Vita.
Solo quella.
Non c’è altro in questo momento.
In nessun momento.
Noi figli della nostra epoca alla
ricerca di noi stessi, noi stessi dentro ad una scatola, incatenati e
imbavagliati, imprigionati dal tempo, da anni di solitudine e abitudine.
Solo fuoco che brucia.
E fa male.
Ma non importa.
Per il male, il male stesso è bene. La
normalità che non hai scelto. Il sistema che non hanno reputato adatto a
renderti uno schiavo perfetto. Una tattica: noi abbiamo smesso di credere se
non al dolore come marchio di fabbrica.
Questa la parola della nuova scuola.
Noi che la notte sognamo di morire con
uno squarcio sulla gola, imbottiti di Vicodin.
Capito come?
Questi sorrisi e queste lacrime sono come una maledizione addosso.
Noi siamo solo le vittime di ciò che
viviamo ma a differenza degli altri lo percepiamo e lo scriviamo.
Vita, pura vita che si avvicina alla
morte.
Vita,
o Musa,
o unico motivo,
a te sola ci prostriamo
e ci inchiniamo,
alle tue Parche
anche se so che non arriverete mai alla
nostra arte,
a questi ricordi,
a questi poeti maledetti,
anime perse
fra sangue, saliva e bile.
di Enne Effe per la rubrica "LETTERATURA".








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