martedì 11 marzo 2014

BOOMERANG - Capitolo 4, David

(Link al capitolo 3. http://il-cartello.blogspot.it/2014/02/boomerang-capitolo-3-jo.html)


Lavandosi le mani con cura, strofinata dopo strofinata,  si guardò allo specchio, sistemandosi il ciuffo verso destra, come piaceva a lui. Era molto rigoroso su tutto, era una maniaco del controllo, dell'attenzione e ci riusciva sempre o quasi; nemmeno il più piccolo capello gli sfuggiva di mano.
Tornando alla scrivania lanciò un'occhiata maliziosa a una sua collega che lo ricambiò con un sorriso appetitoso, come spesso accadeva da diversi giorni sul posto di lavoro.
Sedendosi pensò a come sarebbe stato bello scopare la sua collega dai capelli rossi che infiammavano gli sguardi di tutta la stanza, a come sarebbe stato bello strapparle quel tailleur bianco e nero di dosso, sfilarle il micro perizoma che probabilmente indossava e metterla a novanta sul lavandino dei bagni dove si era appena lavato le mani. Pensando a tutto questo si scordò del lavoro, doveva sbrigare delle pratiche per un suo cliente, o meglio un cliente dell'azienda per cui lavorava; era un impiegato commerciale coi fiocchi, mai una sbavatura, sempre gentile, con quella voce rassicurante che faceva sborsare centinaia di bigliettoni a tutti i suoi protetti, ma adesso aveva un unico chiodo fisso, sbattersi Lucia, la prorompente collega che gli faceva andare il cervello in pappa.
“Devo farmela Jo, non puoi capire...mi lancia delle occhiate che risveglierebbero un orso dal letargo” disse David a Jo un pomeriggio al parco.
“E che ti devo dire...sbattila contro un radiatore” rispose Jo ridendosela di buon gusto.
Ripensava alle parole di Jo, ma non era un tipo avventato, preferiva temporeggiare, ma quel giorno aveva il testosterone a mille che fuoriusciva da tutti i pori come sbuffi di una locomotiva a vapore.
Giocherellava con la penna cercando di far sbollire i suoi appetiti sessuali che strabordavano sempre di più; quando riusciva  a calmarsi, ecco che Lucia accavallava le gambe mostrando un interno coscia che veniva prontamente divorato dagli sguardi di tutti i colleghi, ma soprattutto da quelli di David che stava a pochi metri di distanza da quelle cosce proibite, da quel tailleur da donna di classe. Se la figurò come una matriosca da spogliare, una grossa cipolla rossa di Tropea, voleva spogliarla per congiungersi al suo seno materno, abbondante e provocante, voleva entrare dentro di lei, e morire, morire sul lavandino di quel bagno.
“Devo lavorare, devo lavorare” si ripeteva distogliendo lo sguardo.
Provò a pensare ai suoi amici, si figurò Jo intento a scappare dalla polizia, Jessy strafatta di coca a fare un po' di su e giù con falli di ogni tipo, Camille annoiata alla televisione o intenta a guardare le provocazioni di sesso post moderno di Jessy, e Rob stravaccato sul divano a girarsi i pollici, a guardare programmi succhia vita alla tivù, a maledire tutto e tutti, a dire che si stava meglio quando non c'era la crisi, a mangiare cracker con tonnellate di formaggio spalmate sopra, a sbraitare contro qualche vicino, a progettare di partire, di lasciare l'Italia, quell'Italia scalcinata che li respingeva. Ma poi, inevitabilmente, si ritrovava davanti a quella tivù con schermo al LED, ma pur sempre una tivù succhia vita, succhia orbite, succhia cervelli, come diceva David.
Pensando a tutto questo non fece altro che disperarsi, odiava ammettere che i suoi amici erano dei falliti, lui era l'unico che aveva fatto strada, aveva uno stipendio da duemila al mese che gli altri si sognavano fotografandolo di volta in volta, come ad onorare il raggiungimento di tutti quei soldi col duro lavoro, alzandosi tutte le mattine e sgomitando nella realtà di tutti i giorni, ma queste erano cose incomprensibili per il resto del gruppo; lavorare era una parola tabù, un po' come lo era felicità, ma di questo nessuno di loro sembrava accorgersene, o forse sì; ma che importava?
Ora David si ritrovava depresso e l'eccitazione stava scomparendo come l'effetto delle tanto amate droghe che lui e i suoi amici trangugiavano costantemente; ma poi un lampo; tutta quella carne si dirigeva verso la sua scrivania, ondeggiando come un hula hop.
“Hai mica una penna grossa da prestarmi, Davide?” chiese Lucia mettendo molto pathos sul nome.
Ci fu un momento di blackout totale, odiava non avere la situazione sotto controllo, doveva capire se era cascato in errore, doveva capire se la collega gli aveva lanciato un chiaro input sessuale o se aveva frainteso tutto, ma era sicuro che la penna che voleva Lucia fosse grossa e non rossa, e lui poteva accontentarla.
Stette al gioco e le porse una delle sue penne, la osservò scodinzolare con quelle sue chiappe piene, come piacevano a lui, quelle chiappe stile anni Sessanta di cui voleva impossessarsi, su cui voleva avventarsi come un falco sulla preda.
Dopo circa mezzora Lucia si alzò, passò davanti a David sorridendo e gli disse che sarebbe andata in bagno. Ma perché comunicargli quel particolare inopportuno, non erano amici, non erano membri dello stesso sesso, non aveva bisogno dell'amica che la tenesse per mano, era il segno che tanto aspettava?
Il piede di David iniziò a battere un ritmo irregolare sul pavimento, era nervoso, era impaziente, si alzò, iniziò la sua lenta camminata verso il bagno, voleva gustarsi il momento che precede la vittoria, l'agognata scopata che aveva idealizzato centinaia di volte, sapeva come sarebbe andata, aveva pianificato tutto, sapeva dove avrebbe dovuto mettere le mani, il gioco era fatto, bastava varcare quella porta.
Entrando si sistemò il ciuffo, vide Lucia china sul lavandino intenta a lavarsi le mani, la agguantò da dietro, le tirò su il tailleur, le strinse una tetta con forza, lei si divincolò, ma lui le disse di stare calma, le disse che era Davide e che l'avrebbe scopata come nessuno prima d'ora, le tirò giù il perizoma che non era così minuscolo come si era immaginato, ma comunque andava bene, aveva la giusta dose di sesso marchiata sopra.
“Lasciami Davide, che stai facendo? Sei pazzo?” urlava Lucia.
Ma David non sentiva, era in un'ampolla libidinosa, sentiva solo il fuoco uscirgli dalle membra, si sbottonò i pantaloni e cercò di infilare la sua grossa penna nella vagina di Lucia, ma la donna riuscì a liberarsi, gli tirò la saponetta in faccia e lo stese con un calcio nelle palle che fece fuoriuscire un dolore dal basso ventre che mai prima d'ora aveva provato; stramazzò in terra in pieno stato confusionale, si domandò come era arrivato a tutto questo, non trovando troppe risposte.
Lucia corse fuori dai bagni, si sentivano voci che si accatastavano l'una sull'altra di là nell'ufficio, e David mezzo tramortito, si tirò su i pantaloni, si sistemò il ciuffo e varcò nuovamente la porta del bagno.
Nella stanza c'era un rumore assordante, partirono insulti, penne, appuntalapis, che fiondavano addosso a David sferzandolo come frecce, una pioggia di oggetti lo accompagnò fino alla porta d'ingresso.
Il giorno seguente, quando tornò a prendere le sue cose, seppe che Lucia era stata promossa; si era accaparrata tutti i clienti di David, il capo l'aveva premiata per lo shock subito cercando di insabbiare lo scandalo e lo stipendio da duemila al mese di David cascava a pennello per quel silenzio professionale.
Entrando in casa guardò tutte le foto delle sue buste paga, ognuna con accanto la faccia di uno dei suoi amici che esibiva sguardi perplessi, smorfie di ogni tipo e sorrisi; le guardò una ad una e capì che non solo malattie, calamità e imprevisti non dipendenti dalla propria persona sfuggivano al suo controllo, ma anche le donne. Rimuginò su questo chiedendosi migliaia di volte se quel diavolo rosso avesse davvero pianificato tutto nei minimi dettagli.

Elle Bi

lunedì 10 marzo 2014

SNOWPIERCER - Bong Joon-ho


Un treno lunghissimo si aggira per il globo percorrendo centinaia di migliaia di chilometri all'infinito; fuori, metri di neve e giaccio ricoprono la terra.
E' l'avvento di una nuova era glaciale, i pochi superstiti sono ingabbiati in questa trappola per topi; costretti a sopravvivere girando intorno al mondo da diciassette anni.
La plebe è racchiusa nella coda del treno, tira avanti con poco, perché all'interno del treno-mondo ci vuole equilibrio e i ricchi, come sempre, devono prendere il piatto più buono, devono arraffare a più non posso, devono avere i posti chic in testa al treno.
Il meccanismo si inceppa, il malcontento serpeggia dalla coda, gli oppressi non ci stanno, sono stufi di mangiare sbobba proteica tutti i giorni, sono stufi di vedere i propri figli strappati dalle loro braccia e il loro leader, Curtis (Chris Evans) aspetta il momento giusto per tentare la rivolta, per cercare di sovvertire l'ordine delle cose.
Bong Joon-ho ci ha abituati bene, è un regista sapiente, che non sbaglia un colpo e anche qui riesce a orchestrare bene la sua banda di orchestrali, i pazzi che abitano il suo mondo folle e malato, in un futuro non troppo lontano dal nostro presente.
Bong come un esperto del naturalismo prende l'uomo, il suo campione da analizzare, da sezionare e ne sviscera i difetti più evidenti, mette a nudo la rabbia dei deboli, la voce di quella parte del popolo che non ce la fa più a ingoiare bocconi amari giorno dopo giorno, umiliazione dopo umiliazione, mentre i ricchi, voraci, li trattano come animali, o meglio come scarpe, perché le scarpe come la coda del treno sono oggetti che stanno in basso, a contatto con il suolo, strisciando in silenzio a testa bassa.
La macchina da presa danza per i vagoni del treno, si muove a colpi di accetta riprendendo scontri cruenti, all'ultimo respiro, indispensabili per la meta finale, seguendo i protagonisti bagnati di sangue, sudore e lacrime.
Come sempre l'equazione Bong Joon-ho/Song Kang-ho è vincente in partenza, l'attore ormai osannato in patria come il Leonardo di Caprio orientale interpreta l'elemento di disturbo che sposta gli equilibri, imprevedibile nella sua follia, grazie al suo estro riesce a calarsi alla perfezione nella parte di un tossico esperto di sicurezza, una di quelle persone che la società non accetta perché ritenute “diverse”, ma che saprà regalarci risate alternate a momenti di riflessione.
Mirabolanti inseguimenti ci porteranno dritti all'epilogo, in una parata di esseri umani in pieno caos, fra fuochi, spari, urla e un equilibrio che ormai si è rotto, come il meccanismo perfetto del treno-mondo, un meccanismo inceppato dalla nascita che risparmia poco o niente.
“Si salvi chi può” sembra dire Bong, e la speranza è l'ultima a morire.

Elle Bi

sabato 8 marzo 2014

STORIA DI F. - Domenico Martino

venerdì 7 marzo 2014

FIDELIO


Prego, la parola d’ordine”.
Fidelio”.
Quella è la parola per entrare, ma non per giocare”.
Questa la scena clou dell’ultima pellicola firmata Stanley Kubrick, criticata e non sempre apprezzata, considerata quasi minore rispetto a capolavori del calibro di “2001 Odissea nello spazio” o di “Full metal Jacket”. “Eyes wide shut” è un dipinto onirico di un universo fatto di eccessi, di anarchica adulazione del proibito, celato agli occhi dei più, ma a soli pochi chilometri di distanza dal resto dell’umanità. Sappiate però che per rivivere le atmosfere a luci rosse del film non serve riuscire ad entrare in una setta segreta simile a quella disegnata dal regista americano; una mail ben scritta ed essere di bell’aspetto possono essere strumenti più che sufficienti per lo scopo. Esiste infatti un club elegante ed esclusivo alle porte di Roma dove i desideri più peccaminosi possono diventare realtà e numerose coppie da tutta Italia si incontrano, si conoscono ed in piena libertà si “scambiano” i propri partner. Stiamo parlando del Flirt Club, ubicato in una località segreta sul lago di Bracciano, a pochi chilometri dalla capitale.
Qui “non è un do ut des, c’è una condivisione delle emozioni allargata ad altre coppie. Un luogo dove le coppie possono incontrarsi tra loro e lo possono fare liberamente, senza pressioni, forzature” sono le parole di Genni a Repubblica, 46 anni, proprietario dell’esclusivo club e da 20 anni nel mondo del libertinaggio. In questo luogo infatti, perfetti sconosciuti si incontrano, parlano, bevono e ridono assieme per poi nascondersi da occhi indiscreti appartandosi in uno dei luoghi predisposti nella struttura per un vero e proprio scambio di coppia (c’è una regola però: non fare sesso nella piscina del locale per motivi di igiene).
Volete sapere come entrare a far parte del mondo libertino del Flirt club? Come già accennato, è necessario contattare il locale telefonicamente oppure mandare una mail all’indirizzo disponibile alla pagina web del Flirt. Verrà poi giudicato l’approccio verbale utilizzato dagli interessati oltreché delle foto personali di lui e di lei da allegare al messaggio di posta. I limiti di età sono 47 per lei e 48 per lui e la tessera d’iscrizione annuale costa 70 euro con possibilità di sconti ed agevolazioni per i soggetti più giovani.
All’inizio è come una festa. Niente fa presagire cosa succederà successivamente” prosegue Genni di fronte alle telecamere. Dei braccialetti colorati indossati prima di sedersi a tavola sono poi “la caratteristica del locale”: verde nel caso si sia alla ricerca di una donna per la propria partner, lilla quando la coppia è invece desiderosa di incontrare amanti un po’ più soft e grigio nel caso si voglia trasgredire assieme ad un duo più “open mind”. E quando scocca la mezzanotte (e Genni sorride) “arriva il fatidico momento: viene suonata una campanella e le donne devono cominciare a svestirsi e rimanere in lingerie”. Si continua a parlare, magari di fronte ad un drink e poi avviene lo “scambio” nel caso in cui si sia soddisfatti della compagnia durante la serata. Un’altra regola: ognuno deve provvedere autonomamente a portarsi i propri profilattici. E in caso di dimenticanza? E’ possibile chiedere al bar e la vostra serata non sarà rovinata (ci sono anche profilattici latex free per gli allergici).
Desiderosi di rivivere le atmosfere del film di Kubrick? Allora siete nel posto giusto.

Maste

giovedì 6 marzo 2014

FINGERTIPS - The Brian Jonestown Massacre



Sicuramente l'ecletticità è uno dei punti di forza dei The Brian Jonestown Massacre (già a partire dal nome del gruppo, che fonde il nome del leggendario Brian Jones - sì, quello dei Rolling Stones trovato morto nel fondo di una piscina, probabilmente il primo artista ad entrare nel famoso Club 27- con un orrorifico suicidio di massa avvenuto a Jonestown nel 1978). Ecletticità derivante dal folle leader Anton Newcombe, che riesce a rispecchiare tutto il suo carisma post-psichedelico nella musica. E che musica. Quella dei The Brian Jonestown Massacre è musica per pochi eletti, un incrocio tra shoegaze, acid rock e blues che lascia ipnotizzati. Fingertips (dall'appena ristampato Pol Pot's Pleasure Penthouse, album del 1991) è una ballata psicotica accerchiata da un Wall Of sound che quasi nasconde la voce, un puro esempio di shoegaze (genere che lo stesso anno verrà portato alla perfezione con il famoso Loveless dei My Bloody Valentine). Un vero e proprio masterpiece.

Mi.Di


martedì 4 marzo 2014

LE STATUE DI GHIACCIO


Mentre da ogni dove -spari- pensavamo alla vita passata, che si lasciava dietro di sé un accozzaglia di spazzatura e rimpianti, come fosse bava di lumaca. E, mentre gli spari scolpivano l'aria in sculture dalle fattezze ambigue, distruggendo i nostri sogni futuri, il piccolo fumo colante dal cielo giungeva al nostro sguardo importunando le nostre riflessioni pre-presunta morte. Il fumo era quello delle esplosioni, un'assurdità di boati che si infrangeva contro la barriera del suono traumatizzandola, estorsione del caos in pieno pomeriggio. Il sole, debole, veniva quasi coperto dalla nostra guerra, e i suoi raggi grigeggiavano ingenui, mentre al loro tocco si compiva una strage. A loro insaputa. Il ferro dei fucili, dei proiettili, si surriscaldava coprendo lo scopo della stella madre, scaldando anche i nostri corpi impauriti che in un'estasi di delirio oscillavano tra il tremare ed il cadere cadaveri. L'adrenalina captata dalle nostre menti poteva alimentare un'intera città, con i suoi alberi color combustibile, l'alternarsi delle figure pedonali sui semafori, le luci stroboscopiche a intermittenza delle pubblicità e con i suoi pederasti pronti ad ogni angolo per. Tutto si potrebbe risolvere con un semplice “attenzione”, ma chi ha il coraggio di scagliare la prima pietra, in questo mondo? Perché rischiare per niente, rischiare mentre le nostre vite avanzano fluide come ingranaggi verso una grande luce promessa nelle chiese? Così ci accontentiamo, cibi avariati in un catering perfetto. È un mondo di merda, ma non per noi. Quindi. Quindi continua il ronzio delle pallottole mentre i comandanti diluiscono la propria gola a colpi di birra, sotto fuoco nemico. La trincea lentamente viene erosa dal nostro passaggio, e intanto la propaganda per l'arruolamento si ripete nelle mie orecchie, mi sembra di sentirla adesso, convincente ed ipnotizzante dilagare dentro il mio inconscio che compie il suo lavoro, ed eccomi qui, convinto da ipocrite parole al borotalco. I neonati a casa aspettano la propria guerra sorseggiando latte dal seno delle madri, e i genitori assumono ansiolitici mentre i figli al fronte cadono come tessere di un domino. Mi immagino questa realtà socchiudendo gli occhi, mentre morte al mercurio schiude i suoi orizzonti davanti alla mia coscienza, accerchiandola lentamente. La prima volta che feci la guerra ero piccolo, circa dieci anni, e giocavo con gli amici nel cortile immacolato dell'infanzia. Le vere azioni venivano simulate dalla liscia bocca di bambini viziati, con in mano plastica cancerogena di fucili. Ricordo sempre come è facile pietrificare questi attimi innocenti e felici, cosa credete, sono diventato un animale, è vero, ma sparo quindi sono. E con una misteriosa bacchetta magica riesco a soffermare il tempo, secondi minuti scomparsi per un momento imprecisato, e nuoto all'interno della mia mente. Il fiume è sconnesso, pericoloso, pieno di rapide, ma mi addentro sempre più a fondo, fino a sentire l'acqua che bagna i miei piedi. In questo fluido memoriale riesco a vedermi, in piedi verso la superficie liscia del cielo, verso il costante battere del sole, con addosso una perfetta divisa da decenne, conquistare colline a colpi di fantasia, mentre il vento accarezza l'impassibilità della mia giovinezza. Ma improvvisamente le lancette ricominciano a scorrere, riprendendosi il tempo perduto, e mi trovo catapultato a terra, assordato dal rimbombo di una granata di nuova generazione, made in Taiwan, come le scarpe e le palle da calcio. In un primo momento penso morto? Incarnato nella sapiente figura di una lucertola? Polvere? Terra? Elettricità? Spavento.
Dissolto e cosparso nell'aria reintegrato nello spazio energia del mondo rovente sensazione di aldilà immacolata visione del nulla improvvisa trasportazione in un telequiz in prima serata? Giuro. Sono i primi pensieri che mi vengono. Fortunatamente, forse, sono tutti sbagliati. E dopo un primo momento di disorientamento, pulsante nelle tempie, mi rialzo e mi rendo conto. Vedo un compagno trinciato a metà e distolgo lo sguardo, sforzandomi concentrandomi tentando di ritornare all'interno del mio flusso di coscienza, che mi riporti indietro, giù fino agli albori. Ma adesso non è facile, lo spavento copre tutto, così fermo, accucciato in trincea parandomi dagli orrori che questo mondo ha creato per noi, aspetto che ritorni la freddezza giusta per concentrarmi sulla mia fuga. La freddezza che si può trovare ovunque, a basso costo, grazie. La freddezza che si può trovare mentre camminiamo all'interno delle nostre città, forti costruiti appositamente per difenderci da un ordine. La freddezza che si può trovare negli sguardi delle persone che ti camminano accanto, una freddezza che quasi ti fa pensare di essere solo. Ti proietti in un luogo deserto, carrelli abbandonati ai lati delle strade, fogli che svolazzano trasportati dall'onnipresenza del vento, eco di vite vissute che inquietano la traiettoria del silenzio che ti circonda, silenzio di ghiaccio, silenzio di metallo, di vetro, di cemento, silenzio al nylon all'etere, silenzio al polietilene al carbonio silenzio al vetriolo. E quando ritorni alla realtà, scopri inorridito che il luogo immaginato non è tanto diverso da quello reale, in cui stai camminando sommerso da litri e litri di statue di ghiaccio. Al sodio. I ricami negli elmetti rimandano ironicamente a ciò che sta succedendo adesso, ma senza la sottile simpatia velata nel sorriso degli amici, e io continuo a stare rannicchiato, ripetendomi come un Bob Dylan “io non sono qui”.

MI.Di

lunedì 3 marzo 2014

12 ANNI SCHIAVO - Steve McQueen


Dopo lo sconvolgente esordio (Hunger) e il mezzo passo falso di Shame, Steve McQueen accetta l’ardua sfida (premiata con la vittoria dell'Oscar come miglior film) di mettere in scena l’autobiografia di Solomon Northup, uno dei tanti americani neri liberi fatti prigionieri e venduti come schiavi negli Stati Uniti pre guerra di secessione e pre tredicesimo emendamento; uno dei pochi a testimoniare il personale dramma vissuto.

Un adattamento, dunque, particolarmente complicato per la materia trattata, ricordando che quando si parla di schiavitù negli States si va a toccare il vero e proprio convitato di pietra della storia e della coscienza americane, il retaggio di un passato di cui ancora non ci si è vergognati abbastanza. Lo sguardo di McQueen, regista ed artista di colore, è quello di chi, dopo centocinquant'anni, sente ancora l’esigenza di mostrare ai nostri occhi ciò che è stato e che non avrebbe dovuto essere. E se il tema della schiavitù non è più attuale, cosa dire del razzismo e più in generale della discriminazione nei confronti delle minoranze?

Stato di New York, 1841. Solomon Northup (Chiwetel Ejiofor) è impegnato a vivere la propria esistenza. È un uomo, un musicista, ha una bella famiglia, è libero ed è nero. Quest’ultimo dettaglio sarà la ragione per la quale un giorno verrà rapito, fatto prigioniero, incatenato e venduto come schiavo. Passerà di proprietà tra diversi padroni (latifondisti, schiavisti, o comunque li si voglia chiamare) finché non riotterrà la libertà dopo dodici anni di schiavitù. Particolarmente dura sarà soprattutto la permanenza presso la piantagione di cotone, in Louisiana, del sadico schiavista interpretato da Michael Fassbender (tre film su tre con McQueen).

In una messa in scena riuscita, la bellezza del film non sta tanto nel cosa è rappresentato ma nel come; è il modo, particolarmente crudo, in cui ci viene mostrata la tragica odissea del protagonista a rendere il film intenso e toccante. La durissima ma struggente poetica di McQueen raggiunge il suo apice nello straordinario piano sequenza in cui, sullo sfondo di una quotidianità apparentemente tranquilla, accompagnata nel suo incedere dal canto degli uccellini, Solomon lotta con affanno tra la vita e la morte, il collo stretto ad un cappio, i piedi alla disperata ricerca di un appiglio salvifico. E mostrandoci (e per questo rendendoci testimoni e in un certo senso complici) la mostruosa normalità di una pratica abominevole, il film sprigiona così tutto il suo senso.

Alla fine del cammino, che ha fatto conoscere a Solomon altre vite sfruttate e violentate (indimenticabile la schiava Patsey, interpretata da Lupita Nyong’o, premiata con l'Oscar alla migliore attrice non protagonista), avverrà l’incontro con la persona che condurrà il protagonista verso la propria libertà e il film verso un finale che può sembrare consolatorio ma che consolatorio non è e del resto non potrebbe essere. Negli occhi di Solomon, specchio di un’anima martoriata, la consapevolezza che nulla potrà più essere come prima.

Diccì