giovedì 5 giugno 2014

MUSICA: "BIRTH IN REVERSE - St. Vincent"





Premetto subito che odio il pop e tutte le sue sfaccettature melense. Le sue provocazioni fittizie create a tavolino, il perbenismo adolescenziale e un certo culto che alimenta una macchina inarrestabile chiamata denaro che falcia l'anima degli artisti, riducendoli a semplici marionette. Ma nonostante tutto questo disco mi ha conquistato immediatamente. Perché? Perché semplicemente St. Vincent ha creato un punto di svolta nel genere dominato da bambole di pezza da svendere, alzando non di poco il livello dell'art-pop. Sin dalle prime canzoni ci rendiamo conto di essere di fronte ad una monumentale opera pop che riunisce e rincorre decenni di storia della musica, il tutto condito da una immensa vena qualitativa, che ti fa sentire sulla pelle che stai  ascoltando il lavoro di una vera e propria songwriter. Con un anima. Calda, pulsante. Come Birth In Reverse, ballata che ricorda un Prince in versione femminile inondato da suoni elettronici, quasi psicotici. Come tutto il disco, pervaso da dolci ( e violenti allo stesso tempo ) suoni elettro (quasi techno), che accompagnano verso la fine in maniera fluida, una lezione di come far scorrere musica nelle orecchie dell'ascoltatore senza mai annoiare. Insomma, St. Vincent (che tra l'altro ha fatto parte della band di un certo Sufjan Stevens e ha collaborato con niente meno di suo imminenza David Byrne, senza mostrarsi troppo come amano in molte) mette in fila le varie Lady Gaga, Lorde etc e le spazza via con un piccolo buffetto fatto di musica vera, ristrutturando l'e(ste)tica e il suono del genere, rendendolo credibile e vivo. Mai soddisfazione è stata così grande.

di Mi.Di. per la rubrica "SINGOLO DELLA SETTIMANA".


martedì 3 giugno 2014

LETTERATURA: "POETI DEL SECOLO XXI"



Vita.
Solo quella.
Non c’è altro in questo momento.
In nessun momento.
Noi figli della nostra epoca alla ricerca di noi stessi, noi stessi dentro ad una scatola, incatenati e imbavagliati, imprigionati dal tempo, da anni di solitudine e abitudine.
Solo fuoco che brucia.
E fa male.
Ma non importa.
Per il male, il male stesso è bene. La normalità che non hai scelto. Il sistema che non hanno reputato adatto a renderti uno schiavo perfetto. Una tattica: noi abbiamo smesso di credere se non al dolore come marchio di fabbrica.
Questa la parola della nuova scuola.
Noi che la notte sognamo di morire con uno squarcio sulla gola, imbottiti di Vicodin.
Capito come?
Questi sorrisi e queste lacrime sono come una maledizione addosso.
Noi siamo solo le vittime di ciò che viviamo ma a differenza degli altri lo percepiamo e lo scriviamo.
Vita, pura vita che si avvicina alla morte.
Vita,
o Musa,
o unico motivo,
a te sola ci prostriamo
e ci inchiniamo,
alle tue Parche
anche se so che non arriverete mai alla nostra arte,
a questi ricordi,
a questi poeti maledetti,
anime perse
fra sangue, saliva e bile.

di Enne Effe per la rubrica "LETTERATURA".

lunedì 2 giugno 2014

CINEMA: "NO – I GIORNI DELL’ARCOBALENO - Pablo Larraìn"



Dopo Tony Manero (2008) e Post mortem (2010) Pablo Larraìn porta a termine con No – i giorni dell’arcobaleno (2012) la sua personale trilogia sulla quindicennale dittatura di Augusto Pinochet Ugarte, che ha reso il Cile, dal 1973 al 1988, un bieco regime repressivo. E lo ha fatto con una lucidità invidiabile per un giovane regista ai suoi primissimi film.

Con Tony Manero, attraverso le vicissitudini del protagonista (interpretato da Alfredo Castro, presente in tutti e tre i film), ossessionato dal personaggio interpretato da John Travolta ne La febbre del sabato sera (appunto Tony Manero), Larraìn mise in scena l’insostenibile clima di oppressione che ha caratterizzato il Cile totalitario e illiberale di Pinochet.

In Posto Mortem invece, che cronologicamente è arrivato dopo ma storicamente precede il primo film, il regista mostrò con incredibile efficacia e con immagini di rara potenza simbolica (bellissimo il finale) la presa del potere di Pinochet attraverso il colpo di Stato e l’assassinio del Presidente Salvador Allende, vicende che non vengono mai mostrate ma restano sempre fuori campo per far posto a quei cadaveri (che ne sono l’eredità immediata) ammassati uno sopra l’altro tra l’indifferenza e l’omertà del popolo cileno, testimone silente del golpe.

In quest’ottica, No diviene la naturale chiusura del cerchio raccontando della campagna pubblicitaria che ha sostenuto appunto il No al referendum concesso da Pinochet nel 1988, sotto forti pressioni, dove si doveva decidere circa le sorti del regime cileno. Forte del controllo dei mezzi di comunicazione e dell’apparato di polizia politica, Pinochet riteneva scontato l’esito del referendum: un Si al suo regime ed una “credibile” investitura popolare da far valere a livello internazionale. Non aveva però fatto i conti con René Saavedra (Gael Garcìa Bernal), giovane pubblicitario a cui venne affidato il compito dai membri dell’opposizione di gestire la campagna pubblicitaria in favore del No. René opterà per una campagna all’insegna della gioia, del sorriso, dell’ottimismo, consapevole com’è delle leggi della grande comunicazione e della pubblicità, scontrandosi con gran parte dei militanti che volevano invece denunciare i crimini compiuti da Pinochet durante il quindicennio.

L’esito della Storia lo conosciamo. Larraìn si preoccupa di salutare la fine di una delle più atroci dittature sudamericane e il conseguente ingresso del Cile nel mondo libero occidentale. Quanto poi le democrazie occidentali siano effettivamente libere è un altro discorso, Larraìn si limita a suggerirci come le leggi del capitalismo e del consumismo rappresentino una forza costante e contraria alla più profonda libertà dell’uomo.

di Diccì per la rubrica "CINEMA".

sabato 31 maggio 2014

FUMETTI: "BIG BANG - Domenico Martino"


(Link al capitolo 2)



di Domenico Martino per la rubrica "FUMETTI".

venerdì 30 maggio 2014

NEWS: "ATTENZIONE CHE ROCCO T'INCU (BEEP) !"











Qualsiasi orientamento politico deducibile dal seguente articolo riflette solo l’opinione del suo autore) .

Ma cosa diav… come caz (beep) è possibile?! Il [..] ha preso il 40% dei voti?” Questa indicativamente la reazione lunedì mattina al mio risveglio, dopo aver letto i risultati ufficiali delle europee. Stavo poi già preparando i bagagli per scappare quando alla mente è tornato il vuoto assoluto del mio conto in banca ed il pranzo a casa di mamma a cui non è possibile mancare: “Valeeee”...”Arrivo ma’, arrivo…jeez”. Decisi quindi di calmarmi un attimo.

Non avendo poi praticamente nulla da fare (mi definirei infatti un NEET atipico: studio ma non studio, lavoro ma non è proprio un lavoro, sono in cerca di qualcosa ma al momento spero di non trovare un bel niente) ho deciso di distrarmi un po’ stilando una piccola classifica delle cose più ridicole che mi sono passate sotto gli occhi durante questa tornata elettorale. Ovviamente l’elenco può essere ampliato ed anzi invito lettori e lettrici a segnalare quanto di più patetico e vergognoso siano stati costretti a sopportare durante questa campagna elettorale che passerà alla storia come la più vuota (ancor più vuota del mio conto in banca, e non credo di esagerare) di tutta la storia repubblicana.
-Voto 10: Giuliano Ferrara che “pippa” della coca (una cosa spassosissima, “godetevelo)
Conciato peggio di un clochard, con occhialoni neri tipo John Belushi nel film “Blues Brothers”, il “simpatico” direttore del Foglio si scatena mimando il gesto di stendere della cocaina su un piatto per poi tirarla su avidamente.
Tanto prima o poi riusciranno a cancellare i contributi pubblici ai quotidiani e allora, caro Giuliano, la coca dovrai comprarla coi tuoi di soldi!

-Voto 9: Rocco Siffredi “animalista” (anche questa è una chicca davvero imperdibile: http://tv.liberoquotidiano.it/video/11617199/La-minaccia-di-Rocco-Siffredi-a.html) Dobbiamo ammettere che questo orgoglio italiano è divenuto famoso nel tempo per i numerosissimi ruoli in cui si è cimentato: ha impersonato infatti il “conquistatore” della Polonia prima, e di Ucraina, USA, etc., etc., poi. Famose, inoltre, le interpretazioni da Oscar di Tarzan (evito di riportare il titolo della pellicola in questione perché non credo sia la sede adatta) e del ricco magnate con villa a cui piace moltissimo la patatina. Così poliedrico e camaleontico, il buon Rocco non poteva certo risparmiarci questo suo messaggio traboccante d’amore per la natura e pregno di profondo significato (e fate attenzione perché se ve lo mette nel culo lui, so’ caz(beep) amari!).

-Voto 8: Pittella (eurodeputato PD) che “parla” (si salvi chi può!) in inglese (se in questo momento siete alle prese con “studi matti e disperatissimi” di lingua, guardate questo video e rincuoratevi: http://video.espresso.repubblica.it/tutti-i-video/gianni-pittella-parla-in-inglese-e-il-video-diventa-virale/2255?ref=fbpe) .

Dobbiamo ammettere che noi italiani non siamo famosi per la capacità di comunicare in altre lingue se non nei nostri dialetti (un livornese probabilmente mi inveirebbe contro dicendo “ma ca' vòi, dè?”). Ma che un eurodeputato non sia in grado di evitare di esprimersi in napoletano stretto anche quando parla in inglese per un comunicato ufficiale, beh, forse è un po' troppo (mi sia permesso un hashtag: #daincubo).

Potrei in realtà continuare ancora un po’ (Grillo che “ingurgita” del Maalox tanto per citare un altro episodio decisamente “pittoresco”, evitando così di essere più offensivo) ma i numerosi impegni giornalieri (passeggiatina rilassante visto il bel sole di oggi, ndr) ed il poco spazio a disposizione mi impediscono di farlo. E nonostante l’amaro in bocca dopo la Waterloo di domenica, devo ammettere di essere estremamente soddisfatto di una cosa: la Zanicchi, Vannoni (quello del metodo Stamina), Cecchi Paone e Mastella non metteranno piede a Bruxelles. “Grazie a Dio, grazie a te” (Rino Gaetano).

di Maste per la rubrica "NEWS DAL FUTURO".  

giovedì 29 maggio 2014

MUSICA: "BRANCHES BARE FEAT. WHY? & DOSE ONE - Hood"





Gli Hood e il loro piccolo capolavoro (Cold House, 2001, anno segnato dall'uscita dell'imponente opera elettro-rock dei Radiohead, Amnesiac, seguito naturale di Kid A) sono un emblema delle tendenze più alternative degli anni 2000. Il rock di matrice lo-fi (come i loro esordi post-punk) si unisce sempre di più con l'elettronica, tramutandosi in un ibrido moderno dalle atmosfere intense e industriali, quasi decadenti nel loro lento incedere. Un album che ha spianato la strada a molti lavori successivi (vedi Neon Golden dei Notwist, Fake French degli El Guapo etc) variando dall'elettronica sofisticata dei Boards Of Canada e degli Autechre sino ad arrivare all'idm, naturalmente senza perdere di vista il genere dei generi, il (post) rock. Il tutto ricoperto da una velata stratificazione hip-hop, perfezionata grazie alla importantissima collaborazione con Dose One e Why?, leader della band cult cLOUDDEAD. Branches Bare è un'apnea di cinque minuti, è una traccia senza passato ne futuro attraversata da loop di pianoforte e un basso funereo, quasi liquido, fotografata in un'immobilità onirica che ricorda i Bark Psychosis. Una piccola goccia in un oceano che lascia senza fiato.

di Mi.Di per la rubrica "MUSICA".


martedì 27 maggio 2014

LETTERATURA: "SALIMA"









Che fine avesse fatto Salima nessuno lo sapeva.
Jack non aveva idea di dove potesse essere e il fatto che Tamer lo “Spirito del Viaggio” la conoscesse ci aveva sconvolto entrambi.
Da quella volta in Italia ne era passato di tempo.
Avevo fatto conoscere a Salima perfino Christine, la mia ragazza di allora, ma non fu un gran successo. Ricordo che la serata finì con Christine completamente ubriaca che andava in giro a chiedere se qualcuno avesse un po’ di cocaina da venderle.
Lei considerava l’Australia un po’ come la terra della trasgressione. Il perché mi è sempre sfuggito. Mi sono fatto mille teorie a riguardo ma nessuna mi convince fino in fondo.
Una cosa posso dire con certezza: era pazza come un cavallo, questo è poco ma sicuro. Tuttavia nel suo lavoro era un'artista nel vero senso della parola.
Sia io, che Jack, e perfino lo Spirito del Viaggio, ci siamo fatti tatuare da lei. Perfino Salima acconsentì.
Era come se quei disegni fossero qualcosa di più di semplici tatuaggi e lei, mio Dio, era una cosa straordinaria quando avevi l’occasione di vederla all’opera: non era brava soltanto ad avere la mano ferma e il tratto delicato ma riusciva come a leggere nella tua mente e a capire ogni minimo dettaglio del disegno che avevi in testa.
E il suo studio era unico. Le luci al neon viola e azzurre, insieme con una potente musica metal, facevano da sfondo all’oscurità delle pareti dipinte di nero che intrappolavano ogni gemito di luce proveniente dai due neon, e nel mezzo della stanza, un lettino e nessuna sedia: Christine tatuava in piedi. Una volta che iniziava non voleva essere disturbata per nessun motivo: sembrava come posseduta da una sorta di demone che le rubava l’anima e la trascinava nei meandri più nascosti della mente umana. A volte si chiudeva perfino dentro a chiave e non esisteva nessun modo per tirarla fuori di lì. I clienti talvolta erano spaventati da questo suo comportamento ma tutti sapevano che se volevano avere il lavoro migliore dovevano andare al “The rabbit hole”.
Quando io e Jack ci presentammo lì con la nostra idea scarabocchiata su un foglio, fummo presi letteralmente alla sprovvista quando ci sentimmo dire da Christine:
<<Potete anche gettarli quei pezzi di carta.>>
Quando ci vide rimanere immobili di fronte al bancone pieno di scritte con un’aria alquanto imbambolata, si fermò davanti a noi e fissandoci, continuò:
<<Non pensavate davvero di essere voi a scegliere il soggetto del vostro tatuaggio, vero?>>
Io e Jack ci guardammo. Le nostre facce dovevano essere veramente allibite.
<<Ok, ragazzi, allora vi spiego. Tutti quelli che vengono a tatuarsi da me sanno che non saranno loro a scegliere i soggetti dei disegni. Qui decido io, punto. Se vi va bene è così altrimenti potete andarvene da un’altra parte. Avete capito? – la nostra risposta non giunse ma lei continuò – Bene. Quando avete deciso fatemelo sapere.>>
Né io né il mio amico avevamo idea che Christine lavorasse in questo modo. Per quanto già la conoscessimo questo particolare ci era completamente sfuggito, o meglio, non ne avevamo mai parlato.
Il negozio stesso in realtà era un’enorme opera d’arte post-moderna. L’arredamento era diverso ad ogni parete e passava da pareti interamente addobbate con pellicce di felini africani a poltrone in stile orientale, copie di vasi della dinastia Ming, maschere mortuarie sudamericane, disegni di teschi, farfalle, fiori e fate. Dietro al banco c’era un muro completamente ricoperto di piercing di ogni genere.
Christine, infatti, non faceva soltanto tatuaggi ma anche piercing, scarificazioni e incisioni. In realtà lasciava per lo più questi compiti alle sue due assistenti, Maria e Dorothy, mentre lei si dedicava completamente all’arte del tatuaggio: in quello studio non aveva mai lasciato impugnare l’ago a nessun altro.
Come una sorta di fissazione si addossava tutta la furia e la trascendenza di quei simboli ed era legata alla sua arte come una farfalla alle sue ali. Il suo corpo d’altronde lo dimostrava senza alcun riservo.
Ciò che invece Christine decise di tatuarmi fu una piccola rosa dei venti. Me la tatuò in corrispondenza esatta del cuore e non volle essere pagata, come del resto da Jack, a cui disegnò semplicemente un cerchio che gli ricalcava la forma della spalla.
Il più bello di tutti, però, fu quello di Salima. Quando uscì dalla stanza scura aveva sulla parte posteriore del collo il disegno di una tigre che, stirandosi, allungava tutto il corpo e mostrava la parte più vulnerabile di sé ad una luna enorme che le stava di fronte e quasi l’avvolgeva con il riflesso del suo bagliore.
Tutto era scritto sulla pelle fin nei minimi particolari.
Anche se nessuno di noi aveva nessun problema morale a farsi tatuare, Salima non volle mai rivelarlo ai suoi genitori.
Questi erano musulmani sunniti ortodossi e non avrebbero mai accettato una cosa del genere.
Ricordo ancora la faccia di Jack quando quella ci raccontò che era stata rinchiusa nel capanno degli attrezzi per quasi due mesi a pane e acqua quando, a sedici anni, aveva detto a suo padre di voler fare il medico. I suoi ricordi erano ancora vivi e la ferita ancora aperta.
Jack l’amava e Salima amava Jack con tutto il cuore ma la vita li aveva portati lontani l’uno dall’altro. Si erano conosciuti in Australia e da allora era nato qualcosa. Io lo so perché Jack è il mio migliore amico. In più erano entrambi medici: chirurgo lui e ortopedico lei; ma mentre il primo lavorava all’ospedale di Perth, lei viaggiava in continuazione, andando a esercitare la sua professione nei campi profughi sparsi per tutto il mondo.
In realtà Salima avrebbe dovuto sposarsi, fare tanti figli, conservare una buona dote e osservare i precetti della brava moglie descritti tanto minuziosamente nel Corano.
O almeno non fare un mestiere da uomo.
Non li perdonò mai per questo.
Eravamo sulla costa pugliese di Otranto quando decise di liberarsi di questo fardello.
Il tramonto le dipingeva un’aura magica intorno alla testa coronata da un velo che aveva lo stesso colore del mare; la sua pelle dorata rifletteva gli ormai tiepidi raggi del sole che intanto stava volgendo il suo sguardo verso altre notti.
Ogni sera per quaranta giorni di fila era stata costretta a subire le visite di suo padre che, con il placito e tacito assenso materno, le chiedeva puntualmente se avesse cambiato idea riguardo i progetti per il suo futuro. Se la risposta era negativa brandiva la verga e la frustava.
Salima amava il suo lavoro come solo poche persone sanno fare.
Quante volte aveva alzato lo sguardo verso il cielo di Baghdad e aveva trovato conforto nella potente e determinata fermezza della luna che da un lato sembrava consolarla e dall’altro punirla con la sua indifferenza, mentre se ne stava a carponi, nuda e tremante per le scudisciate.
La sua schiena ne portava ancora i segni, cicatrici profonde nella carne e nell’anima.
Durante quei giorni Salima giurò a se stessa che mai nessuno le avrebbe portato via il suo futuro.
L’ultima sera che suo padre le fece visita per riportarla in casa di fronte alla famiglia per essere giudicata, la ragazza si fece trovare pronta.
Coperta di pochi stracci ma con un’enorme pala in mano decise che era stanca di attendere nell’oscurità un futuro che non desiderava e così aspettò pazientemente che suo padre aprisse la porta del capanno, ignaro di ciò che sarebbe successo di lì a poco, e lo colpì di sorpresa lasciandolo cadere a terra in un tonfo sordo, privo di sensi.
Era stato facile alla fine.
Ma adesso che era libera cosa avrebbe fatto? Non poteva tornare dalla sua famiglia… Scappare era l’unica soluzione. Ma dove? Come se la sarebbe cavata da quelle parti una ragazza di Baghdad di appena sedici anni?
Tuttavia, sentendo quella storia, o forse ancor di più avvertendo il contrasto di quelle parole con un tramonto tanto placido, Jack si alzò di scatto e, fissando il mare, si incamminò verso il bagnasciuga.
Come chirurgo era abituato a vedere corpi straziati, ma quando si trattava di assimilare esperienze e ricordi, di condividerli e farli propri, provandone l’emozione fino all’ultima goccia, si rivelava alquanto fragile.
Salima allora si alzò e lo raggiunse.
Ciò che si sono detti rimane un mistero.
Da parte mia io avevo trovato una nuova storia da raccontare al mondo.

di Enne Effe per la rubrica "LETTERATURA".