giovedì 27 febbraio 2014

SOUR TIMES (AIRBUS RECONSTRUCTION) - Portishead



No. Non è la Sour Times che conoscete. Non è la seconda traccia del monumentale album del 1994 Dummy, capolavoro senza tempo della Trip Hop, l'ultimo movimento musicale (nato a Bristol) veramente interessante (anzi innovativo, geniale). Difatti questa è una b-side contenuta nel singolo dell'omonima, ricostruita da una band rock, gli Airbus (naturalmente da Bristol). Ed è una b-side fantastica, quasi migliore dell'originale. Una b-side che dimostra la dinamicità della musica dei Portishead, capace di prestarsi anche a un rock più duro, un post-grunge che riporta la mente indietro nel tempo, nei fantastici 90's. Ricordi (indelebili) di momenti passati, 5 minuti da pelle d'oca.

Mi.Di

martedì 25 febbraio 2014

IL GRANDE SONNO - Raymond Chandler


Un mondo alla malora. Un mondo ormai disilluso dove tutti i concetti morali come l'amore, il rispetto verso il prossimo, sono ormai morti. E Chandler, sentendosi lentamente escluso da questo mondo, non può che cominciare a scrivere per poterlo recuperare, per farlo nuovamente suo. E per farlo, sceglie il genere che può sembrare il meno adatto. L'hard boiled. L'hard boiled che recupera il giallo trascinandolo per la strada, l'hard boiled crudo e violento, l'hard boiled che riporta inevitabilmente Chandler verso quel mondo immorale da cui si sente tradito. E lascia intendere, tra le righe, che non esiste modo migliore per esorcizzare le proprie paure che infilarcisi dentro, fino al collo, senza un dubbio. E lo fa egregiamente con il ciclo di Marlowe, dove per mettere le cose in ordine, per ricostruire il puzzle morale della sua mente, crea un personaggio dalla personalità decisa e con principi saldi, impossibili da cambiare. E infatti ne esce fuori un personaggio che non può vivere senza il suo autore (anche se Chandler in alcune interviste ha rivelato che stava cominciando a vivere di vita propria) perché lo rispecchia in pieno. Un po' come Henry Chinaski per Bukowski, Marlowe rappresenta lo sguardo dell'autore sul mondo, la sua concezione romantica ma nello stesso tempo cinica e lievemente nichilista del tutto. Così diviene obbligatorio parlare un po' di Raymond Chandler. Nato nel 1888 nell'Illinois, figlio di uno statunitense e un'irlandese, assiste alla prima delusione della sua vita quando i genitori divorziano, e si trasferisce con la madre in Gran Bretagna. Tornato negli Stati Uniti si arruola nell'esercito canadese combattendo la Prima Guerra Mondiale. Dopo alcuni lavori inutili, finalmente nel 1933 l'esordio letterario con Il Grande Sonno. Un debutto che l'autore fa a 45 anni, il tempo di osservare con fare critico il mondo e di diventare un alcolizzato. Il suo talento verrà notato qualche anno dopo, tanto che comincerà a lavorare per Hollywood (che farà anche un film sul romanzo di esordio con uno splendido Humphrey Bogart). Il Grande Sonno comincia con la convocazione di Marlowe a casa di un cliente, l'ex generale Sternwood, ormai stroncato dalla vecchiaia (ma pur sempre ricchissimo, grazie ad alcuni campi petroliferi). Il vecchio viene ricattato da un certo Geiger, proprietario di una libreria antiquaria (che si scoprirà essere il centro di un enorme traffico di materiale pornografico). Inoltre il generale è preoccupato per le figlie, Carmen, coinvolta nel ricatto, e Vivian.  Saranno le colonne portanti del romanzo, le tanto famose quanto immancabili femmes fatales. Da qui nascerà un intreccio torbido costruito da omicidi, sesso e corruzione che terminerà con una considerazione stupenda del nostro antieroe, Philip Marlowe. "Cosa importa dove si giace quando si è morti? In fondo a uno stagno melmoso o in un mausoleo di marmo alla sommità di una collina? Si è morti, si dorme il grande sonno e ci se ne fotte di certe miserie. L'acqua putrida e il petrolio sono come il vento e l'aria per noi. Si dorme il grande sonno senza preoccuparsi di essere morti male, di essere caduti nel letame. Quanto a me, ne condividevo una parte pure io, di quel letame, ora". Probabilmente lo stesso pensiero che ha fatto Chandler nel 1955, quando tentò il suicidio dopo la morte della moglie. Un tentativo non riuscito che ha il suono della sconfitta, come se Chandler, una volta persa la moglie, si sentisse nuovamente smarrito in quel mondo immorale che aveva conosciuto prima del matrimonio, quando cominciò a scrivere questo grande romanzo noir. Ma a riscattarlo rimarrà sempre Philip Marlowe, grande prototipo dell'antieroe, fonte infinita di ispirazione per tutto il genere (e non solo). Un personaggio immortale perché tenta a tutti i costi di infondere il bene in un mondo maledetto. E lo fa con mezzi tutt'altro che consoni per la concezione di un protagonista positivo. Cinico, alcolizzato, violento, barcolla sempre sul filo del rasoio della correttezza, tra luci e ombre. Questo è il bene secondo Chandler (o secondo Marlowe, fate voi). Un bene diverso, continuamente a stretto contatto con il male, costretto a farsi strada a suon di cazzotti e pallottole. E' un bene ormai stufo di farsi chiamare tale, e sta qui la grande forza dell'opera di Chandler, nella sua "bipolarità", nella sua ambiguità. Un opera eterna, come un grande sonno infinito.

Mi.Di

lunedì 24 febbraio 2014

A PROPOSITO DI DAVIS - Joel & Ethan Coen


Passo falso. Ovvero, come ci suggerisce un qualunque dizionario, cadere in errore, sbagliare o sbagliarsi. Ecco, se c’è qualcosa che mi stupisce del cinema dei fratelli Coen è proprio l’assenza, nella loro filmografia (che conta sedici film in circa trent’anni), di veri e propri passi falsi, di film sbagliati insomma. La loro ultima fatica, presentata allo scorso festival di Cannes, si inserisce perfettamente in una filmografia assolutamente coerente: è la storia di Llewyn Davis (ispirato al musicista Dave Van Ronk) uno dei tanti cantanti folk che riempivano la scena dei sixties nel Greenwich Village newyorkese. Lo stesso Village, gli stessi anni, che furono testimoni dei primi passi di Bob Dylan. Llewyn Davis (interpretato da Oscar Isaac) è solo l’ultimo dei tanti personaggi che popolano l’universo cinematografico coeniano, personaggi che sono, ciascuno a suo modo, dei perdenti, degli sfigati, degli uomini senza qualità, dimenticati o dimenticabili, anonimi volti persi nel caos della vita.

Un microfono, la voce tormentata di Llewyn Davis, lo straziante appello di “Hang me, oh hang me” , aprono la prima scena del film in uno dei tanti locali del Village. Al termine dell’esecuzione si avvicina al cantante un signore, intuiamo sia il proprietario del locale, che lo invita ad uscire; un amico lo aspetta fuori, dice. Fuori dal locale dove, appena uscito, Llewyn riceverà un sacco di botte. Finisce così l’opening del film, poco più di cinque minuti, sufficienti però per farci capire chi è Llewyn Davis. Nella scena successiva il protagonista, disturbato nel sonno da un gatto (gatto che ritornerà più volte nel corso del film con una precisa valenza simbolica), si sveglia in una casa vuota, su di un divano. Uno dei tanti divani in cui Llewyn, senza dimora e senza un soldo in tasca, passa le proprie notti per ripararsi dal freddo inverno di Manhattan. È il divano dei genitori del defunto partner artistico di Llewyn, morto suicida, verremo a sapere. Forse gli unici due personaggi che provano un reale affetto per lui, considerando che pure la sorella prova una sorta di disprezzo per la vita che conduce il fratello. Per non dire poi della ragazza (ingravidata da Llewyn, e non è la sola) interpretata da Carey Mulligan (che completa il cast con Justin Timberlake e John Goodman, quest’ultimo nei panni di un musicista jazz piuttosto bizzarro) che in una scena emblematica del film gli rinfaccia tutto il suo rancore. Insomma, Llewyn è il classico personaggio sfigato coeniano e non è che poi faccia molto per non esserlo, prigioniero com’è in una sorta di limbo, incapace di liberarsi da un’esistenza che gli passa davanti senza che riesca in alcun modo ad afferrarla. Ma nonostante tutto non riusciamo a non empatizzare con lui. Anche quando, per una birra di troppo, cede alla tentazione dell’insulto gratuito nei confronti di chi, come lui, cerca solo di farsi largo in un mondo in cui inizia ad imporsi la zazzera del menestrello più famoso della musica americana.

Alla fine poi, nella perfetta chiusura del cerchio, torniamo dove eravamo partiti. Al locale, ad “Hang me, oh hang me”, alle botte. Quelle botte che prima non avevano ragione e che ora siamo in grado di capire perfettamente. Au revoir Llewin. Au revoir Coen. Al prossimo film. Che scommettiamo non sarà un passo falso.

Diccì

sabato 22 febbraio 2014

STORIA DI F. - Domenico Martino

venerdì 21 febbraio 2014

NON TI CURAR DI LOR, MA GUARDA E PASSA


L’incontro-scontro tra i due nuovi rampolli della politica italiana, Grillo “commedian-turned-politician” (pragmatico epiteto coniato dalla BBC) e Renzi l’ “Italian Obama” (come soprannominato dal Time e secondo il mio modestissimo parere un po’ azzardato. Catherine Mayer ma che ti sei presa prima di scrivere il tuo articolo quella sera?) ha catalizzato l’attenzione di tutti i media nazionali. E non poteva essere altrimenti dato che da ora in avanti oltre al “mezzogiorno di fuoco” di Zinnemann si parlerà anche delle “una e quarantacinque piuttosto arroventate” del giorno delle consultazioni tra i due leader politici.

Circa 10 minuti di attacchi unidirezionali “Grillo-2-Renzi” sono il risultato della volontà della rete la quale, dopo un sondaggio, aveva deciso che il vertice M5S e PD “s’aveva da fare”. Ma il genovese, fin da subito contrario al contatto, è stato di altra opinione e il risultato, al limite del ridicolo, lo conosciamo bene.

Eviterò però di dilungarmi sui particolari del tete-à-tete tra i due politici (argomento inflazionato) poiché vorrei condividere assieme a voi un particolarissimo articolo del Corriere della Sera riportante i vari aggettivi con i quali il comico genovese dal 2009 è stato solito indicare il sindaco di Firenze “part-time”. E vi assicuro che la cosa è piuttosto esilarante. Seguono poi alcuni passaggi direttamente tratti dal vertice di mercoledì e concludono i risultati di un sondaggio di Ixé Trieste per conto di Agorà-Rai 3 che ha tentato di rispondere alla fatidica domanda: “Ma per gli italiani chi è stato il vincitore?”.
E per voi, “chi è stato il vincitore (o il meno ridicolo)?”:

  1. Nel 2009, in occasione delle comunali di Firenze, Grillo conia l’epiteto forse più conosciuto per indicare Renzi: “EBETINO DI FIRENZE”.
  2. FANTASMA” - Nel novembre del 2012 Grillo attacca sul suo blog il sindaco del capoluogo toscano con tanto di fotomontaggio da “Chi l’ha visto?”. «Da quando Renzi è in campagna elettorale per le primarie non si è mai presentato in Consiglio Comunale”
  3. INVIDIA PENIS” - Il 17 ottobre 2012 Grillo sul suo blog scrive: «Renzi soffre di invidia penis. Sente profondamente la mancanza di un programma elettorale del Pdmenoelle di egual valore a quello del MoVimento 5 Stelle. Per questo si considera intimamente inferiore”.
  4. ARLECCHINO E CARTONE ANIMATO” - Il 18 febbraio scorso, Grillo attacca da Sanremo. «È il vuoto assoluto, un cartone animato”, dopo averlo definito anche “un Arlecchino con due padroni, De Benedetti e Berlusconi”.

Ed ora qualche chicca direttamente dal loro animato “appuntamento” così da non farci mancare niente:

  1. NON SEI CREDIBILE - Grillo parte: “Qualsiasi cosa dici non sei credibile”.
  2. NON è IL TRAILER DEL TUO SHOW – “Non è il trailer del tuo show, non so se sei in difficoltà sulla prevendita e se mai ti do una mano. Questo non è Sanremo” replica Renzi.
  3. FAI IL GIOVANE MA NON LO SEI – “Tu sei una persona buona che rappresenta un potere marcio. Un minuto? Non te lo do. Non abbiamo nessuna fiducia in te” prosegue il genovese.
  4. HAI UN PROGRAMMA COPIA E INCOLLA – “Hai un programma che è un `copia e incolla´ meraviglioso, ne hai preso una metà da noi”, accusa ancora Grillo rivolgendosi al premier incaricato.
  5. SEI UN INCROCIO TRA GASPARRI E BIANCOFIORE – “Sei un incrocio tra Gasparri e la Biancofiore”, attacca Renzi.
Gran finale: risultati del sondaggio di Ixé. E voi site d’accordo?
  • RENZI 43%
  • GRILLO 13%
  • NESSUNO DEI DUE 10%
  • NON HA VISTO IL CONFRONTO 34%

Maste

giovedì 20 febbraio 2014

COLOURS TO LIFE - Temples



Qualcuno li ha definiti la migliore band attualmente presente in Inghilterra, eppure i Temples non fanno altro che creare melodie catchy e riportarle indietro agli anni della psichedelia.

E vi pare poco? Poco non è. Quel qualcuno è infatti il signor Johnny Marr.

Difficile scegliere un brano, Sun Structures (Heavenly Recordings, 2014), il loro album d'esordio, è pieno di singoli potenziali e non: il brano d'apertura, Shelter Song (pubblicato per primo a fine 2012), la title track, Keep In The Dark oppure Mesmerise, per dirne alcuni.

Ce n'è uno però che mi ha colpita fin da subito, grazie anche alla simpatica accoppiata col rispettivo b-side, Ankh (grazie Spotify, hai reso loro una dignità – ai lati b, appunto): Colours To Life.

Sarò tutt'altro che prolissa: definirlo radiofonico parrebbe quasi offensivo e, soprattutto, un eufemismo. Non possiamo neanche ridurre tutto al ritornello, più appiccicoso di un chewing-gum, o alla batteria, che pare registrata ad Abbey Road (tutto in camera di James Bagshaw, cantante e fondatore!) o alla chitarra sixties che subentra proprio quando la vorresti sentire. E' molto di più.


Love, lust, spaces in time bring colours to life”


Lara Magnelli

martedì 18 febbraio 2014

BOOMERANG - Capitolo 3, Jo

(Link al capitolo 2.  http://il-cartello.blogspot.it/2014/02/boomerang-capitolo-2-jessy.html)


Devo fare più soldi. Quattromilacinquecento, quattromilacinquecentocinquanta. E che cazzo, con questi non mi ci compro nemmeno una Golf. Devo fare più soldi, devo fare più soldi....o potrei fregare qualcuno, sì potrei fregare qualcuno, un bell'allocco che abbocchi alla mia esca. La droga attira molta gente, ah ah ah” pensava Jo ad alta voce.
Aveva quella strana abitudine, quando era da solo parlottava sempre ad alta voce, era felice quando si inerpicava in ragionamenti assurdi, era felice perché non si sentiva solo, era il suo modo per combattere l'assenza di gente nella stanza.
Sembrava un duro quando era per strada, quando era con gli altri a casa di Rob, sembrava sempre non aver bisogno di nessuno, ma soffriva molto quando all'interno della stanza si alzava il silenzio, per questo aveva inventato questo siparietto fra lui e i suoi pensieri ad alta voce, per coprire il silenzio, lo doveva coprire o sarebbe impazzito.
Prese un block notes e annotò: “Fare più soldi e fregare qualcuno”.
Quelle semplici parole lo rallegrarono, una risata famelica si disegnò sul suo viso, quando non era anestetizzato da qualche droga faceva davvero paura, la sua faccia faceva paura, ma sopratutto la sua imprevedibilità.
Era un po' come dottor Jekill e Mr Hide, da lucido avrebbe piegato il mondo intero ai suoi piedi, mentre da fatto era una palla umana schiacciata contro divani, poltrone, letti; amava tutto ciò che era soffice e morbido, infatti amava le tette di Jessy.
Jessy era la donna perfetta, cinica, spietata, sexy, lui la considerava la sua metà, ma lei non si sentiva legata a lui in alcun modo.
Jo aveva droga, soldi e conosceva un paio di giochini da fare fra le gambe di una donna, e pensava di poter possedere tutto: pensava che le persone avessero bisogno di qualcosa, chi era dipendente dalla droga diventava suo schiavo, chi aveva bisogno di soldi si sarebbe prostrato ai suoi piedi, ed infine chi fosse stato estraneo a entrambi, allora sarebbe diventato prigioniero di infinite scopate.
Sapeva che Jessy amava scopare, sapeva che avrebbe nuotato volentieri sopra a un ammasso di verdoni e sapeva anche che senza spararsi due strisce di qualcosa avrebbe perso la testa; per questo pensava di averla in pugno.
Ma Jessy era troppo avanti, se Jo pensava di averla in pugno ecco che lei diventava sfuggente, sgusciava fuori dalla sua presa ribaltando completamente la situazione, lei aveva soltanto una carta da giocare, se stessa, una carta che riteneva più che sufficiente per ammansire qualsiasi componente di sesso maschile.
“Fare il culo a Jessy” scrisse sul taccuino.
Non gli bastava quel pomeriggio di sesso sfrenato a casa di Rob, quello era stato solo l'antipasto, aveva ancora fame, aveva fame di Jessy.
Uscì di casa abbastanza eccitato, guardava la gente che camminava per andare a lavoro, tutti in giacca e cravatta, tutti apparentemente sorridenti e non capiva come cazzo facessero ad essere così felici.
Non poteva immaginarsi fra dieci anni prosciugato dal lavoro, stirato dalla testa ai piedi, con il capo che fa su e giù tutto il giorno per leccare il culo al principale, ai clienti e a chiunque abbia un culo coperto da soffici verdoni.
“Maledetti colletti bianchi. Fate pena, siete ridicoli. Non diventerò mai come voi, mai! Devo fare soldi, devo fare soldi. Dai Jo ce la puoi fare, non vorrai mica finire come questi morti viventi no? Puah!” bofonchiò sputando in terra.
Vide una bambina giocare col fratellino sul marciapiede, aveva un hula hop, li scrutò attentamente, vide girare il grosso giocattolo intorno alla vita della bambina, girava, girava, girava...
Fu come ipnotizzato da quella girandola umana che lo riportò all'infanzia, a quando giocava con un ragazzino inglese; i suoi lo avevano portato in Inghilterra per due settimane, non sapeva un accidenti di inglese, niente di niente ma gli sembrò che con quel bambino fosse tutto facile, vivere, ridere, divertirsi senza scambiare parola, si capivano al volo, annuendo di tanto in tanto, scoppiando a ridere se uno dei due inciampava, quella fu l'estate migliore della sua vita.
Non lo voleva ammettere, ma ormai i suoi unici amici erano Rob, Jessy, Camille e David, la sua tribù, con cui faceva strani rituali a base di sesso, droghe e perdizione.
Ma qualcosa dentro di lui si agitava, qualcosa gli diceva che il suo amico più sincero era stato quel bambino in Inghilterra, quel Bobby che correva con lui nei prati. Ma lui preferiva credere ad altro, preferiva credere alla magia della droga, quella droga che accomuna tutti, facendo scorrere il tempo fra ragazzi che credono di amarsi perché sempre insieme, ma spesso finiscono per amare solo la droga, quella compagna sensuale che ti rapisce promettendoti pillole di felicità, ma che allo stesso tempo ti nega tutto, ma lui questo non poteva ancora saperlo.
“E che cazzo! Che mi succede? Ricordi vecchi come la morte, ma io sono nel presente, il passato non conta, è come i vecchi, non serve più a nessuno, si vive nel presente, si scopa nel presente, si guadagna nel presente, tutto è dannatamente al presente. Il passato è passato, puah, puah, puah” imprecò asciugandosi gli occhi gonfi di lacrime, e una era sicuramente per il piccolo Bobby, amico vero che lo aveva amato per com'era, senza compromessi, artifici o altre stronzate del genere.

Elle Bi