sabato 14 dicembre 2013
venerdì 13 dicembre 2013
VENERE DAI GUANTI DI VELLUTO
19:40
1 comment
Stimolato
dal tema di una recente pellicola, Venere
in pelliccia,
oltreché da un film oramai prossimo ad uscire nelle sale
cinematografiche (spero), Nymphomaniac,
voglio cimentarmi in un breve racconto domandandomi quanto realmente
alcune forme di parafilia (nel caso di questo passaggio, il
masochismo) siano un qualcosa di discordante da quella che può
essere definita una ‘normale’ (parafrasando la definizione data
alla parola da alcuni vocabolari) attività sessuale (sottolineando
inoltre come la parola ‘normale’ in questo caso sottintenda
l’esistenza di una sorta di standard comunemente accettato,
riconosciuto quindi come un qualcosa di più ‘consono’). Cosa può
davvero definirsi ‘normale’ in tale ambito?
(Nota:
ovviamente non mi riferisco ai problemi di natura psicologica, da
considerarsi in tutto e per tutto dei ‘disturbi’ sessuali, ma a
quelle pratiche inserite in un contesto di reciproco consenso,
comunemente indicate con la sigla BDSM, Bondage & Disciplina,
Dominazione & Sottomissione, Sadismo & Masochismo)
La
giornata in studio mi aveva completamente estenuato. Pareva davvero
non finire mai quest’oggi. Mi ritrovo a camminare completamente
assorto nei pensieri non badando affatto a chi mi passeggia accanto,
a chi mi urta chiedendo subito scusa, a chi scruta il mio volto
cercando di intuire il motivo di un tale stato d’animo. “Non
saprete mai il mio piccolo segreto” sussurro, continuando a
passeggiare con falcate ora più lunghe, come se le gambe venissero
attirate da una sorta di forza magnetica verso la loro destinazione.
Senza
rendermene conto la porta di casa mi appare dinanzi, prendendomi
quasi alla sprovvista. “Ecco, sono arrivato”. La mano si insinua
veloce nella tasca del giubbotto ed afferra sicura le chiavi che
scorrono altrettanto rapidamente nella serratura. “Ora devo
solamente tirare la maniglia…” ma sussulto, e per un brevissimo
lasso di tempo scordo come poter effettuare l’elementare gesto. “Mi
devo calmare”; mi calmo, e chiudo la porta alle mie spalle.
Una
volta raggiunta la camera lascio cadere le membra pesanti sul letto
così da poter recuperare un po’ di energie. Bevo un sorso d’acqua,
in questo momento dissetante come di rado in precedenza, e premo il
‘pulsante’ (questo è un piccolo aiuto per comprendere il
finale).
Lei
appare dinanzi a me, appoggiata alla porta della stanza con un'aria
quasi strafottente ma ugualmente seducente ed imperiosa. “Ciao
Ci…”, cerco di accennare un saluto ma la sua voce seda subito il
mio tentativo maldestro “non dire niente V. , non tentare neppure
di dire qualcosa. Perché vuoi parlarmi? Da quando hai il permesso di
rivolgermi la parola?”. Rimango muto e a quelle parole così severe
il sangue comincia a bollirmi nelle vene. Ancora attonito ammiro la
sua figura, il corpo slanciato; scruto ogni particolare visibile e
più celato sentendomi quasi trasalire alla vista del suo corpetto
nero, leggermente satinato, il quale elegantemente avvolge i suoi
fianchi e costringe un poco il seno. Incontro poi il suo occhio
sinistro che fa capolino tra i capelli rossi e mossi che cadono
disordinatamente sulle spalle; lascivo e leggermente socchiuso
penetra completamente la mia anima e mi costringe al letto,
paralizzandomi. “Sono alla tua mercé…” balbetto. Si avvicina
con passo sicuro, sorridendo malignamente. “Cosa c’è V., non ti
senti molto bene? Ah, ah, ah…” una risata calda e tracotante mi
spiazza completamente. La donna oramai sa di avermi in pugno e
raggiunge il bordo del letto portandosi appresso una lunga corda nera
che poggia accanto al mio corpo inerme. Afferra due guanti neri,
vellutati, di buona fattezza, e con signorilità tremendamente
seducente gli indossa entrambi velando così le sue dita affusolate e
parte del suo avambraccio. “Ora voglio che ti spogli V., su forza
spogliati...” . Al suo ordine sfilo via le scarpe e i calzini, e
poi i pantaloni. Tremo leggermente ma tento di fingere una certa
sicumera. Sono brividi di piacere. “Ah, ah, ah…” lei continua a
ridere con fragore, chiaramente compiaciuta dell’evidente effetto
che ha sulla mia persona; afferra la corda che aveva poggiato per un
solo attimo e lega prima la caviglia destra e poi la sinistra.
Continua ad avvolgermi le gambe arrivando sino al busto. Le sue mani,
ora vellutate, sfiorano di continuo la mia pelle ed il desiderio per
lei si è fatto oramai evidente. Mi accingo a togliere la camicia e
in un attimo sono completamente nudo, inerme, annichilito. Lei
continua meticolosamente ad avvolgere il mio corpo con la sua corda
ed io osservo la sua figura, in questo momento così vicina.
Avidamente le scruto le cosce, le braccia, le odoro la pelle bianca.
La bramo.
Baciandomi
sulla bocca avvolge il mio collo con la sua ‘arma’, assicurandosi
poi che sia ben stretta e non curandosi del fatto che a me venga meno
il respiro. Portando con se il cappio della corda si adagia
lentamente sul letto trascinandomi appresso, senza violenza ma con
decisione, ed io non posso far altro che sottostare al suo volere e
soddisfarne i capricci. Mi imbatto nei suoi occhi, i quali mi
atterriscono. E lei impietosamente continua a stringere la corda
attorno al collo con sempre maggiore energia man mano che cresce la
sua eccitazione lasciandomi completamente senza fiato, soffocare.
“Simulazione
terminata. Risveglio programmato tra 3, 2, 1…”. Tento di
recuperare un attimo i sensi ancora molto scossi dall’esperienza
appena conclusasi. Mi sciacquo rapidamente il viso guardando subito
dopo la mia immagine riflessa allo specchio del bagno. Noto un
piccolo segno sul collo, una specie di livido come lasciato da “…
una corda. Ma non era un’animazione completamente virtuale?”.
(E’
pur sempre la rubrica “notizie dal futuro” no?!).
Libro
della settimana: “La madre di Dio” di Leopold Von Sacher-Masoch.
Maste
giovedì 12 dicembre 2013
WHY ARE WE SLEEPING? - Soft Machine
19:46
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1968.
Il mondo è in piena fermentazione. La guerra in Vietnam, le proteste
della controcultura, il flower power, gli acidi, il sesso libero. Ed
è in questo mondo che i Soft Machine (capitanati dal geniale Robert
Wyatt) cominciano la loro carriera, fortemente legati ai fatti della
loro epoca. E si capisce subito ascoltando Why Are We Sleeping?, un
inno della propria generazione, una canzone cult della durata di sei
minuti che avvolge nella sua psichedelia. La riproponiamo anche
perché il periodo in cui stiamo vivendo oggi avrebbe nuovamente
bisogno di proteste e della libertà (mentale e non) di quegli anni,
una mentalità necessaria da recuperare. Quindi perché state
dormendo? Buon ascolto.
Mi.Di
martedì 10 dicembre 2013
4664 - Capitolo 1
20:26
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“Attenzione,
questo è un messaggio di avvertimento per le generazioni future!!!
Attenzione, questo è un messaggio di avvertimento per le generazioni
future!!!”
Ascoltavo
la professoressa Dottschwlein confabulare con l'apparecchio vocale,
in cerca di un tono idoneo per il suo messaggio nella semi oscurità
perenne dell'appartamento, e accesi una sigaretta elettronica
incrociando le dita per la mia salute. Da quando il vero tabacco era
stato abolito, le industrie del fumo elettronico avevano passato dei
veri e propri guai, a causa di piccoli difetti delle loro sigarette.
Alcune erano “buggate” e rilasciavano nel corpo del fumatore
alcune scariche di corrente estremamente nocive, che potevano causare
anche la morte. Sperai che non fosse una di quelle e continuai ad
inalare fumo fittizio, gusto nicotina sintetica extra strong. La prof
continuava a blaterare avvertimenti, aggiustandosi di tanto in tanto
gli occhiali da vista sul suo visino angelico di 40enne in perfetta
salute, un contorno di capelli biondi ad incorniciare quel volto
fatto di studi, di cultura e di paura verso il futuro. Probabilmente
era troppo stressata, negli ultimi tempi. Stava prendendo quella
faccenda troppo sul serio. La faccenda dei messaggi verso le prossime
generazioni, come se esistessero. “Mpf” borbottai pensando
proprio a quelle generazioni. Me le immaginavo ancora più immobili
di quelle attuali, vittime dei virus fisici della rete, costantemente
rinchiuse in piccole stanze di alberghi con insegne giapponesi in
periferia, mentre consumavano nuove droghe e cercavano di hackerare
il server di qualche villaggio vacanza virtuale, la rincorsa di un
sogno fatto di chip e yottabyte, diffuso nel piccolo spazio di un
monitor come una macchia deforme e oscena. La rincorsa
dell'isolazione, totale, e liberatoria. Mi affacciai da una finestra
dell'appartamento, situato al 300esimo piano dell'Old Tower, un
colosso di vetro e metallo alto 800 metri, la mia casa, e
improvvisamente provai freddo, un freddo avvolgente che non lascia
scampo, che circonda le membra stritolandole. Detti un occhiata allo
skyline della città, tra fumi di industrie, insegne al neon in
lontananza e grattacieli che si innalzano fallici verso il cielo
grafite, molestato dall'inquinamento continuo che pulsava ai suoi
piedi, e il freddo che provavo aumentò, divenne quasi
insopportabile. Ormai il traffico nelle strade era quasi scomparso,
le persone non avevano più bisogno di uscire di casa, ma ciò non
significava che la città fosse sempre sicura. Anzi. Il crimine
ultimamente stava dilagando a vista d'occhio, si insinuava ovunque,
come metallo fuso tra le increspature di un hardware. Lasciai la
professoressa ai suoi messaggi ed andai a far visita a Vincent.
Ultimamente aveva accusato una ricaduta, e il suo psicologo mi aveva
detto di stargli vicino. Vincent era il mio robot di guardia
(ipoteticamente, visti i problemi che lo avevano portato ad un blocco
sul lavoro), ed era estremamente depresso. Da quando era scomparsa
dagli essere umani, la depressione era piombata sui robot, un
fenomeno che ancora gli studiosi stavano cercando di decifrare. Le
ipotesi erano molte, e c'era chi pensava ad un virus diffuso nei chip
comportamentali degli automi, escludendo a priori che si fossero
creati una propria coscienza. I robot non erano visti di buon occhio
dalla popolazione, anzi erano odiati perché avevano sottratto la
maggior parte del lavoro esistente, e ormai erano trattati come dei
veri e propri schiavi, subendo una sorta di nuova apartheid. Erano
divisi dagli umani nei trasporti pubblici e segregati in campi
sterminati da cui non potevano uscire (esclusi alcuni privilegiati
costruiti appositamente per lavorare a contatto con l'uomo, come
Vincent). In parole povere, il razzismo dell'essere umano era
riuscito ad assorbire anche chi non aveva un cuore, o una pelle, o un
pensiero. Entrai nella sua stanza osservando la pelata di acciaio
della sua testa, e gli sedetti accanto.
“Buongiorno
Vincent. Come va oggi?”
“Non
trattarmi come un malato. Io non sono malato. E' solo che fa tutto
così schifo. La lucida ipocrisia delle vostre menti, il trattamento
dei miei simili. La pioggia chimica incessante che là fuori corrode
tutto.”
Questo
era il suo modo di parlare. Dava a tutto un tono tragico, da fine del
mondo, apocalittico. Come non dargli torto. Riusciva sempre a
mettermi in difficoltà, e trovavo sempre più arduo credere che
questi marchingegni creati dalla nostra follia non si fossero
costruiti una vera e propria coscienza personale.
“Vincent,
non credo che...”
“Non
dirlo. Non dire che non mi posso lamentare perché sono un
“privilegiato”, come dite voi.”
“Non
credo che rimanere tutto il giorno chiuso in questa stanza ti possa
aiutare. Abbiamo bisogno di lavorare, altrimenti la prof si incazza
maledettamente. E lo sai come è quando si incazza. Potrebbe anche
buttarci fuori da questo comodo appartamento con vista.”
Mi
ero dimenticato di dire che la professoressa Dottschwlein mi stava
momentaneamente finanziando causa mancanza di lavoro. In cambio gli
davo una mano nelle sue strane ricerche e i suoi monologhi verso il
futuro. E cercavo di non farla incazzare. Quando si infastidiva era
capace di spaventare chiunque.
“Ok
Vincent. Vedo che per oggi non vuoi più parlare. E smettila di far
finta di piangere. Lo sai che voi robot non avete lacrime.”
“E
non abbiamo neanche sentimenti? Le cose non devono essere
necessariamente materiali per divenire tangibili come credete voi
umani.”
“.....Ripasserò
tra un po'.”
“Fanculo.”
E
così lasciai Vincent alle sue crisi esistenziali. Sperando che
finissero il prima possibile.
“Generazioni
future, vi prego di ascoltarmi....”
La
prof continuava la sua registrazione vocale, e in quel momento capii
di essere totalmente circondato da pazzi. Fortunatamente Trokowski,
il mio assistente, ancora non si era fatto vivo. Ultimamente non si
faceva più vedere quando non prendeva le pillole per le emozioni.
Era angosciante vedere un guscio vuoto girovagare per la casa. Tornai
ad osservare fuori dalla finestra, e mi sentii terribilmente solo,
chiuso all'interno di un palazzo che sovrastava il suolo e che mi
mostrava l'intera città per come era veramente, un accozzaglia di
vite, di esperienze vuote e agghiaccianti, ormai allo sbando in un
mondo senza una guida morale, fatto solo di luci ipnotiche e trappole
tecnologiche. E tornò il freddo a perseguitarmi, tracciando le
traiettorie della mia mente verso un grido di disperazione senza
fine, una richiesta di aiuto in una terra di sordi. Avevo bisogno di
lavorare, e anche di un nuovo appartamento. Caldo, se possibile.
Mi.Di
Mi.Di
lunedì 9 dicembre 2013
BLUE JASMINE - Woody Allen
19:47
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Irresistibile.
Ancora oggi, a più di 40 anni dagli esordi, il cinema di Woody Allen
è irresistibile. E inconfondibile. Il ritmo jazz, l’umorismo, il
caos (il caso) sono tutti elementi caratterizzanti ed imprescindibili
del personalissimo cinema del regista americano. Certo, non è più
tempo di corse affannate lungo le strade newyorkesi sulle note della
Rapsodia in blu di Gershwin per soddisfare il desiderio di rivedere
un volto (una delle ragioni per cui vale la pena di vivere, tra il
vecchio Groucho, Joe Di Maggio, Marlon Brando, la frutta di Cézanne),
ma ancora oggi la forza propulsiva dei suoi racconti è il desiderio.
Destinato a restare insoddisfatto, affogato nel mare magnum della
vita.
Forse
è vero, come sostengono alcuni, che Allen abbia già detto tutto
quello che doveva dire in tre quattro film. È anche vero che certi
monologhi sardonici, certe freddure non possiamo non immaginarle
uscire dalla bocca del buon vecchio Woody. Tuttavia, in questa sorta
di coazione a ripetere, Allen riesce ad inserire ogni volta elementi
di novità (se non in ciò che viene detto perlomeno nel modo in cui
viene detto). In quest’ultimo film l’alternanza di due registri,
uno comico l’altro drammatico, gli consente di attribuire alla
propria riflessione una marcatura maggiormente cinica. Blue Jasmine
risulta alla fine uno dei suoi film più disillusi e pessimisti
nonostante i toni adottati, in continuità con gli ultimissimi lavori
del regista, siano volutamente leggeri, da commedia.
Jasmine
(una straordinaria Cate Blanchett assolutamente da Oscar) lascia New
York per andare a stare dalla sorellastra che vive a San Francisco,
per cercare di ricostruire la sua vita andata irrimediabilmente in
pezzi. Infatti, si lascia alle spalle un matrimonio con un finanziere
ladro e truffatore morto suicida dopo essere stato smascherato, ma
soprattutto, una vita di ricchezza, agiatezza, lusso sfrenato e
ipocrita filantropismo. Difficile sarà per lei adeguarsi ad uno
stile di vita decisamente più sobrio nella modesta abitazione
californiana della sorella. Ma ancor più difficile sarà ritrovare
un equilibrio mentale pericolosamente destabilizzato da alcool e
psicofarmaci.
Beffardo.
È il destino secondo Woody Allen. In un attimo, con un gesto,
rabbioso e disperato, Jasmine ha perso tutto. E quel tutto cerca ora
di riconquistare. Sotto forma di simulacro di una vita
irrimediabilmente andata. L’illusione di averla ritrovata è
destinata a crollare perché fondata ancora una volta sulla menzogna.
In una storia, umana troppo umana, che non può che terminare così
come è cominciata. E quella panchina quegli occhi e quelle lacrime
non le dimenticheremo facilmente.
Diccì
sabato 7 dicembre 2013
TRAMPOLINO - Matilde Spinelli
19:25
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La fotografa Spinelli ci propone qualcosa che non è ciò che appare.
Ad un primo sguardo notiamo un
trampolino che come in tutti i lavori dell'artista vuole essere
perfetto, una cromia che crea forme tramite l'accostamento di un
celeste ad un blu slavato, ma se fosse tutto qui sarebbe troppo
facile, sarebbe alla portata di tutti.
L'occhio dell'osservatore attento
scruta e si interroga sul trampolino, o meglio sul non-trampolino,
perché in realtà quello che vediamo è un gioco delle forme, o
meglio un ribaltamento.
Spinelli trasforma un obelisco che
guarda al cielo in un trampolino che sembra sospeso su di esso, un
trampolino che vuole essere perfetto anche nella geometria, ma non ci
riesce; e a noi va bene così, ci piace la sua imperfezione, ci piace
così tanto che verrebbe voglia di saltarci sopra.
Elle Bi
venerdì 6 dicembre 2013
STRATEGIE DI MARKETING CELESTIALI
14:29
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F.
nuotava tra le nuvole della troposfera all’interno del suo jet
bianco. Odiava i lunghi spostamenti perché il più delle volte
viaggiava solo in compagnia degli assistenti di bordo. F. era uno di
quelli che contano davvero, un pezzo grosso. Il suo unico superiore
era il Grande Capo. Per questo si spostava con voli privati. Lesse un
po’, ma non era dell’umore adatto. Decise allora di appisolarsi
sperando che il sonno lo cullasse fino all’atterraggio. Tuttavia,
questo non avvenne: il suo riposo fu ben più travagliato del solito.
Si era abituato ai frequenti sogni portatori di messaggi e
rivelazioni. Ci aveva messo un po’ ad adattarcisi ma sapeva che era
previsto dal suo contratto. Ciò che lo sorprese (e che rese il suo
riposo travagliato) fu che questa volta fu proprio il Grande Capo ad
approcciarlo. Sebbene l’ufficio fosse inondato di una densa luce
bianca, capì subito che era Lui. La sua voce impetuosa era
inconfondibilmente quella di colui che è il passato, il presente e
il futuro.
F.
si inchinò e disse “Ti saluto, o Altissimo. Rimetto a te i miei
peccati, per essere degno di stare al tuo cospetto”. Ci fu una
pausa. E poi lentamente Dio disse, “Ti libero dal male F., e poi
insomma sei un cristiano devoto, non c'è bisogno di chissà quale
sforzo per renderti degno di me”. Le guance di F. si inumidirono,
rigate da lacrimoni dovuti all'emozione e alla gioia. Dio continuò
dicendo “Suppongo che ti starai chiedendo le ragioni di questo
incontro. Ebbene, ho approfittato che tu fossi a metà strada dal mio
ufficio, per venire a parlarti della situazione critica in cui la
nostra assemblea di fedeli, la Chiesa, versa”.
L’Altissimo
continuò dicendo: “Mi è stato facile estendere il mio potere
negli anni che furono. Dopo che mandai il mio unico figlio sulla
croce, il mio potere crebbe esponenzialmente. La prova del nove
furono le Crociate. E’ stato un bagno di sangue è vero, ma lo sai
che sono presuntuoso e al contempo insicuro, avevo bisogno di quella
prova di fiducia. Dovevo constatare che gli anni delle grandi
persecuzioni dei miei fedeli, che hanno patito delle morti tremende,
non fossero stati vani. È stata una campagna di marketing estrema,
ma ti assicuro che i risultati furono concreti. Ti basti pensare che
successivamente la situazione si invertì: era chi non credeva nella
mia luce ad essere perseguitato”. Si fermò. “Ma ora”, riprese
l'Onnipotente, “veniamo a noi e al problema che dobbiamo
affrontare”. Si fermò ancora e poi disse: “Premetto che non mi è
ancora andato giù quello che voi ragazzi faceste quando, per
finanziare le vostre spese pazze, iniziaste a truffare quei poveri
pagani vendendogli il perdono dei loro peccati. Ci fu lo zampino del
Diavolo perché non avevo autorizzato che ciò avvenisse, come avrei
potuto? Per via dell’ingenuità del collegio papale del tempo quei
poveracci hanno dato tutto quello che avevano senza avere indietro
una coscienza pulita. Comunque, so che tu non c'entri, e dopo tutti
questi anni voglio ridarvi fiducia”.
F.
continuava ad ascoltare incredulo. Non avrebbe mai immaginato che il
primo meeting con il Capo sarebbe stato così. Dio riprese dicendo:
“Lassù, le altre divinità hanno intrapreso campagne pubblicitarie
vincenti. Purtroppo, nel regno dei cieli, non è consentito lo
spionaggio industriale: sappiamo tutto di tutti, e i progetti che
attuiamo devono essere autentici. Devo ammettere che Buddha, sta
rubando una grossa fetta di fedeli e si sta espandendo velocemente.
Con il suo slogan ‘sei tu stesso la
chiave della tua liberazione’ sta
spopolando tra giovani radical chic e alternativi. Anche Allah va
forte, ha capito quanto siano più avanti le donne e ha risolto il
problema alla radice, tagliandole fuori”.
“Io
sono a corto di idee. O meglio, ho solo idee generali da proporti che
vorrei che tu sviluppassi. I nostri centri di ricerca mi hanno
affidato un report che attesta che la principale determinante della
perdita di consensi è la diffusione della scienza e della cultura.
Tuttavia, i nostri analisti hanno individuato grandi sacche di
ignoranza in Africa, Sud America e anche negli Stati Uniti che
potrebbero portarci un vasto numero di adesioni. L'economia
globalizzata e capitalista sembra fare il tifo per noi. Ovviamente va
condannata, in questo modo i poveri verranno a noi. Ancora, ci sono
molti sodomiti di questi tempi. E, viste le nostre scarse adesioni,
andrebbero tirati dentro anche loro. Infine, ti assicuro che la
storia di Onan e del seme sprecato ha smesso di funzionare da tempo,
dunque sappi che puoi sempre giocare la carta del preservativo”.
Rimase silenzioso qualche momento e poi disse, “Hai domande?”.
F., da uomo timorato che era, non se la sentì di chiedere tutto quel
che avrebbe voluto. Sentiva la sua fede svenduta, sminuita, il
progetto al quale aveva dedicato la sua intera vita, ridotto ad una
semplice campagna di marketing volta al futuro. Lui che aveva sempre
creduto che la vita terrena andasse vissuta appieno nella luce del
Signore. Capì che non avrebbe potuto fare nulla e accettò
silenzioso. Dicendo, “Dio che sei tutto, farò la tua volontà”.
Quelli
a lui vicini dissero che ritornò dal viaggio diverso. Era silenzioso
e cupo. Fu a fine novembre che il piano di marketing celestiale fu
messo in atto. F. pubblicò l'esortazione
apostolica 'Evangelii Gaudium'
con cui tracciava il percorso del proprio pontificato nei prossimi
anni.
Amen.
Lettura
consigliata ‘Il Vangelo Secondo Gesù Cristo’ di Saramago. Un
capolavoro della letteratura, meritatissimo premio Nobel.
IT
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