in un trampolino che sembra sospeso su di esso, un trampolino che vuole essere perfetto anche nella geometria, ma non ci riesce; e a noi va bene così, ci piace la sua imperfezione, ci piace così tanto che verrebbe voglia di saltarci sopra.

Elle Bi



23/11/2013


                                                           FILI - Matilde Spinelli    





La fotografa Spinelli a Valencia...Traetene voi il significato...Nell'arte non si può spiegare sempre tutto...

Elle Bi



16/11/2013

                                                      INCROCI - Matilde Spinelli    



Scatto eseguito nel labirinto di Robert Morris, un'installazione contemporanea custodita nel parco di Villa Celle (Collezione Gori) in provincia di Pistoia.
Come Morris, la fotografa Spinelli ci comunica il disagio psicologico di questa installazione che fa perdere i punti di riferimento allo spettatore.
La messa a fuoco non è perfetta, quasi a creare un'ipnosi visiva, l'occhio si perde in un'atmosfera metafisica, corre, corre fantasticando fino all'uscita di quel labirinto.
Un bianco e nero che sembra sciogliere le forme, creare spazi che non esistono, ma inevitabilmente dopo un'attenta analisi, alla fine del viaggio ci ritroviamo nella nostra stanza, nella nostra vita di sempre.

Elle Bi









09/11/2013

                                                   RETICOLATO- Matilde Spinelli       



Nuova fotografia (anch'essa presente nella mostra “Destrutturazione del soggetto”) della nostra fedelissima Matilde Spinelli.
Siamo a Parigi, la Defense, un luogo senza tempo o meglio dove il tempo sembra essersi fermato.
Un ambiente futuristico con palazzi enormi, vetri che rispecchiano la freddezza del progresso quasi a fare da contraltare alla bellezza ottocentesca di una delle città più magiche al mondo.
La fotografa ci indica la strada, ci mostra una perfezione geometrica delle linee che può essere tale solamente all'interno di uno scatto, di un click senza tempo proprio come quel luogo metafisico, piatto, magnetico e ipnotico...quindi il consiglio è di abbandonare tutte le convenzioni, i canoni prestabiliti dell'arte e lasciarci ipnotizzare da questo reticolato, da questa ragnatela di emozioni che ti assalgono come il ragno assale la preda.

Elle Bi


26/10/2013


                                                       BERLIN - Matilde Spinelli




Matilde Spinelli nasce il 17 luglio 1989 a Prato.
Si forma come autodidatta nel corso degli anni entrando a contatto con tutto ciò che la circonda, trasformando le sensazioni che prova in immagini.
Il 27 aprile 2013 espone ben otto fotografie tra le quali la seguente nella mostra “Destrutturazione del soggetto” al Meykadeh in via dei Pepi.
E' una fotografia del Memoriale dell'Olocausto, un'immagine muta, è la storia che deve parlare, il silenzio di milioni di ebrei, il silenzio necessario per contemplare quest'opera.

Elle Bi

RACCOLTA POST L'ALBUM DEL MESE

21/11/2013

               PRIMAL SCREAM - Live@Alcatraz Milano 20/11/2013



Mentre mi accingo ad entrare all'Alcatraz di Milano sono diviso tra due stati d'animo contrastanti. Il primo, è l'emozione che precede l'ascolto di un concerto di un gruppo che ha fatto la storia della musica contemporanea, mentre il secondo è il timore di rimanerne deluso, forse perché quella storia è ormai (sor)passata , lasciando spazio solo allo scheletro di quello che è stata. Il gruppo di cui sto parlando sono i Primal Scream, che nel 91, conl'uscita di Screamadelica, hanno rivoluzionato il modo di pensare il rock. Ma non solo questo. Il gruppo di cui sto parlando è il gruppo di Bobby Gillespie, padrino dello shoegaze che come batterista dei Jesus and Mary Chain ha contribuito a dare il via ad un movimento musicale poi portato al culmine dai My Bloody Valentine di cui ancora oggi sentiamo gli strascichi ogni volta che ascoltiamo un alternative band esordiente. Beh, fortunatamente mai timore è stato così immotivato. Il cantante del gruppo di supporto finisce di sbraitare e, dopo un attesa di dieci minuti, finalmente eccoli salire sul palco. Naturalmente il concerto comincia dall'ultimo album in studio degli scozzesi, More Light, sicuramente non all'altezza dei capolavori del passato ma una piccola gemma se si pensa ad alcuni svarioni musicali del presente. Al primo impatto, sulle note delle ottime 2013 e River Of pain, penso di aver trovato un gruppo fuori forma. Anzi, un frontman svogliato. Bobby Gillespie non sembra carburare ad inizio concerto e tornano i timori. Che svaniscono immediatamente quando i Primal cominciano il loro viaggio a ritroso nel passato, introducendo lentamente il pubblico verso i loro classici migliori, un poco alla volta. Con Jailbird, Burning Wheel, Shoot Speed/ Kill Light e Accelerator (sì, una dopo l'altra) comincia il Bobby Gillespie show. Il cantante dimostra di essere uno sciamano del rock, passando da momenti di calma a momenti in cui si lascia andare trascinando il pubblico con le sue movenze inconfondibili, entrandone a contatto come pochi al mondo. E' una guida sul palco, dimostrando con questo suo "piano-forte" di avere la capacità di prendere per mano i suoi fan accompagnandoli all'interno delle sue performance. Tutto questo seguito da altre canzoni di More Light, una sorta di piccolo spartiacque del concerto, sino ad arrivare alla fantastica Autobahn 66 e a Swastika Eyes. Con questa canzone si capisce quanto il gruppo sia stato importante per la musica degli anni novanta (e non solo), portando il rock all'interno della discoteca e rendendolo ballabile (seguendo così le orme di altri gruppi degli anni 80 quali gli Happy Mondays, forse tra i pionieri della cultura rave e del dance rock). Probabilmente uno dei punti migliori del concerto, seguito da altri capolavori come Country Girls e Rocks, senza una pausa, investendoci con il loro rock mischiato con elettronica, blues, house, funk e gospel. La pausa invece arriva inaspettata. Il gruppo lascia il palco e tutti restano con il fiato sospeso. la paura che il concerto sia finito senza aver ascoltato neanche un pezzo di Screamadelica è alta, ma fortunatamente i Primal sono in grado di smentire ogni dubbio. Tornano sul palco concludendo tutto con il loro primo capolavoro (con conseguente cambio di abiti che porta con nostalgia la mente verso gli splendidi 90's). Concludendo con Higher Than The sun( bellissima nella versione live estesa a più di 10 minuti) Loaded e Movin On Up, gli inni della loro carriera, tre perle che illuminano la notte di Milano squarciandola con un suono che emoziona vecchi nostalgici e nuovi arrivi, unendo intere generazioni. Quindi chapeau. Chapeau per Bobby Gillespie che dimostra di essere, insieme a Dave Gahan dei Depeche Mode, l'ultimo vero grande animale da palcoscenico. Chapeau anche al resto del gruppo, fino ad ora ingiustamente mai menzionato, ad Andrew Innes, a Barrie Cadogan, Darrin Mooney e Simone Butler (graditissima new entry al basso). Chapeau ai Primal Scream. E lo dico senza timori.

Mi.Di





24/10/2013

                     DAYDREAM NATION - Sonic Youth
   


Ci sono alcuni album, nella storia della musica, che per i veri dipendenti da nota sono delle vere e proprie esperienze di vita. Esperienze che cambiano il modo di vedere tale arte, che si suddividerà in prima e dopo l'ascolto di tali opere. Naturalmente, come avrete già capito, "Daydream Nation" è uno di questi. Non dimenticherò mai il primo ascolto del disco.
Ricordo sempre quando lo acquistai, prima stampa del 1988 in vinile, dopo tanti risparmi. Ricordo sempre quando la testina toccò la liscia superficie di PVC, dando inizio a tutto. Ma facciamo un salto indietro nel tempo. La leggenda dice che il gruppo si formò nel lontano 1981, durante un evento di 10 giorni organizzato dallo stesso Thurston Moore (chitarra e voce dei Sonic Youth). Il festival, Noise Fest, prevedeva anche l'esibizione di un certo Glenn Branca, forte fonte di ispirazione per i nostri quattro musicisti. Da qui nasce la loro carriera. Nel 1982 esce il loro omonimo ep, che dimostra subito le loro capacità, seguito da "Confusion is Sex "(83) e da tre piccoli capolavori quali sono "Bad Moon Rising" (84), "Evol" (86) e "Sister" (87). E qui arriva il punto di svolta nella loro maestosa carriera. 1988. Esce Daydream Nation. E' il momento di tornare in camera mia ed al mio primo ascolto dell'album. Metto le cuffie (come faccio sempre ai primi ascolti) e alzo il volume al massimo (con conseguenti maledizioni ricevute da parte del mio udito). La prima traccia è "Teenage Riot", probabilmente una delle canzoni più belle dei Sonic Youth, uno dei loro manifesti. La voce di Kim Gordon (basso) ci guida in una intro malata, per poi venire spazzata via da una esplosione di chitarre e la voce di Thurston Moore che inneggia alla ribellione (“Teenage riot in a public station /Gonna fight and tear it up in a hypernation for you”). E' un incipit che toglie il fiato, da pelle d'oca. Finita la canzone abbiamo bisogno di un momento di pausa, per renderci conto che siamo davanti a qualcosa di enorme, e proviamo già a tratteggiare le linee dell'album, immaginandocelo come una singola canzone dei Sonici: una caduta nell'abisso, una forma che con il passare dei minuti tende a perdere ogni logica (apparentemente, perché il rumore dei Sonic Youth è quanto di più logico si possa trovare nel noise rock). Ed è veramente così. La seconda traccia, Silver Rocket, ci mostra quanto il gruppo di New York prenda dal punk e dall'hardcore le proprie radici. E qui è la prima destrutturazione dell'album, con la struttura che salta dai propri binari per circa due minuti per poi riavvolgersi su se stessa ritornando ad un finale che ricalca l'inizio. Le composizioni dei Sonic Youth sono un serpente che si morde la coda, ma passando da strane traiettorie, che sorprendono sempre, mai banali. "The Sprawl" è un altro capolavoro, gemma straniante che conclude il lato A del primo vinile. Ci apprestiamo a cambiare lato accorgendoci di avere già il fiatone, emozionati. E pensare che non siamo neanche a metà. Il noise dei Sonic, è un noise segnato dal passare degli anni. E' un noise segnato prevalentemente dall'avanguardia dei Velvet Underground, dalle canzoni più sperimentali dell'album d'esordio del gruppo di Lou Reed come "Venus in Furs" e "European Son", dal caos di Metal Machine Music del cantautore americano. Il lato B sembra uno spartiacque, la classica calma prima della tempesta, con "'Cross The Breeze" e "Erics Trip" che sembrano essere gli unici punti deboli dell'album. Ma una regola dell'album è quella di piazzare un capolavoro per lato. E così ecco arrivare Total Trash, quella che inizialmente sembra essere la traccia più politically correct e mainstream dell'opera ma che improvvisamente ci sorprende con una caduta verso i deliri delle chitarre di Thurston Moore e Lee Ranaldo, accompagnati da una batteria ossessiva, che non lascia respirare. Forse è uno dei punti dell'opera in cui la tensione è più alta, quasi incontrollabile. Eppure in questo caos, sembra sempre di avvertire un ordine che ha del geniale. E' la bipolarità del mondo, è il disordine dell'America, con una facciata così pulita da rendere logici tutti gli scheletri nell'armadio che si porta appresso da ormai troppi anni. Così eccoci arrivati al secondo vinile. La tempesta sta quasi per cominciare. "Hey Joni" svela la vena psichedelica del gruppo, "Providence" è un ipotetica chiamata telefonica attraversata da un pianoforte psicotico e dalla distorsione delle chitarre e "Candle"...cosa dire di Candle. Probabilmente una delle canzoni più conosciute dei newyorkesi, il titolo che tutti i fan conoscono. Candle è la summa della chitarra di Ranaldo, una composizione malinconica che richiama la copertina dell'album (entrata con diritto tra le migliori di sempre, una candela su sfondo scuro, una debole luce nell'oscurità). "Rain King "porta la stratificazione delle chitarre al massimo, attraversata da feedback oscuri e un ritmo forsennato. Ed eccoci arrivati alla conclusione. L'ultimo lato. Da qui, finisce e comincia tutto. La tempesta finalmente si può abbattere all'interno del nostro sistema uditivo. E lo fa immediatamente con "Kissability", in cui Kim Gordon ci ammalia con un canto eccitato per poi farci colpire da un riff indimenticabile, forse tra gli accordi migliori dell'album, i più potenti. E infine ci ritroviamo in alto mare, assaliti da onde sonore troppo alte, onde che hanno forgiato la storia del noise rock. "Trilogy" è l'ultima composizione dell'album, un finale provocatorio e nichilista. Le tre parti da cui è composta (in tutto circa un quarto d'ora di puro delirio) si suddividono in "The Wonder", ballata alienante che fa venire le vertigini, "Hyperstation", un incubo che si aggira nella psiche collettiva per concludersi con l'hardcore di "Eliminator Jr". E poi? E poi solo silenzio. Il silenzio che attanaglia la stanza una volta concluso "Daydream Nation" è quasi insopportabile. Fortunatamente il seme di questo album sarà raccolto in seguito da grandi gruppi, contribuendo notevolmente alla nascita del movimento grunge (Kurt Cobain ha sempre annoverato i Sonic Youth tra i gruppi che hanno avuto la maggiore influenza per i Nirvana). Ma rimane sempre una sensazione, nettissima, che questo, sia stato l'ultimo vero grande album della storia del rock, l'ultima vera perla ("Nevermind" permettendo). E una volta finita questa esperienza, perché l'ascolto di Daydream Nation lo è, non esisterà nient'altro. Capolavoro. Play it fucking loud.

ps. attenzione nuoce gravemente all'udito.


Tracklist (in grassetto le canzoni consigliate)
Teenage Riot
Silver Rocket
The Sprawl
'cross The Breeze
Erics Trip
Total Trash
Hey Joni
Providence
Candle
Rain King
Kissability
Trilogy:
-The Wonder
-Hyperstation
-Eliminator Jr.

Mi.Di



RACCOLTA POST IL SINGOLO DELLA SETTIMANA

30/01/2014

                               IT FIT WHEN I WAS KID   -   Liars 
                       



La prima volta che ho sentito questa canzone mi sono chiesto perplesso: cosa è? Cosa si nasconde all'interno delle note? Dove piazzarla nel vasto panorama di generi musicali esistenti? è una sorta di post new wave? O addirittura no wave? Oppure un derivato del post rock influenzato dall'elettronica tanto caro ai Radiohead? O un indie schizofrenica? Beh, sicuramente i Liars sono bravi (anzi bravissimi) a confondere l'ascoltatore, immergendolo in una folle atmosfera da sabba oscuro ritmato da tamburi maniaci e una voce quasi da filastrocca, semplice ma incisiva. Fuoriuscendo improvvisamente dai propri binari per portarci al termine in un immagine da fiaba nera e sanguinosa, scritta da dei Fratelli Grimm psicopatici e sotto l'effetto di una quiete quasi da morfina agghiacciante nella propria pazzia. Poi tutto finisce e inevitabilmente premiamo repeat, perché c'è qualcosa che sfugge. E, dopo ripetuti ascolti della canzone, scopriamo che ormai si è divulgata una grande bugia. E cioè che la musica debba per forza ispirarsi a qualcosa ed etichettarsi per poter sopravvivere (come qualsiasi arte), senza tentare di innovarsi ed andare avanti. Mai bugia è stata così grande. Grazie Liars.


Mi.Di


23/01/2014

                          LION WITH A LAZER GUN  -  Hatcham Social

                               



Alla parola "indie" associo immediatamente i primi anni 2000: se New York accese la miccia, è stata sicuramente Londra ad aver amplificato l'esplosione di un decennio quanto meno eccitante che ha riportato il rock indipendente in classifica. Si può sopravvivere ad un momento discograficamente prolifico e, nel bene o nel male, propositivo? Alcune band del periodo sfondano nel mainstream, altre scompaiono come meteore: gli HATCHAM SOCIAL fanno eccezione e mantengono nel passare degli anni un profilo indipendente, rispettato, con una proposta ben delineata. Infatuazioni newwave, songwiriting romantico e un sound ruvido li continuano a rendere riconoscibili. Tornano alle stampe con il terzo album "Cutting Up The Present Leaks Out The Future", anticipato dai due ottimi singoli "More Power To Live", energico con echi dei Velvet Underground più arrabbiati e "A Lion With A Lazer Gun". Nel secondo il quartetto inglese alterna linee vocali figlie di Ray Davies ad un incedere ritmato, dove la new wave incontra il songwriting, le chitarre i violini e le atmosfere si fanno rarefatte, grazie a reverberi ed echi mai invadenti. Dietro al banco siede Tim Burgess, leader dei The Charlatans, che licenzia l’album sulla sua O' Genesis Records.
Il 30 gennaio sbarcano a Firenze sul palco del COMBO. Imperdibili.

Radio


16/01/2014

                                        FREEDOM AT 21  - Jack White 



Mr. White dimostra di essere una delle grandi rockstar dell'era contemporanea, riuscendo a sfornare dalle macerie dei White Stripes un grande disco, forse uno dei migliori del 2012. Il suo è un rock blues fortemente ancorato alla tradizione del grande r'n'b e dell'heavy metal dei lontani 70's, ma allo stesso tempo incredibilmente attuale e moderno. I testi incazzati, i riff indimenticabili e accordi da altri tempi lo innalzano ad essere il vero grande rocker degli anni 2000.
Aspettando un  nuovo lavoro, applausi.

Mi.Di



09/01/2014

                                  WAH-WAH  - George Harrison



Per molti l'unico ex Beatles a fare dei capolavori dopo lo scioglimento del gruppo è stato John Lennon. Ma non tutti hanno ascoltato "All Things Must Pass" di George Harrison (1971), vera perla del rock psichedelico. Un album continuamente attraversato dalle rivelazioni religiose fatte da Harrison durante la sua vita( e già introdotte, anche se timidamente, con i Fab Four) e, specialmente, un album fatto di scarti. Quegli scarti che non erano mai stati inseriti negli album dei Beatles, rifiutati da John e Paul, che comandavano l'intera società degli "scarafaggi". E che scarti. Un vero è proprio contenitore di piccoli capolavori, a partire da "Isn't it a Pity" per passare da "My sweet Lord" (ormai un classico) e dalla traccia che da il titolo all'album. Il tutto, perfettamente confezionato dal genio di Phil Spector (forse il più grande produttore della storia del rock) e dal suo "Wall Of Sound". La nostra scelta va su "Wah Wah", forse perchè rappresenta più delle altre la vera anima da chitarrista del compianto George. Come dice il titolo dell'album, con il tempo tutte le cose devono passare, tranne fortunatamente, i veri capolavori, la vera arte che riesce ad emozionare, questa arte. Film consigliato: George Harrison: Living in the material World.

Mi.Di


02/01/2014

    THIS IS HOW WE WALK ON THE MOON  - Arthur Russel



Arthur Russell ci trasporta negli anni ottanta con la sua semplicità estremamente complicata, tra violoncelli e synth cosmici. La sua è un avanguardia minimale, intima ed ermetica, malinconica quanto è il suo ricordo, piccolo genio passato ingiustamente inosservato. E "This Is How We Walk On The Moon" è il suo capolavoro, una ballata commovente e straniante, superba nei suoi cori fantasmagorici. Bella e onirica come una passeggiata sulla luna.

Testo

Each step is moving, it's moving me up
moving, it's moving me up
Every step is moving me up
moving me up, moving, moving me up
Every step is
moving me up
One tiny, tiny,
tiny move
It's all I need
And I jump over
Every step is moving me up

This is how we walk on the moon
This is how we walk on the moon

Every step is moving me up
I'm so far away
One moment there
Moving me up
Every step is moving me up
One moment there
One tiny, tiny move
It's all I need and I jump over



Mi.Di



26/12/2013 

COLD WHITE CHRISTMAS -  Casiotone for the Painfully                                                                                    Alone 



Owen Ashworth unica figura di riferimento dei Casiotone e il cARTEllo vi augurano buone feste a ritmo lo-fi, con note su cui ondeggiare in queste vacanze di natale.

Elle Bi




18/12/2013
                                                                                             
                                  LIGHTNING BOLT - Pearl Jam



“It didn’t feel like a TV show at all, actually”. Così Eddie Vedder, frontman dei Pearl Jam, chiudeva la loro esibizione agli MTV Unplugged. Era il 1992, e il gruppo di Seattle aveva il mondo ai propri piedi. Giovani e belli, erano tremendamente talentuosi, tecnicamente perfetti, anticonformisti. Stilisticamente diversi dal resto del panorama grunge (Nirvana, Soundgarden, Alice in Chains), le influenze di artisti come Neil Young e The Who si sentivano eccome, "addolcendo" quel suono livido, graffiante di rancore che in quel periodo usciva dagli Walkman di tutta Seattle.
Era vero, i TV show sono un’altra cosa: le loro canzoni erano tormentate, parlavano di omicidi, padri ignoti, suicidi, violenza, solitudine, disagio esistenziale. Davano voce autentica e una via d’evasione all’America più giovane e arrabbiata. Ma se Kurt Cobain era il lamento viscerale di chi è sull’orlo dell’abisso, Eddie Vedder era il canto genuino di una contropastorale che sapeva parlare al cuore delle persone, fatta d’impegno e partecipazione. Negli Stati Uniti di Bush padre e Bill Clinton, le loro iniziative anticommerciali provocavano spesso clamore (dal rifiuto di girare videoclip alla guerra contro il colosso Ticketmaster sui prezzi dei loro concerti), tant’è che Rolling Stones arrivò a scrivere che la band “spese la maggior parte degli anni Novanta ad allontanare la propria fama”. Lo stesso Vedder (che fino a qualche mese prima faceva il benzinaio) chiamò tutti i maggiori Studios d’America per assicurarsi di persona che nessuno si azzardasse a trasmettere Black, una ballata di struggente bellezza (scritta da Stone Gossard) che andava, in qualche modo, protetta. Troppo delicata, diceva Eddie, per darla in pasto al mainstream musicale.
Il 15 ottobre scorso, ventidue anni dopo la pubblicazione di quel gioiello (ineguagliato) che fu Ten, è uscito Lightning Bolt, e non ha mancato di suscitare diverse perplessità, soprattutto tra i puristi del grunge. Eppure il suono dei Pearl Jam non è più quello d’inizio anni Novanta da qualche tempo, e paragonare Lightning Bolt (che rimane un bel disco) con gli esordi rischia di essere un esercizio di accademia piuttosto inutile. Certo Vedder e compagni vanno per i cinquanta e la verve creativa non può essere quella di cinque ventenni affamati; ascoltandolo non sentirete il "graffio" dei primi album, probabilmente non griderete al capolavoro, ma dischi così in giro oggi se ne vedono pochi.
Lightning Bolt inizia con due pezzi alla Pearl Jam: Getaway e Mind Your Manners. Le valvole di Gossard e McReady sono belle aperte, i riff incendiari e acidi ricordano molto classici come Spin the Black Circle e Do The Evolution. Ascoltare Eddie che urla ancora contro l’ipocrisia del potere fa bene al cuore, e se siete dei fan della band vi si spalancherà il sorriso di chi dopo tanto tempo riabbraccia un vecchio amico. Passando per My Father’s Son (pezzo forse più oscuro e sperimentale, con un testo complesso e il basso di Ament in prima linea) si arriva a Sirens, scritta dal guitar hero Mike McReady e secondo singolo estratto (dopo Mind Your Manners). Una ballata elegante e delicata, probabilmente uno dei brani migliori del disco, soprattutto grazie alla superba interpretazione di Eddie. Certo, le sonorità sono più piene e rotonde di quelle di Yellow Ledbetter, ma la melodia è affatto banale e le parole mettono i brividi.
La title-track Lightning Bolt è una composizione di rock puro, ben fatto, con McReady e Gossard che picchiano come fabbri, e riporta alla mente la visionaria World Wide Suicide. In questo filone s’inserisce anche Swallowed Whole, forse un po’ più cauta ma comunque coriacea. In mezzo due pezzi così diversi come Infallible e Pendolum. Se la prima saprà farsi ricordare sarà soprattutto per merito della voce di Eddie, che impreziosisce un brano altrimenti piuttosto anonimo. L’altra è invece una vera e propria perla: le atmosfere malinconiche e fumose ipnotizzano ed entrano direttamente nelle vene; unite a un testo splendido quanto inquieto, stanno lì a ricordarci che Ament e Gossard non hanno mica scritto canzoni come Jeremy e Alive per puro caso. L’ultimo pezzo con gli amplificatori sparati al massimo è la blueseggiante Let The Records Play, con Mike McReady che gioca a fare Stevie Ray Vaughan come ai bei tempi di Even Flow: divertimento allo stato puro.
Da qui fino alla fine il volume si abbassa, gli overdrive si spengono e il disco si chiude in maniera soffice. In Sleeping By Myself (brano ripreso da Ukulele Songs, riarrangiata senza essere però stravolta) torniamo a gustarci un po’ di quel Vedder che impressionò come solista in Into The Wild, uno dei migliori e più intimi lavori di cantautorato del nuovo millennio. Certo le venature folk hanno fatto storcere il naso a molti, e qualcuno li ha persino paragonati ai Mumford and Sons. Non scherziamo, su. Anche Yellow Moon è stata etichettata come riempimento, e probabilmente lo è, ma rimane comunque un esercizio, seppur statico, di talento compositivo. L’ultima canzone è Future Days, ed è probabilmente qua che si sublimano i vent’anni trascorsi dall’uscita di Ten a oggi. Pianoforte e violino creano un’atmosfera dolce e intima, per una canzone d’amore un tempo impensabile. Se l’arrangiamento è estremamente pulito, il pezzo non è stucchevole, ma trasuda una maturità e una delicatezza impareggiabili. Nonostante gli uragani, i venti e le maree che si avvicinano “I believe and I believe ‘cause I can see / Our future days, days of you and me”.
Lightning Bolt è in definitiva un bel disco, probabilmente uno dei migliori fra i più recenti della band. Il furore anticapitalista di un tempo non c’è più, ma accusare i Pearl Jam di essere commerciali per qualche venatura pop sfiora il ridicolo. C’è tanto mestiere e qualche pezzo di livello eccelso: se fosse il disco di debutto di una nuova rock band ci staremmo probabilmente strappando i capelli. Insomma, alla soglia dei cinquant’anni questi cinque ex-ragazzi sono ancora tra le voci libere d’America, portatori sani di un’autenticità sempre più rara. Riescono ancora a raccontare grandi storie, farti emozionare, dirti qualcosa che è anche tuo. A farti venire la voglia di alzare le chiappe e lottare per quello in cui credi.
E’ bello sapervi ancora in giro. Grazie.

(Prossime tappe italiane, 20 giugno a Milano e il 22 a Trieste. Per un 2014 di fuoco).

Coro



12/12/2013

                                WHY ARE WE SLEEPING - Soft Machine




1968. Il mondo è in piena fermentazione. La guerra in Vietnam, le proteste della controcultura, il flower power, gli acidi, il sesso libero. Ed è in questo mondo che i Soft Machine (capitanati dal geniale Robert Wyatt) cominciano la loro carriera, fortemente legati ai fatti della loro epoca. E si capisce subito ascoltando Why Are We Sleeping?, un inno della propria generazione, una canzone cult della durata di sei minuti che avvolge nella sua psichedelia. La riproponiamo anche perché il periodo in cui stiamo vivendo oggi avrebbe nuovamente bisogno di proteste e della libertà (mentale e non) di quegli anni, una mentalità necessaria da recuperare. Quindi perché state dormendo? Buon ascolto.

Mi.Di



05/12/2013

                                        RADIO CURE - Wilco





Gli Wilco si sono imposti come uno dei migliori gruppi alternative rock degli anni 2000, e ascoltando questa canzone (contenuta nel loro album migliore, Yankee Hotel Foxtrot, 2002) si capisce il motivo. Le note, dure e spietate, si fondono con la voce malinconica di Jeff Tweedy creando un insieme misterioso, da scoprire ascolto dopo ascolto (geniale il synth in sottofondo). Insomma, una canzone che inizialmente può sembrare semplice, ma che con il tempo vi ammalierà con i suoi rumori nascosti. Una cura dalla monotonia delle star mainstream del momento.

Testo

Cheer up, honey, I hope you can
There is something wrong with me
My mind is filled with silvery stuff
Honey kisses, clouds of fluff
Shoulders shrugging off

Cheer up
Honey, I hope you can

There is something wrong with me
My mind is filled with radio cures
Electronic surgical words

Picking apples for kings and queens of things I've never seen
Oh, distance has no way of making love
Understandable

Cheer up
Honey, I hope you can

There is something wrong with me
My mind is filled with silvery stars
Honey kisses, clouds of love

Picking apples for the kings and queens of things I've never seen

Oh, distance has no way of making love
Understandable

Oh, distance has no way of making love
Understandable

Oh, distance has no way of making love
Understandable

Oh, distance has no way of making love
Understandable

Oh, distance has no way of making love
Understandable

Cheer up

Honey, I hope you can...

Mi.Di


14/11/2013

                                            COLD WIND - Arcade Fire
                                                 
                                                       


Beh, cosa dire degli Arcade Fire? Credo che ormai tutti voi conosciate perfettamente il gruppo che, con i primi due album (Funeral del 2004 e Neon Bible del 2007), è arrivato ad essere probabilmente il massimo esponente della nuova ondata di indie rock proveniente dalla new wave degli anni 80. Ma i sette canadesi hanno qualcosa di nascosto da far scoprire, al di fuori degli album, e Cold Wind fa parte di quel qualcosa. Cold Wind è un piccolo fuori programma,  un fuori programma straordinario, direi essenziale nell'ascolto della loro discografia. E' una di quelle tracce che, una volta concluse, fa venire la voglia di mettere repeat, assorbendoci nel suo vento freddo. Inoltre, da sottolineare lo scopo della canzone: fare da colonna sonora per il telefilm capolavoro Six Feet Under. Quindi due consigli in uno: guardatevi Six Feet Under, cullati dalle note di questa straordinaria canzone.

Mi.Di


07/11/2013

                                      ¡NO PASARáN! - The Heartbreaks 
                               


Dal loro esordio discografico passa solo un anno, ed agli albori del 2014 tornano The Heartbreaks con un nuovo, bellissimo singolo.
No Pasaran!” ; non si può passare oltre la spessa cortina dell’arrangiamento prodotto da Dave Heringa (Manic Street Preachers): si respira aria calda e polvere  da sparo in una canzone presumibilmente d’amore, ma che attinge agli slogan della guerra civile spagnola (e degli antifascisti britannici) per dichiararsi.
Archi trionfali su un ritmo da epica cavalcata western, mentre le chitarre di Ryan Wallace brillano e si mischiano con i cori e le esultanze del quartetto di Morecambe.
I fiati scintillanti, l’organo, le chitarre tirate, il cantato - prima caldo e poi disperato di Matthew Whitehouse - creano la giusta atmosfera.
C’è Morricone, c’è una guitar band, ci sono gli Smiths, Echo and the Bunnymen e i Beatles.  Ci sono The Heartbreaks.

Se questo singolo racchiude il valore dell’album che ne seguirà (anch’esso prodotto da Heringa),avremo sicuramente una perla da ascoltare per tutto l’inverno….

Radio



17/10/2013

                                COPY OF A - Nine Inch Nails



Il pezzo di questa settimana non è solo una canzone bensì un piccolo spaccato di come riuscire a rinnovarsi dopo anni di carriera e spingere le barriere oltre il già visto/sentito. Nine inch nails, escono a settembre con il nuovo disco, Hesitation Marks, dopo 5 anni di pausa. In realtà Trent nel frattempo ha vinto un oscar con le musiche per il film The social network, composto la colonna sonora per The girl with the dragon tattoo e fatto uscire un album con il suo progetto parallelo con la moglie "How to destroy angels" (date un ascolto se non conoscete). La traccia di oggi è Copy of A, un pezzo con molta programmazione elettronica, livello di produzione curato nei minimi dettagli e melodie della voce tendenti al pop, abbastanza lontano dalle chitarre lacerate e dalle voci piene d'odio di Pretty hate machine...ma è in questo che sta il genio nel non riproporsi come una copia di se stesso ogni volta.
Enjoy...

F.B


10/10/2013


                   FEELERS - Crushed Beaks





Il Music-biz cambia e con esso la natura delle band: sempre più formazioni a due, meno strumenti e una costante ricerca del “more with less”. In questa scia che inizia idealmente con The White Stripes, prosegue con The Black Keys e arriva ai Crocodiles, s’inseriscono i CRUSHED BEAKS. Il duo noisey-pop del Sud di Londra licenzia “TROPES”, un Ep che guidato dal singolo “FEELERS” riscuote i tributi dell’ NME, di DAZED e del più istituzionale The TIMES. Il sound parte dal Garage, si bagna nello Shoegaze e nel Noise ma il cantato sempre melodico un po’ di scuola Morrisey un po’ da band Lo-Fi anni ’60 sposta l’ago verso territori Pop. Ascoltarli è gettarsi nel futuro con un filo che ti lega al passato. Per chi vuole, il 26 ottobre sono a Firenze, al Combo.

Russel Lottarox

03/10/2013


                                                   GOOD - Morphine



Una regola della musica dice che solitamente la prima canzone dell'album d'esordio dei grandi gruppi è un capolavoro (tanto per fare alcuni esempi “Break on trough” dei Doors, ”Sunday morning” dei Velvet Undergrounds, ”Disorder” dei Joy Division ecc). E in tanti avranno pensato questa cosa al primo ascolto di Good (1992), facendosi accogliere dalle prime note della title track. I Morphine ci trascinano nel loro post-jazz fatto di bassi a due corde e sax, percussioni ipnotiche, una voce (quella del compianto Sandman) profonda e desolata, eccitata ma al tempo stesso monotona. E fanno volare la mente verso locali invasi dal fumo di sigarette, frequentati da ubriaconi, puttane e sbandati vari. Ascoltare “Good” è come ascoltare un gruppo punk al Blue Note,è come ascoltare B.B King suonare una canzone new wave, è come ascoltare tutto quello che conosciamo e non conosciamo, partendo dal primo blues del Missisipi per arrivare ai Gun Club e a Nick Cave. In sole due parole, ascoltare tutto questo è veramente So Good.

Testo


You're good, good, good, good


You're good, good, good, you're good


Somethin' tells me, somethin' tells me


Somethin' tells me, you can read my mind

Somethin' tells me, somethin' tells me

Somethin' tells me, you can read my mind


Somethin' tells me, you can read my mind


Your brain is callin' to me one more time


Your brain, your brain, your brain


Is callin' to me one more time

Your brain, your brain, your brain

Is callin' to me one more time, you're good


You push, push, push so good


You push, push, push, you're good


Somethin' tells me, somethin' tells me


Somethin' tells me, you can read my mind

Somethin' tells me, somethin' tells me

Somethin' tells me, you can read my mind


Somethin' tells me, you can read my mind


Your brain is callin' to me one more time

Somethin' tells me, you can read my mind

Your brain is callin' to me one more time


Your brain, your brain, your brain


Is callin' to me one more time

Your brain, your brain, your brain

Is callin' to me one more time
You're good, good, good, so good

Mi.Di


26/109/2013               

               RANDY DESCRIBED ETERNITY - Built to Spill




Per comprendere a pieno tutte le tappe della musica alternative-indie una fermata obbligatoria è quella che porta all'universo dei Built to Spill. Il loro album migliore, “Perfect from now on” è uno dei capolavori degli anni Novanta. Capolavoro che diviene subito tangibile con la prima traccia dell'album, “Randy described eternity”. L'inizio lento viene subito spezzato da una stratificazione di chitarre che ci porta verso paesaggi cosmici, a gravità zero. La canzone sembra salire sempre di più, in un crescendo di synth e chitarre che danno un'atmosfera lunare. E, verso la conclusione, sembra quasi di fluttuare nell'universo. Sei minuti, una suite cosmica. Un'esperienza più che un ascolto. Da fare assolutamente.


Testo

every thousand years
this metal sphere
ten times the size of Jupiter
floats just a few yards past the earth
you climb on your roof
and take a swipe at it
with a single feather
hit it once every thousand years
`til you've worn it down
to the size of a pea
yeah I'd say that's a long time
but it's only half a blink
in the place you're gonna be

where you gonna be
where will you spend eternity
I'm gonna be perfect from now on
I'm gonna be perfect starting now
stop making that sound
stop making that sound
I will say I forgot
but it was only yesterday
and it's all you had to say


Mi.DI