sabato 14 giugno 2014
venerdì 13 giugno 2014
MUSICA: "EVERYDAY ROBOTS - Damon Albarn"
Certo che è un buon album. Cosa credevate? Stiamo parlando del leader dei Blur e dei Gorillaz ( specialmente dei Blur, tra i grandi protagonisti dei 90's ), un piccolo genio che ha attraversato due decenni (musicalmente parlando) tra eccessi vari nuotando attraverso una società piena di nevrosi e oscenità. Una società malata, con teen attaccati continuamente al cellulare, pensieri omicidi, un amore che stenta a riconoscersi divenendo sempre più l'ombra di se stesso avvolto dal freddo, futili vacanze in Grecia (seguendo il gregge). Una società che ha ossessionato Damon, diviso tra amore e odio, affascinato e respinto da essa. Ed è da qui che riparte, anche se con un approccio diverso rispetto al passato. Difatti Albarn non è più il giovane ribelle che era nei Blur, ma si avvicina verso i 50 anni. Quindi tutto è più soft, più emblematicamente immobile e calmo. Come nella title-track, in cui siamo tutti robot, schiavi della tecnologia, intrappolati in macchine di metallo che sfrecciano veloci in autostrade senza mai toccarsi, guardarsi. Così la solitudine si impossessa delle nostre vite, in un incomunicabilità strisciante che si inserisce nel quotidiano. Il cantante di Londra dimostra di aver raggiunto la maturità con questo lavoro, estremamente intimo e razionale. Certo, non è un capolavoro. Come detto sopra il Damon Albarn dei Blur è lontano, la tensione e la rabbia di Essex Dogs ( che da sola vale come l'intero Everyday Robots probabilmente ) e l'ironia di Girls And Boys sono ormai solo ricordi ( come forse è giusto che sia ). Ma nonostante tutto Albarn dimostra di essere uno dei grandi della musica contemporanea, spesso anche ingiustamente sottovalutato, e la sua visione, i suoi tristi e freddi robot, sono destinati a rimanere nelle nostre memorie. Grazie.
Everyday Robots: Lyrics
'They didn't know where they was going,
but they knew where they was wasn't it'
We are everyday robots on our phones
In the process of getting home
Looking like standing stones
Out there on our own
We're everyday robots in control
Or in the process of being sold
Driving in adjacent cars
'Til you press restart
Everyday robots just touch thumbs
Swimmin' in lingo they become
Stricken in a status sea
One more vacancy
For everyday robots getting old
When our lips are cold
Lookin' like standing stones
Out there on our own
Little robots in ringback tones
In the process of getting home
di Mi.Di per la rubrica "MUSICA".
but they knew where they was wasn't it'
We are everyday robots on our phones
In the process of getting home
Looking like standing stones
Out there on our own
We're everyday robots in control
Or in the process of being sold
Driving in adjacent cars
'Til you press restart
Everyday robots just touch thumbs
Swimmin' in lingo they become
Stricken in a status sea
One more vacancy
For everyday robots getting old
When our lips are cold
Lookin' like standing stones
Out there on our own
Little robots in ringback tones
In the process of getting home
di Mi.Di per la rubrica "MUSICA".
martedì 10 giugno 2014
LETTERATURA: "CINA: DIARIO DI UN VIAGGIATORE SENTIMENTALE - Parte 1"
Giorno 1:
Siamo
in aereo, Roma scompare lentamente dal lunotto. Mosca si avvicina, sarà uno
scalo breve, in attesa della Cina, in attesa di arrivare a Shanghai. Le donne
all'aeroporto di Mosca sono bellissime, incarnano perfettamente l'ideale di
“donna”, o almeno il mio e quello di F, il mio compagno di viaggio.
F
è uno che la sa lunga, sa cosa vuol dire viaggiare, conosce il significato di
solitudine, è un eterno viaggiatore, per questo è un perfetto compagno di
viaggio.
Sul
volo Airfrance Mosca-Shanghai tutto si muove come in una bolla, è l'attesa di
una nuova meta, un viaggio di sei ore che sembrano giorni. F ed io siamo
circondati da cinesi che torneranno presto in patria. Ci guardiamo intorno,
l'hostess si avvicina ad uno di loro, gli chiede in inglese cosa preferisca per
cena, lui non capisce, allora l'hostess è costretta a tirare fuori il suo
cinese di base; F ed io ci guardiamo, cominciamo a capire che sarà davvero duro
comunicare.
Giorno 2:
Sono
quasi le dieci di mattina, l'aereo sta perdendo quota, siamo vicinissimi a
Shanghai.
Guardo
F, si risveglia da un breve sonno energetico, siamo euforici.
Atterrati
a Shanghai sbrighiamo le pratiche di recupero bagagli e uscendo notiamo un
cielo grigio pallido. Il sole sembra timido, fatica ad uscire allo scoperto, è
tappato da uno strato di inquinamento a cui non siamo abituati: Roma e Firenze in
confronto sono L'Himalaya.
Ci
dirigiamo verso l'ostello e ci ritroviamo nel bel mezzo di una sparatoria di
sputi. Ogni cinese calibra lentamente il colpo in canna, lo aggiusta con cura
con versi di caricamento grotteschi per poi rilasciare il tutto in un
concentrato di muco che si va a stampare contro l'asfalto rovente. Rovente perché sono 26°, ma
percepiti sicuramente più di 30.
L'aria
ha un odore diverso a Shanghai, è pesante ed è abbracciata da fumi di zolfo,
quasi come in un girone infernale, quasi come a dire: “Siamo la prima potenza
al mondo, è questo il prezzo da pagare. Prendere o lasciare”.
E'
questo il bello dell'Asia, per questo la amo.
Dopo
aver lasciato zaino e valigia all'ostello usciamo subito. Siamo stanchi, ma la
voglia di provare nuove sensazioni è troppo grande per poter cadere in un sonno
profondo. Il problema non è il viaggio in aereo, il jet leg? Roba da
femminucce. Il problema è che la sera prima della partenza abbiamo dormito solo
tre ore, ma un po' di stanchezza non fermerà i nostri cuori impavidi.
Cerchiamo
di orientarci con la metro, non è troppo complessa, per questo raggiungiamo in
poco tempo il Financial Center. Enormi palazzi di vetro ci circondano come
torri di un castello.
Il
tempo passa, siamo già all'ora di cena. Guardando a destra incrocio con lo
sguardo un piccolo ristorante locale con i muri simili a quelli delle piscine,
o a quelli delle saune, quei muri di un celeste pallido consumati dal tempo.
“I
ristoranti brutti ma pieni di giovani sono i migliori. Entriamo” dico ad F.
Sa
che sono stato in Corea del Sud, si fida ciecamente e risponde di sì. Entriamo.
La
signora ci parla in cinese, noi ovviamente non capiamo assolutamente niente.
Prendiamo un menù e ordiniamo dei ravioli al vapore. Sembrano buoni e in più li
stanno mangiando dei ragazzi alla nostra sinistra. Non capiamo il cinese, ma
sembrano soddisfatti.
Neanche
il tempo che si raffreddino un po' li facciamo scomparire dal piatto. Siamo
affamati, il cibo è la miglior cura contro la stanchezza.
Dopo
cena rolliamo due sigarette, la cuoca ci guarda interessata, si siede accanto a
noi, sorride, probabilmente non ha mai visto una sigaretta artigianale. Siamo a
Shanghai, venticinque milioni di abitanti, non vedo l'ora di andare in Sichuan,
sarà tutto ancor più diverso, sarà tutto più primordiale.
Camminiamo
a piedi nella zona del Bund e ogni tre metri veniamo agganciati da donne o
uomini che vogliono venderci qualcosa: droga, cellulari, gadget Apple,
massaggi: donne e orologi: tutto è in vendita.
Ci
guardiamo e ci chiediamo cosa potrebbero risponderci questi individui se
chiedessimo un bambino o magari un organo. Probabilmente risponderebbero di
aspettare qualche ora.
Prima
di tornare all'ostello due ragazze ci fermano. Ci buttiamo in un tete-à-tete
stimolante.
Ci
chiedono se ci va di bere una birra con loro. Sono circa le undici, siamo
stanchi e vogliamo vedere soltanto il letto.
Sembrano
due ragazze normali, però oltre alla stanchezza, addosso abbiamo anche un senso
di sfiducia verso le ragazze che si
aggirano per il Bund. Parlano un buon inglese e questo ci insospettisce. Ci
dilettiamo in un quarto d'ora di piacevole conversazione.
Dopo
aver salutato le ragazze torniamo all'ostello, ci sdraiamo sul letto e
crolliamo come maratoneti spossati da un'impresa disumana.
Chissà
come sarebbe andata se avessimo accettato di bere quella birra.
Giorno 3:
Ci
siamo svegliati dopo dieci ore di sonno filate. La luce entra dalla tenda, ma è
solo una debole proiezione del sole a cui siamo abituati in Europa.
Nella
hall un ragazzo si avvicina.
“Italiani?”
chiede.
Iniziamo
ad interagire con questo nuovo soggetto. Scopriamo che è in viaggio da tre
anni, che non torna in Italia da tutto questo tempo. Attualmente vive in
Australia, ha un buono stipendio che gli permette di spostarsi molto,
sopratutto verso l'amata Asia: ci capiamo subito al volo.
Guardo
F in cerca di un suo cenno di assenso per dare una possibilità al ragazzo, per
renderlo partecipe di un qualcosa di nostro. Fa sì con il capo. Partiamo.
Facciamo
vari cambi con la metro per arrivare nella zona del tempio di Confucio.
Guardandoci intorno notiamo che siamo circondati da grattacieli, ma pochi metri
più avanti il panorama cambia così velocemente che l'impatto ci colpisce come
un pugno allo stomaco. Una distesa di baracche si erge in tutta la sua umiltà
davanti ai nostri occhi. Uomini che si lavano i denti per strada, panni stesi
ovunque, anche sui marciapiedi, pneumatici a decorare i tetti.
Decidiamo
di fermarci a fare uno spuntino. Ci sono diverse bancherelle che offrono
specialità tipiche. Odori fra i più disparati si impossessano delle nostre
narici. Vorrei tanto poter descrivere questi odori così come sono, ma neanche
tutte le parole del mondo avrebbero lo stesso impatto sul vostro naso. Luca, il
ragazzo italiano, si ferma per prendere una strana bevanda, che a quello che
dice lui è bevuta tantissimo in oriente. E' una specie di latte di riso che può
essere servito sia caldo che freddo. Lo assaggiamo tutti. Niente di speciale.
Subito
dopo assistiamo a una scena incredibile. Un pesce gatto viene apparentemente
liberato e buttato per strada vicino al marciapiede, ma è solo la prima fase
del processo definitivo. Il pesce se ne sta lì inerme, e ogni tanto si muove in
spasmi alterni; l'uomo aspetta il momento giusto, si avvicina lentamente armato
di coltello e...ZAC, primo colpo sferrato.
Il
tutto continua per diversi minuti finché il pesce diventa un ammasso di filetti
pronti per essere serviti. Una bambina osserva, noi osserviamo e la mia
macchina fotografica sta registrando tutto nei minimi dettagli.
Ho
deciso di girare un documentario indipendente sulla Cina, sui contrasti che vi
sono all'interno, su usi e costumi, ma sopratutto sull'avvento del progresso,
sulla spersonalizzazione dell'individuo nella grande città.
Gli
uomini si sono inariditi come piante senz'acqua, quasi senza accorgersene si
sono rinchiusi in una bolla senza via d'uscita. Shanghai non potrà andare
avanti così all'infinito. Sarà prossima al collasso, nasceranno nuove malattie
della pelle, l'inquinamento salirà alle stelle, ma ora cerco di non pensarci,
la Cina è anche questo.
Dopo
aver girato un po' il quartiere decidiamo di entrare al tempio di Confucio.
Per
fortuna non incontriamo molti turisti, cosa assai rara in Cina.
Verso
le cinque, dopo aver scrutato e immagazzinato tutto ciò che c'è da vedere, una
signora ci dice che inizia la cerimonia del tè.
La
donna ci fa sedere e ci mostra diverse varietà di tè. Parla un ottimo inglese,
è il frutto di anni di affari; capiamo che ci vorrà vendere qualcosa. Il tutto
viene sbrigato con estrema calma. Assaggiamo diversi tipi e alla fine decidiamo
di comprare un tè contro il mal di testa: ha vinto lei, ma le abbiamo fatto
perdere un bel po' di tempo.
Mentre
torniamo all'ostello, Luca ci racconta un po' delle storie che ha vissuto nei
suoi tre anni di viaggio. E' stato otto mesi a Bali e cinque a Singapore.
Dai
suoi racconti e da alcune immagini mi sono fatto un'idea di come possa essere
Singapore. E' carissima, ma è la “città giardino”; questo mi affascina, per ora
la metto nel cassetto delle cose da fare e poi chissà, magari proverò anche a
lavorarci un giorno.
Luca
ha dormito per due settimane in degli abitacoli surreali, in dei loculi simili
a quelli mortuari, solo che lui era vivo; ma il prezzo era basso, doveva
soffrire, doveva mangiare pane e sangue, combatteva la sua battaglia con tutte
le forze. La fatica ha un prezzo, ma l'appagamento successivo sarà sempre così
grande da cancellare lacrime e sudore se ne vale davvero la pena.
Tornati in ostello mangiamo degli spiedini di carne per strada – amiamo lo street food – e cerchiamo una banca o un change perché siamo a corto di yuan. Non troviamo niente e Luca se ne esce dicendoci che, partendo alle dieci di sera, non avrà più bisogno dei soldi che ha cambiato. Ci cambia un po' di euro; lo ringraziamo e lo porteremo nel cuore per un bel po'.
Decidiamo di buttarci nella notte profonda di Shanghai.
Una mia amica mi ha detto una parola magica da dire alla cassa di un locale chiamato Secenth Floor. La parola è Artem e dovrebbe funzionare da apripista, dovrebbe garantirci ingresso e qualche drink gratuito.
“Artem” dice F alla tipa.
Funziona. Ci vengono date due bevute a testa.
Notiamo che è un club frequentato quasi esclusivamente da cinesi, ci rallegriamo, è proprio quello che stiamo cercando.
Dopo poco tempo ci rendiamo conto che le ragazze cinesi stanno quasi tutte a gruppi sedute al tavolo. La maggior parte di esse è ipnotizzata dallo smartphone di ultima generazione, un succhiavita a portata di mano. Molte di loro sono timide o non parlano inglese, nessuna balla; per questo decidiamo di andare da un'altra parte dopo aver usufruito di entrambe le bevute.
Andiamo in un altro locale, ma non succede niente di eccitante.
Siamo immersi nel buio della notte, fra spettri della Cina che fu, ma l'alba arriverà presto riportando alla luce tutto quello che la Cina è ora; e Shanghai ne è l'emblema: polvere, acciaio, cemento, vetri e clacson impazziti, tutto lo stretto necessario per diventare una macchina inarrestabile.
di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA".
di Elle Bi per la rubrica "LETTERATURA".
lunedì 9 giugno 2014
CINEMA: "BLUE RUIN - Jeremy Saulnier"
L’arrivo di giugno e della stagione
estiva rappresenta, cinematograficamente parlando, l’inizio di una fase di
magra o di aridità o di vera e propria sterilità. Le sale (quelle ancora
aperte) propongono i soliti quattro/cinque film che non andrei a vedere neanche
mi pagassero il biglietto. Di conseguenza, chi (come me) vuole continuare a
vedere buoni film anche quando le temperature superano i trenta gradi ha di
fronte a se due sole alternative: riguardarsi un bel classico in dvd (un
Kubrick o uno Scorsese d’annata, tanto per dirne due) oppure andare di
streaming. Questa settimana ho optato per la seconda e fortunatamente, quasi
inaspettatamente, mi sono imbattuto in un revenge movie di pregiata fattura di
un regista che mi era sconosciuto e che credo sia al suo primo film.
Quando apprende la notizia che l’uomo
che ha ucciso suo padre sta per uscire di prigione, Dwight capisce che è
arrivato il momento di farsi giustizia da solo per riuscire a riscattare
un’esistenza condizionata da quel drammatico evento, appartenente al passato ma
ancora fortemente presente nella sua vita, che da quel giorno non è stata più
la stessa. Dovrà tuttavia fare i conti con i parenti dell’uomo da un lato e con
la necessità di proteggere la sorella dall’altro. Veniamo così catapultati in
una tragica spirale di vendette familiari (che per un verso riporta alla mente
l’esordio di Jeff Nichols, quel gran film che è Shotgun stories), di improvvise
esplosioni di violenza sapientemente amalgamate in un ritmo mai ossessivo ma
sempre incalzante.
Dwight non è un eroe né tantomeno
uno spietato giustiziere assetato di vendetta, forse non è neanche un uomo
qualunque, piuttosto è un mezzo inetto che fa quello che fa perché crede di
doverlo fare. Potrebbe quasi essere un personaggio uscito da uno dei film dei
Coen, un piccolo uomo alle prese con imprese troppo grandi. E chi conosce i
Coen sa che l’inettitudine, che misura la distanza tra desiderio e possibilità
di raggiungerlo, fa affogare tutto in un mare di sangue.
Blue ruin non è un classico revenge
movie come potrebbe essere Vendicami di Johnnie To, ma un film più intimistico,
più personale; Saulnier dimostra di avere maggiormente a cuore una riflessione
psicologica, fors’anche sociologica, del sentimento di vendetta. Presentato a
Cannes lo scorso anno, dove ha avuto un’ottima accoglienza, Blue ruin è andato
ad aumentare il già numeroso elenco di bei film completamente dimenticati dalla
distribuzione italiana. E chi, a prescindere dalle temperature, desiderasse
vederli è costretto a ripiegare sullo streaming o sul download. In alternativa,
è possibile entrare in una delle oltre settecento sale italiane in cui, in
queste settimane, proiettano Maleficent, o nelle oltre cinquecento che offrono
Edge of Tomorrow (detto col massimo rispetto, s’intende).
di Diccì per la rubrica "CINEMA".
di Diccì per la rubrica "CINEMA".
sabato 7 giugno 2014
ARTE: "REPORTAGE CINA, Parte 1 - Elle Bi"
Uno scorcio nel tempio di Confucio a Shanghai.
3. Lo Slum
Una Shanghai dai mille volti: basta svoltare l'angolo per passare dai grattacieli alle colorite baracche che rappresentano l'altra faccia della medaglia capitalista cinese.
4. Rise of China
Un branco di pesci affamati che si divincolano l'uno sull'altro come uomini. Immagine metaforica di una società che spinge l'essere umano all'eccesso.
di Elle Bi per la rubrica "ARTE".
venerdì 6 giugno 2014
NEWS: "BITCOIN: UTOPIA O FUTURO?"
L’abitudine di bermi una birra dopo lavoro è indubbiamente un’eredità di
quando vivevo a Londra – insieme a qualche rara comparsata di una flessione cockney nel mio accento quando parlo
inglese. A Roma la suddetta abitudine ha trovato un perfetto universo all’interno
del quale esprimersi. La domanda per la birra è molto alta e la passione
italiana per tutto quello che rientra nella sfera del mangiare e bere bene ha
portato questo mercato al next level:
vi è stata una diffusione a macchia delle birrerie artigianali dove si bevono
prodotti “maltati” in grado di soddisfare ogni palato.
Mi piace documentarmi e provare birre e birrerie diverse, sfruttando così
l’occasione per conoscere meglio la Capitale. E’ così che sono finito a Beertime a Monte Mario. Le recensioni
erano ottime e non ero ancora stato in questo rione. Prendo una pinta e mi
siedo all’aperto. Nell’uscire, la mia attenzione è attratta da un adesivo sulla
porta. “Accettiamo il bitcoin”, riportava lo sticker. Così prima di andare via mi fermo a chiedere informazioni
all’indaffarato proprietario. Ma andiamo per gradi.
Che cosa è Bitcoin? È stato definito come, riporta il Financial Times, un Gold Standard digitale, un
miracolo di internet, un modo per condurre transazioni illegali, una bolla
finanziaria e in svariati altri modi. Concretizzando, Bitcoin è una piattaforma
digitale open source per l’estrazione
(si noti il parallelo con l’attività estrattiva di pietre preziose, o
direttamente di oro), cioè la creazione, di monete digitali spendibili
internazionalmente sul web. I “minatori” creano nuova valuta risolvendo degli
algoritmi e venendo ripagati con una piccola percentuale di quanto prodotto. La
piattaforma è stata creata nel 2009 dalla mente visionaria del tutt’ora ignoto
Satoshi Nakamoto. La moneta che si scambia su Bitcoin si chiama, qua la
sconfinata fantasia di hackers e
cervelloni si è rivelata deludente, bitcoin (la “b” è minuscola).
Sorge spontaneo domandarsi se questa moneta possa, per via del suo totale
scollegamento con una autorità centrale che ne regola la produzione, essere
considerata tale a tutti gli effetti. L’autorevole The Economist è, alla luce
della formidabile diffusione del bitcoin, più volte entrato nel merito
dell’argomento. In particolare, in un articolo spiega che, secondo la definizione comunemente
accettata, affinché si possa parlare di moneta, tre sono le caratteristiche che
questa deve avere. Innanzitutto, deve essere un affidabile veicolo di scambio
per l’acquisto di beni e servizi; ancora, deve essere un deposito di valore (relativamente)
stabile; ed infine, deve assolvere la funzione di unità di misura. Dunque, ad
esempio, possiamo definire l’Euro una moneta, in quanto soddisfa tutte e tre le
proprietà sopra elencate. Il bitcoin invece, argomenta sempre la testata
britannica, è ancora carente su due delle tre proprietà. È molto volatile e
soggetta a potenziali truffe (si veda ad esempio il caso Mt.Gox). Per questo non può essere considerata una unità di
misura. Consapevoli di queste considerazioni, ci riferiremo lo stesso al
bitcoin chiamandolo valuta o moneta. Per semplicità.
Perché si è avuta una così massiccia diffusione di questa moneta? Comincerei
dicendo perché il bitcoin è la realizzazione di un’utopia: è una moneta
indipendente da ogni banca centrale che ha – oltre al suo romantico appealing per lo scollegamento dai
poteri forti – costi molto ridotti, poiché taglia fuori gli intermediari;
ancora, è una valuta internazionale che permette, tramite l'attuale
tecnologia, di semplificare gli scambi in modo consistente. Un’altra
caratteristica che ha contribuito a rendere il bitcoin popolare è il
quasi-anonimato nelle transazioni garantito da questo.
L’ultimo aspetto sopramenzionato apre ad un problema: il quasi-anonimato
tutela anche i clienti del mercato nero del web (ad esempio l’ormai defunto Silkroad)
e coloro che hanno bisogno di una “lavatrice” dove lavare i loro soldi sporchi.
Aldilà della possibilità di impiego del bitcoin in attività illecite, altri possibili
rischi sono legati alla sicurezza dei portafogli digitali, spesso oggetto di
scippi virtuali – anche se su questo il mondo dei digitalgeeks sta lavorando per sviluppare portafogli inaccessibili.
Un altro aspetto, che annovererei tra i dubbi riguardo al bitcoin piuttosto che
tra i rischi relativi a questo, è che lo stock di moneta producibile è fissato
a 21 mln di unità. Questo ha conseguenze di vario tipo sull’offerta di moneta –
apprezzabili a detta dei liberali anti-banche centrali che controllano
l’inflazione; molto incerta a detta dei tabloids specializzati. Al momento si ha una domanda di bitcoins impennata, che ne ha
spinto il valore alle stelle (mentre sto scrivendo 1 bitcoin = US$ 661.33, lo
vedete qua), riducendo il prezzo delle cose in termini di bitcoins.
Ma il fatto che lo stock di moneta è, in gergo, capped potrà portare a due conseguenze: l’introduzione di
commissioni sulle transazioni una volta raggiunto il limite o la perdita di
interesse nella valuta o quantomeno la circoscrizione dell’uso di questa a
pochi utilizzatori o settori.
Abbandonando i pro e i contro e la politica monetaria, a Beertime (dove peraltro pure LA7 è stata
a intervistare gli imprenditori 2.0) mi hanno spiegato che da loro il giorno
degli acquisti in bitcoins è solo il giovedì, il costo di una birra varia a
seconda della quotazione del bitcoin e che, in realtà, i pagamenti sono fatti
sul conto di un amico che investe in bitcoins e che ripaga i ragazzi in Euro
una volta che chiudono il registratore di cassa il giovedì sera. Dunque è, per
il proprietario del portafoglio bitcoin, un modo alternativo per “estrarre”
valuta, per il proprietario di Beertime un modo di farsi pubblicità.
A prescindere da quale sarà il futuro di Bitcoin, trovo il suo passato (e
presente) immensamente affascinante. Ed, in generale, la storia di questa
moneta del web estremamente futuristica. Se la piattaforma Bitcoin un domani
dovesse rivelarsi una bolla, un obiettivo l’avrà sicuramente raggiunto: aprire un
possibile sentiero ad una moneta del futuro che, con gli opportuni
miglioramenti, potrebbe cambiare il mondo.
Voglio dire, se venti anni fa ti avessero detto che un domani avresti
potuto sbloccare il tuo Iphone con la tua impronta digitale o vedere tua madre su
Skype mentre ti trovavi in Angola, ci avresti creduto?
di IT per la rubrica “NEWS DAL FUTURO”.
di IT per la rubrica “NEWS DAL FUTURO”.
giovedì 5 giugno 2014
MUSICA: "BIRTH IN REVERSE - St. Vincent"
Premetto subito che odio il pop e tutte le sue sfaccettature melense. Le sue provocazioni fittizie create a tavolino, il perbenismo adolescenziale e un certo culto che alimenta una macchina inarrestabile chiamata denaro che falcia l'anima degli artisti, riducendoli a semplici marionette. Ma nonostante tutto questo disco mi ha conquistato immediatamente. Perché? Perché semplicemente St. Vincent ha creato un punto di svolta nel genere dominato da bambole di pezza da svendere, alzando non di poco il livello dell'art-pop. Sin dalle prime canzoni ci rendiamo conto di essere di fronte ad una monumentale opera pop che riunisce e rincorre decenni di storia della musica, il tutto condito da una immensa vena qualitativa, che ti fa sentire sulla pelle che stai ascoltando il lavoro di una vera e propria songwriter. Con un anima. Calda, pulsante. Come Birth In Reverse, ballata che ricorda un Prince in versione femminile inondato da suoni elettronici, quasi psicotici. Come tutto il disco, pervaso da dolci ( e violenti allo stesso tempo ) suoni elettro (quasi techno), che accompagnano verso la fine in maniera fluida, una lezione di come far scorrere musica nelle orecchie dell'ascoltatore senza mai annoiare. Insomma, St. Vincent (che tra l'altro ha fatto parte della band di un certo Sufjan Stevens e ha collaborato con niente meno di suo imminenza David Byrne, senza mostrarsi troppo come amano in molte) mette in fila le varie Lady Gaga, Lorde etc e le spazza via con un piccolo buffetto fatto di musica vera, ristrutturando l'e(ste)tica e il suono del genere, rendendolo credibile e vivo. Mai soddisfazione è stata così grande.
di Mi.Di. per la rubrica "SINGOLO DELLA SETTIMANA".
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