sabato 5 ottobre 2013

FUMETTI: "SICK ANIMALS - Francesco Briganti"



Questa settimana il nostro disegnatore di fiducia ci propone due tavole realizzate completamente a china, che dimostrano una grande padronanza del mezzo artistico. Disegni istintivi, senza niente di programmato, assenza del lapis che solitamente crea una griglia su cui lavorare; è come se i suoi animali fossero un unico grande flusso di membra e muscoli. Animali senza espressione, dai toni cupi, il tocco quasi arabico è preciso e marcato come fosse un'operazione chirurgica, uno smembramento dei tessuti dall'interno atto quasi a ricostruirli da zero.


Elle Bi















venerdì 4 ottobre 2013

LA GRANDE SOCIETà


C’è un tale silenzio qui all’ultimo piano. Il brandy scorre dalla bottiglia rapido ma sinuoso, e le sue note ambrate giocano con la luce e col vetro e col ghiaccio che colma il bicchiere. Mi accendo una sigaretta, ancora una volta, e ne osservo metodico il fumo: Casanova diceva che il piacere di fumare sta proprio in questo, nel poter guardare il fumo che si leva elegante ad ogni inalata. Io trovo affascinante invece come il suo ‘rifuggire’ bene scandisca il tempo, che finalmente si palesa ai nostri occhi nel vorticare dello stesso.
Comincio a scorrere le pagine tra le dita, una volta sedutomi sul divano del mio salotto. Voglio tentare di chiarire a me stesso cosa portò alla “transizione dal piccolo gruppo alla società aperta, e il trattare ogni persona come essere umano piuttosto che come amico o nemico”in questa “Grande Società”. Cosa può aver spinto ad una apparente de-personificazione, svalutazione, de-identificazione del singolo in nome della moltitudine.
“E’ sicuramente una sfida troppo ardua Maste. perché poche righe di un blog possano contenere tutto questo”.
Non demordo. Afferro il bicchiere e lo porto alla bocca. Fumo ancora. Tento.
Sicuramente un punto di partenza deve essere un insieme di regole ampiamente condiviso, ma che oggettivamente non discrimini tra Caio e Sempronio, rendendo questo semplicemente un cittadino. Un sistema legislativo comune quindi, e non fatto ‘su misura’ per un gruppo o per un altro, dove le regole del gioco sono uguali per tutti, determinando un risultato di una attività (in senso lato ‘economica’), qualunque essa sia: “risultato che dipende dall’abilità, forza o fortuna superiori”.
Ecco”, dico tra me e me,“forse il mio obbiettivo è un po’ più vicino ora. Cominciano a delinearsi perlomeno i tratti salienti di quella che dovrebbe risultare una sorta di organizzazione ‘ultima’, ‘onnicomprensiva’, l’attuale benchmark di numerosi ordinamenti occidentali. C’è un elemento fondamentale però, molto ‘classico’, Fortuna. Fortuna nel possedere determinate qualità, nel trovarsi (nascere) nel posto giusto al momento giusto. Ma lei, ahimè, non si ‘concede’ a tutti gli individui alla stessa maniera. Beffardamente punisce e premia, ed il tutto, al di fuori di qualsiasi umano controllo. Credo sia naturale quindi che nasca il bisogno di quello che è detto welfare state o stato sociale, caratteristica inscindibile dal cosiddetto Stato Democratico e sorta di ‘assicurazione’ minima ai brutti tiri di Fortuna”.
Non vi è motivo per cui in una società libera lo Stato non debba assicurare a tutti la protezione contro la miseria […]. E’ nell’interesse di tutti partecipare a quest’assicurazione contro l’estrema sventura”.
“Attraverso gli strumenti dello Stato Sociale (che per motivi di spazio darò per conosciuti, sorry) deve essere quindi permesso (ma non assicurato incondizionatamente) ad ogni individuo di modificare il proprio punto iniziale, per quanto sventurato esso sia stato. Il punto di arrivo dipenderà dalle proprie abilità e, ancora una volta, da Fortuna”.
La “Grande Società” può ridursi quindi ad un gioco, in cui può essere ritenuta giusta soltanto la condotta dei players (chiunque essi siano) assoggettata a regole unanimemente riconosciute, e nel quale a tutti sono concessi mezzi minimi (dallo Stato Sociale) per avviare un processo di auto affermazione. Difatti i risultati ottenuti (successi, fallimenti, carriera, ecc.) sono ‘viziati’ da Fortuna e qualità personali al di fuori di un diretto assoggettamento e in una tale situazione, parlare di giusto e ingiusto perde di valenza generale”.
Era inverosimile che il genere umano avesse attinto un principio così bello, così paradossale, direi acrobatico, anti-naturale. E’ un esercizio troppo difficile e complicato perché si possa consolidare sulla Terra”.
Siamo sempre stati così lontani da tale benchmark. Forse è per questo motivo che oggi, sul finire del secolo…”
Libro della settimana per la rubrica “Notizie dal futuro”: Legge, Legislazione e Libertà di Friedrich August von Hayek. 

Maste

giovedì 3 ottobre 2013

GOOD - Morphine



Una regola della musica dice che solitamente la prima canzone dell'album d'esordio dei grandi gruppi è un capolavoro (tanto per fare alcuni esempi “Break on trough” dei Doors, ”Sunday morning” dei Velvet Undergrounds, ”Disorder” dei Joy Division ecc). E in tanti avranno pensato questa cosa al primo ascolto di Good (1992), facendosi accogliere dalle prime note della title track. I Morphine ci trascinano nel loro post-jazz fatto di bassi a due corde e sax, percussioni ipnotiche, una voce (quella del compianto Sandman) profonda e desolata, eccitata ma al tempo stesso monotona. E fanno volare la mente verso locali invasi dal fumo di sigarette, frequentati da ubriaconi, puttane e sbandati vari. Ascoltare “Good” è come ascoltare un gruppo punk al Blue Note,è come ascoltare B.B King suonare una canzone new wave, è come ascoltare tutto quello che conosciamo e non conosciamo, partendo dal primo blues del Missisipi per arrivare ai Gun Club e a Nick Cave. In sole due parole, ascoltare tutto questo è veramente So Good.



Testo


You're good, good, good, good

You're good, good, good, you're good

Somethin' tells me, somethin' tells me

Somethin' tells me, you can read my mind

Somethin' tells me, somethin' tells me
Somethin' tells me, you can read my mind

Somethin' tells me, you can read my mind

Your brain is callin' to me one more time

Your brain, your brain, your brain

Is callin' to me one more time

Your brain, your brain, your brain
Is callin' to me one more time, you're good

You push, push, push so good

You push, push, push, you're good

Somethin' tells me, somethin' tells me

Somethin' tells me, you can read my mind

Somethin' tells me, somethin' tells me
Somethin' tells me, you can read my mind

Somethin' tells me, you can read my mind

Your brain is callin' to me one more time

Somethin' tells me, you can read my mind
Your brain is callin' to me one more time

Your brain, your brain, your brain

Is callin' to me one more time

Your brain, your brain, your brain
Is callin' to me one more time
You're good, good, good, so good


Mi.Di

martedì 1 ottobre 2013

L'AMICO SPECIALE


6uiu.jpg
“E' un po' picchiatello” dicevano i miei genitori.
“E' un po' picchiatello” dicevano i vicini.
Non sapevo cosa significasse, ma tutti me lo ripetevano in continuazione.
L'unica bocca da cui non uscì mai era quella del mio amico Alter.
Con lui mi sentivo al sicuro da tutte le avversità e sopratutto dalle malelingue che quando mi incrociavano per strada usavano mettere la mano davanti alla bocca per bisbigliare quella parola senza pronunciarla apertamente.
Ma Alter no; lui era un amico con la A maiuscola, era la mia fortezza, era il falò che riscaldava il mio cuore nelle fredde giornate invernali, era il ragazzo che ascoltava tutti i miei pensieri più nascosti, i miei desideri impronunciabili, insomma era il mio unico amico.
In autunno passeggiavamo nel vialetto dietro casa osservando con curiosità il cambiamento di colore delle foglie, con i miei genitori guardinghi alla finestra che parlottavano frasi come: “Uscire un po' gli farà bene alla salute”, oppure: “Quando si renderà conto che quel suo amico non è davvero un amico a tutti gli effetti?”.
Perché dicessero che non era un amico a tutti gli effetti non l'ho mai capito; forse perché ogni tanto spariva di colpo come nel cilindro di un prestigiatore, come quella volta che camminando per casa gli chiesi cosa pensasse dell'arcobaleno e lui non mi rispose, anzi, si prese addirittura la briga di nascondersi a mia insaputa mentre urlavo il suo nome a squarciagola in tutte le stanze.
Comunque, nonostante la sua brutta abitudine di sparire, posso dire che fino al momento della sua partenza sia stato più di un amico, un fratello mancato, un castello incantato, un treno con un posto in prima classe riservato solo per me.
L'unica ferita che mi inflisse fu proprio quando partì senza dirmi nulla, scomparso come un sogno di mezza estate.

Elle Bi                                                                     (Pubblicato sul Tirreno lunedi 20 agosto 2012)

lunedì 30 settembre 2013

CINEMA: "LA GRANDE BELLEZZA - Paolo Sorrentino"


di Elle Bi per la rubrica "CINEMA".


E' da poco diffusa la notizia che La grande bellezza, nuovo film di Paolo Sorrentino, è stato scelto per rappresentare l'Italia agli Oscar quale miglior film straniero. Dopo una prima visione ci troviamo disorientati, pensiamo che quello che abbiamo visto sia un bel prodotto ma che manchi di qualcosa. Dopo una seconda visione i puntini iniziano ad unirsi e tante delle sfumature che ci erano sfuggite cominciano a delinearsi e a prendere forma; con l'accendersi delle luci rimaniamo interdetti, commossi e un senso di grande bellezza ci assale, proprio come nel film il fascino di Roma colpisce il turista asiatico che non riuscendo a contenerlo crolla in preda ad un malore.
Rimaniamo a guardare i titoli di coda come ipnotizzati da quella suggestione, “la grande bellezza”.
Sorrentino prende a pretesto un microcosmo composto da galleristi d'arte, nobili decaduti, direttori di prestigiose riviste, maschere al botulino, ricchi e arricchiti di ogni specie per una riflessione assai più ampia. La grande bellezza non è un film su Roma e sull'Italia, e sopratutto non è un film per il quale dobbiamo scomodare il grande maestro Federico Fellini. Non che questi riferimenti siano inesatti, ma Sorrentino dà al suo film un carattere universale.
Se ci distacchiamo per un attimo dai piccoli provincialismi italiani, chiudendo gli occhi possiamo vedere la rappresentazione dello squallore quotidiano intriso di vacuità, la rincorsa forsennata a quell'apparire che ormai dilaga in tutto il mondo, le continue bugie per evitare di ferirci ancor di più; e dentro questo vortice di mondanità si aggira l'antieroe Jep Gambardella (Toni Servillo), re dei mondani, come si proclama in uno dei tanti monologhi interiori, circondato sempre da centinaia di persone ma allo stesso tempo solo come l'eremita che sta sulla montagna.
Jep, napoletano con mille aspettative, parte in giovane età per quella Roma che tanto promette ma poco mantiene. Durante la sua ricerca di quella purezza - che scoprirà non esistere - lascia, un po' per superbia e un po' per pigrizia, che il vuoto della chiacchiera e della mondanità anestetizzi il suo cuore dolente facendolo diventare indifferente e impermeabile a tutto, perfino alla tanto amata scrittura.
L'unica bellezza che sembra intravedere è quella lontana centinaia di chilometri, decine di anni, la grande bellezza che ormai alberga solo ne suoi ricordi: il mare, il primo amore che non ritornerà più, quella spensieratezza che appartiene a un'epoca passata, sotterrata da bugie, cinismo, scopate e feste con persone che fingono di stare bene ma, come dice Jep, i trenini delle loro feste sono i più belli d'Italia proprio perché non vanno da nessuna parte. Ma poi incontrerà Ramona, spogliarellista a fine carriera che gli dirà quel “Volemose bene” che ci fa pensare a due anime sole, due anime disincantate che uniranno le loro solitudini senza nemmeno il bisogno di toccarsi. Ma la morte, cinica e spietata, gli sottrarrà Ramona poco dopo, strappandogli di dosso quel bagliore di pace che sembrava aver ritrovato accanto alla ragazza, immaginando, insieme alla donna, un mare placido sul soffitto che placa per un momento le sue paure e le brutture della sua esistenza quotidiana.
In questa Roma decadente e decaduta c'è anche molto di sacro, una santità perduta, profanata da tutti noi, perché guardando La grande bellezza, dobbiamo farci forza e riconoscere i vizi, le oscenità, i difetti, il ridicolo che è in tutti noi, le sconfitte dell'animo, e da lì ingoiare il boccone amaro, rialzarci e ripartire dalle “radici” per raccontarci la verità che tanto ci appartiene.
Jep alla fine del film ci confida quasi timidamente il suo mondo e il nostro in un monologo che lascia gli spettatori spiazzati e ammutoliti a riflettere su ciò che ci è stato appena mostrato.
E' tutto sedimentato sul chiacchiericcio e il rumore, il silenzio e il sentimento, l'emozione e la paura, gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza e poi lo squallore disgraziato e l'uomo miserabile”.
Quindi lasciatevi cullare da La grande bellezza proprio come Jep fa con il mare dei suoi ricordi, lasciatevi cullare come il bambino dalla mamma...BLA BLA BLA.

sabato 28 settembre 2013

AUTORITRATTO - Francesco Briganti

pme1.jpgFrancesco Briganti nasce a Figline Valdarno il 23 giugno 1990. Attualmente è studente in graphic design e art direction alla NABA di Milano.

venerdì 27 settembre 2013

DISTRUZIONE CREATRICE


Ero al bar quando L il mio (per così dire) editore mi chiamò per confermare che il “progetto blog” avrebbe realmente preso vita. La telefonata diceva, “T datti da fare, tu e M avrete la pagina di attualità, il tema è news dal futuro”. Niente di più. Un messaggio criptato, quasi in codice, degno di un ermetico. Termino la telefonata e inizio a riflettere, sperando che il mio cervello faccia velocemente click dandomi un giusto indizio per fare bella figura con il primo pezzo. In realtà, l’unica cosa che fa click è il ghiaccio in fondo al bicchiere vuoto dell’americano che stavo bevendo, e dei successivi due o tre. E’ solo il giorno dopo che qualcosa mi è venuto in mente.

Pensare all’articolo d’esordio per il blog mi ha portato ad un lontano ricordo. O forse farei meglio a dire che il pensare mi ha portato a rievocare una questione lasciata in sospeso. Anni fa, infatti, dopo aver letto il libro ‘La Democrazia Che Non C’è’, scrissi una lettera all’autore, Paul Ginsborg.
Il libro dibatte il tema della democrazia in un’ottica, a primo impatto, pessimista.  Nel saggio, lo storico analizza quali aspetti di questo ‘strumento sociale’, messo in atto tramite le istituzioni, sono desiderabili e quali hanno fallito. Essendo il secondo gruppo più numeroso del primo, decisi di scrivergli perché ho, ancora oggi, chiara in mente la sensazione di impotenza che la lettura mi lasciò.

Ho riportato quanto sopra perché oggi, con occhi diversi e più maturi, riesco a vedere il problema da un’altra prospettiva e trovare in questo il punto di partenza per il nostro progetto. Provo a spiegarmi. Quella di Ginsborg non è una resa. Non lo è affatto. Il messaggio di ottimismo è diffuso all’interno di tutta l’opera, anche se ben nascosto tra le righe. L’autore, partendo da un assunto di fallimento di un certo tipo di democrazia, ovvero la ‘grande democrazia’ ormai arrugginita e burocratizzata all’eccesso, mostra come un ridimensionamento di questa potrebbe portare a grandi progressi sociali. Ciò che si auspica è dunque una forma di, come direbbe Serge Latouche (filosofo sostenitore della teoria della ‘decrescita’), democrazia sostenibile. Il messaggio che il libro vuol mandare è dunque tutt’altro che disfattista.
Partendo da una critica ben delineata (e a tratti dolorosa), ambisce a introdurre una ristrutturazione del processo democratico dal basso. Si deve, dice Ginsborg, risvegliare la partecipazione costante per stimolare e controllare la qualità della rappresentanza che si manifesta nelle istituzioni. Dunque, l’autore sembra così evocare la famosa novella distopica di Orwell, 1984, il cui protagonista, Wilson, sostiene che ‘se c’è una speranza, quella è nei prolet (classe sociale inferiore)’.

Distruggere per creare. E’ questo dunque il punto di partenza di ‘news dal futuro’, rubrica da oggi condivisa con M. L’idea è quella di raccogliere il messaggio dello storico e accogliervi nella nostra pagina guidati da questa distruzione creativa. Partendo da tematiche sociali di rilievo (che potranno indubbiamente fare male e lasciarvi l’amaro in bocca così come la prima lettura del saggio lasciò in me), ci proponiamo di svilupparle in modo critico per poi proporre soluzioni costruttive. È una situazione storica calda quella che stiamo vivendo. Le contraddizioni sono molte e le difficoltà ancor più numerose. Inizieremo, coerentemente con questa introduzione, con un discorso sulla democrazia e sulle istituzioni che la mettono in atto. Cercheremo di discutere tale meccanismo di scelta sociale sia con esempi pratici, mostrandone fallimenti e grandi imprese, che su un piano teorico, invocando paradigmi e linee di pensiero.
Aldilà delle altisonanti parole usate, e senza volersi assolutamente porre con l’ottica di salvatori dell’umanità, questo non è che il punto di partenza. Non ci limiteremo a ciò. Volgeremo lo sguardo sia all’interno che all’esterno dei confini nazionali, trattando di attualità e disegnando scenari futuri. Impareremo andando avanti e discuteremo nuovi argomenti via via che spunteranno, con l’obiettivo di avviare un processo di ristrutturazione sociale che parta dal basso.

Dunque è qui che inizia il nostro percorso.

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