sabato 22 febbraio 2014

STORIA DI F. - Domenico Martino

venerdì 21 febbraio 2014

NON TI CURAR DI LOR, MA GUARDA E PASSA


L’incontro-scontro tra i due nuovi rampolli della politica italiana, Grillo “commedian-turned-politician” (pragmatico epiteto coniato dalla BBC) e Renzi l’ “Italian Obama” (come soprannominato dal Time e secondo il mio modestissimo parere un po’ azzardato. Catherine Mayer ma che ti sei presa prima di scrivere il tuo articolo quella sera?) ha catalizzato l’attenzione di tutti i media nazionali. E non poteva essere altrimenti dato che da ora in avanti oltre al “mezzogiorno di fuoco” di Zinnemann si parlerà anche delle “una e quarantacinque piuttosto arroventate” del giorno delle consultazioni tra i due leader politici.

Circa 10 minuti di attacchi unidirezionali “Grillo-2-Renzi” sono il risultato della volontà della rete la quale, dopo un sondaggio, aveva deciso che il vertice M5S e PD “s’aveva da fare”. Ma il genovese, fin da subito contrario al contatto, è stato di altra opinione e il risultato, al limite del ridicolo, lo conosciamo bene.

Eviterò però di dilungarmi sui particolari del tete-à-tete tra i due politici (argomento inflazionato) poiché vorrei condividere assieme a voi un particolarissimo articolo del Corriere della Sera riportante i vari aggettivi con i quali il comico genovese dal 2009 è stato solito indicare il sindaco di Firenze “part-time”. E vi assicuro che la cosa è piuttosto esilarante. Seguono poi alcuni passaggi direttamente tratti dal vertice di mercoledì e concludono i risultati di un sondaggio di Ixé Trieste per conto di Agorà-Rai 3 che ha tentato di rispondere alla fatidica domanda: “Ma per gli italiani chi è stato il vincitore?”.
E per voi, “chi è stato il vincitore (o il meno ridicolo)?”:

  1. Nel 2009, in occasione delle comunali di Firenze, Grillo conia l’epiteto forse più conosciuto per indicare Renzi: “EBETINO DI FIRENZE”.
  2. FANTASMA” - Nel novembre del 2012 Grillo attacca sul suo blog il sindaco del capoluogo toscano con tanto di fotomontaggio da “Chi l’ha visto?”. «Da quando Renzi è in campagna elettorale per le primarie non si è mai presentato in Consiglio Comunale”
  3. INVIDIA PENIS” - Il 17 ottobre 2012 Grillo sul suo blog scrive: «Renzi soffre di invidia penis. Sente profondamente la mancanza di un programma elettorale del Pdmenoelle di egual valore a quello del MoVimento 5 Stelle. Per questo si considera intimamente inferiore”.
  4. ARLECCHINO E CARTONE ANIMATO” - Il 18 febbraio scorso, Grillo attacca da Sanremo. «È il vuoto assoluto, un cartone animato”, dopo averlo definito anche “un Arlecchino con due padroni, De Benedetti e Berlusconi”.

Ed ora qualche chicca direttamente dal loro animato “appuntamento” così da non farci mancare niente:

  1. NON SEI CREDIBILE - Grillo parte: “Qualsiasi cosa dici non sei credibile”.
  2. NON è IL TRAILER DEL TUO SHOW – “Non è il trailer del tuo show, non so se sei in difficoltà sulla prevendita e se mai ti do una mano. Questo non è Sanremo” replica Renzi.
  3. FAI IL GIOVANE MA NON LO SEI – “Tu sei una persona buona che rappresenta un potere marcio. Un minuto? Non te lo do. Non abbiamo nessuna fiducia in te” prosegue il genovese.
  4. HAI UN PROGRAMMA COPIA E INCOLLA – “Hai un programma che è un `copia e incolla´ meraviglioso, ne hai preso una metà da noi”, accusa ancora Grillo rivolgendosi al premier incaricato.
  5. SEI UN INCROCIO TRA GASPARRI E BIANCOFIORE – “Sei un incrocio tra Gasparri e la Biancofiore”, attacca Renzi.
Gran finale: risultati del sondaggio di Ixé. E voi site d’accordo?
  • RENZI 43%
  • GRILLO 13%
  • NESSUNO DEI DUE 10%
  • NON HA VISTO IL CONFRONTO 34%

Maste

giovedì 20 febbraio 2014

COLOURS TO LIFE - Temples



Qualcuno li ha definiti la migliore band attualmente presente in Inghilterra, eppure i Temples non fanno altro che creare melodie catchy e riportarle indietro agli anni della psichedelia.

E vi pare poco? Poco non è. Quel qualcuno è infatti il signor Johnny Marr.

Difficile scegliere un brano, Sun Structures (Heavenly Recordings, 2014), il loro album d'esordio, è pieno di singoli potenziali e non: il brano d'apertura, Shelter Song (pubblicato per primo a fine 2012), la title track, Keep In The Dark oppure Mesmerise, per dirne alcuni.

Ce n'è uno però che mi ha colpita fin da subito, grazie anche alla simpatica accoppiata col rispettivo b-side, Ankh (grazie Spotify, hai reso loro una dignità – ai lati b, appunto): Colours To Life.

Sarò tutt'altro che prolissa: definirlo radiofonico parrebbe quasi offensivo e, soprattutto, un eufemismo. Non possiamo neanche ridurre tutto al ritornello, più appiccicoso di un chewing-gum, o alla batteria, che pare registrata ad Abbey Road (tutto in camera di James Bagshaw, cantante e fondatore!) o alla chitarra sixties che subentra proprio quando la vorresti sentire. E' molto di più.


Love, lust, spaces in time bring colours to life”


Lara Magnelli

martedì 18 febbraio 2014

BOOMERANG - Capitolo 3, Jo

(Link al capitolo 2.  http://il-cartello.blogspot.it/2014/02/boomerang-capitolo-2-jessy.html)


Devo fare più soldi. Quattromilacinquecento, quattromilacinquecentocinquanta. E che cazzo, con questi non mi ci compro nemmeno una Golf. Devo fare più soldi, devo fare più soldi....o potrei fregare qualcuno, sì potrei fregare qualcuno, un bell'allocco che abbocchi alla mia esca. La droga attira molta gente, ah ah ah” pensava Jo ad alta voce.
Aveva quella strana abitudine, quando era da solo parlottava sempre ad alta voce, era felice quando si inerpicava in ragionamenti assurdi, era felice perché non si sentiva solo, era il suo modo per combattere l'assenza di gente nella stanza.
Sembrava un duro quando era per strada, quando era con gli altri a casa di Rob, sembrava sempre non aver bisogno di nessuno, ma soffriva molto quando all'interno della stanza si alzava il silenzio, per questo aveva inventato questo siparietto fra lui e i suoi pensieri ad alta voce, per coprire il silenzio, lo doveva coprire o sarebbe impazzito.
Prese un block notes e annotò: “Fare più soldi e fregare qualcuno”.
Quelle semplici parole lo rallegrarono, una risata famelica si disegnò sul suo viso, quando non era anestetizzato da qualche droga faceva davvero paura, la sua faccia faceva paura, ma sopratutto la sua imprevedibilità.
Era un po' come dottor Jekill e Mr Hide, da lucido avrebbe piegato il mondo intero ai suoi piedi, mentre da fatto era una palla umana schiacciata contro divani, poltrone, letti; amava tutto ciò che era soffice e morbido, infatti amava le tette di Jessy.
Jessy era la donna perfetta, cinica, spietata, sexy, lui la considerava la sua metà, ma lei non si sentiva legata a lui in alcun modo.
Jo aveva droga, soldi e conosceva un paio di giochini da fare fra le gambe di una donna, e pensava di poter possedere tutto: pensava che le persone avessero bisogno di qualcosa, chi era dipendente dalla droga diventava suo schiavo, chi aveva bisogno di soldi si sarebbe prostrato ai suoi piedi, ed infine chi fosse stato estraneo a entrambi, allora sarebbe diventato prigioniero di infinite scopate.
Sapeva che Jessy amava scopare, sapeva che avrebbe nuotato volentieri sopra a un ammasso di verdoni e sapeva anche che senza spararsi due strisce di qualcosa avrebbe perso la testa; per questo pensava di averla in pugno.
Ma Jessy era troppo avanti, se Jo pensava di averla in pugno ecco che lei diventava sfuggente, sgusciava fuori dalla sua presa ribaltando completamente la situazione, lei aveva soltanto una carta da giocare, se stessa, una carta che riteneva più che sufficiente per ammansire qualsiasi componente di sesso maschile.
“Fare il culo a Jessy” scrisse sul taccuino.
Non gli bastava quel pomeriggio di sesso sfrenato a casa di Rob, quello era stato solo l'antipasto, aveva ancora fame, aveva fame di Jessy.
Uscì di casa abbastanza eccitato, guardava la gente che camminava per andare a lavoro, tutti in giacca e cravatta, tutti apparentemente sorridenti e non capiva come cazzo facessero ad essere così felici.
Non poteva immaginarsi fra dieci anni prosciugato dal lavoro, stirato dalla testa ai piedi, con il capo che fa su e giù tutto il giorno per leccare il culo al principale, ai clienti e a chiunque abbia un culo coperto da soffici verdoni.
“Maledetti colletti bianchi. Fate pena, siete ridicoli. Non diventerò mai come voi, mai! Devo fare soldi, devo fare soldi. Dai Jo ce la puoi fare, non vorrai mica finire come questi morti viventi no? Puah!” bofonchiò sputando in terra.
Vide una bambina giocare col fratellino sul marciapiede, aveva un hula hop, li scrutò attentamente, vide girare il grosso giocattolo intorno alla vita della bambina, girava, girava, girava...
Fu come ipnotizzato da quella girandola umana che lo riportò all'infanzia, a quando giocava con un ragazzino inglese; i suoi lo avevano portato in Inghilterra per due settimane, non sapeva un accidenti di inglese, niente di niente ma gli sembrò che con quel bambino fosse tutto facile, vivere, ridere, divertirsi senza scambiare parola, si capivano al volo, annuendo di tanto in tanto, scoppiando a ridere se uno dei due inciampava, quella fu l'estate migliore della sua vita.
Non lo voleva ammettere, ma ormai i suoi unici amici erano Rob, Jessy, Camille e David, la sua tribù, con cui faceva strani rituali a base di sesso, droghe e perdizione.
Ma qualcosa dentro di lui si agitava, qualcosa gli diceva che il suo amico più sincero era stato quel bambino in Inghilterra, quel Bobby che correva con lui nei prati. Ma lui preferiva credere ad altro, preferiva credere alla magia della droga, quella droga che accomuna tutti, facendo scorrere il tempo fra ragazzi che credono di amarsi perché sempre insieme, ma spesso finiscono per amare solo la droga, quella compagna sensuale che ti rapisce promettendoti pillole di felicità, ma che allo stesso tempo ti nega tutto, ma lui questo non poteva ancora saperlo.
“E che cazzo! Che mi succede? Ricordi vecchi come la morte, ma io sono nel presente, il passato non conta, è come i vecchi, non serve più a nessuno, si vive nel presente, si scopa nel presente, si guadagna nel presente, tutto è dannatamente al presente. Il passato è passato, puah, puah, puah” imprecò asciugandosi gli occhi gonfi di lacrime, e una era sicuramente per il piccolo Bobby, amico vero che lo aveva amato per com'era, senza compromessi, artifici o altre stronzate del genere.

Elle Bi


lunedì 17 febbraio 2014

CASTAWAY ON THE MOON - Lee Hae-jun


Castaway on the Moon è una gemma rara; uscito nel 2009 in Corea del Sud arriva in Italia di soppiatto sbancando la dodicesima edizione del Far East Film Festival di Udine.
Nel 2011 durante la nona edizione del Koreafilmfest di Firenze, a cui partecipai come giurato, mi imbattei in questo originalissimo film.
Kim, giovane impiegato della middle class coreana, decide di farla finita; si getta quindi nel fiume Han di Seoul. Un volo ad angelo, un botto secco...dissolvenza in nero.
Sprazzi di sole risvegliano il povero Kim, che si rende conto di non essere riuscito nella sua impresa, ma, cosa ancor peggiore, è rimasto intrappolato in un isolotto separato dal resto del mondo o meglio, del suo mondo.
Disperato, proverà a giocare tutte le carte a sua disposizione per poter tornare fra i “vivi”: si tufferà cercando di raggiungere a nuoto la terra ferma, ma l'acqua si dimostrerà non essere il suo elemento ideale.
Tenterà di chiamare la sua ex fidanzata con la poca batteria rimasta sul cellulare, ma lei, cinica e spietata, lo liquiderà senza ascoltare la sua richiesta di aiuto.
Dall'altra parte della storia e della costa, troviamo una ragazza omonima di nome Kim che vive autoreclusa in casa; ha paura degli altri, non regge gli sguardi della gente, è un hikikomori, l'agorafobia orientale che sta attanagliando sempre di più Cina, Giappone e Corea, i nuovi colossi industriali, città sviluppate sempre più in altezza, brulicanti di persone come in un formicaio.
La ragazza vive in simbiosi con la sua macchina fotografica, guarda la luna con sguardo romantico: vorrebbe tanto poter essere l'unico abitante di un satellite lontano.
Un giorno, il suo occhio osservatore si scontra con il buffo Kim, alle prese con la sua nuova vita all'inizio tanto odiata ma poi via via, sempre più amata.
La ragazza è attratta da quello stravagante “alieno”- così lo chiamerà - che si danna come un pazzo per un piatto di tagliolini.
Lui è un uomo affogato nei debiti, uno che non ce l'ha fatta a stare al passo coi tempi, tempi accelerati che intrappolano in una spirale di stress fisico e mentale; è il compromesso della metropoli, di quella Seoul, fantastica, incandescente, quella Seoul al neon, che offre tanto, ma allo stesso tempo prosciuga piano piano, mettendoti alla prova costantemente; tutti corrono verso il domani con lauree, master, mille lavori, cercando di migliorarsi sempre di più, diventando nella maggior parte dei casi più simili a robot che a perfetti esseri umani.
Di lei si sa poco o niente. Naviga in continuazione su un social network con tanto di identità fasulla, si vergogna di se stessa, di quella bruciatura che le sfigura il viso, anche lei come molti ha paura di essere imperfetta, in una società dove l'apparenza è più importante della sostanza.
Lei prende coraggio, sfida il mondo con un casco da motociclista in testa, lancia una bottiglia verso quel novello Robinson Crusoe, cercando un contatto con l'unica persona che forse potrebbe accettarla, l'unica persona che potrebbe completare la sua imperfezione.
Da lì, inizierà uno scambio di messaggi fra i due, inizieranno a conoscersi, rideranno l'uno dell'altro, si arrabbieranno, affronteranno le difficoltà della vita sostenendosi a vicenda, scambiandosi brevi messaggi cifrati, come un: “Fine, thank you” scritto con un legno sulla sabbia, che nel mondo d'oggi ha perso d'importanza, ma che - se sentito - rimarrà sempre una risposta autentica a una domanda fatta da una persona cara.
Il regista Lee Hae-jun orchestra bene il registro comico (durante la prima parte) - creando situazioni paradossali che ci faranno ridere a crepapelle - alternato a quello drammatico (seconda parte) in cui reggeremo a stento dei lacrimoni carichi di speranza. La speranza di un incontro inaspettato fra due realtà così diverse ma così uguali, due anime sole, affogate nel magma incandescente della vita, che possono tirarsi su tramite piccoli contatti, bisbigliando messaggi segreti, riscoprendo se stessi, che nella maggior parte dei casi rimane cosa rara, un po' come i Panda in via d'estinzione, questi animi fragili vanno tutelati, perché un giorno noi tutti potremmo crollare, e non ci rimarrà che sperare che dall'altra parte ci sia un Mr o Mrs Kim pronto ad aiutare.

Elle Bi

sabato 15 febbraio 2014

LIFE - Elle Bi



Bretagna, Saint-Malo, due bambini che giocano spensierati

venerdì 14 febbraio 2014

UN LUNGO VIAGGIO VERSO L'AFRICA


In questo giorno di ennesimo cambiamento del sistema politico italiano (che tra l’altro non sono sicuro di aver capito. Perché Renzi se ne va a Montecitorio senza la democratica giustificazione popolare? Se me lo potete ri-spiegare mi fate un favore), ho deciso di scrivere un breve post per raccontare il viaggio che mi ha portato dall’altra parte del mondo, in Sudafrica.

Imbarcatomi a Fiumicino, ho fatto il primo scalo a Jeddah, in Arabia Saudita. L’Arabia Saudita è grande, è il più grande stato del Medio Oriente per superficie. E’ una distesa di sabbia che si estende per chilometri e chilometri sotto la quale si trovano litri e litri di petrolio (95% delle esportazioni del paese). E’ pressoché una distesa di oro nero. E’ il paese più sacro del Medio Oriente - per i musulmani quantomeno -, essendo casa delle due più sacre moschee del mondo islamico: La Mecca, dove la scatola nera, simbolo dell’Islam, è conservata, e ‘Medina’, altro importante centro religioso. Per questa ragione moltissimi pellegrini musulmani visitano il ‘Regno’ per far fede a uno dei precetti imposti dalla religione: il pellegrinaggio alla Mecca. Lo Stato, monarchia assoluta capitanata dal re Abdul Aziz Saud, non è molto popolato (30 milioni di persone, di cui un terzo sono stranieri) per via delle sue caratteristiche geografiche. Lo sviluppo tecnologico sta tuttavia portando alla creazione, sempre più, di infrastrutture e centri abitativi. Dormivo quando il capitano ha acceso l’altoparlante per fare presente ai passeggeri che stavamo per sorvolare La Mecca, nel caso i musulmani a bordo volessero omaggiare Allah. Così ho iniziato a guardare fuori dal finestrino cercando di vedere qualcosa. E’ strano perché non vedi le città fino all’ultimo e queste spuntano fuori all’improvviso, manifestandosi in una distesa di luci di cui non si intravede la fine. Solo quando l’aereo ha iniziato l’atterraggio le luci hanno cominciato a prendere forma. Case, grattacieli, strade, ponti, fontane e macchine. Una marea di macchine, prova inconfutabile dell’abbondanza di petrolio, popolano le strade. Devo ammettere che la voglia di restare qualche giorno in più a visitare questo Stato era tanta…

Una volta sceso a terra ho dovuto aspettare circa otto ore per la mia coincidenza. Il personale è molto gentile anche se la lounge (a meno che tu non abbia un biglietto di business class) non è delle più accoglienti. Il free Wi-Fi purtroppo non funzionava e dunque ho dovuto ricorrere a quelle problem-solving skills di cui pressoché ogni italiano è dotato. Con la scusa di fumare una sigaretta, ho convinto lo steward della sala d’attesa per passeggeri ‘business’ a farmi entrare, e così mi sono procurato la password per una rete, mossa che mi ha permesso di passare parte della lunga attesa comunicando con famiglia e amici. Come ho accennato nel precedente paragrafo l’Arabia Saudita ha un gran numero di visitatori musulmani che fanno visita alla sede del ‘Profeta’.
Una cosa che mi ha fatto sorridere durante il tempo trascorso in aeroporto - dove ovviamente non potevo nemmeno scegliere la via del ‘mi faccio qualche drink’ - è stato che nei gruppi di pellegrini le donne, al fine di non perdersi, portavano un velo dello stesso colore con su scritto l’operatore turistico che aveva organizzato il loro viaggio sacro. Dunque la lounge era caratterizzata da queste chiazze di colore, arancione, rosa, viola, giallo, che rendevano l’ambiente più caldo (un’altra cosa simpatica è che il check-in e i safety controls per gli uomini e per le donne sono separati).

Quando finalmente sono salito sul mio volo l’emozione è iniziata a crescere (sebbene notevolmente smorzata dalla stanchezza). Ho deciso di guardarmi uno dei film - Rush, storia dei due eterni rivali della F1 - che la SaudiAirlines aveva da offrirmi, prima di lasciarmi andare tra le braccia di Morfeo. All’inizio del film un messaggio mi avvertiva che i contenuti erano stati ritoccati ma, non avendo visto il film, non sapevo cosa fosse stato censurato. Solo quando ho visto un cerchio opaco oscurare la pancia di una donna ho capito…In effetti, mi sembrava che ci fossero un po’ troppe poche scene di sesso in un film che vuole disegnare il personaggio di James Hunt…Il vero film è in realtà iniziato quando mi stavo per appisolare. Il mio occhio è pigramente cascato fuori dal finestrino e Lei era lì, in tutta la sua immensità. L’Africa. Penso che da ieri la parola ‘enorme’ abbia assunto tutto un altro significato! Non credo che ci si possa rendere conto dell’estensione dell’Africa finché non ci si vola sopra per più di 10 ore coprendone solo una piccola parte. Ero emozionato come un bimbo che scopre Babbo Natale a sistemare i pacchetti sotto l’albero. Non ho dormito per un’altra ora perché incapace di smettere di guardare fuori mentre sorvolavo Etiopia, Tanzania, Kenya, Mozambico e finalmente Sudafrica. Qua inizia una nuova storia, ma per parlare di questa servirà almeno un altro post - dico almeno perché solo l’atterraggio a Città del Capo ne richiede uno - e poi, scusatemi ma fuori ci sono 30 gradi, è ora di andare in spiaggia.

Lettura consigliata “Le Città Invisibili” di Calvino

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