giovedì 10 luglio 2014

MUSICA: "MASSIVE ATTACK @ HYDROGEN FESTIVAL"


La borsa che crolla, la borsa che sale. Ansia di inizio millennio, attentati terroristici, attentati finanziari, attentati familiari, caos e disordini, pubblicità e supermarket. TV, indici di ascolto, messaggi subliminali, la guerra in Iraq, la guerra in Afghanistan. Guerre sociali, guerre religiose, il nuovo vestito della star, disinformazione, tg fasulli. Adidas, Nike, Mcdonald, Visa, Mastercard, Sony, Samsung, Mercedes. Vivi per comprare. Compra per sprecare. I nuovi media. La lobotomia di Facebook. Bush, Obama. Sconti e furti, omicidi in diretta, crisi fin(ansia)rie, lo spread umano. I Massive Attack sono questo e molto altro. Un attacco mastodontico a tutto quello (di sbagliato) che si muove attorno alla nostra società, gravitando all'interno delle TV e dei nostri pensieri collettivi. Una sorta di presa di coscienza musicale, che spazia tra i generi e gli argomenti senza lasciare scampo a niente. I Massive Attack sono anche uno dei migliori gruppi dei gloriosi anni 90 (insieme a Nirvana, Radiohead, MBV e pochi altri eletti), tra gli inventori di quel genere musicale, trip hop, che è stata l'ultima vera e propria rivoluzione nell'ambito musicale, l'ultima ventata di fresco. Un'unione di dub, hip hop, ambient, chillout, rock, r'n'b e molto molto altro. Sono anche una delle band più importanti della mia vita, perché li seguo assiduamente dal 94, e insomma sento che siamo un po' cresciuti insieme, fianco a fianco, tutto qui. Ed è con emozione che vado incontro alla (fottuta) pioggia di Piazzola sul Brenta, per ascoltare i miei eroi. Una pioggia che ha rischiato di spazzare via il concerto, addirittura. Ma che, fortunatamente, ad un certo punto si è fermata limitandosi solo a far slittare di un'ora l'evento. Un'ora veramente brutta per me, che, accanto a Elle Bi (sì, sono il catalizzatore di tutti gli eventi del cARTEllo, l'unica presenza fissa in ogni concerto) me ne stavo sotto la pioggia mangiucchiandomi nervoso le unghie, proiettandomi pessimisticamente verso un futuro che prevedeva il live annullato e la mia conseguente incazzatura (per non dire peggio, giuro avrei veramente perso la testa se un semplice agente atmosferico mi avesse fatto perdere i Massive), mentre il mio compagno cartelliano parlava senza ricevere troppe attenzioni. Ma naturalmente è andato tutto bene (come potevate immaginarvi visto che state leggendo questo articolo...nel caso contrario forse avreste letto mie notizie negli articoli di cronaca delle varie testate nazionali) e posso descrivervi un live che difficilmente dimenticherò. Ok, lasciamo da parte le iniziali Battlebox e United Snakes (fin troppo elettroniche e techno oriented per i miei gusti, in più eravamo sempre in fila per prendere qualche birra quando sono partite le prime due canzoni quindi) e passiamo direttamente a Risingson. La mia temperatura corporea sale immediatamente, ecco uno dei capolavori di Mezzanine. Neanche il tempo di rendermi conto di cosa sta succedendo, e mi ritrovo in mezzo alla folla a cantare a squarciagola. “Toy Like People Make Me Boy Like”. Poi la canzone finisce, alzo lo sguardo ed eccoli li. Robert “3D” Del Naja ed il fottuto “Daddy G” Grant Marshall. Neanche il tempo di realizzare la cosa, che fanno salire sul palco Martina (e quando arrivo a questo punto del nome mi viene sempre la voglia di aggiungergli come seguito “ti amo”, non chiedetemi perché, mi viene spontaneo) Topley Bird, la più grande musa del trip hop, la leggendaria cantante di Tricky (altro mostro sacro del genere per chi non lo sapesse. Ho sentito anche lui molti anni fa, in un memorabile concerto a Firenze). Martina “ti amo” Topley Bird interpreta “ Paradise Circus” e ricordo immediatamente il motivo per cui aggiungo il seguito al nome. La voce, è quella voce paradisiaca che ha cantato tanti capolavori passati del genere, e sono quasi commosso. Subito dopo subisco un nuovo colpo al cuore. Arriva l'immenso Horace Andy, e per me vederlo è quasi come far parte di una riunione tra familiari che non abbraccio da molto tempo, come per tutti gli altri componenti del gruppo, ed è bellissimo. “ Girl I Love You” suona quasi come la versione studio da quanto è interpretata alla perfezione, e improvvisamente sullo schermo scorrono notizie ironiche di cronaca italiana. Schermi che hanno un ruolo da protagonista nello show della band di Bristol. Notizie dal mondo, frasi guerrafondaie di Bush e co., codici binari, luci psichedeliche vengono trasmessi ad una velocità enorme verso i nostri occhi, creando un effetto quasi alienante. 


Onore anche per “Psyche”, bellissima dal vivo, e dopo “Future Proof”, “Teardrop” ed “Angel”. Sì, più o meno sono stato 15 minuti con gli occhi lucidi. Non potevo resistere a così tanto. Queste tre canzoni, anzi questi tre capolavori, uno dietro l'altro. No, fidatevi, per me è stato troppo, e non c'è nient'altro da dire. Solo che ho pianto, come un bambino. Ed ero talmente emozionato, talmente perso nei miei pensieri commoventi, che solo oggi (leggendo la scaletta) ho scoperto che dopo queste tre canzoni è stata suonata “Butterfly Caught” (cantata da Martina “ti amo” Topley Bird). Mi sono ripreso dal vortice di emozioni con “Safe From Harm”, cantata da una splendida, immensa Deborah Miller, seguita da “Inertia Creep”. Beh, qui sono passato dalla commozione, alla foga totale. Che capolavoro. Un altro classico da “Mezzanine”. 


Ed è quasi al culmine di “Inertia” che, cullato dalle luci dei maxi schermi, sono entrato in un viaggio a ritroso nel tempo. Un viaggio che aveva come tema il passato, il mio passato con i Massive Attack. E sono tornato nel 94, quando, piccolo bambino incollato 24 ore su 24 allo schermo della TV (canale MTV (quando MTV era MTV) fisso) vidi per la prima volta il video di “Protection” (girato da un altro dei miei idoli, quel maledetto geniaccio di Gondry) innamorandomene all'istante, tanto da trasformare la canzone e il video in una delle più importanti della mia vita. E ho ricordato quando, sempre nello stesso anno, nella penombra del salotto di mia nonna, seduto su una comoda poltrona, vidi (e sentii) “Karmacoma”, convincendomi definitivamente che i Massive Attack erano uno dei miei gruppi preferiti. E, vi giuro, mi tornano anche adesso le lacrime agli occhi se ripenso a quel lontano 1998, quando improvvisamente apparve sugli schermi delle TV l'immagine di un feto, ritmato dal battito di cuore di “Teardrop”, uno degli inni di un'intera generazione. E non finisce qui. Ricordo tutto il passato per intero, perché i Massive hanno fatto parte della colonna sonora della mia vita, e non finirò mai di ringraziarli per questo. Mi risveglio da questo viaggio lungo 25 anni che non è passato neanche un minuto, e come titoli di coda del concerto (un concerto in cui stranamente il tempo è trascorso velocissimo, quasi come se non esistesse) i Massive Attack suonano “Incantations”, “Splitting The Atom” e la bellissima “Unfinished Sympathy”, mettendo fine a questo cerchio ideale che ha fatto parte della mia vita. Della mia e di molte altre. Perché come detto prima i Massive Attack sono stati portavoce di una generazione matura e mai stanca di conoscere e di dire la propria opinione (non a caso al termine del concerto sugli schermi appare una scritta simbolica, “Fai sentire la tua voce”). Una generazione che sarà sempre pronta a rivolgere il proprio attacco massiccio e deciso verso la borsa che crolla, o che sale, verso le pubblicità e i supermarket, verso le guerre religiose,verso la disinformazione e i tg fasulli, verso Nike Adidas e McDonald, verso lo spread umano.

di Mi.Di per la rubrica "MUSICA"



da sinistra a destra in ordine di apparizione Elle Bi e Mi.Di



martedì 8 luglio 2014

LETTERATURA: "CINA: DIARIO DI UN VIAGGIATORE SENTIMENTALE - parte 5"


(link alla parte 4)


Giorno 8

Apro un occhio prima che la sveglia suoni, drizzo le orecchie e sento un rumore di pioggia incessante. Guardo l'orologio, sono le otto, è l'ora di andare.
“Non ho sentito il suono della sveglia” dice F mezzo tramortito.
“Non è suonata, mancano pochi minuti, ma dobbiamo andare. Fuori c'è un nubifragio”.
“Cazzo” esclama F alzandosi di scatto.
Decidiamo di saltare colazione, o meglio di farla quando saremo alla stazione dei bus.
Scendendo incontriamo la ragazza più gentile della reception, ma sopratutto quella che parla il miglior inglese. La salutiamo dicendole che ci siamo trovati davvero bene.
Per strada scrosci d'acqua si schiantano sull'asfalto creando pozze enormi, macchine impazzite cercano di superarsi l'un l'altra, un concerto di clacson violenta le nostre orecchie stanche, e noi cerchiamo disperatamente un taxi muniti del nostro K-way.
I pochi taxi che passano non si fermano, sfrecciano verso chissà dove trasportando vite, ma noi non demordiamo e continuiamo la nostra ricerca alzando le mani, sbracciandoci a più non posso, e urlando frasi al cielo. Niente di niente.
Dopo mezzora iniziamo a disperare. Non abbiamo tutto il tempo del mondo, il bus che dobbiamo prendere impiegherà circa sette ore per arrivare a Kangding, quindi dobbiamo muoverci o arriveremo a tarda sera.
Lasciamo i bagagli sotto una tettoia e iniziamo a darci da fare sul serio. I taxi sono pochissimi, sembrano sfuggire al nostro richiamo. Decine e decine di ciclisti muniti di K-way colorati ci passano a un palmo dal naso formando un arcobaleno umano.
Iniziamo a sentire le scarpe pesanti, siamo fradici, ma non possiamo arrenderci. Mi avvicino a tutti i passanti che incontro sulla mia strada pronunciando la parola stazione dei bus in cinese. Alcuni cercano di spiegarmelo, ma non capisco, provo un tentativo di ribattuta in inglese, ma è tutto inutile. F capisce che l'unica cosa da fare è piazzarsi davanti alla fermata dei bus e chiedere agli autisti se il loro veicolo è diretto alla stazione.
Passa il primo bus. Niente da fare.
Passa il secondo bus, che ci schizza un po' d'acqua da una pozza. Niente da fare.
Al terzo bus, l'autista ci guarda e ci dice di sì, ci dice di saltare su. Almeno è quello che pensiamo abbia detto.
Siamo in piedi, eretti come colonne, bagnati come dopo un tuffo in piscina. Sono così bagnato che lentamente inizia a formarsi una piccola pozza sotto i miei piedi, la gente mi guarda, io faccio finta di niente e guardo avanti, in direzione del nostro futuro prossimo.
Al segnale dell'autista scendiamo e non capiamo ciò che ci dice.
“Non vedo nessuna stazione” dico ad F.
“Cazzo, cazzo, cazzo. Non ci voleva”.
Dopo essersi tranquillizzato F chiede in inglese a svariate persone indicazione per la stazione dei bus. Dopo molte incomprensioni, una ragazza si avvicina, apre la bocca...Dio sia lodato, parla inglese e si propone di accompagnarci a piedi. Ci guarda, sorride, dobbiamo farle proprio pena.
Dopo pochi minuti siamo dentro la stazione, compriamo il primo biglietto per Kangding che partirà a mezzogiorno.
Mangiamo qualche plumcake cinese e un po' di latte per creare un tappo ai nostri stomaci, che probabilmente dovranno arrivare fino all'ora di cena. Partiamo.
Le sette ore di viaggio non sono un problema perché ho con me della buona musica, un romanzo e il taccuino su cui annoto tutto quello che provo, che vedo e che sento durante quest'esperienza. E' la testimonianza scritta del mio passaggio in terra cinese. F è munito delle mie stesse armi anti noia, si infila le cuffie nelle orecchie e chiude gli occhi cercando di recuperare un po' del sonno che abbiamo perso strada facendo in questi sette giorni frenetici.
Poco dopo prendo esempio da lui e schiaccio il tasto play. Vengo trasportato in un mondo speciale, come mi succede sempre quando ascolto della musica ad alto volume. Guardo fuori dal finestrino e osservo Chengdu scomparire piano piano dietro al tubo di scappamento.
Quando il paesaggio inizia a cambiare sento il bisogno di tirare fuori il taccuino. La musica inizia a fondersi con la natura al di la del finestrino. E' una foresta verde quella che si impone davanti al mio sguardo osservatore. Inizio a scrivere una parte di questo diario, la mano si muove come impossessata dal ritmo della musica, scrivo qualche pagina quando ad un tratto il bus si ferma.
“Proprio adesso...” dico ad F.
“Ispirato?”.
“Già”.
Scendiamo. Sono le due e scopriamo che è la pausa pranzo. Non abbiamo troppa fame, quindi decidiamo di mangiare un piatto in due. E' un pasto tipico, con riso, verdure, patate e carne tagliata a fettine spesse come foglie.
Uscendo ci fumiamo una sigaretta e notiamo che tutti ci guardano, ma proprio tutti. La gente ha una carnagione più scura qui, siamo in una landa desolata, sappiamo solo che è due ore più vicina al nostro arrivo.


Ci rimettiamo in moto dopo neanche mezzora.
All'interno del bus fa caldo, capisco che è il modo migliore perché mi si asciughino un po' i vestiti, rimetto le cuffie nelle orecchie e mi estraneo da tutto ciò che mi circonda.
Sono le cinque quando ad un certo punto il bus si ferma di nuovo.
“No dai, adesso basta però” dice F.
Mi affaccio e noto che c'è una coda interminabile davanti a noi.
L'autista apre le portiere e fa scendere un po' di gente.
“Forse siamo arrivati” dico ad F.
“Macché, magari”.
Proviamo a chiedere all'autista, ma non capiamo, l'unica cosa che riusciamo a dedurre è che c'è stato un incidente. Le sue mani che si scontrano sono un gesto che ci è familiare.
“Vabbè roba da poco. Staremo fermi un'ora al massimo” dico.
“Non lo dire, non lo dire. In Nepal per un incidente ci schiacci delle ore” risponde F.
Passa un'ora. Tutto è immobile.
Passano due ore. Tutto è immobile.
“Sto impazzendo, dentro il bus fa caldo, qui fuori inizia a fare fresco. Cerchiamo di capire, almeno” dico alzando la voce.
Prendo la guida, la sfoglio e cerco di unire le nozioni base del cinese di sopravvivenza al mio intuito.
Creo delle frasi un po' sgangherate per far capire a qualcuno quanto tempo ancora dobbiamo aspettare. Nessuno sembra capirmi. Scendendo vado da un altro autista di un bus che, sembra un po' più sveglio del nostro. Gli chiedo la stessa cosa indicandogli l'orologio per fargli capire il passaggio del tempo e con l'altra mano mimo una camminata. Sì, ho perso la testa, l'attesa mi distrugge, ho deciso di andare a piedi.
Dopo qualche incomprensione ci dice che ci vorranno più o meno due ore.
“Ce la possiamo fare” dico ad F.
“Abbiamo anche le valigie”.
“Già”.
Il tempo sembra non passare mai, inizio a scattare qualche foto per cercare di ammazzare l'attesa.


Ci incamminiamo verso il luogo dell'incidente notando che un ragazzo in moto ci è rimasto secco. In Cina il casco non viene usato da nessuno, solo le forze dell'ordine lo indossano, quasi a dare il buono esempio, ma nessuno li segue.
Suoni di ambulanze, vento, stanchezza, gente che sbadiglia, gente che si incammina con le valigie verso il villaggio più vicino, sembra di essere in trincea, il tempo è dilatato in un modo strano, quasi sadico.
A un certo punto le macchine iniziano a muoversi, ci guardiamo e corriamo verso il bus. Partiamo. Sono le nove, siamo rimasti intrappolati cinque ore in una valle dimenticata da Dio.
Arriviamo alle undici e come d'incanto è ricominciato a piovere fortissimo.
“E tu che volevi andare a piedi...” dice F.
“E che ne sapevo? Quel pazzo dell'autista mi ha detto due ore...che ne potevo sapere che era il tempo necessario per arrivare a Kangding in bus” rispondo ridendo. Anche F ride, sono risate di disperazione, cerchiamo di sdrammatizzare una situazione davvero pesante. Dobbiamo trovare l'ostello, ma non sappiamo dove cercare.
Ci facciamo strada nella notte piovigginosa di Kangding chiedendo indicazioni a chiunque: brutti ceffi che cercano di sistemarci in alberghi di ogni genere, vecchi che ci depistano, ristoratori che ci invitano ad entrare ed altri ancora; sembra un circo dell'assurdo, nessuno sa niente, o meglio nessuno sa di preciso dove sia il nostro ostello.
Troviamo una volante della polizia e mai mi sarei aspettato che sarebbe stato proprio uno sbirro l'artefice della nostra salvezza. Ci guarda, sorride, chiama l'ostello e parte. Arriviamo alle undici passate davanti ad una specie di locanda, salutiamo l'agente ed entriamo.
La vecchia alla reception ci dice che pensava che non saremmo arrivati vista la tarda ora, ma noi, disperati come dopo una traversata oceanica, stanchi e bagnati insistiamo che non ce ne andremo senza un letto sotto la schiena.
La donna manda un suo galoppino da noi che ci dice di seguirlo. Ci porterà in minivan in un'altra struttura affiliata.
Arrivati vogliamo solo una doccia calda e un pasto. Subito dopo crolliamo distrutti. E' stata una giornata piuttosto massacrante.

di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA"

lunedì 7 luglio 2014

CINEMA: "FERRO 3 - Kim Ki-duk"


Kim Ki-duk è un regista atipico nel panorama cinematografico mondiale, è una meteora che si scaglia sul grande schermo nel non troppo lontano 1996 con Crocodile, suo primo film realizzato all'età di trentasei anni. Kim arriva al cinema attraverso la pittura, attraverso l'Europa che lo accoglie in quella Parigi di inizio anni Novanta che lo forma come artista, ma anche come uomo.
E' proprio dalla pittura che nascono i suoi film, perché ogni inquadratura sembra scelta con cura, ci appare disegnata come dal pennello di un pittore che cerca di spiegare la vita, o meglio ciò che della vita spesso non capiamo.
Ferro 3 si apre con l'immagine di una statua offuscata da una rete verde. La statua ovviamente è il simulacro di un simulacro dell'uomo, e la rete è quello schermo che continuamente nella vita di tutti i giorni si pone fra le cose, facendoci interrogare su tutto, facendoci dubitare di tutto. E' una perplessità che ci attanaglia per tutto il film e che viene esplicata soltanto alla fine: “Difficile dire se il mondo in cui viviamo sia sogno o realtà”. Sono sempre stato restio nel fare una recensione di questo film proprio perché quello che ci chiede il regista è di lasciarci abbandonare alle immagini più che alla parola. Immagini di una forza e di una delicatezza sconcertante.
Tae-Suk è un ragazzo che ha la bizzarra abitudine di entrare nelle case vuote. Si accerta che i proprietari non siano in casa lasciando dei volantini di un ristorante sulla maniglia della porta, per poi entrarvi e “abitarle” avendo cura di tutto: cucina, rigoverna, lava i vestiti e addirittura ripara le cose già rotte prima del suo arrivo.
Entrando in una delle case incontra Sun-Hwa, una donna triste che viene maltrattata dal marito e che continua a vivere un matrimonio che ormai è soltanto la messinscena dell'amore.
I due si osservano, si sfiorano e non si parlano per tutto il film. Sun-Hwa decide di seguire Tae-Suk nella sua vita anarchica, che sfugge dalla routine e da tutti gli schematismi in uso nelle società convenzionali.
Le loro anime si incontrano, si toccano e si fanno forza l'un l'altra lungo un cammino tortuoso che improvvisamente sembra diventare un po' meno accidentato.
Kim Ki-duk si interroga su tanti dei temi a lui cari: amore, tempo, spazio e incomunicabilità vanno a fondersi in un magma vivido che riesce a farci dimenticare che siamo davanti ad uno schermo.
L'amore è il pretesto che Kim usa in tutti i suoi film, è il motore che fa girare l'ingranaggio del suo mondo. I due protagonisti sono rimasti feriti così tanto da ciò che li circonda che non riescono più a rapportarcisi, hanno la forza solo di stare insieme, uniti da un legame che va al di là dei concetti di spazio e tempo, un legame che gli permette di andare avanti senza guardarsi indietro.
L'assenza di parole da parte dei due è compensata dai protagonisti secondari che gravitano intorno al loro microcosmo. É un contorno piuttosto rumoroso, fatto di urli, pianti, bugie e tanta violenza, un mondo che non li accetta, ma li respinge.
Il ferro numero 3 nel golf è la mazza meno usata, e all'interno del film assume di volta in volta significati diversi. All'inizio si instaura un rapporto uditivo con questo oggetto poiché fa da cornice alla scena iniziale, quasi a rappresentare il rumore del mondo, ma col passare del tempo acquisisce la simbologia di strumento di liberazione e sopraffazione.
La vita in tutta la sua imprevedibilità cerca di dividere i due amanti, che continueranno a strisciare in piccoli angoli bui, a ondeggiare nelle case, a danzare fianco a fianco nella buona e nella cattiva sorte.
Dostoevskij disse che la bellezza salverà il mondo, e guardando Ferro 3 posso capire a cosa si riferisse.

di Elle Bi per la rubrica "CINEMA"

sabato 5 luglio 2014

ARTE: "SEI PERSONAGGI ROMANI IN CERCA D'AUTORE - IT"


Le strade di Roma offrono infiniti spunti per chi ha un occhio fotografico. Mentre esploravo la bellezza di questa città e mi riempivo dei suoi scorci, una cosa che non ho mai smesso di notare sono i suoi contrasti. Su tutti, il contrasto per me più evidente è quello tra sacro e profano, tema onnipresente dell'urbe

Ho provato a catturarlo.


Lo Sportivo

Un ciclista al Parco degli Acquedotti.


L'Eterna Bambina




Una senzatetto sul lungotevere.


Al Sicuro dalla Legge

Carabinieri in piazza Montecitorio, davanti alla Camera dei Deputati.




Caravaggio

Senzatetto nei pressi del Vaticano.


Quotidiano della Domenica

Una coppia di anziani in piazza Montecitorio.


La Santa

Una anziana signora riempie delle bottiglie d'acqua ad una fontana accanto al Vaticano.


 di IT per la rubrica "ARTE".

venerdì 4 luglio 2014

NEWS: "BRASILE2014, JALLAH ALGERIA"


Buona parte dei pronostici sugli esiti del mondiale, fatti tramite elaborate modellistiche statistiche da parte di varie “voci” importanti, si sono rivelate essere un fiasco (qui potete trovare quella di Goldman Sachs e quella de La Voce.info. Nessuna partita degli ottavi è stata prevista correttamente dal modello della banca d’investimento e solo due match su otto per La Voce.info). O meglio, si sono piuttosto rivelate un esercizio teorico per il mero sfoggio di skills da parte degli operatori che le hanno fatte. 


I motivi che hanno portato al fallimento delle previsioni sono legati a fattori esterni non incorporati nei modelli. Due su tutti. Uno legato al clima, che ha determinato scenari disidratativi da maratona nel deserto che hanno avuto un grosso impatto sui campioni in campo. L’altro di natura comportamentale: il mondiale è un’occasione unica per i giocatori che ci vanno e, molti di questi, sono portati a dare più del 100% delle proprie capacità. Ce ne sarebbe anche un terzo legato agli errori arbitrali, ma questa è una valle di lacrime e rimpianti all’interno della quale non ho nessunissima intenzione di avventurarmi. La presenza dell’Algeria all’ottavo di finale in cui ha fronteggiato a testa alta la temibile Germania – che deve ringraziare il proprio portiere se ha passato il turno: “71% of the earth is covered by water. The rest is covered by Manuel Neuer" –, è in buona parte correlata con il fattore due: l’enorme cuore dei giocatori algerini che non hanno voluto sprecare la loro quarta opportunità mondiale, guadagnata con dedizione e impegno – e pure qualche difficoltà come l’inizio del Ramadan.

…Che mondiale pazzesco ha fatto l’Algeria! Ho seguito i 120 estenuanti minuti del terzultimo ottavo giocato come se stessi guardando una finale, messaggiando con amici in diretta e scambiando con questi frasi del tipo “viva il fumo, a basso le lager”, in pieno stile stereotipimondiali. Per poi vedere il sogno andare in fumo quando, all’inizio del primo tempo supplementare, Schürrle ha trasformato in gol un velenoso filtrante indirizzato al centro dell’area da Muller e poi, al 120’, Özil ha insaccato un missile che ha portato la Germania diretta al Maracana di Rio de Janeiro. Solo all’orgoglio e a qualche speculativo “se”, è servito il gol di Djabou segnato il minuto dopo. Un risultato tuttavia importante, un’impresa. Così come lo è stato il superamento del girone. Combattuto a denti stretti dai nordafricani che, non abbattutisi dopo aver incassato un 2 a 1 dal Belgio dopo aver mantenuto il vantaggio fino al 70’, hanno umiliato per 4 a 2 la Corea del Sud (3 gol nel primo tempo) e contenuto la squadra di Capello, strappando un 1-1 che gli è valsa la qualificazione e trasformando anche il mondiale Russo in un notevole flop, specie alla luce dell’onorario del Sig. Capello – che varia di fonte in fonte e che per ilFattoQuotidiano ammonterebbe a “più di 8 milioni annui”.



Il controognipronostico lungo mondiale dell’Algeria, ha continuato a far parlare di sé. Riporta il Daily Mail che la nazionale algerina donerà alla popolazione di Gaza il compenso ricevuto durante il campionato del mondo. Tra le varie storie offerte dal web, la versione ufficiale sembra essere che Islam Slimani, bomber dello Sporting Lisbona e punta della nazionale dei Verdi (nickname dei calciatori algerini), abbia affermato che la nazionale algerina devolverà il bonus ottenuto dalla Fifa per la partecipazione agli ottavi ai minori di Gaza, avendone questi “più bisogno di loro”. Di che cifra stiamo parlando? Nonostante le cifre di quest’anno siano più alte del 33% rispetto a Sudafrica 2010, con un succulento premio di 35 milioni di dollari per chi alzerà la coppa, il bottino accumulato dall’Algeria è pari a 9 milioni di dollari – meno del salario del Sig. Capello. Dunque niente in grado di mutare radicalmente la drammatica situazione palestinese ma, diciamolo pure chiaro e tondo, “CHE BELLO!”. Un gesto eloquente. Un gesto di fratellanza. Un gesto di vicinanza alla popolazione vittima di un regime di apartheid tollerato da troppi stati. Un gesto in pieno spirito World Cup!

di IT per la rubrica "NEWS DAL FUTURO".

giovedì 3 luglio 2014

MUSICA: "FEEL JUST LIKE A CHILD - Devendra Banhart"




Confesso che fino ad oggi conoscevo Devendra Banhart solo di fama. Finalmente mi sono deciso a dare un ascolto ad alcuni suoi lavori e, ehi, devo dire che ci troviamo di fronte ad un songwriter estremamente interessante. Me ne sto in camera mia accerchiato da un insostenibile caldo di inizio luglio, odiandolo, ma al primo ascolto del cantante americano tutto passa, e addirittura dopo aver sentito una sola canzone decido di spararmi l'intera discografia, in un'unica sessione. Devendra è una vera e propria sorpresa. É come un Bob Dylan sotto acido, un Syd Barret lo-fi, un Nick Drake dal surrealismo spinto. In parole povere, un nuovo Daniel Johnston (mio vero e proprio idolo personale che prima o poi dovrò recensire), di cui prende l'eredità  spirituale proiettandola verso il futuro. Freak contemporaneo, hippie post-moderno (come dimostra anche nel video di I Feel Just Like A Child), Devendra Banhart è un artista eccentrico, sempre sorprendente, quasi infantile, e ne abbiamo maledettamente bisogno.


di Mi.Di per la rubrica "MUSICA".

martedì 1 luglio 2014

LETTERATURA: "CINA: DIARIO DI UN VIAGGIATORE SENTIMENTALE - parte 4"

(link alla parte 3)

Giorno 7:

Ci svegliamo alle sei, ci guardiamo dritto negli occhi, non ce la possiamo fare. E' come se una forza misteriosa mi schiacciasse contro il letto, vorrei sconfiggerla, ma ha la meglio.
Alle sette e mezzo ci alziamo pensando che quell'ora e mezzo in più ci possa salvare la vita, ma la realtà è ben diversa, i nostri corpi' dopo quasi una settimana da nottambuli' ne risentono, sono al limite, tirati come corde. Mi alzo dal letto facendo forza con le mani, guardo F e rido; ho a malapena le energie necessarie per andare a fare colazione.
“Quanto avremo dormito in questi sei giorni?” chiede F.
“Fra le venticinque e le ventisette ore, ho fatto un conto veloce prima di alzarmi” rispondo.
“Pensa a come siamo messi. La prima cosa che ti è passata per la testa appena sveglio è stata contare le ore di sonno”.
Sorrido e indico ad F la porta.
Andiamo nella hall per fare colazione e nel sederci notiamo Claudio. Ci avviciniamo in silenzio, quasi per non rompere la purezza del mattino.
“Alla buonora eh?” ci dice ridendo.
“Ci abbiamo provato, giuro che ci abbiamo provato” rispondo.
“E' che non abbiamo le forze...è come se ce le avessero prosciugate lentamente” dice F.
“Preparatevi al peggio” dice Claudio.
“Ma sono le otto” rispondo.
“Tardissimo”.
“Ma come...noi pensavamo che...” dice F prima di essere interrotto.
“Non dovete pensare, dovete agire. Sarete in grado di affrontare la furia cinese?” chiede Claudio stropicciandosi gli occhi.
Ha la faccia di un morto vivente, ma continua a macinare chilometri senza tregua, ha la grinta di uno sportivo prima di una grande prova.
“Sì, siamo pronti” rispondiamo come dei bravi soldati.
Ci vestiamo dopo aver finito le nostre colazioni a base di uova ed usciamo in cerca di un taxi con qualche proteina in più in corpo.
Dopo una ricerca non troppo facile, troviamo un tassista disposto a portarci.
Leggiamo qualche informazione sulla riserva dei panda giganti di Chengdu. La guida Lonely Planet ci dice la stessa cosa che ci ha detto Claudio, quindi ci prepariamo al peggio.
Vado sul sito Tripadvisor e noto che quasi tutti i commenti parlano benissimo della riserva.
“Vedi, almeno c'è scritto che i panda hanno estrema libertà” dico ad F.
“Almeno quello”.
Dopo 18 km arriviamo in uno spiazzato con pullman e altri taxi. Giro la testa a sinistra e...SHOCK. Turisti ovunque.
“Ma come è possibile? Sono solo le dieci. Ma non hanno niente da fare? A lavorare non ci vanno a Chengdu?” dico ad F trasudando rabbia.
“E' domenica”.
Dopo essermi reso conto di aver bisogno di qualche ora di sonno in più mi dirigo verso l'entrata facendomi largo tra macchine fotografiche, ombrellini per il sole – anche se più che il sole quello che si vede è soltanto una debole imitazione – e bambini.
Dopo aver pagato l'ingresso – più della corsa in taxi di ben 18 km – ci facciamo forza, ingoiamo il boccone amaro ed entriamo muniti di tanto coraggio.
Camminiamo per circa dieci minuti e dei panda non se ne vede nemmeno l'ombra.
Dopo un po' una freccia ci porta fino al primo resort dove dovremmo riuscire a vedere questa rarità del mondo animale. Circumnavighiamo la recinzione, impostiamo gli occhi come fossero cannocchiali...ma dei panda nemmeno l'ombra.
“Forse hanno paura di tutti questi cinesi” dico ad F.
“Ci sta”.
Continuiamo a camminare e improvvisamente vengo come catturato da dei suoni, è come il richiamo di una sirena, solo molto più fastidioso, ma sono sicuro che ci porterà nella giusta direzione.
Arriviamo davanti ad una teca di vetro. E' assalita da un branco di turisti famelici. Si accatastano l'uno sull'altro a discapito dei poveri malcapitati che se ne stanno spiaccicati contro il vetro cercando di sorridere e salutare il povero panda.
L'animale sta mangiando, mentre una massa di turisti scatta foto, lo saluta – in cinese – e i più maleducati danno addirittura dei colpi al vetro per richiamare l'attenzione della bestia.
Mi faccio strada fino al vetro per poter vedere le condizioni di vita di un animale che a detta di tutti i commentatori di Tripadvisor ha una grande libertà. Vive in una gabbia, in una prigione poco più grande della mia camera da letto. Scosto qualche cinese e riesco finalmente a fare una foto. Foto che ovviamente ho dovuto ritagliare perché ai lati era tempestata da riflessi cinesi.



Non ci demoralizziamo e tiriamo dritto, anche se un senso di amarezza inizia a pervadermi come una pianta rampicante, e ho paura che non mi andrà via fino alla fine dell'escursione.
Ad un certo punto vediamo un muro umano alto poco più di un metro e sessanta coprire la recinzione di uno spazio naturale abbastanza vasto.
“Finalmente qualche panda in...libertà” esclama F.
Non dobbiamo nemmeno fare a gomitate con la gente davanti perché siamo senza dubbio i più alti, oltre a noi vediamo altri due occidentali, ma per il resto vediamo solo Turismo cinese (da ora in poi chiamerò così questa massa di cannibali da cartolina).
Aguzzo gli occhi e vedo delle strane volpi un po' più in carne.
“Cosa sono?” chiedo a F.
“Panda rossi” risponde.
“E che ne sai?”.
“L'ho letto lì” risponde indicando un cartello enorme.
Rido e scatto qualche foto. Faccio un video che sicuramente utilizzerò per il documentario stringendo l'inquadratura su due panda rossi e su un pavone.
“Guarda ora cosa succede” dico ad F.
Allargo l'inquadratura lentamente fino a scavalcare le teste dei turisti, inquadro le loro schiene e con una carrellata laterale mostro ad F che effetto allucinante viene fuori da questo filmato.
“Aspettami lì. Vado dall'altra parte a scattare una foto. Non posso perdermi questa muraglia cinese” dico correndo come un pazzo.

Andando più avanti troviamo una recinzione simile a quella dei panda rossi, con all'interno due panda giganti. Li osservo e noto che danno continuamente le spalle ai turisti, quasi come se non volessero essere fotografati mostrando solo il fondoschiena. Scatto qualche foto, ma non troppe, i panda stanno perdendo il mio interesse: maledetto Turismo cinese.
Finiamo il giro ammettendo che la riserva non è poi così male, solo che gli animali hanno poco spazio vitale. Prima di arrivare pensavo di trovare un posto enorme, con tantissimi alberi e panda in un habitat simile alla libertà, ma sembra assomigliare molto più ad uno zoo.
Camminiamo ancora per ritrovare l'entrata, quando ad un certo punto vedo un pavone inseguito da una ventina di bambini accompagnati da genitori immortalatori di momenti caramellosi. Gli urlano contro frasi che non capisco e alcuni tirano roba da mangiare da tutte le direzioni, è un vero e proprio bombardamento. Un ragazzo tira addirittura un bastone, e i genitori se ne stanno lì, a ridere e a sgranocchiare stuzzichini di chissà cosa senza fare niente.
Disgustati ce ne andiamo.
E' presto, ci abbiamo messo meno del previsto, per questo decidiamo di tornare vicino all'ostello per mangiare un boccone.
“Potremmo fissare con Coco” dico ad F.
“Ok, ma dobbiamo dormire un po', in queste condizioni non sarei di compagnia” dice F.
“Ok, ci sto”.
Di ritorno mangiamo dei dumpling (gnocchi ripieni di carne) e filiamo dritti in camera.
F si lancia sul letto come scaraventato da una fionda, mentre io mi cambio e vado un attimo in bagno. Di ritorno vedo che sta già dormendo.
“Sto scrivendo a Coco un messaggio. Come si scrive together? Con una o due h?” chiedo a F.
“Mmm”.
“Dai, sono stanco, dimmelo te” insisto.
“Dimmelo te” ripete F nel sonno.
“No, dimmelo te te” rispondo.
Ecco, penso di aver toccato il punto più basso del mio italiano parlato. Guardo F e ridiamo come ossessi, ma ci rendiamo conto che dobbiamo strappare qualche ora di sonno o presto potrebbe salirci la febbre. Crolliamo.
La sveglia suona dopo due ore. Mi risveglio tutto d'un fiato, come un ritornato dall'oltretomba, guardo F che continua a dormire come se niente fosse.
“Non ci credo. Non possono essere passate due ore” mi dice incredulo.
“Purtroppo sì”.
Facciamo una doccia fredda per risvegliarci da uno stato catatonico che sembra non abbandonarci.
Siamo in ritardo, ma Coco può aspettare, anche se la curiosità di sapere che persona possa essere mi uccide, mi attanaglia lo stomaco da quando l'abbiamo conosciuta.
“Mi è arrivato un messaggio da Coco con scritto se può portare anche sua nipote” dico ad F.
“Dille di sì...lo so come vanno a finire queste cose...magari sono due escort”.
“Magari” rispondo.
Dopo aver inviato il messaggio schizziamo dritti nella notte di Chengdu. Finalmente una serata con una vera cinese. Ovviamente siamo in ritardo, ma la salute prima di tutto, senza la pennichella saremmo morti.
Arrivati davanti al pub vediamo la bella Coco venirci incontro. Ha un vestito di seta bianco molto elegante e le caviglie vanno a finire dentro scarpe col tacco. La guardo e capisco subito che potrei innamorarmene.
Entriamo e notiamo una ragazza molto giovane ad un tavolo. E' la nipote, ha diciotto anni e non sa una parola d'inglese. 
“Io non la prendo la bambina” dico ad F.
“Neanche io”.
“Magari non è nemmeno una puttana”.
“Non riesco a capirlo. E' tutto così strano”.
Coco ci guarda e ride, sembra contentissima di vederci. Iniziamo a parlare e ci dice che quella è la figlia di suo fratello e che vive insieme a lei.
Siamo un po' confusi, non riusciamo bene a decifrare la situazione.
Ci offrono degli stuzzichini di carne.
“Cos'è?” chiedo a Coco.
“Collo di papera”.
“Ah...” rispondo un po' perplesso.
“E' buono, è buono. Io ne vado pazza”.
Supero tutti i timori soltanto perché si rivolge a noi con una gentilezza che mi fa quasi sorridere. Nella mia testa inizia a formarsi un pensiero che la donna possa essere una persona normalissima, volenterosa di conoscere nuove persone.
Mangio il collo di papera e devo ammettere che non è male.
Assaggio anche un'altra cosa e, dopo che l'ho ingerita, F mi dice che è cuore di papera. Strabuzzo gli occhi, però non è così tremendo, anche se peggio del collo. Sarà l'unico pezzo di cuore in tutta la serata.
Ordiniamo delle birre e dei noodles – amiamo i noodles – mentre Coco allibita ci chiede come mai mangiamo così tardi. Sono le nove e per noi non è affatto tardi. Da quando siamo partiti non abbiamo orari, e poi in Italia siamo abituati a mangiare abbastanza tardi. Lei ci dice che di solito mangia alle sette. Abitudini diverse.
Dopo poco veniamo a conoscenza che non è di Chengdu, ma di una città di cui non capiamo il nome. E' davvero difficile da pronunciare. Coco ha lavorato su un'isola per diversi anni. Ci mostra delle foto e sembra un paradiso rispetto alle città sporche che abbiamo visitato fino ad ora.
“E cosa fai nella vita?” chiede F.
“Vendo valvole. Sono la manager di una ditta”.
“E quanto anni hai?” le chiedo.
“Ventotto, e voi?”.
“Quanti ce ne dai? Sai qui in Cina ci danno tutti più anni rispetto a quegli che abbiamo” chiediamo insieme.
Abbiamo la barba incolta, quindi siamo curiosi della sua risposta.
“Ventotto?” domanda.
“No, venticinque” rispondiamo.
Sorride e dice che siamo giovani.
Iniziamo a parlare delle nostre vite. Io le dico che sono stato a vivere a Parigi per tre mesi, che mi sono laureato da un anno e che il mio futuro è molto incerto. F le racconta di quando era a Londra.
“Ecco perché parli così bene inglese” esclama Coco.
Continuando le dice che probabilmente a ottobre partirà per la Namibia per circa sei mesi, le dice che farà volontariato e che è forte della sua decisione.
“Ti ammiro. E' una cosa bellissima” dice rivolta ad F.
Le raccontiamo un po' delle nostre avventure passate, io le svelo i miei sogni nel cassetto, le dico che ancora i miei obiettivi sono lontani anni luce.
“Devi sempre continuare a credere in te stesso. Se vuoi raggiungere un obiettivo devi provare, provare e provare all'infinito” mi dice con una tenacia da donna matura.
Ovviamente le rispondo di sì, che continuerò a credere nei miei sogni, sono quanto di più bello ho nella vita. A costo di diventare scrittore sputerò sangue a palate, ingoierò bocconi amari giorno dopo giorno, riceverò centinaia di porte in faccia, ma le sfonderò e andrò avanti verso il domani.
“Quanti giorni lavori alla settimana?” chiede F.
“Cinque”.
“Buono, almeno hai il fine settimana libero” risponde F.
“Per me non fa alcuna differenza, potrei lavorare anche sei giorni”.
E' una donna che sembra non fermarsi davanti a niente.
“Quanti giorni di ferie hai in un anno?” le chiedo con interesse.
“Circa una settimana”.
Sono allibito da come una donna così minuta, così calma e pacata possa lavorare senza sosta tutto l'anno, ha una mentalità diversa dalla nostra. Noi vogliamo il lavoro perfetto, tutti gli altri ci sembrano una trappola mortale, ma lei sembra aver raggiunto una tranquillità interiore che le permette di lavorare come un mulo.
“Ti piace il tuo lavoro?” le chiedo.
“Sì, assolutamente”.
Ecco svelato il mistero.
Ci dice che le nostre vite le sembrano dei romanzi d'avventura, ci dice che le piacerebbe rimanere in contatto, che vorrà sapere le nostre impressioni di fine viaggio e guardandoci dritto negli occhi ci augura buona fortuna, per la Cina, ma sopratutto per il nostro futuro, per la tranquillità che non abbiamo ancora raggiunto.
A fine cena tiriamo fuori i soldi per pagare, ma si impunta nel volerci offrire la cena.
Sono 150 yuan a testa (quasi 20 euro), la ringraziamo per tutto. La guardo e vorrei ringraziarla per essere venuta al mondo, perché è una persona bellissima. Le dico che vorrei che mi mandasse una sua foto, perché non voglio dimenticarla, ma sopratutto perché sto scrivendo questo diario di viaggio e una sua foto è d'importanza vitale. Me la manda.

La abbracciamo – anche se in Cina non è abitudine – e montiamo sopra un taxi guardandola scomparire all'orizzonte.
Tornati all'ostello saliamo in camera, fumiamo una sigaretta lentamente, quasi a lasciarla consumare fra le dita, un po' come questa notte che non vorremmo finisse mai.

di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA"