sabato 31 maggio 2014

FUMETTI: "BIG BANG - Domenico Martino"


(Link al capitolo 2)



di Domenico Martino per la rubrica "FUMETTI".

venerdì 30 maggio 2014

NEWS: "ATTENZIONE CHE ROCCO T'INCU (BEEP) !"











Qualsiasi orientamento politico deducibile dal seguente articolo riflette solo l’opinione del suo autore) .

Ma cosa diav… come caz (beep) è possibile?! Il [..] ha preso il 40% dei voti?” Questa indicativamente la reazione lunedì mattina al mio risveglio, dopo aver letto i risultati ufficiali delle europee. Stavo poi già preparando i bagagli per scappare quando alla mente è tornato il vuoto assoluto del mio conto in banca ed il pranzo a casa di mamma a cui non è possibile mancare: “Valeeee”...”Arrivo ma’, arrivo…jeez”. Decisi quindi di calmarmi un attimo.

Non avendo poi praticamente nulla da fare (mi definirei infatti un NEET atipico: studio ma non studio, lavoro ma non è proprio un lavoro, sono in cerca di qualcosa ma al momento spero di non trovare un bel niente) ho deciso di distrarmi un po’ stilando una piccola classifica delle cose più ridicole che mi sono passate sotto gli occhi durante questa tornata elettorale. Ovviamente l’elenco può essere ampliato ed anzi invito lettori e lettrici a segnalare quanto di più patetico e vergognoso siano stati costretti a sopportare durante questa campagna elettorale che passerà alla storia come la più vuota (ancor più vuota del mio conto in banca, e non credo di esagerare) di tutta la storia repubblicana.
-Voto 10: Giuliano Ferrara che “pippa” della coca (una cosa spassosissima, “godetevelo)
Conciato peggio di un clochard, con occhialoni neri tipo John Belushi nel film “Blues Brothers”, il “simpatico” direttore del Foglio si scatena mimando il gesto di stendere della cocaina su un piatto per poi tirarla su avidamente.
Tanto prima o poi riusciranno a cancellare i contributi pubblici ai quotidiani e allora, caro Giuliano, la coca dovrai comprarla coi tuoi di soldi!

-Voto 9: Rocco Siffredi “animalista” (anche questa è una chicca davvero imperdibile: http://tv.liberoquotidiano.it/video/11617199/La-minaccia-di-Rocco-Siffredi-a.html) Dobbiamo ammettere che questo orgoglio italiano è divenuto famoso nel tempo per i numerosissimi ruoli in cui si è cimentato: ha impersonato infatti il “conquistatore” della Polonia prima, e di Ucraina, USA, etc., etc., poi. Famose, inoltre, le interpretazioni da Oscar di Tarzan (evito di riportare il titolo della pellicola in questione perché non credo sia la sede adatta) e del ricco magnate con villa a cui piace moltissimo la patatina. Così poliedrico e camaleontico, il buon Rocco non poteva certo risparmiarci questo suo messaggio traboccante d’amore per la natura e pregno di profondo significato (e fate attenzione perché se ve lo mette nel culo lui, so’ caz(beep) amari!).

-Voto 8: Pittella (eurodeputato PD) che “parla” (si salvi chi può!) in inglese (se in questo momento siete alle prese con “studi matti e disperatissimi” di lingua, guardate questo video e rincuoratevi: http://video.espresso.repubblica.it/tutti-i-video/gianni-pittella-parla-in-inglese-e-il-video-diventa-virale/2255?ref=fbpe) .

Dobbiamo ammettere che noi italiani non siamo famosi per la capacità di comunicare in altre lingue se non nei nostri dialetti (un livornese probabilmente mi inveirebbe contro dicendo “ma ca' vòi, dè?”). Ma che un eurodeputato non sia in grado di evitare di esprimersi in napoletano stretto anche quando parla in inglese per un comunicato ufficiale, beh, forse è un po' troppo (mi sia permesso un hashtag: #daincubo).

Potrei in realtà continuare ancora un po’ (Grillo che “ingurgita” del Maalox tanto per citare un altro episodio decisamente “pittoresco”, evitando così di essere più offensivo) ma i numerosi impegni giornalieri (passeggiatina rilassante visto il bel sole di oggi, ndr) ed il poco spazio a disposizione mi impediscono di farlo. E nonostante l’amaro in bocca dopo la Waterloo di domenica, devo ammettere di essere estremamente soddisfatto di una cosa: la Zanicchi, Vannoni (quello del metodo Stamina), Cecchi Paone e Mastella non metteranno piede a Bruxelles. “Grazie a Dio, grazie a te” (Rino Gaetano).

di Maste per la rubrica "NEWS DAL FUTURO".  

giovedì 29 maggio 2014

MUSICA: "BRANCHES BARE FEAT. WHY? & DOSE ONE - Hood"





Gli Hood e il loro piccolo capolavoro (Cold House, 2001, anno segnato dall'uscita dell'imponente opera elettro-rock dei Radiohead, Amnesiac, seguito naturale di Kid A) sono un emblema delle tendenze più alternative degli anni 2000. Il rock di matrice lo-fi (come i loro esordi post-punk) si unisce sempre di più con l'elettronica, tramutandosi in un ibrido moderno dalle atmosfere intense e industriali, quasi decadenti nel loro lento incedere. Un album che ha spianato la strada a molti lavori successivi (vedi Neon Golden dei Notwist, Fake French degli El Guapo etc) variando dall'elettronica sofisticata dei Boards Of Canada e degli Autechre sino ad arrivare all'idm, naturalmente senza perdere di vista il genere dei generi, il (post) rock. Il tutto ricoperto da una velata stratificazione hip-hop, perfezionata grazie alla importantissima collaborazione con Dose One e Why?, leader della band cult cLOUDDEAD. Branches Bare è un'apnea di cinque minuti, è una traccia senza passato ne futuro attraversata da loop di pianoforte e un basso funereo, quasi liquido, fotografata in un'immobilità onirica che ricorda i Bark Psychosis. Una piccola goccia in un oceano che lascia senza fiato.

di Mi.Di per la rubrica "MUSICA".


martedì 27 maggio 2014

LETTERATURA: "SALIMA"









Che fine avesse fatto Salima nessuno lo sapeva.
Jack non aveva idea di dove potesse essere e il fatto che Tamer lo “Spirito del Viaggio” la conoscesse ci aveva sconvolto entrambi.
Da quella volta in Italia ne era passato di tempo.
Avevo fatto conoscere a Salima perfino Christine, la mia ragazza di allora, ma non fu un gran successo. Ricordo che la serata finì con Christine completamente ubriaca che andava in giro a chiedere se qualcuno avesse un po’ di cocaina da venderle.
Lei considerava l’Australia un po’ come la terra della trasgressione. Il perché mi è sempre sfuggito. Mi sono fatto mille teorie a riguardo ma nessuna mi convince fino in fondo.
Una cosa posso dire con certezza: era pazza come un cavallo, questo è poco ma sicuro. Tuttavia nel suo lavoro era un'artista nel vero senso della parola.
Sia io, che Jack, e perfino lo Spirito del Viaggio, ci siamo fatti tatuare da lei. Perfino Salima acconsentì.
Era come se quei disegni fossero qualcosa di più di semplici tatuaggi e lei, mio Dio, era una cosa straordinaria quando avevi l’occasione di vederla all’opera: non era brava soltanto ad avere la mano ferma e il tratto delicato ma riusciva come a leggere nella tua mente e a capire ogni minimo dettaglio del disegno che avevi in testa.
E il suo studio era unico. Le luci al neon viola e azzurre, insieme con una potente musica metal, facevano da sfondo all’oscurità delle pareti dipinte di nero che intrappolavano ogni gemito di luce proveniente dai due neon, e nel mezzo della stanza, un lettino e nessuna sedia: Christine tatuava in piedi. Una volta che iniziava non voleva essere disturbata per nessun motivo: sembrava come posseduta da una sorta di demone che le rubava l’anima e la trascinava nei meandri più nascosti della mente umana. A volte si chiudeva perfino dentro a chiave e non esisteva nessun modo per tirarla fuori di lì. I clienti talvolta erano spaventati da questo suo comportamento ma tutti sapevano che se volevano avere il lavoro migliore dovevano andare al “The rabbit hole”.
Quando io e Jack ci presentammo lì con la nostra idea scarabocchiata su un foglio, fummo presi letteralmente alla sprovvista quando ci sentimmo dire da Christine:
<<Potete anche gettarli quei pezzi di carta.>>
Quando ci vide rimanere immobili di fronte al bancone pieno di scritte con un’aria alquanto imbambolata, si fermò davanti a noi e fissandoci, continuò:
<<Non pensavate davvero di essere voi a scegliere il soggetto del vostro tatuaggio, vero?>>
Io e Jack ci guardammo. Le nostre facce dovevano essere veramente allibite.
<<Ok, ragazzi, allora vi spiego. Tutti quelli che vengono a tatuarsi da me sanno che non saranno loro a scegliere i soggetti dei disegni. Qui decido io, punto. Se vi va bene è così altrimenti potete andarvene da un’altra parte. Avete capito? – la nostra risposta non giunse ma lei continuò – Bene. Quando avete deciso fatemelo sapere.>>
Né io né il mio amico avevamo idea che Christine lavorasse in questo modo. Per quanto già la conoscessimo questo particolare ci era completamente sfuggito, o meglio, non ne avevamo mai parlato.
Il negozio stesso in realtà era un’enorme opera d’arte post-moderna. L’arredamento era diverso ad ogni parete e passava da pareti interamente addobbate con pellicce di felini africani a poltrone in stile orientale, copie di vasi della dinastia Ming, maschere mortuarie sudamericane, disegni di teschi, farfalle, fiori e fate. Dietro al banco c’era un muro completamente ricoperto di piercing di ogni genere.
Christine, infatti, non faceva soltanto tatuaggi ma anche piercing, scarificazioni e incisioni. In realtà lasciava per lo più questi compiti alle sue due assistenti, Maria e Dorothy, mentre lei si dedicava completamente all’arte del tatuaggio: in quello studio non aveva mai lasciato impugnare l’ago a nessun altro.
Come una sorta di fissazione si addossava tutta la furia e la trascendenza di quei simboli ed era legata alla sua arte come una farfalla alle sue ali. Il suo corpo d’altronde lo dimostrava senza alcun riservo.
Ciò che invece Christine decise di tatuarmi fu una piccola rosa dei venti. Me la tatuò in corrispondenza esatta del cuore e non volle essere pagata, come del resto da Jack, a cui disegnò semplicemente un cerchio che gli ricalcava la forma della spalla.
Il più bello di tutti, però, fu quello di Salima. Quando uscì dalla stanza scura aveva sulla parte posteriore del collo il disegno di una tigre che, stirandosi, allungava tutto il corpo e mostrava la parte più vulnerabile di sé ad una luna enorme che le stava di fronte e quasi l’avvolgeva con il riflesso del suo bagliore.
Tutto era scritto sulla pelle fin nei minimi particolari.
Anche se nessuno di noi aveva nessun problema morale a farsi tatuare, Salima non volle mai rivelarlo ai suoi genitori.
Questi erano musulmani sunniti ortodossi e non avrebbero mai accettato una cosa del genere.
Ricordo ancora la faccia di Jack quando quella ci raccontò che era stata rinchiusa nel capanno degli attrezzi per quasi due mesi a pane e acqua quando, a sedici anni, aveva detto a suo padre di voler fare il medico. I suoi ricordi erano ancora vivi e la ferita ancora aperta.
Jack l’amava e Salima amava Jack con tutto il cuore ma la vita li aveva portati lontani l’uno dall’altro. Si erano conosciuti in Australia e da allora era nato qualcosa. Io lo so perché Jack è il mio migliore amico. In più erano entrambi medici: chirurgo lui e ortopedico lei; ma mentre il primo lavorava all’ospedale di Perth, lei viaggiava in continuazione, andando a esercitare la sua professione nei campi profughi sparsi per tutto il mondo.
In realtà Salima avrebbe dovuto sposarsi, fare tanti figli, conservare una buona dote e osservare i precetti della brava moglie descritti tanto minuziosamente nel Corano.
O almeno non fare un mestiere da uomo.
Non li perdonò mai per questo.
Eravamo sulla costa pugliese di Otranto quando decise di liberarsi di questo fardello.
Il tramonto le dipingeva un’aura magica intorno alla testa coronata da un velo che aveva lo stesso colore del mare; la sua pelle dorata rifletteva gli ormai tiepidi raggi del sole che intanto stava volgendo il suo sguardo verso altre notti.
Ogni sera per quaranta giorni di fila era stata costretta a subire le visite di suo padre che, con il placito e tacito assenso materno, le chiedeva puntualmente se avesse cambiato idea riguardo i progetti per il suo futuro. Se la risposta era negativa brandiva la verga e la frustava.
Salima amava il suo lavoro come solo poche persone sanno fare.
Quante volte aveva alzato lo sguardo verso il cielo di Baghdad e aveva trovato conforto nella potente e determinata fermezza della luna che da un lato sembrava consolarla e dall’altro punirla con la sua indifferenza, mentre se ne stava a carponi, nuda e tremante per le scudisciate.
La sua schiena ne portava ancora i segni, cicatrici profonde nella carne e nell’anima.
Durante quei giorni Salima giurò a se stessa che mai nessuno le avrebbe portato via il suo futuro.
L’ultima sera che suo padre le fece visita per riportarla in casa di fronte alla famiglia per essere giudicata, la ragazza si fece trovare pronta.
Coperta di pochi stracci ma con un’enorme pala in mano decise che era stanca di attendere nell’oscurità un futuro che non desiderava e così aspettò pazientemente che suo padre aprisse la porta del capanno, ignaro di ciò che sarebbe successo di lì a poco, e lo colpì di sorpresa lasciandolo cadere a terra in un tonfo sordo, privo di sensi.
Era stato facile alla fine.
Ma adesso che era libera cosa avrebbe fatto? Non poteva tornare dalla sua famiglia… Scappare era l’unica soluzione. Ma dove? Come se la sarebbe cavata da quelle parti una ragazza di Baghdad di appena sedici anni?
Tuttavia, sentendo quella storia, o forse ancor di più avvertendo il contrasto di quelle parole con un tramonto tanto placido, Jack si alzò di scatto e, fissando il mare, si incamminò verso il bagnasciuga.
Come chirurgo era abituato a vedere corpi straziati, ma quando si trattava di assimilare esperienze e ricordi, di condividerli e farli propri, provandone l’emozione fino all’ultima goccia, si rivelava alquanto fragile.
Salima allora si alzò e lo raggiunse.
Ciò che si sono detti rimane un mistero.
Da parte mia io avevo trovato una nuova storia da raccontare al mondo.

di Enne Effe per la rubrica "LETTERATURA".

lunedì 26 maggio 2014

CINEMA: "MAPS TO THE STARS - David Cronenberg"









Il nuovo film del canadese Cronenberg ruota attorno alla famiglia Weiss, una famiglia atipica, ma perfetta per l'attenta analisi che ci propone il regista. Il campo d'indagine è il mondo dello spettacolo, degli eccessi, dei soldi a palate e quindi il lato oscuro degli studios hollywoodiani.
Il giovane Benjie Weiss è il classico enfant prodige che si muove alla perfezione dietro ad una macchina da presa ma che fatica a muoversi nella vita di tutti i giorni, complici le forti pressioni psicologiche, complice l'insano atteggiamento dei genitori – sopratutto la madre - che tutelano la loro gemma come veri e propri imprenditori.
Il padre (un perfetto John Cusack) è un essere squallido, un terapista televisivo che si ciba dei problemi della gente – famosa – illudendola con pratiche poco ortodosse di superare grossi problemi e contrasti interiori.
In questo enorme valzer di maschere di cera e fantasmi c'è anche Havana Segrand (una magnifica Julianne Moore) figlia d'arte, attrice inespressa con un pesante fardello da portarsi appresso.
Ad un certo punto della storia entra in scena Agatha (Mia Wasikowska), assunta come assistente personale da Havana Segrand che gira in limousine percorrendo il viale di tutte le grandi stelle di Hollywood, accompagnata da Jerome (Robert Pattinson) uno chaffeur col sogno di diventare attore, ma anche sceneggiatore.
Con l'arrivo di Agatha il mondo degli studios – già incrinato dalla prima inquadratura – va a pezzi e insieme le vite di tutti i componenti della famiglia Weiss e delle figure che ne gravitano intorno.
Cronenberg si dimostra regista cinico e sapiente nel calibrare un dramma moderno con qualche venatura ironica ad allentare la tensione drammatica. La crisi è evidente, l'attesa della fine ci tiene incollati davanti allo schermo, come ipnotizzati da tanta atrocità. Il mondo dello spettacolo messo in scena dal regista è qualcosa di peccaminoso, di corrotto, così tanto da far male solo a guardarlo. Sbirciando da quella fessura che Cronenberg apre e scava per quasi due ore ci rendiamo conto di come normali esseri umani possano cambiare, inaridire, mentire per restare al centro della scena, perché the show must go on.
Molti hanno attaccato il regista canadese, o meglio hanno attaccato gli ultimi dieci anni della sua carriera, solo perché a parer loro, negli ultimi film si è perso lo smalto di un tempo, si è persa la violenza fisica e mentale insita nei suoi primi film, quelli più cerebrali a dir loro.
Ma come si può rimanere indifferenti a History of violence? A tutta quella martoriazione della carne che è anche sangue versato da una nazione, da quell'America folle mai rappresentata così lucidamente dal regista. E come non notare la potenza delle immagini nella Promessa dell'assassino? La scena del bagno turco è quanto di più crudo ci abbia mostrato Cronenberg in tutti questi anni, è un groviglio umano, carne lacerata, spasimi di dolore, contrazioni; e lotta, lotta per sopravvivere. Quindi, sorvolando i pochi commenti negativi, ci esponiamo e possiamo dire con grande calma e sicurezza che sì, Cronenberg è cambiato nettamente rispetto a venti anni fa, ma lo vediamo più come un pregio, un riuscire a rimpastare tutta la sua arte, tutta la sua poetica per dire cose nuove in modi sempre più sorprendenti.

di Elle Bper la rubrica "CINEMA".


venerdì 23 maggio 2014

NEWS: "LO SQUIRTING. INTERVISTA A PAMELA"





Parcheggio il mio SH nello stesso identico posto di sempre e, come ogni sera, scambio due chiacchiere con il ragazzo bengalese che lava i vetri sotto casa – a proposito di Bangladesh, prossimamente uscirà un reportage sulla ‘Banglamafia’, stay tuned. Apro il cancello e poi il portone di casa, pronto a salire le rampe di scale che mi dividono dal meritato ‘collasso sul divano post-lavoro’. Fatta la prima rampa, incrocio una moretta dalla snella figura che se ne va. Seguo il protocollo della cortesia condominiale pronunciando un disinteressato: “Salve”. Cortesia ripagata con la stessa moneta: “Salve”, dice pure lei andandosene. Arrivo finalmente in casa, pronto ad accendere una sigaretta da fumare lentamente, cullato dai suoni psichedelici di una delle mie playlist su Youtube. Mi tolgo la prima scarpa e sto per togliermi la seconda quando il mio coinquilino mi chiama dalla sua stanza con una voce fibrillante. Mi affaccio nella sua camera e lo trovo seduto sul letto. Ha in bocca uno spinello slim e un sorrisone dipinto sul volto – che non ha niente a che vedere con il tetraidrocannabinolo che sta lucidando le sue sinapsi. Probabilmente definirlo un sorrisone è riduttivo. Il tipo è proprio in estasi: sembra aver visto la Madonna o un UFO. Entro in uno stato di inattesa curiosità.

Dopo qualche ulteriore momento di silenzio, decide di calare la maschera e spiegarmi quel suo stato psicofisico. Mi fa: “Hai mica incontrato una tipa per le scale?”, rispondo affermativamente aspettando il prosieguo. Continua dicendo: “Quella tipa è una mia vecchia amica. E’ passata a salutarmi e.. Siamo finiti a letto!”. Sorrido empaticamente dubitando che la storia sia finita lì. Infatti, riprende dicendo: “Siamo finiti a letto e.. Lei.. LEI HA SQUIRTATO!!!”. Scoppio in una fragorosa risata e nella stanza si diffonde un clima da festeggiamenti tipo vittoria del Mondiale!

Per noi maschietti un evento del genere è una sorta di premio. E’ una ricarica all’ego senza precedenti. Una chimera che inseguiamo sulla quale vi sono rumors e leggende urbane di ogni genere – spunta sempre l’amica dell’amico del cugino che può squirtare a comando, dimostrando così la veridicità del teorema dello squirting – che rendono l’esistenza delle squirters un fatto al limite della realtà!

Ispirati da questa esperienza, abbiamo intervistato Pamela, un’esperta ginecologa e amica di famiglia.

ilcARTEllo: Ciao Pamela, come stai? E’ un buon momento per parlare?

PAMELA: Ciao. Va tutto bene grazie. Si sono libera e pronta per la tua intervista.

ilcARTEllo: Ti ho già accennato il tema riguardo al quale vorrei porti delle domande. Dunque, entriamo nel merito della questione. Innanzitutto, quale è il modo corretto o scientifico per definire quello che io comunemente definirei Squirting?

PAMELA: Squirting è il nome colloquiale, probabilmente dovuto alla pornografia, con cui ci si riferisce all’eiaculazione femminile (sghignazza Pamela, ndr).

ilcARTEllo: Bene. Allora, che cosa è l’eiaculazione femminile?

PAMELA: Si tratta di espulsione di un fluido dal condotto parauretrale (o ghiandola di Skene) da parte della donna durante un orgasmo o un atto sessuale. In seguito alla stimolazione interna della vagina, le ghiandole parauretrali presenti nella donna secernono nell'uretra un fluido che poi viene da essa espulso nel corso dell'atto sessuale o in corrispondenza dell'orgasmo. L'eiaculato può essere di due tipi ma, non avendo il fenomeno eiaculatorio in questione niente a che fare con la lubrificazione vaginale femminile, è necessario ricordare che entrambi i fluidi provengono dall’uretra. Il primo è un fluido di consistenza lattiginosa, di colore biancastro, emesso in scarsa quantità che si deposita in corrispondenza dell'imboccatura della vagina; il secondo è un liquido trasparente emesso in quantità più o meno considerevoli con manifestazioni di carattere eiaculatorio più evidente ed "esplosivo", che rassomiglia all'urina. È proprio questo secondo tipo l’eiaculato che ci interessa.

ilcARTEllo: A giudicare dalla tua risposta mi sembra di capire che non sia un fenomeno così raro come comunemente si pensa. E’ così? Come viene spiegato in campo medico?

PAMELA: In realtà devo contraddirti. Si tratta di un fenomeno a proposito del quale non esiste ancora un consenso unanime nella comunità medica e scientifica. La sua esistenza è stata riconosciuta da molti ma, sebbene sia stato accertato che in alcune donne vi sono manifestazioni eiaculatorie straordinarie rispetto ai normali fenomeni di lubrificazione connessi all'eccitazione sessuale, a tutt'oggi manca un consenso scientifico in merito alle modalità dell'eiaculazione stessa. Oltre all’assenza di un giudizio unanime l'eiaculazione femminile è un fenomeno che per quanto visto finora pare interessare una piccola percentuale della popolazione femminile (secondo alcuni dell'ordine del 10%), e gli studi effettuati sino ad ora hanno preso in esame un numero troppo ridotto di casi accertati per poter esprimere un giudizio scientifico ritenuto valido.

ilcARTEllo: Beh, io posso garantire alla comunità scientifica e medica che questo fenomeno esiste! Ne ho le prove! Se dovesse capitarmi posso esultare allegramente e o sono stato solamente fortunato? Tu cosa ne pensi in merito?

PAMELA: Alcune delle mie pazienti hanno avuto esperienze di questo tipo ma l’idea che mi sono fatta è che non dipenda dalla bravura del partner – a questo proposito, penso che le frequenti eiaculazioni nel mondo del porno non siano necessariamente vere – ma piuttosto da caratteristiche fisiche della vagina, che rendono la sua ‘proprietaria’ più o meno predisposta all’eiaculazione. In generale non so darti una risposta certa ma posso quantomeno provare a fugare alcune delle più diffuse leggende urbane. Innanzitutto non è urina come taluni sostengono. Ancora, non è vero che ogni donna è in grado di farlo e che deve semplicemente imparare. Infine, l’evento eiaculatorio non è da considerarsi come un indice di maggior piacere nell’orgasmo della donna.

ilcARTEllo: Grazie mille Pamela per le delucidazioni. A presto.

PAMELA: Grazie a voi. Ah, un ultimo consiglio da mamma e da donna. Non capisco tutto questo fascino per ciò che voi chiamate squirting.. Siete proprio convinti che ne valga la pena di cambiare le lenzuola ogni volta che fate l’amore?
(Noi ovviamente pensiamo di si!)

di IT per la rubrica "NEWS".

giovedì 22 maggio 2014

MUSICA: "YOU CAN'T PUT YOUR ARMS AROUND A MEMORY - Johnny Thunders"



Johnny Thunders è stato una delle più grandi figure del rock, se si osserva tale arte da un punto di vista nichilista e maledetto. Difatti Johnny abbracciò un'etica punk (creata probabilmente da lui, visto che è stato il primo vero punk) che prevedeva uno stile di vita che può essere facilmente riassunto in una frase: meglio morire per vivere che vivere per morire. Alcool, eroina, donne. Johnny è passato da tutto, bruciando veloce come un (anti)eroe decadente, tragico. E l'epilogo, scontato, è quello che conosciamo: trovato morto per overdose (di metadone, addirittura) nella stanza di un albergo di New Orleans, in una solitudine accecante. Solitudine e autodistruzione trasformate in uno status in cui egli stesso si era gettato, senza possibilità di fuga. Una carriera all'insegna del caos, cominciato con l'esperienza glam punk degli scioccanti New York Dolls e terminata con una serie di album solisti decisamente sottovalutati. Sottovalutati perché è grazie a lui che oggi esistono personaggi come Pete Doherty, e nel rock rimane un piccolo lume di furore che non ne vuole sapere di spegnersi. Il più grande mother fucker del rock continua ad allungare le sue mani maledette e voraci di conoscenza, di esperienza, verso il mondo, con un'eredità che è divenuta leggenda.

di Mi.Di per la rubrica "MUSICA".

martedì 20 maggio 2014

LETTERATURA: "LA RONDINE FUGGITA DAL PARADISO - Hyok Kang"





La Corea del Nord è espressione di una delle più feroci dittature mai esistite nella storia. Una dittatura di stampo stalinista, che è riuscita a fermare il tempo, vivendo in un isolamento totale che perdura fino ai giorni nostri. Questo libro, edito nel 2008, fa capire in maniera esemplare il terrore instillato dal “caro Leader” e dai suoi seguaci nei confronti di una popolazione inerme e ridotta alla fame; a raccontare il tutto è uno dei fuggitivi del paese, Hyok Kang (in realtà uno pseudonimo) che riesce, attraverso un linguaggio semplice e scorrevole, a emozionare il lettore e a fargli comprendere gli orrori che attraversano questa nazione. Un territorio ove tutto è egemonizzato dal partito comunista, dove i bambini sono di fatto istruiti alla futura leva militare fin da subito, e dove la cultura del sospetto regna sovrana; gli abitanti vengono di fatto incentivati a denunciare i propri simili, al fine di stroncare sul nascere e ad inibire qualsivoglia forma di protesta. In realtà sono ben pochi quelli che in Corea del Nord mettono in dubbio la parola di Kim, la propaganda nordcoreana è talmente pervasiva e talmente efficace da aver fatto apprendere alla popolazione una visione ben diversa della storia: secondo i libri di testo nordcoreani, i Giapponesi e gli Americani furono alleati durante la seconda guerra mondiale, mentre la guerra di Corea risulta scatenata dai “maledetti sudisti” e non, come ben sappiamo, dal caro Leader. Tutti questi fattori, e tutti gli eventi che hanno percorso la sua infanzia, sono descritti dall'autore nei minimi particolari, e riescono a colpire come un pugno allo stomaco il lettore in diversi frangenti. Particolarmente avvincente la descrizione minuziosa della grande crisi che colpì il paese nel 1995, che porterà la Nord Corea quasi sull'orlo del collasso e ridurrà allo stremo gran parte della popolazione a causa della denutrizione e della miseria. Allo stesso modo, particolarmente commovente risulta il racconto della prigionia del padre: in Corea del Nord finire in un campo di concentramento è quasi sempre garanzia di morte, ma il padre di Hyok riuscì miracolosamente a cavarsela scappando in Cina dove capì tutte le menzogne che il regime comunista raccontava al popolo. Una fuga che porterà il padre di Hyok a pianificare di andarsene con tutta la famiglia verso la nuova terra promessa, dove “ anche i poveri mangiano riso”. Un progetto che andrà in porto e che occuperà tutta la seconda parte del racconto: l'arrivo in terra cinese rappresenta per Hyok una benedizione ma anche una maledizione, significa vivere da clandestini, sotto mentite spoglie, con il rischio di essere catturati dalla polizia in qualsiasi momento e rispedito in Corea, dove li attenderebbe la condanna a morte. Una cattura che puntualmente avverrà, ma i nostri riusciranno a cavarsela anche in questa situazione. Da lì, la decisione di rifugiarsi in Corea del Sud, passando per Laos e Cambogia: una marcia estenuante che però avrà un lieto fine, con Hyok e famiglia che riusciranno a iniziare una nuova vita. Questo libro è assolutamente da leggere, fa capire molte cose di un paese di cui il mondo sa ancora ben poco. Aiuta il lettore a capire come in circolazione vi siano ancora regimi terribili, ove la democrazia non ha attecchito, e che continuano ad esistere nel disinteresse delle grandi potenze mondiali. Una situazione inaccettabile che non accenna a cambiare, di cui tuttora non si riesce a vedere una fine. Un libro di facile comprensione, che può essere letto da chiunque, assolutamente imperdibile. Per capire che nel mondo esistono ancora situazioni incresciose, che non possono ancora passare sotto silenzio.

di Tommy per la rubrica "LETTERATURA".

lunedì 19 maggio 2014

CINEMA: "TOM A' LA FERME - Xavier Dolan"




L’anno scorso alla settantesima Mostra del Cinema di Venezia, tra i tanti bei film in concorso, c’era anche questo Tom à la ferme del giovanissimo regista canadese, film che non ha ancora avuto una distribuzione nazionale ma che ho potuto apprezzare al FlorenceQueerFestival dello scorso novembre. Xavier Dolan ha appena venticinque anni ma conta già al suo attivo quattro lungometraggi (il quinto è in arrivo) dei quali è regista, sceneggiatore ed attore protagonista.  A soli diciannove anni esordisce alla regia con J’ai tué ma mère, presentato a Cannes 2009, film che faceva già presagire un grande talento (per poterlo vedere ho dovuto mettere a dura prova il mio scolastico francese). Se quello era un buon film, questo è senza dubbio un grandissimo film.

Tom à la ferme parla innanzitutto di omosessualità, come tutti i film di Dolan, del resto. In realtà è quanto di più distante possa esserci da un film a tema o da un film politico. L’omosessualità è solamente uno dei tanti elementi di un racconto che sfugge ad ogni catalogazione di genere, ma che anzi, questi generi, li fonde per dar corpo ad una sorta di ibrido. Spiazzante per come passa dal thriller al noir senza apparente soluzione di continuità, regalandoci scene di grande intensità e commozione. Troppo ambiguo? Troppo torbido? Signori, è la realtà.

Il giovane Tom sta recandosi dalla città alla campagna per assistere al funerale di Guillaume, il suo grande amore scomparso. Arrivato alla fattoria della famiglia di Guillaume (che lui non ha mai conosciuto) si rende presto conto che lì nessuno lo stava aspettando, ignari come sono dell’identità omosessuale del figlio. Anzi, la madre attendeva speranzosa l’arrivo della ragazza di cui suo figlio le aveva parlato. Combattuto tra il desiderio di rivelare la vera natura di Guillaume e del loro rapporto e la necessità di non sconvolgere ulteriormente la madre già distrutta dalla morte del figlio, Tom si scontrerà, indirettamente, con l’omertà e l’ipocrisia di un’intera comunità e, direttamente, con il fratello maggiore di Guillaume che, avendo intuito la vera identità dell’ospite, cercherà in ogni modo di impedirgli di svelare il segreto, di pronunciare quelle parole che sono poi l’unica cosa che ancora lega Tom al suo grande amore perduto. Un legame che, forse inconsciamente forse no, andrà a ricercare nel fratello.

Dolan mette in scena l’incomprensibile ed imprevedibile tumulto delle emozioni, la forza irrazionale della passione, l’amore che va al di la di ogni cosa; e lo fa con tale onestà e tale sentimento che non può che coinvolgerci tutti.

di Diccì per la rubrica "CINEMA".


sabato 17 maggio 2014

FUMETTI: "BIG BANG - Domenico Martino"

(Link al capitolo 1)


di Domenico Martino per la rubrica "FUMETTI".

venerdì 16 maggio 2014

NEWS: "RICCHI SEMPRE PIU' RICCHI. "IT'S THE ECONOMY, STUPID!""





E’ nata una nuova “superstar” tra gli economisti. Curioso è che non si tratti di qualche “capoccione” del MIT o di Harvard, ma di un francese noto più per le sue percosse alla ex-moglie, ora attuale ministro della cultura francese, che per i risultati accademici conseguiti. Almeno fino ad ora. Il suo nome è Thomas Piketty, studioso del vecchio continente che ha letteralmente conquistato il mondo accademico ed il dibattito economico come non accadeva dagli anni di Keyens. Le Capital au XXIe Siécle, sta facendo su Amazon vera e propria incetta di prenotazioni e l’autorevole The Economist ironizza sulla sua fama con un articolo dal titolo “Bigger than Marx”.
Ed è proprio prendendo spunto da Marx e dalla sua tesi di un accumulo infinito del capitale che Piketty “narra” di una “storia” dal potere quasi rivoluzionario. Nell’opera infatti, con tanto di dati e formule alla mano, lo studioso giunge a provare come nei sistemi capitalistici moderni per una legge “meccanica”, quasi “di natura”, i ricchi stiano divenendo, e diventeranno, sempre più ricchi. La disuguaglianza sociale continuerà inesorabile ad aumentare e i valori di giustizia sociale su cui poggiano le società democratiche saranno in futuro seriamente minacciati. Il meccanismo descritto dall’economista francese sembra poi talmente invincibile che i critici più liberisti hanno semplicemente concluso come, nel mondo di Piketty, i capitalisti non debbano sentirsi troppo in colpa. Non dipende da loro se diventano sempre più ricchi, “it’s the economy, stupid”.
Per spiegare in parole povere cosa sta accadendo, secondo il teorico francese il ritmo di crescita della produzione industriale (sintesi del concetto di “economia reale”) nel lungo periodo non supera mai in maniera significativa un valore annuo pari a 1-1.5% in termini reali. E a fronte di un aumento del PIL intrinsecamente debole, il rendimento dei capitali finanziari e patrimoniali corre molto più rapidamente:
"La rendita media del capitale è del 4-5% all'anno […].Di conseguenza, come nella prima fase del capitalismo ottocentesco, oggi il rendimento del capitale è più elevato della tasso di crescita. E questa situazione scava sempre di più le disuguaglianze patrimoniali. Il capitale si riproduce da solo molto più rapidamente della crescita economica, e i ricchi diventano sempre più ricchi".
In passato, un altro economista ci aveva invece convinto del contrario. Simon Kuznets sosteneva, infatti, come il divario tra classi abbienti e meno abbienti tenda a ridursi durante le fasi di sviluppo economico. A sostegno di una tale tesi, lo studioso faceva notare come dal 1913 al 1948 la quota del reddito prodotto facente capo al segmento della popolazione USA più abbiente era diminuita di circa il 10%. Controbatte, invece, Piketty propugnando come il vero motivo trainante quella redistribuzione siano state le due guerre mondiali, fenomeni traumatici e veri “bilanciatori” della differenza tra ricchi e poveri di quel periodo.
Evidente è quindi come venga colpita al cuore quell’ipotesi di autoregolazione del sistema economico, spesso bandiera dei sostenitori del libero mercato a tutti i costi e in tutte le occasioni:
"Non esistono soluzioni naturali. Il sistema da solo non riduce le disuguaglianze. L'errore dei liberali è di credere che la crescita da sola possa risolvere ogni problema, favorendo la mobilità sociale. In realtà non è così. Le disuguaglianze restano e anzi si accentuano.”
Torna quindi a bussare (o almeno dovrebbe farlo) prepotentemente alla porta “Politica” per riappropriarsi del suo primato sull’economia ad oggi perduto:
"Il mercato e la proprietà privata hanno certamente molti aspetti positivi, sono la fonte della ricchezza e dello sviluppo, ma non conoscono né limiti né morale. Tocca alla politica riequilibrare un sistema che rischia di rimettere in discussione i nostri valori democratici e di uguaglianza.”

Dal Financial Times fanno però notare che Piketty ci ha spiegato tutto tranne perché la disuguaglianza è così disdicevole. Il filosofo John Rawls sosteneva infatti che un certo tasso di disuguaglianza fosse accettabile purché ne traessero beneficio anche gli ultimi della scala sociale (e mi aggiungo a coloro che appoggiano tale visione). Su questo ammetto ci possa esser da ridire, ma di sicuro le teorie dell’economista francese sono arrivate al momento giusto: dopo sette anni di crisi, in tutto il mondo gli economisti tirano un sospiro di sollievo. Finalmente c’è una nuova narrazione che spiega cosa sta accadendo: i ricchi che si arricchiscono, i politici che non fanno abbastanza politiche re-distributive, gli imprenditori che non investono nell’economia reale, le banche che non prestano perché meno profittevole. E sono tutti assolti.

di Maste per la rubrica "NEWS DAL FUTURO".

martedì 13 maggio 2014

LETTERATURA: "IN VINO VERITAS"





Ero in una delle peggiori baracche sputa alcool della zona. Entrando sentii come un odore di marcio, un odore di sangue e sudore, ma non mi scoraggiai e tirai dritto fino al bancone.
Alla mia destra un vecchio canuto mi scrutava quasi fossi un alieno. Continuava a fissarmi e alternava occhiatacce a sputi a ripetizione centrando il più delle volte una sputacchiera sotto il bancone.
“Esistono ancora?” chiesi all'uomo.
“........”.
“Pensavo esistessero solo nei vecchi film. In quei western in cui la vita è tutta sputi e pallottole”.
“..........”.
Troncai la conversazione. Mi sembrava di essere stupido insistendo in quella conversazione surreale. Ordinai un bicchiere di vino.
“Rosso o bianco?”.
“Rosso” risposi frettolosamente.
“Che tipo di rosso preferisce?” chiese il barista.
“Qualsiasi...purché nobiliti il mio animo”.
“Allora ho quello che ci vuole” rispose con un sorrisetto che sembrò sfumare nel diabolico.
In verità ero un grande intenditore di vini, ma quando varcavo quella soglia, avvolto dal buio della notte, non facevo grandi distinzioni, mi scollegavo completamente dal mondo reale, dal mio lavoro, entravo in quel Paradiso Inferno che distillava il mio spirito rendendolo forte, ma allo stesso tempo mi riduceva a una pezza da piedi. Mi infischiavo di tutto ciò. Giudizio della gente? Puah, roba da benpensanti.
Al secondo bicchiere incrociai gli occhi di una mora niente male. Mi superò dopo una rapida occhiata come se niente fosse, come se fossi un fantasma. Volevo maledire la sua sagoma che si allontanava lentamente; ma la guardai ancheggiare fino all'ultimo tavolo del locale.
Guardandomi intorno vidi che non ero messo poi così male. Casi umani dalla a alla z si aggiravano silenziosi come lucertole. Mi immaginai ciascuno di loro con un enorme peso da portare appresso.
Il vecchio che sputava aveva un enorme zaino da campeggiatore che reggeva a malapena; dentro probabilmente portava tutti i suoi peccati, tutti i suoi segreti, e così tutti gli altri. Il più curioso era un uomo sulla quarantina che annaspava a destra e a sinistra con una sorta di carriola. Sembrava pesantissima, cercai di guardare più a fondo e pensai che fosse ricolma di ingordigia, ma forse fu solo una facile deduzione, vista l'enorme pancia che si portava dietro
Avrei voluto saper scrivere. Tutte quelle occasioni, tutti quei soggetti che albergavano all'interno delle mie sortite notturne. Michele il pazzo, che aveva così tanti tic da poterli catalogare. Gianni il ladro. Ah, Gianni era il mio preferito. Era un ladro caritatevole, rubava ai ricchi, ma non per dare ai poveri, solamente per allargare il suo portafogli. Che stupendo personaggio sarebbe stato per un romanzo. Un ladro che per derubare i ricchi affitta di volta in volta uno smoking che lo trasformi in un perfetto gentleman, un ladro in borghese, rasato e ripulito dalla testa ai piedi che si impegnava nell'arduo compito di riequilibrare gli squilibri sociali, o almeno i suoi.
Dopo il quarto bicchiere sentii che avevo bisogno di una donna. Uscivo spesso da solo, ma cercavo sempre un po' di compagnia, cercavo una donna che mi potesse far sentire meno solo, che mi potesse far sentire un vincitore in un mondo di sconfitti, almeno per una notte.
Mi guardai intorno. Niente di niente. Esclusa la mora che mi aveva snobbato rimaneva soltanto Barbara, una signora minuta che setacciava tutti i bar della zona per ore ed ore. Se ne stava zitta a guardare, a muovere la testa verso ogni dove, sembrava aspettare qualcosa. Farfugliava parole senza senso di giorno in giorno. Solo dopo anni scoprii da un ragazzo che la piccola Barbara aspettava il marito. Un marito morto, chiuso in un ricordo che aveva perpetuato all'infinito, perdendosi al suo interno, in quel labirinto di dolore che la faceva illudere che prima o poi sarebbe arrivato, che prima o poi sarebbe tornato, e tutto si sarebbe finalmente aggiustato. Non successe mai. Barbara stette diciannove anni ad aspettare, senza rendersi conto che accanto a lei il mondo continuava a cambiare, la ruota continuava a girare. Quando andavo in collera sputavo ai quattro venti offese e calunnie di ogni tipo. La più gettonata rimaneva sempre: “Diventerai come Barbara, sì, spero proprio ti succeda lo stesso”. In verità, da lucido, riflettevo sempre sulle mie parole e mi rendevo conto che nessuno si sarebbe meritato tanto, nemmeno il mio peggior nemico. Ma l'alcool spesso mi faceva dire cose che non pensavo; sì era l'alcool il motore di tutto.
Dopo il sesto bicchiere una zanzara cominciò a girarmi intorno, volteggiava qua e la quasi in segno di sfida. La guardai. Le lanciai un'occhiata da pistolero. Se ne andò come intimorita dal mio atteggiamento; ma probabilmente aveva capito che il mio sangue era guasto, come la mia vita. Continuai a sorseggiare il bicchiere di vino pensando che se l'era data a gambe per via dello sguardo da pistolero.
I bicchieri di vino si ammassavano uno dietro l'altro alzando la temperatura piano piano.
Il calore, lo stordimento da alcool, le immagini di tutti quei bagagli che la gente si portava appresso mi fecero pensare di essere all'Inferno. Ecco spiegato l'odore di sangue e sudore.
Non potevo crederci, ero morto e non me n'ero reso conto? No, non poteva essere reale, niente di tutto quello poteva essere reale. Mi alzai un po' scosso. Il nono bicchiere mi aveva steso.
Andando in bagno urtai diversi tavoli sulla mia strada. Entrando mi guardai allo specchio. Un morto vivente. Come ero potuto arrivare a tanto? Ero verde, o forse giallo, non distinguevo bene le sfumature che mi aveva lasciato l'alcool addosso dopo tutti quegli anni. La vescica iniziò a chiedere pietà. Entrai in uno dei bagni. Sbattei contro la porta.
“Un po' sbronzo eh!?” disse una voce dal bagno accanto.
“Più morto che vivo”.
“E' il compromesso giusto. La sera leoni e la mattina dopo coglioni, no?”.
“Più o meno”.
“Mi stai simpatico”.
“Ma se non ci vediamo nemmeno”.
“Sì è vero, ma a pelle...”.
“Qui di pelle ne vedo tanta...ma nella mia mano...”.
“Vedi che avevo ragione. Dai confidenza agli sconosciuti. Sei uno a posto”.
“Ok, amico. Stasera crederò a tutto ciò che mi dirai. Quindi sì, sono a posto e ho anche un certo senso dell'umorismo” risposi abbottonandomi i pantaloni.
Mi misi a sedere sulla tazza del cesso. Ero troppo sbronzo, dovevo riprendermi qualche minuto.
“Ehi amico, sei ancora lì?” chiese la voce.
“Certo amico. Ti sento forte e chiaro e tu?”.
“Certo che ti sento, ho fatto io la prima domanda”.
“Scherzavo amico, scherzavo. Non è che questo che si fa fra amici?”.
“Puoi dirlo forte. Avrei pagato per avere amici come te”.
“Cazzo amico così mi commuovi”.
“Piangi pure, tanto da qui non ti vedo”.
“Ci sarebbe davvero da piangere, ma preferisco bere”.
“Una massima di tutto. Se a casa non mi è passata di mente giuro che la scrivo”.
“Bravo, diffondi il verbo, che magari creiamo un esercito di nottambuli”.
“Sei forte amico, se anche Alfredo fosse stato così accondiscendente...”.
“Chi cazzo è Alfedo?” chiesi a botta sicura.
“Era il mio migliore amico”.
“E ora?”.
“Abbiamo avuto una feroce discussione e ora non c'è più”.
“Gli amici vanno e vengono”.
“Sì, ma lui non tornerà più...”.
“Morto un Papa se ne fa un altro”.
“E' vero, ma non potrò mai scordare tutto quel sangue, quegli urli”.
“Oh cazzo amico, l'hai fatta grossa”.
“Ormai sono passati anni. Tutto perché non mi dette ragione. Se tutti fossero accondiscendenti come te. Se almeno Alfredo lo fosse stato...”.
“Ti capisco, ti capisco, anche io voglio sempre avere ragione. Ora ti saluto. E' stato un piacere amico. Non presentiamoci, rimaniamo così, nell'oscurità di una pisciata in compagnia, almeno questo ricordo rimarrà immacolato. Ti saluto amico”.
“......”.
Sentii dei singhiozzi, o almeno è quello che ricordo. Uscendo dal bagno fui punto da una zanzara.
Mi resi conto di essere ancora nel mondo dei vivi. Avevo sentito dolore. Ero vivo.
Andando al bancone ordinai il decimo bicchiere di vino, lo iniziai a sorseggiare lentamente e il rosso liquido divino mi fece capire molte cose. Era il vino che mi aveva salvato. Da sobrio avrei trattato quello sconosciuto frettolosamente, lo avrei liquidato in pochi secondi e probabilmente sarei finito morto stecchito in quel bagno. Sì, il vino mi aveva salvato. Presi il cellulare e chiamai gli sbirri. Non ero un infame, ma in quel momento mi sembrò la cosa giusta da fare.
Uscendo pensai al peso che mi trascinavo dietro, ai miei fallimenti che non sarebbero entrati neanche in una cisterna enorme, sarebbero straboccati da ogni parte. Ripensai alla mia vita, ma questa è un'altra storia.

di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA".

lunedì 12 maggio 2014

CINEMA: "LOCKE - Steven Knight"

Siamo in una macchina, e ci rimarremo per il resto del viaggio.
Ivan Locke (uno straordinario Tom Hardy) è al volante, guida come un ossesso verso una meta inizialmente a noi ignota. Inizialmente, perché durante il viaggio le carte verranno svelate. Locke è un ingegnere, lavora a stretto contatto col cemento, ha una famiglia apparentemente felice, due figli e una moglie che lo aspettano a casa per la partita. Ogni telefonata fatta o ricevuta da Ivan ci svela tasselli della storia: tensione, sentimenti contrastanti e fantasmi che ritornano si ammassano l'uno sopra l'altro chilometro dopo chilometro, costruendo un palazzo di incertezze pronto a crollare. Come il lavoro di Ivan  la più grande colata di cemento della storia – che rischia di andare a puttane perché Ivan non può più aspettare. A Londra c'è un bambino in procinto di nascere, il figlio nato da un errore – come ripeterà più volte il protagonista – durato una sola notte, consumato con un'amante che non ama. Anche il cemento non può aspettare, ci sono milioni in ballo, quindi Locke deve coordinare l'operazione al telefono, non può tirarsi indietro, non quando si tratta di cemento, non quando si tratta della sua vita.
Steven Knight, regista di talento, ma sopratutto sceneggiatore intelligentissimo (La promessa dell'assassino) mette in scena un dramma claustrofobico, che a differenza di Buried  suo predecessore nel genere – oltre che per la sapienza registica si distingue per una storia che sa emozionare, merito della grandissima performance di Tom Hardy, che per 80 minuti ci tiene incollati allo schermo, allacciati alla sua cintura, in attesa di scoprire i tanti perché della storia.
Ivan Locke è come in un confessionale, ci svela le sue inquietudini e combatte col fantasma di un padre che lo ha abbandonato, ma lui no, lui ha cercato di ripulire il nome dei Locke, lui sarà presente per il suo nuovo figlio  anche se nato da uno sbaglio – a costo di perdere il lavoro, a costo di perdere la sua vecchia vita, che minuto dopo minuto si incrina e scricchiola come le fondamenta di un palazzo costruito male; ma Ivan, uomo solido come il cemento che tanto adora, continuerà la sua corsa, guardando dritto davanti a sé.

di Elle Bi per la rubrica "CINEMA".

sabato 10 maggio 2014

ARTE: "CORNICE - Elle Bi"



di Elle Bi per la rubrica "ARTE".

venerdì 9 maggio 2014

NEWS: "IO STAVO COL LIBBANESEEE"




Era un giovedì. Avevo appena finito di lavorare dopo una giornata a metà tra l’intenso e il noioso. Guidavo verso casa mentre il traffico di Roma intorno a me impazziva in un ruggito di smog. Per non pensare a quel caos in stile ora di punta a Bangkok, ascoltavo un po’ di sano rock da una cuffia infilata sotto il casco. Arrivato all’altezza di piazza della Repubblica e superata la fontana al centro di questa – con connessa attivazione della modalità di guida ‘occhio al Sanpietrino’ – un capannello di persone catturò la mia attenzione. C’erano uno stand, delle luci colorate e cartelloni con su stampate le facce di alcuni brutti ceffi. Poi finalmente lessi la maxi scritta e capii di cosa si trattava: era la presentazione ufficiale di Gomorra – La Serie. Inorridito riaccesi il motorino e diedi gas. Una serie di pensieri si erano accumulati confusamente nella mia testa e non riuscii a dargli forma fino a qualche giorno dopo quando, durante una conversazione sull’argomento, esclamai epifanicamente: “Ma cosa stanno facendo alla nostra povera Italia?!”.

 La serie conterà ben 12 puntate di un’ora ciascuna. Sky ambisce, con la sua seconda serie lunga, a replicare il successo ottenuto con Romanzo criminale sia in Italia che all’estero – il progetto è già stato venduto alla tv statunitense TWC che pensa ad un remake dal titolo Gomorrah. La regia è stata per questo affidata a Sollima, collaudato regista di Romanzo criminale. Il cast, come già fatto da Matteo Garrone, utilizza un mix di attori professionisti e altri presi dalla strada ed ha già ricevuto svariate recensioni positive. Infine, come si evince anche dal trailer, alla stesura dei copioni ha partecipato nientepopòdimenoche Roberto Saviano – probabilmente in skype-call mentre saltava da una funivia all’altra per fare perdere le proprie tracce.
 
Alla luce di questa breve intro, l’italiano medio starà pensando: “Ma non ci rompere i coglioni e lasciaci vedere ‘sta serie in santa pace!”. Anche io, alcuni giorni, sogno di essere te mio caro italiano medio ma non questa volta. Perché non devi vedere questa serie e perché avevi diritto a vedere Romanzo criminale? Ti dico i primi tre motivi che mi vengono in mente.

  • Artisticamente parlando, la scena italiana è cristallizzata in una sorta di paralisi da tanto, troppo tempo. E, per ovviare a questo problema, si vende l’usato garantito con monetizzazione certa: gli stereotipi italiani. Pizza e mandolino, autoironia sull’italiano all’estero (penso immediatamente a Paolo Ruffini – bello mio, ma non potevi restare a Livorno a doppiare James Bond invece di fare quelle cahate di film?!) e l’immancabile criminalità organizzata. Inutile precisare che Gomorra – La Serie appartiene all’ultima categoria. Tuttavia, il problema è questa volta amplificato dal fatto che si vanno a rievocare, ed ulteriormente sviscerare, un libro e un film che hanno avuto fama mondiale – milioni di copie vendute ovunque nel mondo per il primo e il premio della giuria di Cannes al secondo – e che, sebbene abbiano attirato l'attenzione internazionale sul problema della camorra, hanno collateralmente fatto male al Bel Paese ingigantendo oltre misura il fenomeno della mafie. Non credo che sia quello che ci vuole all'Italia e, in particolare, non credo che sia quello che ci vuole al povero popolo napoletano e più in generale al sud Italia. Non sorprende il fatto che a Napoli abbiano più volte provato ad impedire le riprese della serie – che, chissà perché, non è stata girata a Scampia – e che siano spuntati cartelloni di protesta a giro per la città con su scritto “Gomorra su Sky per l’interesse di pochi… altra “MERDA” sul popolo napoletano … e la politica se ne frega! VERGOGNATEVI TUTTI!”.
  • Romanzo criminale parlava di un passato recente ma sufficientemente lontano per non poter fare male. La Banda della Magliana terrorizzava Roma, nell’ambizioso tentativo di “provare a pijarsela come mai nessuno aveva fatto prima”, a cavallo tra gli anni ’70 e ’80. Inoltre si fa esplicito riferimento alla collusione dello Stato con la criminalità organizzata – collusione ovviamente morta e sepolta a quell’epoca, con successiva cancellazione di ogni numero dalla rubrica da parte dello Stato! Dunque, vi è una verosimile prospettiva storica e un’indiretta condanna dello Stato degli anni di piombo. Gomorra invece parla di una guerra in corso. Parla di giovani senza speranza che hanno la sola colpa di essere di Scampia (o di Napoli, spesso fa lo stesso) per essere additati come ‘camorristi’.
  • Dulcis in fundo, questo show non s'ha da fare perché mi ricordo bene di come Romanzo criminale comportò una smisurata eroizzazione dei suoi personaggi. C’era sempre un Dandy o un Freddo di turno. A volte c’era addirittura chi s’accontentava di esser Scrocchiazeppi, sognando le cosce della calda e adultera moglie di questo – ovviamente c’era anche chi si beccava la tipica offesa “Aò, statte zitto Ranocchia!”. Eravamo sempre pronti a sfoggiare un accento romano e a fare battute ispirate all'ultimo episodio. I nostri stereo si erano riempiti di canzoni italiane datate pure per i nostri genitori come ‘Tutto il resto è noia’ e ‘Lilly’. A quanto pare, a Roma in particolare, il fenomeno ebbe un impatto ben più consistente sui più giovani che, sempre per imitare la serie, andavano a scuola con un coltellino nel taschino come se niente fosse. Dunque, alla luce di quanto sopra mi chiedo, si vuole veramente eroizzare dei camorristi in guerra per il dominio del mercato nero?
La serie è già iniziata, quindi mio caro italiano medio, a meno che tu non decida di ascoltarmi, non serviranno a molto. Posso solo immaginare che, se anche questa serie sarà un successo, le ricerche di mercato di Sky porteranno a fare una serie su Genny ‘a Carogna (tra l’altro uno dei personaggi principali de La Serie, si chiama proprio Genny) e un reality show su Fabri Fibra che si picchia con Vacca. Mi raccomando non perderteli!
Io stavo col Libanese, e penso che ci rimarrò.

di IT per la rubrica "NEWS".

giovedì 8 maggio 2014

MUSICA: "FUCK OFF GET FREE WE POUR LIGHT ON EVERYTHING - Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra"



Dico subito una cosa: questi sono 50 minuti (circa) scioccanti, stupefacenti, quasi indimenticabili. E’ difatti con immenso stupore che termino l’ascolto del nuovo album dei Thee Silver, quasi mi fossi dimenticato le loro origini prestigiose. Difatti il gruppo è un progetto parallelo dei Goodspeed You! Black Emperor, band che a cavallo tra gli anni novanta e duemila ha sfornato diversi capolavori del post rock (se così si può definire), sfiorando la perfezione dei Mogwai e in alcuni casi andando anche oltre. Una perfezione calma ed oscura, una perfezione prevalentemente sfuggevole. Sì, proprio così. Se dovessi trovare un aggettivo per descrivere il gruppo canadese, userei proprio questo, sfuggevoli. Sfuggevoli perché lasciano sempre interdetti, stupiscono sempre, e difficilmente si riesce a capirli al primo ascolto. C’è sempre qualcosa che (s)fugge tra le loro note, confondendo critici e non solo. Non hanno un genere, e neanche vogliono averlo. Post-rock, progressive, noise? Hyper-blues, punk-ambient, cosa sono? Ma alla fin fine cosa importa? Perché cercare di classificare l’arte? Perché cercare di dare un senso a tutto? Quando cominciai a scrivere recensioni musicali per il cARTEllo avevo alcuni dubbi, non ero proprio convinto. I dubbi erano morali, da vero amante della musica e di tutte le arti. Erano i dubbi di chi odia i critici, e chi cerca di etichettare qualsiasi cosa. Erano i dubbi di chi odia l’ordine delle hit e delle classifiche a favore del caos disordinato dell’underground, di chi se ne sbatte di avere un ottimo voto sulle riviste e pensa solo a produrre ottima arte. Dubbi anche derivanti dalla paura, paura di diventare appunto ciò che odio, un critico. E, quando ascolto album del genere, i dubbi tornano. Perché tutto ciò è inclassificabile, trasparente, si può dire che questa sia musica proveniente dall’anima. Anima, quanto di più sfuggevole esista. Musica dal peso specifico di 21 grammi, musica intangibile. E così viene quasi voglia di non parlarne, solo di ascoltarla. Potrei scrivere di Fuck Of Get Free, stupenda suite che si scatena per otto minuti per poi attorcigliarsi su una conclusione che ricorda i PIxies più scatenati. Potrei scrivere di Austerity Blues, un rock di matrice blues che li avvicina a dei Led Zeppelin degli anni 2000, oppure del furore di Take Away These Early Grave Blues ( una traccia che spazza via ogni atomo di calma quotidiana). E che dire della stupenda Little Ones Run, che arriva dopo mezz’ora di pura adrenalina a portare un piccolo senso di pace, pace che è solo apparente nella successiva What We Loved Was Not Enough, monumentale riassunto di un epoca marchiata alt-rock. Infine tutto si conclude con Rains Thru The Roof Of The Grand Ballroom, psicotica, psichedelica e noise, toccante come un addio. Addio che si compie con la fine della stessa. Potrei stare altre due o tre pagine a parlare di questo album, tentando di dare un senso a questo miscuglio di generi, a questo capolavoro inaspettato che spunta improvviso candidandosi come miglior album del 2014. Ma cerco di essere coerente e non lo faccio, mi sto già sentendo troppo critico e come detto prima ciò mi spaventa. Resto all’iniziale senso di stupore che mi ha lasciato quest’opera e mi affido a gruppi come i Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra, che fortunatamente continuano a emozionare (sfuggendo alle classificazioni). Nella vita c’è chi critica e chi viene criticato. Io sarò sempre dalla parte dei secondi. Buon ascolto.

di Mi.Di per la rubrica "MUSICA".