Quando,
un paio d’anni fa, lessi Mentre morivo (As I Lay Dying), uno dei
migliori romanzi di uno dei padri della letteratura americana
novecentesca William Faulkner, pensai a quanto potesse essere arduo
affrontare una sua eventuale trasposizione cinematografica
soprattutto per la struttura polifonica particolarmente complessa di
racconto intersoggettivo. Ed è per questo che quando sono venuto a
sapere che il giovane attore, sceneggiatore, regista (la lista
potrebbe continuare) James Franco, di cui ammetto di non aver visto
alcun precedente lavoro registico, era presente nella sezione Un
certain regard al Festival di Cannes di quest’anno, sono rimasto
piuttosto sorpreso. È quindi con molto scetticismo che mi sono
apprestato alla visione di questo film.
Detto
questo però, vorrei sgombrare subito il campo da un possibile
equivoco: quello di Franco è un grande film e dello scetticismo
iniziale alla fine non ne è rimasto neanche un po’.
As
I Lay Dying è la storia dei Bundren, famiglia del profondo sud degli
Stati Uniti alle soglie della depressione, e dell’odissea che
testardamente intraprendono per il volere del padre di rispettare la
promessa fatta alla moglie in punto di morte: seppellire il suo
corpo nella lontana città natale. Così, caricata la bara ed i
cinque figli (Cash, Darl, Jewel, Dewey Dell, Vardaman) su un
carretto, Anse Bundren (incarnazione della stoltezza e della
testardaggine contadine) si dirige verso Jefferson deciso in tutti i
modi a soddisfare l’ultima volontà della moglie contro ogni
avversità (diluvio, allagamenti, rottura del ponte sul fiume,
precoce decomposizione della salma). Saranno poi i figli a portarsi
dietro, nel corpo o nella mente, le stimmate del viaggio. È così
per il piccolo Vardaman, per la giovane donna Dewey Dell (che
nasconde una gravidanza illegittima di cui vuole sbarazzarsi), per il
fratello maggiore Cash (che sarà costretto a perdere una gamba,
rotta nel tentativo di attraversare il guado col carro), per Jewel
(figlio avuto da una relazione extraconiugale della donna) ed è così
per Darl vero e proprio centro focale del racconto, il figlio
disadattato, reduce di guerra che costituirà l’agnello da
sacrificare in nome di un ritrovato “ordine” familiare (celebrato
con la presentazione della nuova signora Bundren) tanto necessario
quanto fittizio.
Franco
si avvale dello split screen (per quasi tutta la durata del film) e
della voce off per riuscire a restituirci l’enorme complessità del
romanzo; il suo senso immediato e quello mediato, ma soprattutto le
diverse voci che narrano lo svolgersi degli eventi ciascuna dal
proprio punto di osservazione. Il risultato è sorprendente: così
come la lettura del libro, anche la visione del film ti avvolge e
coinvolge con tutta la sua aurea di angoscia e malessere. La
tragedia, il dramma, è imminente e lo percepisci in ogni
inquadratura. Franco, per mezzo di Faulkner, fa sue le lezioni di
Joyce e di Shakespeare e riesce a dare corpo e voce a questa parabola
discendente: un viaggio nello squallore e nella miseria dei Bundren,
dell’America, dell’intera umanità.
Diccì







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