martedì 4 febbraio 2014

BOOMERANG - Capitolo 2, Jessy

(Link al capitolo 1.   http://il-cartello.blogspot.it/2014/01/boomerang-capitolo-1-rob.html)
           
Sculettava per la città con i suoi jeans corti verde acqua, tutti la guardavano, stampavano i loro sguardi sul suo culo perfetto, mentre lei, cosciente di quegli sguardi, li ricambiava ondeggiando ancora di più.
Amava stare al centro dell'attenzione, per lei la vita era una lunghissima passerella, cosa strana per una tossica che avrebbe trangugiato di tutto pur di raggiungere lo sballo.
Alternava periodi in cui si calava xanax, oppio, metadone, insomma qualsiasi cosa la facesse sprofondare in uno stato catatonico, voleva annientarsi, perdere le forze fino a spalmarsi sul divano di Rob insieme agli altri fratelli della tribù.
Ora si trovava in un periodo di eccitazione continua, niente droghe che potessero stordirla e diminuire la sua eccitazione; faceva uso solo di coca purissima che le permetteva di stare sveglia fino al mattino, di scopare come un bonobo, di non fermarsi in una società che ormai aveva raggiunto livelli di velocità spaventosi. Sì, lei voleva stare al passo con tutto ciò che la circondava, per questo teneva una busta di coca sempre schiacciata contro il suo sedere in quella tasca che tutti avrebbero voluto toccare.
Era la donna più spaventosamente attraente del gruppo, non che ce ne fossero tante, ma fra lei e Camille c'era una differenza abissale, Jessy avrebbe potuto sposare chiunque se si fosse ripulita un po', aveva sempre ottenuto quello che voleva con il suo corpo da urlo, finché si fosse mantenuta in quello stato quasi perfetto il mondo sarebbe stato ai suoi piedi, spiaccicato sotto la suola delle sue converse.
Ma non era tanto la bellezza, c'era qualcosa di più, era come circondata da un'aura di femminilità spiazzante, riusciva a mantenere un livello di sessualità altissimo anche quando si faceva, riusciva a tenere discorsi con un potenziale erotico che avrebbe risvegliato anche il prete più devoto.
Continuava la sua camminata guardandosi le unghie colorate da uno smalto azzurro, alzava la testa e pensava che le sue unghie fossero un po' come il cielo, si sentiva divina, voleva mantenere la sua vita così com'era, in eterno; era come una pallina sparata in un flipper, ogni persona contro cui sbatteva finiva per dipendere da lei, dalle sue dita da marionettista e dal suo culo che in molti sognavano la notte.
“Ehi Camille. Che si dice?” rispose al telefono.
“Sono a casa da sola, mi sto annoiando a morte”.
“Vuoi andare da Rob? Gli altri saranno lì”.
“Boh, non so, siamo sempre in quel buco. Vieni da me, facciamo un pomeriggio da donne”.
“OK, dillo che vuoi un po' della mia passera solo per te” rispose Jessy.
“Macché dici, pensi sempre che tutti ti vogliano scopare, il mondo non è un gigantesco alveare e tu non sei l'ape regina...”.
“Ok troietta, arrivo”.
Davanti al portone di Camille, Jessy si tolse il reggiseno e lo mise nella borsa, voleva che attraverso la maglietta si vedessero bene i suoi capezzoli, voleva avere sempre in pugno chi gli stava davanti, perfino la sua unica amica.
Camille aprì la porta, il suo sguardo cascò subito sui capezzoli di Jessy, fu un riflesso involontario. Camille non era lesbica, non era innamorata di Jessy, ma quei capezzoli grossi come un occhio puntavano dritto verso lei, lanciandole un richiamo sessuale non indifferente, erano come delle antenne sintonizzate sul pianeta Jessica.
“Fammi entrare, si schianta dal caldo qui fuori”.
Jessy si buttò sul letto e cascando le si sollevò la maglietta facendo scoprire uno dei suoi seni, che in quel momento a Camille sembrò una vera e propria opera d'arte, era come la visione di un tramonto perfetto, la scoperta di una reliquia antica; aveva già visto quel seno numerose volte, ma mai sotto quella luce.
“Vuoi un po' di coca?” chiese Jessy mettendosi in ginocchio sul letto.
“No, lo sai di giorno non mi va, e poi dopo devo studiare”.
“Cazzo che palle, un esame di qua, un esame di la, va a finire che non ti spacchi mai, sei la santarellina del gruppo”.
“Mi piace sballarmi, ma ho un esame tra una settimana”.
“E che sarà mai, fagli vedere un po' di fica a quel pervertito del tuo professore”.
“E' una donna”.
“E' uguale, anche io sono una donna...vuoi negare che ora non mi scoperesti?” disse Jessy con movenze da gatta, avvicinandosi a Camille come un animale, facendole sentire un po' del suo odore.
Camille fu inebriata da quel profumo di sesso, improvvisamente sentì un'irrefrenabile voglia di saltarle addosso, si avvicinò e provò a baciarla.
“No, no, non mi va” disse Jessy allontanandosi.
Si fece una striscia e si levò scarpe e calzini.
Il meccanismo era attuato, aveva fatto di tutto per eccitare l'amica, aveva lanciato l'input al telefono, che era partito come una bomba materializzandosi nei suoi enormi capezzoli davanti al portone di casa per finire nel naso di Camille sotto forma di odore.
Jessy non odorava di sesso, erano circa due giorni che non lo faceva, ma a Camille sembrava uscita da un'orgia che le aveva lasciato addosso un odore di perversione atavica.
Il piano era in corso, Camille in pugno.
“La vuoi questa?” chiese Jessy indicando la sua vagina.
“Si, la desidero come fosse il più grande dei cazzi”.
Camille a differenza di Jessy era raffinata, non diceva mai troppe parolacce, era una studiosa anche se amava buttare via tempo insieme agli altri, ma in quel momento diventò la più sconcia delle sgualdrine.
“La vuoi eh!? Allora facciamo una delle tue videochiamate insieme. Voglio tutto il malloppo però...”.
“Che palle, sei una vipera”.
Camille si manteneva gli studi facendo videochiamate erotiche, era meno bella di Jessy ma aveva quell'aria da maestrina che faceva schizzare il testosterone alle stelle a quasi tutti gli uomini sulla cinquantina.
“Prendere o lasciare. Facciamo quello che vuoi, ma solo davanti alla webcam...sennò non mi avrai neanche fra un milione di anni”.
“Ok, va bene, metto tariffa doppia”.
Dopo nemmeno dieci minuti arrivò la prima richiesta, cento euro versati sul suo conto con una rapidità sconvolgente, aveva proprio una bella cerchia.
Jessy iniziò a leccare l'orecchio di Camille che si squagliò sul letto come stordita.
Iniziarono a leccarsi a vicenda, sembravano animali, lo facevano per scherzo ma questi siparietti erano fondamentali per la loro amicizia, si leccavano le ferite della vita provando orgasmi macroscopici che la maggior parte dei ragazzi non riuscivano ad eguagliare.
Il tipo dall'altra parte del computer sembrava avere circa quarant'anni, aveva la voce roca, e modi di fare da perfetto impiegato.
“Si, continuate così maialine mie”.
“Noi non siamo le maialine di nessuno” rispose Jessy staccandosi da Camille.
“Ho pagato cento euro, ora siete le mie maialine” replicò l'uomo indispettito.
“Io non sono la maialina di nessuno, ma se vuoi essere stupito potresti pagare altri cento euro...soddisfatto o rimborsato” disse Jessy con una voce che sembrò trapassare lo schermo.
“Non sono mica scemo, che potrebbe cambiar mai? Non diventate mica tre tutto d'un tratto” rispose l'uomo.
“No, però potrei prendere un dildo con la bocca e infilarlo dritto nella vagina della mia amica, e dopo averlo tirato fuori potremmo fare un culo-culo come non hai mai visto...Ti ricordi le macchinine a scontro? Ecco bravo prova ad immaginare questi due bei culi sexy che si scontrano l'uno con l'altro collegati da un doppio dildo o ponte dell'amore, chiamalo come vuoi. Oppure puoi finire di vedere il tuo misero spettacolino da cento euro per poi masturbarti su youporn”.
L'uomo era impazzito, le parole di Jessy avevano conquistato la sua mente, si erano insinuate come un liquido paralizzante nel suo corpo, pensava solo all'immagine che aveva appena descritto Jessy con dovizia di particolari, doveva averla, doveva catturare quell'immagine e farla sua.
“Sì, sì, pago quanto vuoi...fammi tuo schiavo, regina del sesso” rispose l'uomo con occhi ipnotizzati da quello che avrebbe potuto vedere.
Effettuò il pagamento in tempo record, una velocità di trasferimento da centometrista, digitava i numeri sulla tastiera del pc frettolosamente, gli tremavano le mani, era impaziente, era caduto nella tela di Jessy e ci era rimasto impigliato con duecento euro in meno nel portafogli.
Jessy si mise in ginocchio, prese il dildo con la bocca, si avvicinò a Camille con lo sguardo di una pantera, sprizzava feromoni da tutti i pori, infilò il dildo nella vagina dell'amica, che si bagnò all'istante, era riuscita ad eccitarla almeno quanto aveva eccitato l'uomo dall'altra parte dello schermo, entrambi erano schiavi di quella dea; amava avere gli occhi puntati addosso...e ancora una volta c'era riuscita.

Elle Bi

lunedì 3 febbraio 2014

NEBRASKA - Alexander Payne


Alexander Payne è un regista che è passato spesso inosservato dalla critica, ma dal 2005 in poi con il suo primo grande centro, Sideways, ha iniziato un trend positivo degno di nota.
In quasi tutti i suoi film Payne ci mette davanti ad un passato che riemerge lentamente da angoli bui, quasi dimenticati, un passato che riaffiora solo per far prendere coscienza ai protagonisti di quanti fallimenti si siano lasciati alle spalle, di quanti rimpianti avranno per sempre, lo stesso meccanismo attanaglia e stritola Nebraska fino a rilasciare una forza mai così ben espressa in nessuno dei suoi film precedenti.
Una strada lunga, un vecchietto cammina con passo sciancato verso lo spettatore, ci viene incontro, sembra quasi voglia chiederci aiuto, la polizia lo troverà e chiamerà il figlio perché vada a riprenderlo.
Il vecchio scontroso Woody Grant (uno straordinario Bruce Dern) ha vinto un milione di dollari, o meglio pensa di averli vinti, attratto dall'inganno spietato di una pubblicità per allocchi, ma Woody crede nella vincita, è deciso a raggiungere Lincoln, il Nebraska, per ritirarla, partire dal Montana e attraversare ben cinque stati, a piedi se necessario.
La moglie e l'altro figlio Ross (un ottimo Bob Odernkirk) lo prendono per pazzo, affermano in continuazione che se continua così dovranno rinchiuderlo in una clinica, ma il figlio David (Will Forte) no, non ci sta, si rende conto che non conosce affatto suo padre, si rende conto che i giorni che potrà passare con lui non saranno infiniti, e decide di accompagnarlo in macchina nella sua sgangherata odissea.
Payne sceglie il bianco e nero per raccontare un'America che ha ormai perso i colori e lo smalto di un tempo, o che non li ha mai avuti.
I due si fermeranno ad Hawthorne, piccola cittadina di provincia, paese natio di Woody e culla dei suoi ricordi, ricordi che stanno ormai scomparendo insieme ai pochi momenti di lucidità che gli sono rimasti.
Payne ci mostra una provincia addormentata, calcificata in un sonno primordiale, inebetita dalla scatola parlante che per molti è diventata un surrogato di quello che ci sta intorno, sognare davanti alla tv, risucchiati da quiz e programmi alienanti.
I parenti di Woody lo accoglieranno a braccia aperte, come i pochi amici che gli sono rimasti, e le apriranno ancora di più non appena la notizia da un milione di dollari sarà di dominio pubblico.
Verranno fuori scheletri dall'armadio, tenuti nascosti per tantissimo tempo, l'avidità circonderà il povero Woody, che sembrerà non capire molte delle situazioni che lo circondano, ma il volto è quello di un uomo che ha sofferto, che è rimasto traumatizzato dalla guerra in Corea, che non ha mai chiesto aiuto a nessuno come non ha mai detto di no a nessuno, un uomo che si è reso conto di non aver fatto abbastanza, che ha sperperato soldi bevendo a più non posso; ma il riscatto è a portata di mano, il milione è a Lincoln, basta arrivarci.
Preso in giro un po' da tutti continuerà il suo viaggio fino alla meta, il suo on the road deve continuare, il giro non è stato ancora completato.
Woody rincorre il sogno americano, vuole il milione per ridare senso alla sua vita, vuole un furgone, vuole riacquistare dignità, perché il passato - come ci dice Payne - è passato, ma il presente, quello si che è a portata di mano.
Dopo essersi sentito dire che non è il vincitore, Woody, sguardo duro, scolpito nel tessuto della vecchiaia, del dolore, accetterà di tornare a casa.
Di ritorno il vecchio Woody avrà la sua rivincita sulla vita, su una provincia anchilosata dal tramonto dell'american dream, senza il suo milione in tasca, ma con un pick-up sotto al sedere.
Payne ci racconta una storia di sconfitte, fallimenti, rinascite, facendo parlare molto i suoi personaggi; ma i momenti più belli restano i silenzi, quello strato di non detto che abbozza sentimenti, che lascia la libertà allo spettatore di immaginare storie, passati solo affiorati, legami apparentemente flebili che si dimostrano forti come catene, catene che uniscono padri e figli, facendoli sbattere contro le difficoltà della vita ma tenendoli saldi, incatenati l'uno a l'altro fino alla fine del viaggio.

Elle Bi

sabato 1 febbraio 2014

BLU OLTREMARE - Mi.Di



Busan, Corea del Sud, due donne dinanzi l'infinità del mare.

venerdì 31 gennaio 2014

ITALICUM


Mi sembra doveroso cominciare con una premessa. Ho cambiato due volte classe nel corso delle superiori, ho cambiato svariati corsi durante l’università triennale e ho cambiato ateneo una volta ottenuta quest’ultima. Ho chiesto di cambiare ancora per il master. Ho cambiato città più di una volta e ho fatto tre esperienze di studio all'estero in un anno. Ho cambiato ‘diosaquanti’ lavori. Ho inoltre cambiato idee, look, stile, ho modificato il mio modo di fare e ho cambiato ragazza. Ho cambiato casa, gatto, ecc. Insomma, diciamo che sono uno che guarda al cambiamento con un certo favore e che quindi la mia visione possa essere distorta.

Premesso tutto ciò cercherò di esprimere quanto ho in mente in modo apolitico. Quel che mi preme dire è: non pensate che ci sia realmente bisogno di un cambiamento? Io penso che lo pensiate, sia se siete ancora studenti, sia se siete già nel mondo del lavoro. Lo penso perché alle ultime elezioni il Movimento 5 Stelle ha ottenuto circa il 25% dei voti promettendo una sorta di rivoluzione politica e culturale. Ezio Mauro al minuto 3:40 di un editoriale di settimana scorsa diceva: “[…] Noi siamo di fronte a un ultimo tentativo. C’è nel paese un’esigenza di cambiamento fortissima… È un allarme per tutti, è un allarme per quelli che hanno a cuore la democrazia del nostro paese, perché dietro la sfiducia alla politica si affaccia la sfiducia alla democrazia, perché la politica è quella che da forma quotidiana alla democrazia… Ci sono due strade. La prima è quella del caos, la seconda è invece quella di cercare di incanalare questa voglia di cambiamento dentro la democrazia rappresentativa e del sistema (con tutti i suoi limiti)…”

Diciamolo in modo chiaro, il nostro paese, la cara e bella penisola italica, non è messa bene. Tutt’altro, l’Italia è messa male. Lo ‘Stivale’ è completamente congelato e paralizzato dalla sua eccessiva burocratizzazione. Il sistema pubblico, cuore pulsante e anima di un paese, è fermo. Non si assume (qualche eccezione c’è, ad esempio, c’è un concorso al Ministero dell’Economia e delle Finanze che offre 179 posti), i costi della macchina burocratica sono elevati, eccessivi, il sistema giudiziario fa pena e la fiducia stessa nelle istituzioni è bassa. Come ho detto prima, questo post non vuole avere niente a che vedere con la politica. Non mi interessa e non la capisco. Sono uno che se deve andare da A a B cerca di andarci senza fare nessuna inutile sosta intermedia a C o a D o al bar. E’ un fatto però, che l’attuale legge elettorale non permette al partito di maggioranza di ottenere una legittimazione numerica tale da governare questo paese. E allora perché non si riesce a cambiare?

Il sistema di votazione perfetto non esiste. Toglietevelo dalla testa. Si può spaziare tra un sistema elettorale più o meno desiderabile, secondo le preferenze dello spettatore. Si può andare da un sistema che tenda a far valere più voci possibili (un po’ come il Porcellum insomma) ad un sistema che miri alla governabilità (un po’ tipo l’Italicum). Non voglio perdermi in nessuna arringa sul giusto e sullo sbagliato, voglio solo dire a voce alta che il momento storico che l’Italia sta attraversando richiede governabilità. Non importa da parte di chi, a patto che non sfoci in dittatura. Ho guardato con favore – alla luce della mia propensione al cambiamento e al fare – a come “l’Uomo del fare” abbia portato avanti le consultazioni politiche per raggiungere la stesura definitiva dell’Italicum. Ho guardato con favore all’incontro con Berlusconi, che questo venga condiviso o meno, è un grande segno di pragmatismo: un ponte tra sinistra e destra in favore di un paese governabile. Ho iniziato ad avere una certa aspettativa nei confronti della legge e ho lasciato perdere le news per circa una settimana, in attesa del testo finale.

Stamani, quando ho iniziato a buttare giù l’articolo, ho riletto bene il testo e mi sono confrontato con M., un caro amico. Alla fine della mattinata, una consistente parte del mio favore se ne era andata. Continuo a ritenere una priorità la governabilità, sperando che chiunque governi riesca almeno a far fare all’Italia un atterraggio di emergenza. Tuttavia, ho iniziato a credere che questa legge elettorale non vada bene. Non si adatta all’Italia, è un ibrido arrangiamento di una serie di sistemi elettorali di altri paesi, si presenta con la maschera del cambiamento radicale ma poi lascia spazio a sotterfugi per lasciar che i soliti noti siano ancora in parlamento. E’ poco democratica e obbliga partiti con idee differenti dai grandi partiti a fondersi in un’accozzaglia di idee. E’ infine pericolosa, c’è chi ha detto che la legge è stata disegnata per buttar fuori Grillo. Beh non è così, al massimo potrebbe marginalizzarlo. Tra l’altro se le pecore smarrite di Silvio tornassero all’ovile le odds che quest’ultimo, a prescindere dall’avatar che userà per mostrarsi in pubblico, vinca sono alte.

Dunque concludendo, definirei la proposta elettorale come una scommessa rischiosa, con effetti collaterali imprevedibili. Condivido sotto molti punti di vista l’approccio di Renzi alla politica, penso però che avrebbe potuto essere più cauto. Specialmente quando ero più giovane, i cambiamenti che ho fatto per ‘amor del cambiare’ o per ‘inquietudine adolescenziale’ non si sono rivelati sempre le scelte migliori. Mi auguro che Renzi non sia un adolescente inquieto perché il suo fallimento avrebbe conseguenze gravissime. Ora, non resta che aspettare la risposta di Montecitorio, sperando che venga rimanda al mittente con la richiesta di qualche accorgimento migliorativo. Il cambiamento è necessario, ma cambiare tanto per fare non è produttivo.

Lettura consigliata: Kenneth Arrow “Social Choice and Individual Value”.

IT

giovedì 30 gennaio 2014

IT FIT WHEN I WAS A KID - Liars



La prima volta che ho sentito questa canzone mi sono chiesto perplesso: cosa è? Cosa si nasconde all'interno delle note? Dove piazzarla nel vasto panorama di generi musicali esistenti? è una sorta di post new wave? O addirittura no wave? Oppure un derivato del post rock influenzato dall'elettronica tanto caro ai Radiohead? O un indie schizofrenica? Beh, sicuramente i Liars sono bravi (anzi bravissimi) a confondere l'ascoltatore, immergendolo in una folle atmosfera da sabba oscuro ritmato da tamburi maniaci e una voce quasi da filastrocca, semplice ma incisiva. Fuoriuscendo improvvisamente dai propri binari per portarci al termine in un immagine da fiaba nera e sanguinosa, scritta da dei Fratelli Grimm psicopatici e sotto l'effetto di una quiete quasi da morfina agghiacciante nella propria pazzia. Poi tutto finisce e inevitabilmente premiamo repeat, perché c'è qualcosa che sfugge. E, dopo ripetuti ascolti della canzone, scopriamo che ormai si è divulgata una grande bugia. E cioè che la musica debba per forza ispirarsi a qualcosa ed etichettarsi per poter sopravvivere (come qualsiasi arte), senza tentare di innovarsi ed andare avanti. Mai bugia è stata così grande. Grazie Liars.


Mi.Di

mercoledì 29 gennaio 2014

LA FATTORIA DEGLI ANIMALI - George Orwell


“Il signor Jones, della Fattoria Padronale, aveva chiuso a chiave i pollai per la notte, ma era troppo ubriaco per ricordarsi di fissare anche gli sportellini. Col cerchio di luce della sua lanterna che ballonzolava da una parte all'altra, attraversò con passo malfermo il cortile, si sbarazzò a calci degli stivali sulla porta del retro, si spillò un ultimo bicchiere di birra dal barilotto nel retrocucina e poi salì fino in camera da letto, dove la signora Jones già russava”.

Così inizia in modo quasi favolistico il romanzo di turbolenta pubblicazione La fattoria degli animali.
Errore ormai diffuso è quello di far leggere questa brillante satira orwelliana a studenti in tenera età che, non avendo gli strumenti per poter decifrare tutto quel sottosuolo narrativo che impervia per tutta l'opera, possono solamente apprezzarne la superficie, lo specchio della vera storia che Eric Athur Blair alias George Orwell vuole invece raccontare.
Sin dalle prime battute la magia orwelliana prende corpo, un vecchio maiale che tutti chiamano il Vecchio Maggiore, rispettato dagli altri animali per via della sua lunga età che gli ha conferito una grande saggezza, con scaltrezza arringa i suoi compagni di stalla con un bel discorso, introducendo i fondamenti della teoria marxista: il lavoro di un animale produce più valore di quello necessario al suo mantenimento e il surplus viene prosciugato dall'uomo parassita.
Potremmo identificare il Vecchio Maggiore anche con Lenin poiché riesce a ridurre una complessa filosofia in massime facilmente comprensibili al resto degli animali; ma tre giorni dopo aver gettato le basi e gli ideali su cui la rivoluzione si dovrà basare, ovvero l'Animalismo, il Vecchio Maggiore morirà, mentre Lenin riuscì a guidare la Rivoluzione d'ottobre.
Le chiavi del futuro sono state svelate, ora tocca agli altri animali applicarle nel migliore dei modi.
Ogni animale rappresentato da Orwell è studiato con cura, niente è lasciato al caso, il maiale Palladineve dalla parlantina vivace può essere identificato con Lev Trotsky, un rivoluzionario sincero che si batterà con valore nella battaglia della stalla (Rivoluzione d'ottobre del 1917) che porterà al rovesciamento della dittatura di Jones (zar), del padrone, del nemico da sconfiggere, lo sfruttatore di un popolo.
Napoleone (Stalin) è un maiale corpulento, dall'aria feroce, non si districa altrettanto bene come il compagno Palladineve nei discorsi ai suoi compagni, ma riesce a distinguersi per via del suo opportunismo, la mancanza di freni morali; è disposto a tutto per arrivare al potere, usa una demagogia spicciola lasciando che il maiale Piffero vero e proprio propagandista, indottrini le pecore (le masse facilmente manipolabili) affinché belino slogan da usare a proprio vantaggio che si possano insidiare nella testa degli altri animali come una litania che non va più via.
Altre figure interessanti sono quelle del corvo Mosè (chiesa ortodossa) che cerca di fare più adepti possibili inculcando agli altri animali strane idee riguardanti un luogo bellissimo chiamato la Montagna di Zucchero Candito dove tutti potranno andare dopo la morte e quella di Boxer, cavallo instancabile atto a rappresentare il lavoratore sovietico incarnato nella realtà dal minatore Aleksej Stachanov.
Palladineve diventerà ossessionato dal mulino a vento non rendendosi conto che gli altri animali non riescono a stare al passo delle sue idee per il rinnovamento della fattoria e per questo Napoleone lo bandirà trattandolo come un traditore, accusandolo di sabotaggio, scaricandogli addosso le colpe di ogni evento negativo.
Ma i tempi peggiorano, i maiali e i cani inizieranno ad essere privilegiati, sfrutteranno i loro compagni per oziare e mangiare a sbafo a più non posso.
Per mantenere la sua autorità Napoleone si circonderà di cani rabbiosi (la polizia politica e lo squadrismo) pronti a sbranare chiunque si opponga al volere del nuovo despota.
La situazione inizia a precipitare, tutti lavorano come schiavi, le parole che Orwell ci consegna attraverso la cavalla Trifoglio, figura materna della stalla, scivolano dritte al cuore, sono tempi difficili, il malcontento è all'ordine del giorno. “L'idea che Trifoglio si era fatta del futuro, se mai se n'era fatta una, era quella di una società di animali affrancati dalla fame e dalla frusta, una società di uguali in cui ciascuno avrebbe lavorato secondo le proprie capacità e i più forti avrebbero protetto i più deboli, come aveva fatto lei proteggendo con la zampa quella sperduta nidiata d'anatroccoli, la notte in cui il Maggiore aveva tenuto il suo discorso. Invece – e non capiva perché – erano arrivati tempi in cui nessuno osava dire ciò che pensava, in cui si aggiravano ovunque cani ringhiosi e crudeli, in cui si dovevano vedere i propri compagni fatti a pezzi dopo aver confessato delitti sconvolgenti. Non c'erano pensieri di rivolta o insubordinazione nella sua mente. Sapeva che, persino in quelle circostanze, adesso si stava molto meglio che ai tempi di Jones e che la necessità prioritaria era quella d'impedire il ritorno degli esseri umani. Qualsiasi cosa potesse accadere, lei sarebbe rimasta leale, avrebbe lavorato sodo, eseguendo gli ordini che le avrebbero impartito e accettando la guida di Napoleone. Eppure non era in questo che lei e gli altri animali avevano sperato, non era per questo che si erano tanto affannati. Non era per questo che avevano costruito il mulino a vento e sfidato le pallottole di Jones. Ecco quali erano i pensieri di Trifoglio, anche se le mancavano le parole per esprimerli”.
Sono pagine forti queste, la favola che molti ragazzi hanno letto si trasforma in un bagno di sangue, il terrore all'ordine del giorno, maiali che commerciano con gli uomini, birra che scorre a fiumi, fino ad arrivare alla tragica conclusione, la realizzazione del totalitarismo riassunta nel settimo comandamento dell'Animalismo appena modificato: Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali degli altri.
E' lo spettro della fine, maiali che si confondono fra gli uomini, per non scordare che spesso l'uomo è il più animale degli animali.

Elle Bi

lunedì 27 gennaio 2014

THE WOLF OF WALL STREET - Martin Scorsese


Dopo molti anni vede finalmente la luce il progetto della coppia Scorsese-Di Caprio di mettere in scena l’autobiografia di Jordan Belfort, fondatore della Stratton Oakmont, agenzia di brokeraggio con la quale è riuscito a costruirsi un’enorme patrimonio truffando numerosi investitori fino a quando, entrato nel mirino del bureau, viene smascherato e condannato.

Alle prese con un adattamento sicuramente ostico Scorsese da fondo a tutto il suo straordinario repertorio cinematografico regalando nuovi momenti da consegnare alla storia del cinema fra piani sequenza e carrelli mozzafiato il tutto sapientemente montato dal suo editor di fiducia (Thelma Schoonmaker). Conferma, se ancora ce ne fosse stato bisogno, di essere il miglior regista vivente.

Non da meno è la straordinaria performance di Leonardo Di Caprio (nuovo feticcio scorsesiano dopo De Niro) nel ruolo della vita che forse gli regalerà l’ambita statuetta, vera punta di diamante di un cast che funziona alla perfezione (menzione d’obbligo anche per la spalla Jonah Hill, anche lui in odore di statuetta).

Ma veniamo al film, partendo da una necessaria premessa: se da qualche parte si è ritenuto opportuno gridare allo scandalo per la rappresentazione troppo romanzata e vagamente idolatrante della vita di colui che rimane a tutti gli effetti un criminale (da questo punto di vista non ha certo giovato aver dato a Belfort il volto bello e carismatico di Leo) dal mio (e non solo) punto di vista il film riesce, in tutti i suoi quasi centottanta minuti, a mostrare, senza cadere in facili moralismi o gustizialismi, la parabola di un uomo che per inseguire il sogno della ricchezza ha deliberatamente scelto di percorrere vie che scorrono parallele a quelle della giustizia (innanzitutto americana: “fuck you, U.S.A.” si grida negli uffici della Stratton Oakmont). Parabola che ricorda, nella sua ascesa-discesa, quella dei gangster tanto cari al regista newyorkese, da Henry Hill a Sam Rothstein.

Quello di Scorsese è tuttavia un sottile ma nondimeno potente atto d’accusa ad un mondo, quello capitalista, in cui tutto è in vendita perché tutto ha un prezzo, dove si vende perché si è prima creato un bisogno ad hoc, dove i soldi sono la droga più potente. In un mondo così vince non chi fa soldi ma chi ne fa a spese degli altri, chi, per usare un’espressione più colorita, riesce a metterlo nel culo agli altri (emblematica a tal proposito, ed agghiacciante, è la cena in cui il protagonista mostra ai suoi colleghi novizi come fottere un cliente).

Ciò che è ancora più agghiacciante però è che il sogno di Jordan Belfort è, alla fine dei conti, il sogno di tutti. Nella scena che chiude il film, nella attentissima platea, dinanzi alla quale Belfort sta svolgendo la sua nuova occupazione di motivational speaker, ci sono persone comuni, nuovi adepti, che pendono dalle labbra di colui che “ce l’ha fatta”, concentrati per cercare di carpirne il segreto.

Il denaro (così come il sesso o la droga) rappresentano il bisogno primario, assolutamente animale, in un mondo totalmente asservito alle logiche del capitale. Il dollaro come unità di misura del successo americano, la ricchezza come spartiacque tra realizzazione e fallimento.

Per fortuna, in mezzo a cotanto baccanale Scorsese trova il tempo (breve e intenso) per mostrarci l’altro volto della grande illusione americana, il volto più vero, nei cui occhi è già spenta la fiaccola dell’american dream. È il volto dei passeggeri della metro; è il volto di Patrick Denham (Kyle Chandler), l’investigatore federale che ha dato la caccia a Jordan Belfort. Idealmente, noi ci sediamo al loro fianco.

Diccì